Le imprese rischiano l’effetto Sud

I 35 arresti di ieri tra boss della ‘ndrangheta trapiantati a Milano danno improvvisa sostanza all’avvertimento di Mario Draghi: “In Lombardia l’infiltrazione delle cosche avanza, come ha recentemente avvertito la Direzione Nazionale Antimafia”. Il governatore della Banca d’Italia ha ricordato, venerdì scorso, in un intervento alla Statale di Milano che “le denunce per associazione a delinquere di stampo mafioso si sono concentrate fra il 2004 e il 2009 per quattro quinti nelle province di Milano, Bergamo e Brescia”.    Quali sono le conseguenze economiche della marcia sulla Brianza delle cosche? In Banca d’Italia se lo chiedono da tempo e stanno facendo alcuni conti.   Nelle sue considerazioni annuali del 2010, Draghi ha ricordato che “nelle tre Regioni del Mezzogiorno in cui si concentra il 75 per cento del crimine organizzato” si nota che “il valore aggiunto pro-capite del settore privato è pari al 45 per cento che nel centro-nord”. Gli investimenti, quindi, rendono meno, ogni singolo lavoratore produce meno ricchezza che nelle zone dove le mafie sono (o erano) più deboli. Ma i vantaggi del Nord rischiano di essere rapidamente erosi dall’avanzata delle cosche.    Paolo Pinotti, del Servizio Studi della Banca d’Italia, ha fatto un interessante esercizio di storia controfattuale. Cosa sarebbe successo se tra gli anni Settanta e Ottanta la criminalità organizzata non fosse riuscita a radicarsi   anche in Puglia e Basilicata? Prima degli effetti dell’espansione delle organizzazioni criminali campane, calabresi e siciliane e prima dell’arrivo di fondi pubblici per la ricostruzione post-terremoto del 1980, Puglia e Basilicata crescevano più della media nazionale. Nel paper della Banca d’Italia si considera quanto lo sviluppo delle due regioni si discosta da quello di una Regione fittizia che riassume le caratteristiche delle altre. Si scopre così che, quando arrivano le mafie, Puglia e Basilicata iniziano a rallentare (considerando soprattutto il Pil pro-capite, cioè la ricchezza totale prodotta divisa per il numero di persone). Conclude Paolo Pinotti: “Se si potesse attribuire interamente il divario di crescita all’effetto della criminalità la   distanza potrebbe arrivare a valori medi intorno al 15 per cento”. Come riassume Draghi: “Nell’arco di trent’anni, all’insorgere della criminalità organizzata sarebbe attribuibile una perdita di Pil di 20 punti percentuali, essenzialmente per minori investimenti privati”. La Lombardia, era il messaggio tra le righe dell’intervento del governatore, sta ora correndo lo stesso rischio di Puglia e Basilicata negli anni Settanta.    Perché quando le organizzazioni criminali iniziano a corrodere un tessuto economico, le conseguenze sono molto concrete. Un altro studio, sempre della Banca d’Italia (firmato da Emilia Bonaccorsi di Patti) ha dimostrato che nelle zone ad alta intensità criminale, il costo del credito per le imprese cresce   anche del 30 per cento. Quando imprese legate alle mafie si mischiano a quelle normali, tutto si fa più opaco, le banche faticano a riconosce un’azienda solida da quella che serve solo a riciclare denaro, a capire se un’azienda vince appalti perché è competitiva o perché può permettersi ribassi insostenibili per i suoi concorrenti che rispettano la legge.    Questi problemi si sono manifestati in passato nel Mezzogiorno, ora riguardano anche Milano. Dove il contesto è però molto più delicato, perché circolano molti più capitali e le occasioni di profitto sono molto maggiori. Anche se l’omertà resta una caratteristica nazionale, come dimostrano le scarse segnalazioni da parte dei professionisti all’anti-riciclaggio: “I   potenziali segnalanti sarebbero diverse centinaia di migliaia, ma nel 2010 sono pervenute solo 223 segnalazioni”. E questo è un problema rilevante soprattutto per la Lombardia. Secondo i dati dell’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia, infatti, nel 2008 la Lombardia era la regione italiana in cui circolavano più contanti (6,3 miliardi al mese contro i 2,7 della Sicilia o i 4,1 della Campania), tutto carburante per operazioni illecite non tracciabili. Non solo: la Lombardia è anche il centro degli scambi finanziari con il paradiso fiscale di San Marino: 2,3 miliardi di bonifici in un uscita e 2,5 in entrata, il 40 per cento del totale nazionale. Non stupisce che la ‘ndrangheta, la mafia e la camorra cerchino da anni di conquistare il Nord.

di Stefano Feltri – IFQ

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