C’è sempre un “benefattore” a dargli una mano

Strane storie si sviluppano attorno ai processi a Silvio Berlusconi. L’ultima è quella rivelata due giorni fa dal “Fatto quotidiano”, che ha trovato in Marocco, nel paese dov’è nata Ruby, una testimone che racconta di essere stata vittima di un tentativo di corruzione: due italiani le hanno promesso molto denaro in cambio di una piccola correzione nei registri dell’anagrafe. Così Karima El Mahroug, conosciuta in Italia come Ruby, sarebbe diventata d’incanto maggiorenne due anni prima di quanto non dicessero i suoi documenti. Sarebbe stato un bell’aiutino al presidente del Consiglio italiano, che il 6 aprile andrà sotto processo, oltre che per concussione, proprio per aver avuto rapporti sessuali a pagamento con una minorenne.    Non è la prima volta che strani episodi accadono a margine di inchieste su Berlusconi. “Sono venuto a conoscenza di notizie agghiaccianti”, dichiarò il 23 novembre 1996, quando era sotto processo per le tangenti alla Guardia di finanza. In quelle settimane, due carabinieri che avevano lavorato al palazzo di giustizia di Milano durante l’indagine di Mani pulite, Felice Corticchia e Giovanni Strazzeri, stavano raccontando ai magistrati di    Brescia che Antonio Di Pietro aveva organizzato una    sorta di golpe giudiziario:    non solo aveva pilotato fughe di notizie e realizzato    avances sessuali, ma aveva indagato Berlusconi perché “lo voleva sostituire alla guida del governo”. Di più, Di Pietro aveva anche falsificato la prova regina del processo sulle tangenti alla Guardia di finanza: il pass con cui l’avvocato Massimo Maria Berruti era entrato a palazzo Chigi per parlare con il presidente del Consiglio proprio di quelle tangenti e del modo per far tacere qualche testimone.    Qualche mese dopo, le “notizie agghiaccianti” si dimostrano colossali bufale e il 1 febbraio 1997 i due marescialli che dovevano salvare il premier dal quel primo processo finiscono in carcere.    Strane storie anche a ridosso del processo All Iberian, la società offshore da cui partono tangentine e tangentone (tra cui la mazzetta record di 21 miliardi di lire per il segretario del Psi   Bettino Craxi). Berlusconi nega che quella società sia sua, con quel nome, poi… Invece All Iberian fa parte della galassia della Fininvest “Group B-very discreet”, il comparto estero riservatissimo da usare per le operazioni segrete. A inventarlo e gestirlo per conto di Berlusconi era stato un avvocato d’affari con sede a Londra, David Mills. Chiamato a testimoniare   in un paio di processi milanesi (Fininvest-Guardia di finanza nel novembre 1997 e All Iberian nel gennaio 1998), Mills dichiara il falso od omette di dire tutto il vero, mente insomma “nell’interesse di Silvio Berlusconi”. Qualche anno più tardi, i magistrati Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo scoprono che Mills è stato compensato per le sue dichiarazioni reticenti con un premio di 600 mila dollari. È lo stesso Mills ad ammetterlo al suo fiscalista, imbarazzato perché non sapeva come giustificare quella somma al fisco britannico: un “gift”, un regalo, “per aver tenuto Mister B fuori da un mare di guai”. Lo ha poi ripetuto nell’unico interrogatorio del luglio 2004: “Io sono stato sentito più volte in indagini e processi che riguardavano Silvio Berlusconi e il Gruppo Fininvest e pur non avendo mai detto il falso ho tentato di proteggerlo nella massima misura possibile… È in questo quadro che nel-l’autunno del 1999, Carlo Bernasconi (manager Fininvest poi defunto, ndr), mi disse che Berlusconi a titolo di riconoscenza per il modo in cui ero riuscito a proteggerlo nel corso delle indagini giudiziarie e dei processi, aveva deciso di destinare a mio favore una somma di denaro”.    Utilissime, le testimonianze di Mills nei processi in cui è stato interrogato. Senza i suoi giri di parole, senza i suoi calcolati vuoti di memoria, senza le sue menzogne, Berlusconi non sarebbe stato assolto nel processo Fininvest-Guardia di finanza, hanno poi scritto i giudici.    Strano, per non dir di più, anche il modo in cui Berlusconi diventa padrone della Mondadori, la più grande casa editrice italiana. È grazie a una sentenza comprata, quella sul Lodo Mondadori che aveva risolto a suo favore la “guerra di Segrate”, la lunga contesa negli anni Novanta con l’imprenditore Carlo De Benedetti. Ma è ben strano anche quello che viene scoperto durante le perquisizioni del 14 gennaio in via Olgettina, nell’appartamento occupato da Marysthelle Garcia Polanco, una delle ragazze delle feste di Arcore. La polizia giudiziaria le trova è in casa non il suo verbale di indagini difensive reso a favore di Berlusconi davanti agli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo, ma il verbale di Barbara Guerra, un’altra delle “arcorine”. Un verbale mai depositato da Longo e Ghedini alla procura a Milano. Come mai era a casa Polanco? Domanda rimasta finora senza risposta, come tante altre domande sulle strane storie che girano attorno ai processi di Silvio, dal 1994. Fino alle richieste fatte all’impiegata di un piccolo sperduto paese del Marocco dove ha avuto in sorte di nascere una ragazza di nome Karima detta Ruby.

di G. Barb. – A. Masc. – IFQ

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