Un flop i “cavalieri bianchi” che vogliono salvare Termini Imerese

I cavalieri bianchi selezionati dal governo per il salvataggio di Termini Imerese barcollano prima ancora di entrare in azione. È salito infatti a tre su sette il numero dei progetti inseriti da Invitalia nella short list per subentrare alla Fiat in Sicilia che stanno suscitando più di una perplessità. E nella triade Simone Cimino, con il suo curriculum di salvataggi che non decollano, di bracci di ferro in Borsa e,   soprattutto, con un progetto (Sunny car in a sunny region) che non ha registrato neanche l’entusiasmo del suo principale partner, la Regione Sicilia, quasi spicca per affidabilità in confronto agli altri due “campioni”. Come i pugliesi della Fratelli Ciccolella, che a Termini vorrebbe realizzare delle serre fotovoltaiche, ma che è rimasta indirettamente coinvolta nell’inchiesta Energopoli di Crotone su presunte truffe sui fondi Ue. Certo, i guai riguardano la Ciccolella spa quotata in Borsa il cui ormai ex ad, Corrado Ciccolella, da qualche giorno è ai domiciliari. E, come ha rimarcato Ciccolella a un’allarmata Invitalia, si tratta di società diverse. Tuttavia l’amministratore arrestato è lo stesso.

NON FA STARE sereni neanche Gian Mario Rossignolo, il cui progetto per l’auto di lusso targata De Tomaso era considerato il più affidabile di tutti. Basta fargli due conti in tasca e vedere come l’imprenditore sabaudo si è mosso in Piemonte e Toscana con i “salvataggi” dell’ex impianto Pininfarina di Grugliasco (Torino) e della Delphi di Livorno, parti integranti del piano   che dovrebbe avere Termini Imerese come polo principale, per far suonare qualche campanello d’allarme.

DEI 380 MILIONI di investimenti previsti per la ex Fiat, almeno 200 dovrebbero arrivare dalle banche. Un finanziamento che secondo indiscrezioni lanciate senza eco da Radiocor a fine 2010 e non nettamente smentite dalla società, dovrebbe essere sbloccato da un’ipoteca proprio sull’immobile Fiat, anche se non è ancora chiaro se e in che termini Torino intenda cedere la proprietà dello stesso. Altrettanto poco chiaro è come altrimenti Rossignolo possa ottenere il fido dalle banche, visti i trascorsi in Toscana, con Mps che nel caso di Livorno si era sfilata all’ultimo per “soli” 10 milioni. Forse si profila una soluzione tipo quella trovata in Piemonte? Per l’impianto Pininfarina intervenne la Regione ai tempi di Mercedes Bresso che, oltre ad aver promesso a De Tomaso un contributo a fondo perduto di 18 milioni, ha comprato per 15 milioni la struttura per poi affittarla a Rossignolo a 3,9 milioni in sei anni. E l’investimento complessivo dell’imprenditore non dovrebbe superare il   30 per cento del totale. Copione simile a Livorno, dove il progetto di rilancio partirà se tutto va bene con un anno e mezzo di ritardo. I 146 dipendenti ex Delphi in cassa integrazione inizieranno a breve, dopo una lunga attesa, i corsi di formazione sui quali, a Livorno come a Torino, dove gli operai sono in gran fermento, grava il via libera ai finanziamenti chiesti all’Ue (19 milioni in totale).

IN TOSCANA è intervenuta direttamente la Regione con 1,5 milioni, mentre il Piemonte sconta il cambio di amministrazione e solo ora sta varando un bando ad hoc da 4 milioni. Senza contare che lo stabilimento di Livorno è in affitto gratuito a Rossignolo e la regione, dopo la fuga di Mps, è inter-venuta con un prestito da 2,5 milioni. Difficile quindi condividere l’opinione di chi ha ribattezzato Rossignolo come “l’anti-Marchionne”, l’uomo cui bastano novemila pezzi per portare in pareggio un’azienda. Già perché il manager piemontese, che in Fiat è cresciuto fino allo strappo con Cesare Romiti e che vantava una solida amicizia   con Umberto Agnelli, pare invece aver colto molto bene lo spirito dell’operazione Chrysler “a costo zero”. D    el resto di lui a Torino i più benevoli dicono che le idee le ha, anche buone, sono i soldi che gli mancano. E le sue ultime esperienze da imprenditore fanno riflettere: nel 1994 tenta il rilancio della Seleco che naufraga dopo tre anni, mentre di recente si è parlato (senza seguito) di un suo progetto in tandem con Virgilio De Giovanni, quello della Freedomland, il primo clamoroso disastro borsistico della new economy. Da manager ha avuto fortune alterne: se è riuscito salvare la Zanussi portandola in pancia alla Electrolux per conto della potente famiglia svedese Wallenberg, ben poco è durata la sua esperienza come presidente di Telecom Italia, dopo uno sfortunato tentativo di salvataggio della Olivetti Personal Computer. Chi ha avuto dei conflitti con lui lo definisce “un incantatore che riesce a farti credere di poter coltivare gli orti nel deserto”. E le sue doti seduttive con la politica, a ottant’anni suonati, pare diano ancora ottimi risultati.

di Giovanna Lantini – IFQ

I dipendenti di Termini sempre più preoccupati (FOTO ANSA)

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