L’epopea del Sant’Alessio, che sfratta i non vedenti e accontenta i politici

L’ente regionale si chiama “Sant’Alessio e Margherita di Savoia per i ciechi”, ma, dopo anni di gestione clientelare, potrebbe benissimo chiamarsi “Sant’Alessio e Margherita di Savoia per i ciechi, i dipendenti, gli amici, e gli amici degli amici”. Con l’enorme patrimonio immobiliare che dal 1848 in poi è confluito ad ingrandirne i possedimenti, infatti l’Ipab (tecnicamente una Istituzione Pubblica di Assistenza e Beneficenza dipendente dalla Regione Lazio) sembra aver aiutato più gli “amici” che i non vedenti. E la citazione rimediata dalla reprimenda della Corte dei Conti del Lazio in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario poche settimane fa è solo l’esempio più visibile.   Basta vedere la diversa collocazione degli “ospiti” all’interno della città per capire di cosa parliamo. I non vedenti sono collocati in stragrande maggioranza nei palazzoni della periferia: tra le quattro scale da sette piani di via Stilicone 186, negli stabili di via Tuscolana 875, via Vittorio Fiorini 15/a, via Emilio Lepido 38, via Nova-cella 5. Vengono spinti verso le propaggini esterne della città da affitti capestro di tremila, quattromila, cinquemila euro al mese. I ricchi, i dipendenti e alcuni fortunati amici (per lo più vicini all’ex ministro Mario Baccini), popolano invece alcuni degli stabili di lusso che si estendono nel cuore della Capitale, da via Margutta a piazza Campitelli 10. E spendono cifre lontane da quelle che il mercato detterebbe.

LA SCORSA settimana la Guardia di Finanza ha sequestrato i registri degli affitti per indagare su alcuni contratti sottoscritti dall’Ente: tra questi quello dell’assessore alla Casa del Comune di Roma Alfredo Antoniozzi che, giusto in piazza Campitelli 10, ha in fitto uno studio di circa 100 metri quadri a poco più di 2000 euro al mese. L’assessore si difende, con qualche ragione: quell’ufficio lo ha in fitto dal ‘98 (prima dell’ingresso   dell’euro) e la pigione, con il nuovo contratto, si è più che raddoppiata. Certo resta ancora meno della metà del prezzo di mercato, ma al quarto piano dello stesso stabile, con un contratto che scade nel lontano 2021, c’è una inquilina meno nota che per 88 metri quadri di casa, incastonata tra il Ghetto, il Campidoglio, e piazza Venezia, ha la ventura di pagare circa 550 euro al mese. Il contratto, rinnovato nel 2005, è intestato a Patrizia Pagliara, segretaria dell’allora commissario dell’ente Rodolfo Giannelli Savastano.    Entrambi, nel 2005, provarono a sottrarre ai beni dell’ente dodici appartamenti di via Margutta 51/A per farli confluire in una fantomatica Fondazione “Alessio e Margherita onlus” volta a “promuovere e gestire iniziative, progetti e programmi per l’alta formazione e la ricerca universitaria”. La fondazione, in cui comparivano sia   Giannelli Savastano che Pagliara (il primo come presidente, la seconda come consigliera), legava mani e piedi al Sant’Alessio. La fondazione avrebbe “acquisito il diritto di servirsi dell’immobile”, e “di concedere a terzi il godimento dell’immobile, sia a titolo gratuito che a titolo oneroso e di percepire i fitti”. Insomma, un affare. Come quello che stava per andare in porto l’anno prima: lo stesso   Commissario voluto da Storace ma vicino a Baccini (Savastano si sarebbe poi candidato con l’Udc, il partito dove allora militava l’ex ministro) concesse alla Clovis International srl di Vittorio Paoletti 820 ettari di terreni di Prisciano, nel senese.

PAOLETTI, imprenditore vicino a Baccini, avrebbe ottenuto la concessione dell’area e dei 60 casali costruiti nella zona alla cifra ridicola di 250mila euro l’anno (il contratto scadeva nel 2044). Questa operazione fu bloccata prima dal nuovo presidente dell’Ente dell’epoca Marrazzo, Mario Dany De Luca, poi dalla magistratura amministrativa e contabile.    Sembra una storia vecchia, ma le storie del Sant’Alessio non invecchiano mai. Finito nel ciclone di “affittopoli” con cadenza regolare, l’ente continua a tenere in fitto a prezzi fuori mercato alcuni dei gioielli di famiglia   . Nel 2008, in un articolo del Tempo, si tiravano fuori i nomi di Antoniozzi in piazza Campitelli, di Flavio De Luca (già nella segreteria del ministro Baccini) che godeva di un bell’appartamento in via Vittoria 15 (tra via del Babuino e via del Corso, a un passo da piazza del Popolo), di Francesco Sanseverino (portavoce di Baccini) in via Urbana 20, a Monti, tra il Colosseo e l’Esquilino, di Luca di Giulio, già assessore ai Lavori Pubblici a Fiumicino (anche lui all’epoca uddiccino di rito “bacciniano”), di Enrico Carone, già segretario di Achille Occhetto in via Margutta come Michele Lo Foco, consigliere di Cinecittà Holding, lo scenografo Gaetano Castelli (che però pagava un po’ di più) e la segretaria di Arturo Parisi Sandra Cecchini. C’erano anche Bruno Lazzaro, ex senatore Dc, che per 1100 euro al mese risiedeva in via della Colonna Antonina 41, tra piazza Colonna e la Camera dei deputati. A tre anni di distanza   nulla sembra cambiato. Gli ultimi dati messi in rete dal San-t’Alessio, aggiornati al giugno 2010, ci dicono che quelle persone abitano sempre lì: con contratti che scadono tra uno, due, cinque anni. Nessuno ha avuto l’idea di mollare il privilegio. Nessuno ha visto moltiplicarsi il canone d’affitto.    Nemmeno i dipendenti (che possono ottenere in fitto gli apparamenti per statuto). Il direttore amministrativo Gianfranco Rinaldi, al civico 178 di via Lanza, zona Cavour, tra Termini e il Colosseo, occupa l’attico (intestato alla moglie): circa cento metri quadri: 1700 euro al mese. Un discreto affare.

di Eduardo Di Blasi – IFQ

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