“Pizzo di Stato”: o paghi 200 mila euro, oppure niente pensione

Sono davvero molti, a giudicare dalle lettere che stanno giungendo nelle redazioni dei giornali, i lavoratori che si stanno accorgendo in questi giorni dell’effetto disastroso della legge 122/2010 sulle ricongiunzioni dei contributi versati dai dipendenti pubblici o nei Fondi separati dei lavoratori elettrici, telefonici e dei trasporti. Quei lavoratori, infatti, che hanno lavorato presso enti diversi, ad esempio nel pubblico impiego e poi nel privato versando una parte dei contributi all’Inpdap e un’altra parte all’Inps, oppure ai fondi esclusivi sopra citati, per   ricongiungere la propria posizione contributiva presso l’Inps dovranno sborsare molti soldi.    UN

LAVORATORE di Cagliari, Giuseppe Putzolu, per cumulare i 28 anni di contributi versati al fondo elettrici, gli 11 al fondo telefonici con l’anno versato all’Inps si è visto chiedere 188 mila euro. Ci sono altre richieste nell’ordine di decine di migliaia di euro in alcuni casi al limite della beffa. Un altro caso aiuta a chiarire il problema: Guido Lotti ha iniziato nel 1971 con la Grundig nel settore dell’elettronica, poi è stato assunto dall’Enel nel 1976. Nel 1999, grazie alla cessione di un ramo d’azienda   , è entrato in Wind nel settore delle telecomunicazioni dove ha accettato la proposta di esodo incentivato nel 2009 e ha iniziato a pagare i contributi volontari per arrivare ai 40 anni nel 2011. Lotti aveva già ricongiunto i primi sei anni versati direttamente all’Inps nel fondo Elettrici (anch’esso presso l’Inps ma con gestione separata) cumulando   28 anni e 3 mesi. Si ritrova poi con 11 anni e 9 mesi di contribuzione al fondo Telefonici (sempre Inps). Ora dovrebbe versare quasi 200 mila euro per potere godere della sua pensione dopo 40 anni di lavoro dipendente, oppure ricorrere alla cosiddetta totalizzazione con un’ulteriore beffa che vedremo più avanti. Prima della approvazione della legge 122 la ricongiunzione avveniva senza oneri per il richiedente: esisteva solo l’obbligo delle gestioni precedenti di trasferire presso l’Inps la contribuzione relativa ai periodi interessati maggiorata di interessi del 4,5 per cento annui.

ORA, INVECE, SI PAGA. E si paga in relazione al beneficio ricevuto quindi alla maggiore pensione percepita in seguito alla ricongiunzione. Se, ad esempio, un dipendente pubblico ha versato 15 anni di contributi all’Inpdap e poi, passando al privato, ne ha versati 20 all’Inps, è evidente, e del tutto logico, che la sua pensione cambi di molto se invece che su 20 poggia su 35 anni complessivi. Questo “aumento”, però, si paga, tramite   calcoli un po’ complicati, di circa la metà. La metà cioè del beneficio percepito, e che costituisce un diritto assoluto, per il resto della propria vita. Una sorta di “pizzo” che il governo ha voluto applicare con conseguenze che possono essere devastanti. Infatti se un lavoratore non ha le risorse per pagarsi la ricongiunzione si ritroverà con una pensione decurtata e con il furto dei contributi versati e non ricongiunti.    “In realtà la 122 è una bomba a orologeria – spiega al Fatto Luigina De Santis, responsabile previdenza dell’Inca, l’ente di patronato della Cgil – perché è andata a toccare un meccanismo che stava in piedi da solo e che ora, invece, si mostra del tutto incoerente. E solo per fare cassa”. La legge in questione, infatti, produce un’altra distorsione, quelle delle finestre di uscita che vengono portate a 12 mesi rispetto ai 3 o 4 mesi precedenti. Per esempio, se il diritto alla pensione scatta il 2 gennaio e la finestra è fissata al 1 gennaio, occorre attendere un altro anno prima di andare in pensione senza nemmeno godere dei contributi versati. Nel caso invece   si voglia ricorrere alla “totalizzazione dei contributi”, cioè alla loro somma senza oneri (come sarebbe possibile nel caso che abbiamo citato sopra) questo si può fare solo se il totale dei contributi è di 40 anni oppure si è arrivati a 65 anni di età. Ma in tal caso la finestra di uscita da 12 mesi passa a 18.

NEL CORSO dell’approvazione del decreto “milleproroghe” i lavoratori del fondo Elettrici e Telefonici hanno cercato di fare pressioni sul Parlamento per ottenere almeno una proroga all’introduzione del provvedimento in modo da far capire il pasticcio che si andava realizzando. “Alcuni parlamentari della maggioranza, come Giuliano Cazzola, si sono resi conto della situazione – spiega ancora De Santis – ma l’apposizione della fiducia da parte del governo ha reso impossibile procedere a quel rinvio che avrebbe consentito di tornare a ragionare”. E oggi di fronte agli sportelli dell’Inps si ritrovano lavoratori che non sanno assolutamente come recuperare un diritto sacrosanto che gli è stato portato via.

di Salvatore Cannavò – IFQ

2 commenti to ““Pizzo di Stato”: o paghi 200 mila euro, oppure niente pensione”

  1. 10 anni come dipendente pubblico e 30 anni di privato

    UDITE

    120.000,00 € per ricongiungere . Non ci sono parole

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