Privacy, una balla spaziale

Da quasi sessant’anni esercito la professione di avvocato che definisco “nobile” perché permette ai cittadini di uno Stato democratico di esercitare il controllo, a livello individuale, degli atti del potere giudiziario che lo riguardano. E da quasi cinquanta mi occupo a tempo pieno di problemi concernenti l’Informazione. Sono stato fortunato in quanto credo che la funzione di controllo sia propria sia dell’Avvocatura che dell’Informazione. E se mi guardo indietro ricordo che sul controllo,   sulla trasparenza è crollato un impero della grandezza e importanza dell’Unione Sovietica. Chi non ricorda la glasnost, la trasparenza degli atti del potere?    Poi dev’essre accaduto qualcosa che sta degenerando ogni giorno sempre più e che rischia di porre nel nulla questa grande invenzione della democrazia: la libertà di stampa. Si sente sempre più spesso sostenere da parte di una classe politica non degna di credibilità, che   poiché vige il principio di “presunzione di innocenza” bisogna astenersi dal fare “processi mediatici”. Tali sarebbero sia le trasmissioni televisive nelle quali si dibatte dei fatti posti a base delle accuse della magistratura o di emergenze morali, addirittura, sia dei fatti nei quali non vi sarebbe traccia di accuse ma che violerebbero la “privacy”.    Siamo di fronte a un crollo delle fondamenta dei principi repubblicani? Oppure una classe politica cialtrona e indegna di guidare il Paese ci sta consegnando a una deriva qualunquistica e anti democratica? Io credo a questa seconda   ipotesi e, come direbbe un vecchio saggio quale io non sono, qui lo dimostrerò.    Per prima cosa va riconosciuto che può accadere che la stampa in generale commetta degli errori. Non si può   pretendere la perfezione e la applicazione di una “presunzione di verità” per quello che i giornali scrivono. E questo ovviamente vale anche per il Fatto Quotidiano. Certo non va trascurato che questo giornale che ospita di tanto in tanto i miei scritti, fa paura e le richieste di milioni di euro di danni la dicono lunga non solo sulla volontà di stroncarne la pubblicazione   e l’esistenza, ma anche della paura che riesce a suscitare in ambienti di destra reazionaria.    Quello che però sconcerta di più è che a ogni analisi politica che questo e altri giornali fanno delle situazioni oggettive, non si perda occasione per affermare che viene violata la “presunzione di innocenza” e che addirittura i “processi non si fanno in televisione” o “sui giornali. E soprattutto lascia sconcertati il fatto che nessuno dell’opposizione abbia la lucidità per affermare alcune elementari verità.    Innanzitutto la presunzione di “innocenza” è un sacrosanto principio che però riguarda i rapporti tra cittadino e potere giudiziario, non quelli fra politica e informazione. Non risulta da nessuna parte che la stampa o la televisione possano infliggere sanzioni, intese nel senso voluto dal legislatore costituzionale e dai trattati sottoscritti in applicazione della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, riservate all’Autorità giudiziaria.      In secondo e decisivo luogo, la difesa della cd privacy non c’entra nulla con la glasnost politica. O mi sbaglio? Cari amici delle varie opposizioni, se non fate capire ai cittadini che queste della presunzione di innocenza, dei processi mediatici e della difesa della privacy sono balle spaziali, non avrete nulla da dire quando vi piomberà tra capo e collo la legge sul divieto di pubblicazione delle intercettazioni e altre porcherie analoghe. Perché quello che è in ballo e la libertà di stampa e il controllo sugli atti del potere.

di Oreste Flamminii Minuto – IFQ

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