Patteggiano il giornalista di Panorama e il finanziere che spiavano gli avversari di B.

Di sicuro non troverete queste informazioni sui Tg e nemmeno sui giornali, i siti e i blog che si professano liberali e garantisti, meglio attaccare Travaglio per una diffamazione caduta in prescrizione che parlare di una condanna patteggiata dal cronista di Panorama.

Incastrato da Serpico. Che non è lo sbirro alternativo interpretato da Al Pacino, ma il Servizio per le informazioni sul contribuente. In sostanza un’enorme banca dati capace di svelare in pochi secondi redditi, case, barche, bollete, anche domestiche, di ciscun cittadino italiano.

C’È, PERÒ, un particolare: Ser.Pi. Co. è in dotazione alla Guardia di Finanza. Non è uno strumento pubblico e chi se ne serve, senza averne i requisiti, o chi, pur avendoli, lo utilizza per scopi illeciti incappa nell’accusa di accesso abusivo di dati informatici. Reato nel quale è inciampato il giornalista di Panorama Giacomo Amadori. La notizia è uscita il 18 ottobre 2010. Il primo marzo scorso, a sei mesi di distanza, il cronista del   settimanale della Mondadori ha patteggiato un anno di pena davanti al tribunale di Brescia. Per lui i magistrati hanno chiesto il rito immediato. Ma c’è voluta un’unica udienza per mandare in archivio l’inchiesta che a breve diventerà definitiva. Amadori, infatti, dopo aver messo il sigillo del “no   comment” agli interrogatori, ha deciso di chiudere la vicenda alla svelta, ammettendo, indirettamente, di aver partecipato al concorso del reato. Questa, infatti, l’accusa che il pm di Milano Elio Ramondini gli ha recapitato sotto forma di avviso di garanzia. E ora? Archiviata la partita penale, si apre quella professionale. E qui la prospettiva per Amadori non è certo rosea. Il consiglio regionale lombardo dell’Ordine dei giornalisti si riunirà a fine mese per discutere del caso e delle sanzioni che possono andare da tre mesi di sospensione fino alla radiazione.

AMADORI, POI, non è stato il solo a patteggiare la pena. Come lui ha fatto anche Fabio Diani, il finanziere in servizio al Comando provinciale di Pavia finito in carcere a metà ottobre. E in effetti, l’intera inchiesta nasce da lui. O meglio da un sospetto di un colonnello   sugli accessi al sistema. A guardarli, scritti nero su bianco, gli sembrano troppi. E poi ci sono quei nomi sui quali non è aperto alcun fascicolo. La lista è lunghisisma. C’è Antonio Di Pietro, Susanna Agnelli, l’intera famiglia Elkann. E ancora: la famiglia di Beppe Grillo, quella di Patrizia D’ Addario. Dal listone saltano   fuori anche Marco Travaglio e il giudice Raimondo Mesiano, quello dei calzini turchesi inquadrati dalle telecamere di Mattino Cinque, il programma Mediaset condotto dal giornalista Claudio Brachino. E che Mesiano sia anche il giudice del cosidetto lodo Mondadori, in cui la Finivest è stata condannata a risarcire la Cir di De Benedetti con quasi 750 milioni di euro, non sembra un particolare di poco   conto.    La presenza di un magistrato è poi decisiva per spostare l’intero fascicolo al tribunale Brescia. Qui, dopo essere passato per Pavia e Milano, approda ormai in fase di chiusura indagine. Quello che manca è solo la decisione del gip sulla richiesta di rito immediato. Che arriverà.

FIN DA SUBITO il quadro che gli investigatori si trovano davanti risulta chiarissimo. Tanto che nemmno hanno la necessità di chiedere l’avvio delle intercettazioni. Bastano i tabulati telefonici. Sono loro, infatti, a squadernare il carteggio segreto tra Diani e Amadori. Dai documenti così emerge il metodo adottato dai due: prima un contatto tra il militare e il giornalista, pochi minuti dopo Ser.Pi.Co viene interpellato, qualche clic e subito il telefono di Diani aggancia la cella di un telefono intestato alla Mondadori. Per avere la conferma basterà compulsare qualche altro tabulato dal quale emerge il nome di Amadori.      In totale gli accessi saranno 1.340. Quasi tutti con Ser.Pi.Co, solo un paio allo Sdi, ovvero la centrale elettronica che le forze dell’ordine consultano per avere i precedenti penali di un cittadino. E poi ci sono quei nomi indagati a grappoli. Sì, perché Diani non controllava una persona singola ma il suo intero entourage familiare. Dopodiché la prova del nove della vicenda, in parte arriva durante l’interrogatorio del finanziere. Qui il militare mostra le mail inviate ad Amadori. In alcuni casi risultano corredate da commenti. L’altra metà della pistola fumante, infine, gli investigatori la trovano in edicola e in almeno dodici articoli di Panorama messi in piedi anche grazie alle informazioni trafugate da Ser.Pi.Co.

di Davide Milosa – IFQ

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