Comunicazione e potere

Avevo diciotto anni. La mia ansia di libertà urtava contro i muri che il dittatore aveva eretto intorno alla vita. La mia vita e quella di chiunque altro. Scrissi un articolo per il giornale della facoltà di legge, e il giornale fu chiuso. Recitati nel Caligola di Camus, e il nostro gruppo teatrale fu incriminato per incoraggiamento  dell’omosessualità. Quando mi sintonizzavo sulla BBC per cambiare musica, non sentivo assolutamente nulla al di là del crepitio delle interferenze radio. Quando volevo legere Freud, dovevo raggiungere l’unica biblioteca di Barcellona che avesse accesso alla sua opera e riempire un modulo che spiegava il motivo della mia richiesta. Quanto a Marx o Sartre o Bakunin, nemmeno a pensarci – a meno che non fossi disposto a prendere l’autobus fino a Tolosa e nascondere i libri alla frontiera, correndo rischi impensabili, se mi avessero beccato a contrabbandare propaganda sovversiva. E così decisi di affrontare questo soffocante, demente regime franchista ed entrati a far parte  della resistenza clandestina. A quel tempo la resistenza dell’Università di Barcellona contava qualche decina appena di studenti, dato che la repressione poliziesca aveva decimato la vecchia opposizione democratica, e la nuova generazione nata dopo la guerra civile stava appena entrando nell’età adulta- Eppure, la profondità della nostra rivolta, e la promessa della nostra speranza, ci dava la forze di ingaggiare una lotta assolutamente impari.

Ed eccomi lì, nell’oscurità di una sala cinematografica in un quartiere operaio, pronto a risvegliare la coscienza delle masse sfondando i cordoni della comunicazione ufficiale dietro i quali erano relegati – o almeno così pensavo. Avevo un mazzo di volantini in mano. Erano quasi illeggibili, stampati com’erano con un rudimentale ciclostile a mano impregnato di inchiostro violaceo, l’unico mezzo di comunicazione di cui disponessimo in un paese soffocato dalla censura. (Mio zio, un colonnello dell’esercito, aveva un comodo lavoro di censore, in cui leggeva ogni libro possibile – era lui stesso scrittore – e inoltre vedeva in anteprima tutti i film sexy per decidere che cosa tagliare per il pubblico e che cosa tenere per sé e i colleghi nella chiesa e nell’esercito). Così decisi di rimediare al collaborazionismo della mia famiglia con le forze delle tenebre distribuendo qualche foglio ai lavoratori, per denunciare le loro condizioni di vita (come se non le conoscessero già), e chiamarli all’azione contro la dittatura, senza perdere di vista il rovesciamento futuro del capitalismo, radice di ogni male. L’idea era quella di lasciare i volantini sulle poltrone vuote del cinema, così che alla fine dello spettacolo, all’accensione delle luci, gli spettatori raccogliessero il messaggio – un audace messaggio della resistenza per infonder loro speranza e impegno nella lotta per la democrazia.

Quella sera mi feci sette cinema, spostandomi, per non farmi individuare, ogni volta in una zona diversa  in un quartiere operaio differente. Per quanto ingenua fosse la strategia di comunicazione, non era un gioco da ragazzi, perché essere scoperti significava farmi massacrare di botte dalla polizia e con ogni probabilità finire dentro, cosa che era successa a diversi miei amici. Ma, ovviamente, la prodezza delle nostre azioni ci eccitava e dava alla testa, sperando al tempo stesso di evitare calci in testa. Quando l’azione rivoluzionaria del giorno era finita (uno di quei tanto giorni prima di finire in esilio a Parigi, due anni dopo), chiamai la mia ragazza, fiero di me, sentendo che le parole che avevo trasmesso potevano cambiare un po’ le menti, che avrebbero finito per cambiare il mondo. All’epoca erano tante le cose che non sapevo. Non che oggi ne sappia molte di più. Ma allora ancora non sapevo che il messaggio è efficace solo se il ricevitore è pronto ad accoglierlo (e la maggioranza non lo era) e se il latore è identificabile e affidabile. E il Fronte Operaio di Catalogna (al 95 per cento composta s studenti) non era un brand politico serio quanto i comunisti, i socialisti, i nazionalisti catalani, o quello di ogni altro partito consolidato, proprio perché volavamo essere diversi – eravamo in cerca di un’identità in quanto generazione del dopo guerra civile.

Così, dubito che il effettivo contributo alla democrazia spagnola fu pari alle mie aspettative di allora. Eppure, il cambiamento sociale e politico si è sempre realizzato, dappertutto e in tutti i tempi, a partire da una miriade di azioni gratuite, a volte così inutilmente eroiche ( la mio certamente non lo era) da essere sproporzionate rispetto alla loro efficacia: le gocce di una pioggia ininterrotta di lotte e sacrifici che alla fine inondano i bastioni dell’oppressione, se e quando i muri dell’incomunicabilità tra solitudini parallele comincianoa creparsi, e il pubblico diventa “We the people”.

Dopotutto, per ingenue che fossero le mie aspirazioni rivoluzionarie, avevo la ragione dalla mia parte. Perché il regime avrebbe chiuso ogni canale di comunicazione al di fuori del suo controllo se la censura non fosse stata l’essenza della perpetuazione del suo potere?

Perché i Ministeri dell’istruzione, allora come adesso, continuano a commissionare manuali di storia e, in alcune paesi, decidono persino quali  dei (solo quelli autentici) si debbano omaggiare nell’aula scolastica? Perché gli studenti dovettero lottare per la libertà di parola; i sindacati per il diritto a diffondere informazioni sul lavoro in azienda (allora sulla bacheca, oggi sul sito web); le donne per creare librerie delle donne; le nazioni sottomesse per comunicare nella propria lingua; i dissidenti sovietici per distribuire la letteratura dei samizdat; perché gli afroamericani negli Usa e i popoli colonizzati in tutto il mondo hanno dovuto lottare perché gli fosse concesso di leggere? Quello che sentivo allora, e che penso adesso, è che il potere è basato sul controllo della comunicazione e dell’informazione, sia che si tratti del macropotere dello stato e delle corporation dei media, o del micropotere di organizzazioni di ogni sorta. E così, la mia lotta per la comunicazione libera, nel blog d’inchiostro viola dell’epoca, era davvero un atto di sfida, e i fascisti, dal loro punto di vista, avevano ragione a cercare di prenderci e rinchiuderci, così da bloccare i canali che collegavano le menti individuali e la mente pubblica. Il potere è più che comunicazione, e la comunicazione eccede il potere. Ma il potere si fonda sul controllo della comunicazione, come il contropotere dipende dall’infrangere quel controllo. E la comunicazione di massa, la comunicazione che potenzialmente raggiunge l’intera società, è modellata e governata da relazioni di potere, radicate nel business dei media e nella politica dello stato.

Il potere della comunicazione sta al cuore della struttura e della dinamica della società.

di Manuel Castells – “Apertura”

Comunicazione e potere – Ed. Egea/Ube  – 2009 Milano

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