Carfagna & Co, il flop delle Pari opportunità

Aveva promesso le “coccole”, è finita a occuparsi solo delle botte. Mara Carfagna, titolare delle Pari opportunità, ha riempito il ministero di comunicati e leggi contro lo stalking, la violenza sessuale e le mutilazioni genitali. Nulla di male, ha scelto di buttarsi a capofitto sul corpo delle donne. Ma alla testa ha preferito non pensarci. Non è un caso che due giorni fa, per non farsi cogliere impreparati dall’8 marzo, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi abbia firmato un’intesa con le parti sociali “a sostegno delle politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro”. Perchè finora degli “asili nido a tappeto” e delle “baby sitter di condominio” annunciate dal ministro Carfagna non c’è traccia, nonostante i “40 miliardi di euro” che rivendica di aver trasferito agli enti locali, senza   spiegare da dove siano stati tolti. Degli “incentivi a chi assume donne” e delle “modifiche ai congedi parentali” neanche. Di facilitare l’ingresso delle donne in politica nemmeno, perchè lei non è “il ministro delle scorciatoie”. Le quote rosa la fanno “rabbrividire”. E forse   ha pensato bene di non infilarsi sui terreni spinosi che avevano funestato le carriere di chi è venuto prima di lei. Stefania Prestigiacomo per esempio. Di lei si ricordano soprattutto le lacrime, il giorno in cui la sua maggioranza bocciò la sua legge sulle quote rosa. Per Berlusconi si trattò di “legittima difesa” dei maschi, anche se “a noi – precisava – le signore, soprattutto quelle belle, in Parlamento ci piacciono molto”. Lei non si arrese, fino al giorno in cui lo stesso premier le spiegò qual era l’antifona: “Cara Stefania non   ci puoi chiedere cose impossibili. Non fare la bambina”.    Non andò meglio a chi arrivò dopo di lei. Appena nominata ministro nel governo Prodi, Barbara Pollastrini disse: “Non sosterrò alcuna riforma elettorale o istituzionale che non contenga il rispetto dell’articolo 51 della Costituzione”. È quello che, nella nostra Carta prevede parità di accesso alle cariche elettive. Peccato per la Pollastrini che la legge elettorale, il governo Prodi, non fece nemmeno in tempo a pensarla. Chi ha lavorato con le prime tre   ministre Anna Finocchiaro, Laura Balbo e Katia Belillo, che si sono occupate di Pari opportunità dal ’96 al 2001, ricorda il lavoro di programmazione (il ministero esiste proprio dal ’96), la ricerca e la distribuzione dei fondi europei, la creazione di tutti quei parametri di impatto di genere che ancora oggi vengono utilizzati nella valutazione degli interventi legislativi. E, se non altro, sono riuscite a far approvare la legge 53 del 2000, la prima che regolamenta congedi e tempi di lavoro. Non sa ancora se porterà a casa il risultato   , invece, Lella Golfo, parlamentare Pdl che ieri ha visto l’ennesimo stop della norma sulle quote rosa nei consigli di amministrazione delle società quotate in Borsa, firmata insieme alla collega del Pd Alessia Mosca. Il voto in commissione Finanze è stato rimandato a questa mattina, ma, viste le reticenze del governo – allertato da una lettera di Confindustria, Abi e Ania – non è detto che oggi sia la volta buona. Nemmeno su questa vicenda, la posizione del ministro Carfagna si può dire incisiva. Non lo fu nemmeno per la detassazione degli straordinari (le donne di solito ne fanno meno, visto che lavorano anche a casa), per le limitazioni all’uso del part-time nelle pubbliche amministrazioni e soprattutto per il ripristino delle dimissioni in bianco, varato   dal governo Berlusconi appena eletto: quel foglio bianco, senza data, che il datore di lavoro può far firmare anche al momento dell’assunzione fa precipitare il desiderio di maternità a qualsiasi lavoratrice al mondo. Eppure anche qui, Mara Carfagna non ha detto una parola. Forse avrebbe potuto aiutarla ad accorgersi delle pallottole puntate contro le donne italiane la Consigliera nazionale di Parità, istituzione creata apposta, nel 2006, per controllare l’attuazione dei principi di uguaglianza di opportunità nel mondo del lavoro. Peccato che dal 2008, a ricoprire quel ruolo ci sia Alessandra Servidori, consigliera del ministro Sacconi. Quello che le leggi sul lavoro le fa. Prima di lei,   c’era l’avvocato Fausta Guarriello: fu rimossa in fretta e furia dopo aver espresso la sua contrarietà proprio a quella norma sulle dimissioni in bianco. Quella della   Consigliera di parità dovrebbe essere un ruolo indipendente, eppure sia il Tar che il Consiglio di Stato hanno detto che il ministro ha diritto a scegliere una persona con cui ha un rapporto “fiduciario”. La Guarriello se n’è fatta una ragione, ma ancora oggi si stupisce che norme come quella possano passare nel silenzio generale. Come sul caso Alitalia, con le hostess riassunte a condizioni orarie e contrattuali devastanti per le donne. O come sulla riforma Gelmini: “Gli accorpamenti delle classi, gli orari ridotti… Le donne che lavorano dove li mettono i figli?” Mara ieri era chiusa in un rifugio segreto per donne sfuggite alla tratta. Chissà se l’ha sentita.

di Paola Zanca – IFQ

In prima fila. Il ministro Mara Carfagna e Rosy Bindi ieri al Quirinale (FOTO ANSA) 

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