Aria nuova: un 91enne alla Siae

Per l’ennesima volta la Siae, un vecchio terreno di pascolo della politica, è stata commissariata. Questa volta, per risolvere le sue contraddizioni, è stato scelto Gianluigi Rondi, un arzillo gentleman di novant’anni, scortato da due vice, il professor Mario Stella Richter e l’avvocato Domenico Luca Scordino, che dovranno fare il lavoro tecnico cioè il lavoro “sporco” di cambiare lo statuto come vuole una parte degli editori che ha prodotto la crisi, senza schiacciare troppo, però, gli autori già mortificati dal vecchio regolamento. Ma è onesto dire che l’autorità garante, cioè la Presidenza del Consiglio (Gianni Letta) e il ministero dei Beni culturali (il buon Bondi, con la consulenza della dott.sa Maria Concetta Cassata, responsabile del diritto d’autore), nell’occasione   è stata tirata per i capelli, forzata all’intervento.

QUESTA VOLTA , infatti, a rendere ingovernabile la situazione, dopo sette anni di faticosa navigazione sotto le sofferte presidenze di Franco Migliacci e dell’avvocato Giorgio Assumma, è stato un gruppo di editori, in larga parte rappresentanti delle multinazionali della musica popolare, insoddisfatto di uno stato che pure li favoriva già esageratamente rispetto agli autori. Il gruppo dei contestatori, forti di 17 presenze nell’Assemblea di 64 componenti, ha fatto mancare in ben tre Assemblee dei rappresentanti dei soci la maggioranza qualificata, disertando la riunione. Ora, in questa Italia grottesca, non è bizzarro che questa situazione prepotente si sia potuta verificare per una “dimenticanza” di Mauro Masi. L’attuale direttore generale della Rai, infatti, commissario   in carica alla Siae prima che la società, nel 2004, tornasse alle elezioni e a una rappresentanza normale (con i contrappesi adeguati fra le varie anime dell’azienda) si era dimenticato, quando aveva messo mano allo statuto, di inserire, come avviene in qualunque regolamento di condominio, l’impossibilità, per una minoranza, di bloccare la vita di una comunità e quindi di sancire che dalla seconda votazione per i componenti l’assemblea valeva la maggioranza semplice.    Così la Siae, un’altra sua recente creatura (dove, dicono, tornerà) ha visto in questo caso mortificare, ancora una volta, i diritti dei più. Una situazione così illogica che ha consigliato, all’inizio dell’anno, perfino all’autorità vigilante di chiedere al maestro Lorenzo Ferrero (facente funzione di presidente della Siae, dopo il ritiro, a novembre, dell’esausto avvocato Assumma   ) di provare a convocare la terza assemblea, che però anch’essa, il 31 gennaio, non è riuscita a riunire, come detto, il numero legale. Perché la Siae è un ente pubblico economico a base associativa, una strana, ricca e complessa creatura, privata ma anche   pubblica, sempre ambita nel tempo dalla politica che però, nello sconquassato panorama dell’Italia di oggi, era meglio, attualmente, per il governo, non toccare, per non rischiare un altro casus belli.    E così Gianni Letta ha dovuto intervenire non tanto perché i “contestatori” in autunno erano andati, poco correttamente, a trovarlo per cercare, allora senza riuscirci, di sensibilizzarlo alle loro tesi, quanto perché, per la “dimenticanza” di Masi, l’Assemblea continuava ad inanellare riunioni inutili perché prive del numero legale. Un ostruzionismo discutibile che, di fatto, ha bloccato la vita stessa della società visto che l’assemblea   non aveva mai approvato il bilancio preventivo, né di conseguenza il piano strategico 2010-2013. Ora non è che la gestione della società fosse esente da critiche, ma era per lo meno bizzarro che Gaetano Blandini, direttore generale catapultato alla Siae l’anno scorso dalla Direzione cinema del ministero Beni culturali, abbia cominciato a mettere in atto una strategia che prevedeva solo tagli senza credibili investimenti, tipico delle strutture senza progetti e senza futuro. Una strategia ingiustificata, oltretutto, mai spiegata, né discussa e approvata dall’assemblea, l’organo rappresentativo dei soci Siae, sovrano nell’indirizzo di un’azienda dove i soldi li procurano proprio i soci, privati in questo caso del diritto di esprimersi.

FU PROPRIO per evitare colpi di mano non spiegati ai soci (un vecchio vizio delle varie gestioni Siae) che nel 2004, per esempio, un collega lungimirante, Diego Cugia, allora nel cda della società, si fece promotore della trasformazione del bollettino dell’azienda in una rivista culturale, Vivaverdi, che aggiornasse tutti gli iscritti sull’evoluzione estetica e tecnologica del diritto d’autore nel mondo, oltre ad effettuare un recupero della storia dei protagonisti e dei movimenti artistici che hanno segnato il nostro paese negli ultimi cento anni.    Per l’occasione fu creato un Comitato editoriale, di cui faccio parte che, rappresentando tutte le anime della Siae, fosse una sorta di contrappeso libero e democratico garante delle idee dei soci che non partecipavano direttamente alla vita politica dell’azienda.      Il tutto con un costo pressoché uguale al vecchio bollettino, visto che la spesa più grande di Vivaverdi è rappresentata ancora dalla spedizione postale a centomila iscritti. Eppure proprio la rivista di una società come la Siae, che dovrebbe divulgare la cultura   , e invece è carente di comunicazione, è stata la prima a essere ridimensionata dai tagli. Ma ridurre il formato e la diffusione da bimestrale a trimestrale, contraendo del 30% le spese (più di qualunque altro settore della Società) non è bastato. L’impossibilità dell’assemblea di confermare il comitato editoriale a causa del boicottaggio messo in atto da una minoranza, ha convinto così il direttore generale ha sopprimere di fatto, ancora prima che arrivasse il commissario, il comitato stesso, rimpiazzandolo “con alcuni dipendenti o professionisti contrattualizzati”, come ha scritto egli stesso in una nota ai soci.      Una decisione che se ne infischia del fatto che il comitato editoriale aveva anche un ruolo di democratico contrappeso interno. Hanno vinto le oligarchie della società, insofferenti spesso alle critiche di Vivaverdi, e le lobby esterne, convinte che le uniche esigenze da soddisfare fossero le loro, anche contro ogni logica di democrazia.

QUANDO , all’inizio dell’anno, il direttore di Vivaverdi, Sapo Matteucci (su indicazione non si sa di chi) ha deciso di togliere in tipografia la rubrica che, come gli altri componenti del comitato editoriale, avevo scritto e che, in questa occasione, era molto critica su alcuni settori dell’azienda, si è sfiorata la comicità, perché il direttore della rivista censurava lo scritto di un componente proprio del comitato editoriale che aveva come compito quello di dettargli la linea della rivista.    È legittimo il dubbio che chi   sta tentando il colpo di mano alla Siae non ha una chiara concezione della democrazia e vorrebbe modificare l’azienda e lo statuto (in particolare la parte riguardante il meccanismo elettorale) secondo i propri interessi.    E questo per evitare di patire la terza sconfitta in otto anni, alle elezioni che avrebbero dovuto svolgersi a giugno.

di Gianni MInà – IFQ

Il novantunenne Gianluigi Rondi, nuovo presidente della SIAE

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One Comment to “Aria nuova: un 91enne alla Siae”

  1. Mi sembra coerente. La SIAE è un organismo interamente da rifondare.

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