Trattativa? Niente sacciu

I “non ricordo” e le omertà: in commissione Antimafia sfilano i protagonisti istituzionali, di centrosinistra, di una stagione ancora tutta da chiarire.

SE ESISTE ANCORA qualche dubbio che l’arresto di Riina, con la sorprendente amnesia della perquisizione della villa di via Bernini, fosse un “affare di Stato” (per cui il pm Ingroia chiese l’applicazione della “ragion di Stato”) a cancellare ogni perplessità ci ha pensato il ministro dell’Interno dell’epoca, Nicola Mancino, protagonista, il 17 febbraio scorso nell’aula bunker di Santa Verdiana, a Firenze, di questo spettacolare scambio di battute, che sembra uscito dalla penna di Ionesco:    MANCINO – Ma io ho saputo dell’arresto di Riina da una telefonata del capo dello Stato dell’epoca, che si congratulava con me…    AVV. D’IPPOLITO – Sì… per una cosa che lei non sapeva.    PRESIDENTE – E il ministro dell’Interno non ne sapeva nulla.    MANCINO – E anche il presidente del Consiglio (Ciampi, ndr) non ne sapeva niente.    PRESIDENTE – È formidabile.    È davvero formidabile lo spettacolo messo in scena, tra l’aula bunker di Firenze e palazzo San Macuto, sede della Commissione Antimafia, dagli uomini delle istituzioni sotto l’attacco mafioso nel biennio ‘92-‘93. Nessuno ricorda trattative in atto, ma Conso revocò 140 provvedimenti   di 41 bis “in solitudine”’ per fermare le stragi: sapeva (quando non lo sapeva nessuno) che in Cosa Nostra si scontravano due anime, e una era disponibile a fermare l’orrore. Due anime presenti anche dentro le istituzioni, una ultragarantista, l’altra decisionista, che si   ignorarono reciprocamente, non vennero mai a contatto, e in assoluta anarchia proseguirono ciascuno per la propria strada. Oggi Mancino non ricorda nulla e persino Martelli ironizza sulla sua memoria, e tutti scaricano il peso di quel dialogo a distanza sulle spalle di due ufficiali dei carabinieri oggi sotto processo. Il 41 bis? Indispensabile, a parole, ma i documenti emersi dalla polvere degli archivi raccontano una storia diversa che magistrati e commissari stanno faticosamente cercando di portare a galla. Tra atti compiuti e atti mancati, sottovalutazioni e scaricabarile, memorie scomparse e ad orologeria, i responsabili istituzionali del tempo raccontano l’azione antimafia di quegli anni offrendo la doppia immagine di un bastone agitato in volto ai mafiosi con il 41 bis e di una carota offerta dietro le quinte di uno Stato che, nei loro racconti, appare davvero in ginocchio, come lo ha descritto il generale Mori nel processo a suo carico a Palermo. Rigori e concessioni che sfumano in un alone indistinto dove le responsabilità faticano ad emergere per i tanti “non so”, “non ricordo” e “che ci posso fare”. Mentre, a distanza di poco più di un mese dal botto di Capaci, legioni di senatori e deputati siciliani, preoccupati della rottura di equilibri consolidati nell’isola, chiedevano al ministro della Giustizia Martelli di attenuare “il pugno di ferro” contro Cosa Nostra perchè “sempre in guerra non ci possiamo stare”. I nomi? Martelli ne ha fatto uno, ai pm di Caltanissetta   : l’ex deputato Guido Lo Porto, (An), già presidente dell’assemblea regionale siciliana, l’uomo che mediò la singolare candidatura di Paolo Borsellino al Quirinale, poi votato, contro la sua volontà, da 47 deputati di Fini, qualche giorno prima della strage di Capaci. Acuta capacità premonitrice della formazione di Gianfranco Fini, che, dopo l’assassinio di Salvo Lima, aveva individuato simbolicamente un candidato antimafia alla massima carica dello Stato. Del resto i segnali non erano mancati.

LE STRAGI    ANNUNCIATE    Tutto comincia nel febbraio del ‘92, quando il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti apprende dall’informatore Elio Ciolini ciò che sarebbe successo in Italia in quella primavera-estate. Scotti lancia l’allarme con una circolare alle prefetture denunciando l’arrivo di una stagione eversiva, ma nessuno lo prende sul serio. Oggi Martelli fa mea culpa. “Era difficile prendere sul serio Ciolini”, dice l’exministro. “ConAndreotti, forse sbagliando, considerammo quella fonte unapatacca. Scotti lanciò un allarme,sicuramente motivato dai servizi, in rapporto al rischio di un’offensiva terroristico-mafiosa. Si rumoreggiava, ma ripeto erano rumori più che notizie circostanziate, di qualche interesse internazionale confuso e di una eccessiva vicinanza con la guerra sanguinaria che era ormai scoppiata nella vicina Jugoslavia”. Però non si fece nulla. Così, per la prima volta, a 19 anni dalle stragi, fanno capolino negli atti ufficiali dell’Antimafia, i sospetti di una “manina” internazionale nelle vicende stragiste della stagione ‘92-‘93. Sospetti mai creduti. Eppure quell’allarme inascoltato dell’informatore   ,accusato e poi  assolto per la strage di Bologna, si dimostrò terribilmente esatto, anche nei tempi dell’esecuzione: marzo-luglio ‘92. Con l’esplosione di Capaci, dice oggi Martelli, “fu messa in atto una strategia terroristica e stragista, un salto qualitativo negativo mai compiuto prima da Cosa nostra, con un attentato di stile colombiano più che siciliano”. Una strategia che spaventa il paese al punto da aprire uno scontro interno ai ministeri e all’amministrazione penitenziaria sulla linea – morbida o dura – da adottare con i boss detenuti per scongiurare ulteriori attacchi. Scotti, considerato un “falco”, viene silurato. Al suo postoarrivaMancino,che–secondoilcapodella polizia Vincenzo Parisi – l’anno dopo si adopererà per la revoca del 41 bis nei penitenziari di Secondigliano e Poggioreale. Mancino nega. Parisi è morto e non può confermare. La storia incompleta, monca, a tratti incomprensibile, che oggi arriva all’Antimafia, è comunque la prima rilettura critica degli errori e delle sottovalutazioni della classe politica del tempo incapace di fronteggiare l’offensiva mafiosa, sullo sfondo di una trattativa – mai ammessa ufficialmente – tra lo Stato e Cosa nostra.

NEGAZIONISMO    DI STATO    Neppure Martelli si sottrae al negazionismo collettivo. “Non ebbi assolutamente sentore di trattativa”, dice. E, parlando di Mori e De Donno, precisa: “Ebbi la sensazione che si trattasse di due ufficiali che intendevano coltivare le loro relazioni e, magari, fare il colpo e arrivare attraverso Ciancimino a saperne di più di Totò Riina e del suo nascondiglio. Non si può dimenticare – chiosa Martelli – che si arrivò, il 15 gennaio del 1993, all’arresto di Riina anche con il Ros”. Ma se davvero i due ufficiali dell’Arma abbiano ottenuto la “benedizione” dei titolari dell’Interno e della Difesa, Mancino (subentrato a Scotti) e Rognoni, Martelli non riesce a chiarirlo. “Quando Liliana Ferraro – dice – ricevette la richiesta del capitano De Donno di una copertura politica e di un appoggio per poter coltivare questa relazione con Vito Ciancimino, disse che non credeva che il ministro gli avrebbe dato ascolto e che, su questo punto, comunque, avrebbe riferito. Io non solo non le diedi ascolto, ma mi irritai profondamente, perchè ritenevo il comportamento di De Donno, che diceva di parlare anche a nome di Mori, un vero e proprio abuso di potere”. Martelli conferma, però, di aver parlato con Mancino delle richieste di “copertura” di De Donno, anche se l’attuale vicepresidente del Csm nega categoricamente. Il commento di Martelli è lapidario: “Capisco che Mancino, messo in una situazione difficile da accusero venti e incontrollate, sia portato a dire no   su tutto, ma in questa circostanza non gli ho rivelato qualcosa sulla trattativa, di cui non sapevo nulla. Gli ho rivelato che due ufficiali dei carabinieri, secondo me, si comportavano in modo arbitrario. Potrebbe ricordare tranquillamente, non cambia nulla. Però se non ricorda, non ricorda. Che dobbiamo farci? Io non posso farci nulla”.

UN MODUS    VIVENDI    Sul tentativo di farlo fuori da via Arenula, e sulla nomina di Mancino, chiamato a sorpresa al Viminale da Giuliano Amato, per sostituire   l’uscente Scotti, Martelli ha una sua teoria, mai prima d’ora resa pubblica: “Io e Scotti cercammo di reagire rendendo ancora più forti i gesti di lotta alla criminalità organizzata. (…) Ma credo ci fosse il bisogno da parte della politica siciliana di riprendere   fiato. Deputati, senatori, venivano da me e mi dicevano:bastanonsenepuòpiù,èunclimadi guerra continuo. Un po’ come quando si è in guerra da troppo tempo e si è stanchi, allora nasce col nemico una sorta di tacito accordo: i ritmi si rallentano e la pressione cala. Forse si sentiva il bisogno di questo, ma io non volevo mollare”. Quando successe “la cosa di Scotti – prosegue Martelli – qualche dubbio lo ebbi, perchè la simultaneità colpiva: si dovevano togliere quel ministro della Giustizia e quel ministro degli Interni. Scotti accettò di fare il ministro degli Esteri, anche se poi si dovette dimettere per incompatibilità. L’idea che si fossero turbati troppi equilibri (io per un verso, Scotti – lui stesso me lo disse – per un altro), con lo scioglimento sulla base dei suoi decreti di tanti consigli comunali in odor di mafia, e che avessimo turbato un modus vivendi, soprattutto siciliano, meridionale (forse anche di altre parti d’Italia), di convivenza con la mafia, mi venne”. Scotti, dunque, cacciato dal Viminale per la sua intransigenza con Cosa nostra? Considerato che la cosa avviene all’indomani della strage di Capaci, non sarebbe roba da poco. Martelli, però, chiosa pragmatico: “Ma scusate, l’Italia e gli uomini delle istituzioni non hanno convissuto con la mafia dallo sbarco degli alleati, quindi dal 1943, al 1992?’’. Sta dunque   teorizzando proprio l’evidente atteggiamento “trattativista” di un pezzo del Paese, pur negando di aver mai visto la trattativa.

LA COMMEDIA    E GLI SCARICABARILE    Nonostante l’aperta ostilità di Craxi, in quel ‘92, Martelli resta in sella al dicastero della Giustizia. Ma, pur essendo risoluto a punire gli assassini mafiosi del suo amico Falcone, il ministro non si accorge che sotto i suoi occhi lo Stato ha aperto un dialogo con i capi di Cosa nostra. Ancora oggi, lo ribadisce: “Continuo a pensarla così. Naturalmente, se dalle indagini arrivassero delle prove, serie, in ordine al fatto che vi è stata una vera e propria triangolazione con scambio di documenti e richieste, come il papello pubblicato anche dai giornali, dovrei dire che io, all’epoca, non lo capii”. E quando Beppe Lumia, del Pd, gli chiede se non ritiene grave “il fatto che la politica non capì la portata della sfida di Cosa nostra”, Martelli svicola e scarica la responsabilità sui carabinieri: “Se lei sostiene che c’era una trattativa, che vedeva impegnati due ufficiali e dall’altra parte, Cosa nostra, lei afferma che questi due ufficiali erano dei felloni”.    E Mancino? Sulla trattativa è ancora più laconico. “Dalla lettura degli interrogatori dei processi – dice – emerge che ci sono stati incontri. Io ritengo il prefetto Mori un ufficiale dotato di alta capacità investigativa, però non so se gli incontri corrispondono al vero. Ho avuto un solo contatto nella mia vita con Mori e non ci siamo parlati”.

IL PASTICCIACCIO    BRUTTO DEL 41 BIS    Tra reticenze e amnesie, l’Antimafia fatica a mettere insieme i frammenti di una ricostruzione che a tratti assume i toni di una farsa. Anche sulla seconda parte della trattativa, quella giocata sul 41 bis. La scena del fuggi-fuggi generale davanti ai decreti del carcere duro, è sconcertante. All’indomani della strage Borsellino, col Paese in ginocchio, Martelli deve firmare personalmente il decreto che istituisce il carcere duro, e che consente il trasferimento immediato dei mafiosi detenuti a Pianosa e all’Asinara, perchè – lo dice lui stesso – “non si trovava chi firmasse questi trasferimenti dei boss”. Il racconto, se non fosse drammatico, risulterebbe tristemente comico. Ricorda Martelli: “Il direttore del Dap (Nicolò Amato, ndr) non c’era e non era molto d’accordo con questa misura, del resto non aveva mai fatto mistero di ritenere che anche per i mafiosi il regime carcerario dovesse essere ispirato a principi costituzionali di umanità. Lo stesso ragionamento era valido per i direttori delle carceri interessate. Quindi firmai io il provvedimento, anche se era assolutamente inusuale che il ministro firmasse un atto amministrativo di quella portata speciale”. La scelta di imporre il carcere duro, sottolinea Martelli, si rivela fruttuosa: più di mille pentimenti si registrano nei penitenziari nell’arco di un anno e mezzo. Il 41 bis, insomma, funziona. Fino al ‘93. Quando i ripensamenti si fanno più concreti. Per quanto riguarda le mancate   proroghe del carcere duro a 140 boss mafiosi, decise nel novembre di quell’anno, Mancino arriva a smentire persino lo ieratico Conso (da febbraio successore di Martelli alla Giustizia) che, pur sostenendo di aver deciso quella “carezza” a Cosa nostra in totale solitudine, racconta di averne discusso in precedenza con il ministro degli Interni, a margine di una riunione del Consiglio dei ministri. “Escludo – dice oggi Mancino – che Con-so me ne abbia parlato. Ma le pare che un argomento come questo si possa discutere a margine di una riunione del Consiglio dei ministri?”. Mancino, però, viene nuovamente tirato in ballo a proposito della riunione del 12 febbraio ‘93, nella quale l’ex capo del Dap Nicolò Amato fece una relazione al neo-ministro Conso, rilevando che appariva opportuno “rinunciare ai decreti del 41 bis” perchè non vi era “alcuna iniziativa del ministro degli Interni”, che pure avrebbe potuto farne richiesta. Una vicenda che innesca il “giallo” di Parisi. Sulle riserve espresse dal capo della Polizia che, in quella stagione di bombe, avrebbe fatto riferimento alle “pressanti insistenze” del ministro degli Interni per la revoca dei decreti applicativi del 41 bis degli istituti di Poggioreale e Secondigliano, Mancino cade addirittura dalle nuvole: “Io posso dire che Parisi non espresse alcuna riserva (…), io ho interpellato chi all’epoca faceva il capo di gabinetto e il capo della segreteria e ho chiesto: vi risulta che Parisi abbia espresso delle forti riserve sul 41 bis? E tutti e due mi hanno detto che non hanno sentito”.    Anche della successiva decisione di Conso, che il 15 maggio del ‘93 avrebbe omesso di prorogare altri 140 decreti di carcere duro, Mancino non ricorda nulla. E a chi gli chiede se era a conoscenza di quelle decisioni, risponde laconico: “Io non lo   so”. Il più ignaro dei ministri degli Interni riacquisisce un po’ di lucidità solo quando deve fornire spiegazioni sulla conoscenza “ante litteram” di due schieramenti (uno trattativista e uno stragista) all’interno di Cosa nostra, inspiegabile in quell’epoca a meno che, per l’appunto, il ministroinquestionenonfosseunodeiterminalidella mediazione con i mafiosi più inclini al dialogo: “Avevamo un’attrezzatura tale – spiega oggi Mancino – che ci consentiva di distinguere tra Riina e Provenzano”. Ma pur potendo usufruire di una così efficace “attrezzatura” investigativa, ecco che a sorpresa Mancino dichiara di non aver saputo nulla dell’arresto di Riina, se non a cose fatte: “L’ho saputo da una telefonata del capo dello Stato, che si congratulava con me. E anche il presidente del Consiglio non ne sapeva niente”. “Formidabile”, commenta il presidente della corte di assise di Firenze. Eppure al Governo erano informati. Nel luglio precedente, “o forse ai primi di agosto”, Martelli ricorda di aver ricevuto una visita del generale dell’Arma Francesco Delfino che ad un certo punto gli disse di stare tranquillo, perchè “per Natale avrebbe portato Totò Riina, s’intende arrestato. Ha sbagliato di 15 giorni”.

LA NOTTE    DEL BLACK OUT    Si passa al luglio ‘93. Il capo del governo è ora Carlo Azeglio Ciampi. Nei mesi precedenti, l’attentato di via Fauro a Roma e quello di Firenze. La notte del 27 luglio esplodono le bombe a Milano e a Roma. Si teme un colpo di Stato. Mancino parla al telefono con Ciampi, quando le linee improvvisamente ammutoliscono. “Abitavo a pochi passi da Palazzo Chigi – racconta Mancino – ebbi una telefonata con il capo del governo, Ciampi, che poi si interruppe (…). Sono andato a Palazzo Chigi, ho chiamato il capo della Polizia, e ho detto: dobbiamo convocare il Comitato nazionale dell’ordine e della sicurezza, perchè possono essere successe cose sconcertanti. Ciampi mi confidò di aver avuto molta paura”. Mancino ammette la propria preoccupazione “per come questa offensiva veniva rivolta a strutture dello Stato e a opere della Chiesa”. Ma alla domanda se poi, rientrato l’allarme golpe, si fosse indagato su quel black-out, Mancino risponde – ancora una volta – in modo sorprendente: “Non mi prese questa curiosità, perché poi la luce venne di nuovo”. È la commedia italiana della trattativa: adda passa’ a nuttata, “fiat lux e più non dimandare”.

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza – IFQ

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