La fabbrica degli scudi è sempre al lavoro

Il Caimano è “disperato”. Lo dice e qualcuno, nella platea amica dei commercianti milanesi, gli crede pure. È un trucco, certo, anche se stavolta un po’ disperato lo è davvero perché non è poi così sicuro di mettersi in tasca rapidamente quelle due o tre leggi ad personam che i suoi avvocati stanno studiando per proteggerlo dai processi incombenti, Ruby per primo. Il cuore del suo interesse del momento è concentrato a Palazzo Madama, dove i capigruppo Gasparri e Quagliariello presenteranno – forse proprio oggi – una leggina di un paio di articoli a parziale modifica dell’articolo 157 del codice penale (già toccato dalla ex Cirielli) per allungare la prescrizione breve anche agli incensurati. E lui, per il momento, lo è. La proposta è stata volutamente tenuta staccata dal processo breve che viaggerà   per conto suo, perché si teme un intervento di blocco da parte del Quirinale. “Il principio del processo breve è sacrosanto – ha chiosato anche Fini – ma mi scandalizza la norma retroattiva che il governo vuole inserirvi”. Necessaria al premier, ma palesemente incostituzionale e, di conseguenza, indigeribile per Napolitano. L’ha ammesso lo stesso B., buttando la croce addosso all’opposizione “non socialdemocratica, ma ancora piena di vecchi comunisti” che sul processo breve non sa proprio come finirà.

CAPZIOSA , ma efficace come propaganda, la sua spiegazione coram populo: “Siccome ci sono 103 processi avviati contro di me – ha spiegato – la sinistra pensa che faccio le leggi per me e così dice che non si devono fare sennò si fanno per Berlusconi”. Il mondo intero, insomma, congiura contro di lui, anche se aveva sperato “dopo la   diaspora di Fini”, di avere la possibilità “di fare le cose che prima non eravamo mai riusciti a fare perché – ecco il passaggio che insinua il complotto – c’era un patto con la magistratura e l’Associazione nazionale magistrati per cui tutte le cose che non andavano bene ai magistrati venivano stoppate”. Da chi? Da Fini, ovviamente. Reo anche di avergli stoppato, in prima battuta, la legge sulle intercettazioni che tornerà “prestissimo” in aula alla Camera (oggi verrà chiesta la calendarizzazione) perché “in un Paese civile non possono essere usate come prova”. Interrogato sull’argomento, Fini ha replicato lapidario: “È risibile, andiamo oltre”. Precauzionalmente, però, il Caimano gira senza cellulare; ne ha solo uno il suo scudiero Valentino Valentini per parlare con Bonaiuti e Ghedini (che a loro volta ne hanno uno solo per parlare con Berlusconi). Non deve quindi stupire se altri avvocati a Roma s’ingegnano   per raggiungere gli obiettivi d’impunità per via parlamentare.

ECCO ALLORA che Maurizio Paniz, legale neo favorito del presidente del Consiglio, tra oggi e domani consegnerà, probabilmente a Fini, la richiesta di sollevare alla Consulta il conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato per la questione del processo Ruby. Sul quale, giura il leader di Fli, “non ci sarà alcun conflitto tra il mio ruolo politico e quello istituzionale”. Nessun pregiudizio, dice Fini, nemmeno sul ritorno dell’immunità, a patto che per approvarla “serva la maggioranza qualificata dei due terzi” e che non venga confusa con l’impunità. Intanto, anche Luigi Vitali, altro uomo avvezzo ai codici, potrebbe presentare autonomamente un ddl contro le “ingiuste intercettazioni”, da agganciare alla responsabilità civile dei magistrati, contenuta nella riforma   della giustizia che Alfano discuterà mercoledì sera con la consulta del Pdl. Ci sarà anche Roberto Centaro che illustrerà ai colleghi la differenza tra il ddl intercettazioni uscito dal Senato e quello edulcorato dalla commissione Giustizia della Camera. L’idea è quella di tornare al testo originario stralciando le modifiche volute all’epoca dai finiani, ma anche qui il Colle ha mandato segnali tutt’altro che distensivi. In fondo, ha ragione B. a essere un po’ “disperato”.

di Sara Nicoli – IFQ

Gli avvocati-parlamentari Ghedini e Longo (FOTO ANSA) 

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