Lo zio d’Egitto

Contrariamente a quel che pensa lui, il presidente del Consiglio non è intercettabile. Non sapremo dunque mai cos’ha detto l’altro giorno a Gheddafi, quando finalmente l’ha chiamato dopo giorni e giorni di astinenza telefonica motivata col fatto che “non voglio disturbarlo” mentre massacrava il suo popolo (non s’interrompe un’emozione). David Riondino, sul suo blog nel nostro sito, l’ha immaginata così: “Non ti vorrei disturbare/ preferisco non chiamarti/ però continuo a sognarti/ non ti so dimenticare./ Tu rondine d’oltremare/ io gabbiano d’Occidente. Ti penso continuamente./ E tu, mi senti nel vento?/ Anche soltanto un momento/ mentre bombardi la gente?/ Mi pensi, tra vento e mare/ sparando sui funerali?/ Ma non vorrei disturbare/ preferisco non chiamarti)/    mando una stella a cercarti/ sperando ti    raggiunga/ m’insegnasti il bungabunga/    come potrei non amarti?”. Com’è noto, B. dà    il meglio di sé con i capi di Stato e governo esteri, meglio se tiranni. Gheddafi? “Un leader di libertà”. Putin? “Un dono di Dio, democratico e anticomunista” (era solo il capo del Kgb). Il bielorusso Lukashenko? “So che la sua gente lo ama, lo dimostrano i risultati elettorali che sono sotto gli occhi di tutti”. Il kazako Nazarbayev? “Ho visto i sondaggi, hai il 92% di stima e amore del tuo popolo, un consenso che non può non basarsi sui fatti”. Il turkmeno Berdymukhamedov? “Carissimo, firmiamo anche un altro scambio: io le do Bondi e lei mi dà una   sua ministra”. Memorabile la telefonata al venezuelano Chávez, altro noto campione di democrazia: “Ehi Hugo, ti passo una tua connazionale che è qui con me”. Era Aida Yespica, convocata per un vertice diplomatico. Chávez restò interdetto, non avendola mai sentita nominare. B. invece pensava che, siccome il Venezuela è notoriamente piccolo, si conoscano tutti. La scena ricorda quella di Totò e Peppino a Milano in cerca della malafemmina: “E che ci vuole a trovarla? Ci sediamo nella piazza principale e aspettiamo, prima o poi quella passa”. Ma anche Totò e Peppino si sarebbero arresi dinanzi all’ultima conversazione tra B. e Mubarak ricostruita con clamoroso autogol dalle indagini difensive di Ghedini e raccontata dal Corriere. La pochade è degna di un altro classico della commedia all’italiana, Amici miei atto III, quando Celi-Sassaroli presenta agli altri “le mie nipotine da parte di fava”. 19 maggio 2010, Villa Madama, pranzo ufficiale tra il rais egiziano e il nano italiano, col contorno di Frattini, Galan, Bonaiuti, ambasciatori, consiglieri diplomatici, feluche, interpreti, badanti. A fine pasto B., per quanto sobrio, butta lì a Mubarak: “Sai, Hosni, conosco una tua parente molto bella, una certa Ruby…”. Mubarak – riferiscono i testimoni – non capì bene cosa stesse delirando il pover’uomo, non avendo parenti con quel nome. Poi s’illuminò: “Ah forse lei parla della nostra famosa cantante Ruby?” (Rania Hussein Mohammed Tawfik, in arte Ruby, che fra l’altro ha 29 anni). A quel punto B. abbozzò: “Ah,   bè, allora ci informeremo meglio” (pluralis maiestatis per dire che la gaffe non era sua, ma del suo staff). “Ci fu una confusione fra le due Ruby, uno scambio di persona”, ricordano unanimi i presenti alla scena. Figurarsi l’imbarazzo, almeno delle persone normali (dunque non di B., che anche se arrossisce lo fa sotto tre dita di cerone e nessuno se ne accorge). Otto sere dopo, anziché informarsi meglio, B. chiama la Questura spacciando Ruby per nipote di Mubarak allo scopo – ha stabilito la Camera con 315 voti sull’astuta mozione Paniz – di “tutelare il prestigio e le relazioni internazionali dell’Italia, giacché presso la Questura medesima era detenuta, a quanto poteva legittimamente risultargli, la nipote di un capo di Stato estero”. Strano, visto che persino il presunto zio ignorava di avere una nipote di nome Ruby, per giunta marocchina e con famiglia a Letojanni (Messina). Ma il meglio della pochade è il finale: dei due, s’è dimesso Mubarak.

di Marco Travaglio – IFQ

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