S’impicca Carmine, operaio FIAT ucciso dalla cassa integrazione

Martedì sera aveva cenato a casa dei genitori. Poi è rientrato in casa. E s’è impiccato. Nella fabbrica dei motori Fiat da 1.600 centimentri cubici in su, dopo sedici anni di lavoro, non ci metterà più piede. E nessuno, dai piani alti della Fiat fino ai consumatori Chrysler oltreoceano, se ne accorgerà: quella di Carmine Spina di Atripalda, operaio generico alla linea di montaggio, è una tragedia che non fa storia. Eppure è legata a doppio filo con i problemi dell’occupazione. Certo, come spiegano amici e colleghi, soffriva parecchio per la sua condizione di uomo divorziato, rimasto solo e lontano dal suo unico figlio, il 15enne Pietro.

MA LA CASSA integrazione, lo stipendio ridotto a novecento euro, il tempo libero aumentato a dismisura – alla Fabbrica motori automobilistici di Pratola Serra, in provincia di Avellino, si lavora una settimana al mese – hanno fatto il resto: “Il suo gesto senza dubbio sbagliato è il frutto di una drammatica lucidità: ha trovato   il coraggio di interrompere un’esistenza che gli è sembrata senza prospettive”, dice Toni della Pia, segretario provinciale di Rifondazione comunista ad Avellino. Eppure Carmine, di strada, poteva farne ancora: era nato nel luglio del 1971, non aveva ancora 40 anni, negli ultimi tempi aveva provato a lavorare in trasferta a Termoli, aveva frequentato i corsi regionali di formazione. “Una beffa”, dice il suo compagno di fabbrica, Giuseppe Morsa, “visto che la Regione non gli aveva pagato i 1.700 euro che gli doveva”. Non è una questione di soldi. È una questione di protezione sociale per chi, come Carmine, si trova all’improvviso senza un lavoro e con gli alimenti da pagare alla famiglia ormai sfasciata. Ieri i suoi familiari erano alla messa che ne ricordava la scomparsa. È stato suo padre a ritrovarlo, ormai morto, mercoldì mattina. I suoi conservano ancora le poesie che Carmine scriveva nel   tempo libero. E ormai, di tempo libero, ne aveva fin troppo: “Il problema – continua Giuseppe Morsa, rsu della Fma – non è soltanto economico per chi, come noi, si trova in cassa   integrazione: c’è un ambiente poco solidale con chi soffre. Chi è in difficoltà, come Carmine, non viene aiutato.

DA QUANDO siamo in cassa integrazione, e cioè dal febbraio 2008, di tempo per pensare alla propria condizione, Carmine ne aveva tantissimo: viveva solo e lavorava soltanto cinque giorni al mese. Con 900 euro al mese, mantenere la famiglia separata e anche se stesso, era diventato quasi impossibile. Eppure restava una persona solare: era tra i migliori e più motivati rappresentanti sindacali della Fiom all’interno della Fma. Lo conoscevo dal 1995, quando entrò in fabbrica, s’iscrisse alla Fiom nel 2000   ed era un grande lavoratore: pensi che nel 2003 si arrivava anche a 18 notti consecutive alla catena”. “Non ha mai mostrato squilibri”,    conclude Sergio Scarpa, segretario generale Fiom Cgil   Avellino, “il punto è che, in queste condizioni, manca una rete di protezione e non c’è prospettiva. La Fiat non può lasciare i lavoratori senza un futuro chiaro per gli operai: la   Fma è in cassa integrazione sin dal 2005. E gli equilibri economici per la famiglia sono venuti meno: considerate che, già a stipendio pieno, per un operaio era difficile restare in piedi. Adesso, in tutta Europa, con la crisi, i suicidi degli operai e cassintegrati, sono aumentati del 9 per cento”.

di Antonio Massari – IFQ

Carminr, l’operaio morto, insieme a Vladimir Luxuria 

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