I rivoltagabbana

Nei paesi seri il voltagabbana è una figura losca, limacciosa, infida, puteolente. Uno che fa ribrezzo a tutti e dunque anche a se stesso. Striscia contro i muri, cerca il buio, spera di non esser notato e soprattutto di non apparire mai a colori, per nascondere meglio il rosso vergogna. In Italia invece il voltagabbana è un furbo di tre cotte, invidiato o almeno compreso, gode di ampio consenso e ammirazione: incede tronfio e giulivo alla luce del sole, convoca telecamere e conferenze stampa, rilascia interviste, dà lezioni, lancia moniti e appelli. Non avendo una reputazione da difendere, può fare e dire qualunque cosa. Se poi è un rivoltagabbana, di andata e ritorno, si vanta due volte, anzi due svolte. Finora, di quest’ultimo modello superaccessoriato con retromarcia multipla di serie, esisteva un solo prototipo: il Mastella, passato da destra a sinistra a destra. Ma ha presto fatto scuola: i berlusconiani divenuti finiani e tornati berlusconiani sono legione. Martedì scorso, sul volo Torino-Roma delle 11, mi ritrovo accanto Roberto Rosso da Vercelli.   Lo conosco dal 1992 quando, giovane Dc (corrente Andreotti), creò il movimento “Mani Pulite” e con le sue denunce contribuì a far arrestare in blocco la giunta comunale di pentapartito della sua città. Due anni dopo era già in Forza Italia e lì bivaccò, per cinque legislature, fino a qualche mese fa, quando fu folgorato sulla via di Fli. Una crisi di coscienza per motivi ideali, infatti divenne subito coordinatore regionale dei finiani, facendo infuriare la Siliquini e Menardi (anch’essi rientrati a corte). I giornali ipotizzano un suo ritorno all’ovile. Glieli mostro, lui spalanca il sorrisone: “Tutte balle. Verdini mi chiama un giorno sì e l’altro pure, promette posti di governo, ma non ha capito chi è Roberto Rosso”. Poi si addormenta per il resto del volo. Due giorni dopo ripassa con B. Verdini aveva capito benissimo chi è Roberto Rosso. Il quale spiega al Giornale: “Verdini e Santanchè hanno fatto sì che si incuneasse nella mia coscienza l’idea di un ritorno a casa”. Perché “io sono pronipote di san Giovanni Bosco”, fondatore dei salesiani che lui confonde coi berlusconiani. Il santo dev’essergli apparso in sogno per rammentargli “la mia formazione cattolico-liberale” (era andreottiano, ma fa lo stesso) e metterlo in guardia dalla “deriva laicista che sta prendendo possesso del Fli”. Invece i bungabunga ad Arcore sarebbero molto piaciuti, al santo prozio. Ergo non poteva restare un istante di più “in un partito con l’ossessione dell’antiberlusconismo”. Che strano: a Bastia Umbra, Rosso era in prima fila a spellarsi le mani quando Fini   urlò che B. doveva dimettersi. E il 15 dicembre votò la sfiducia al governo B. Poi, casualmente, ha scoperto che i finiani, massacrati per mesi da giornali e tv di B. per ordine di B., non simpatizzano per B. Strana gente, eh? Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata “la direzione nazionale, in cui ascoltavo discorsi da vecchio Msi”, “troppo di destra” per i suoi gusti. Purtroppo don Bosco non è apparso ad altri due rivoltagabbana, Barbareschi e Menardi, che invece lasciano Fli perché “vuole allearsi a sinistra con Vendola”. Poco importa se Fini l’ha sempre escluso. Menardi da Cuneo, che fino all’altroieri tuonava contro il “partito azienda”, dice che ci torna ma “per migliorarlo” e lo farà tutto da solo, con le nude mani. Anzi no, per ora non torna: “Resto a bagnomaria aspettando gli eventi”, farà un gruppo con gli altri come lui: “i Propositivi”, quelli che si propongono. Anche Barbareschi, dopo lo sblocco delle sue fiction Rai, roba da 10 milioni di euro, vuole dare “il mio contributo creativo” al Pdl con “il progetto di wikipolitics”: roba forte. Del resto lui, come Sordi ameregano a Roma, “stavo a Broadway”. E poi “Berlusconi mi ha ringraziato per la coerenza”. E “Verdini ha riconosciuto il mio atteggiamento corretto, serio”. E quando B. ti certifica la coerenza e Verdini la correttezza, puoi dormire tranquillo. È il marchio di garanzia.

di Marco Travaglio – IFQ

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