Così i cinesi devastano le foreste

E’ un albero che produce olio vegetale per i biocarburanti. E ora le corporation dell’energia ne stanno piantando a decine di migliaia in tutto il Borneo e non solo. Distruggendo la giungla e le foreste in cui da secoli vivevano popolazioni tribali.

Chi non ha mai visto la distruzione di una torbiera tropicale non può capire la disperazione degli Avatar delle foreste malesi, tribù ancestrali costrette come nel film di Cameron a conoscere il “progresso” col suo volto più brutale. L’acqua marrone, putrida, lasciata dalle fiamme dopo che gli incendi hanno “ripulito” il bosco lasciando mozziconi di legno, è il segnale che in poco tempo è stato distrutto ciò che la natura aveva costruito qui in 130 milioni di anni. La torba primordiale rigenera difatti la vita delle specie vegetali, e va da sé, quella degli animali e degli uomini che ci vivono.

Tra il Parco naturale di Taman Negara e le foreste della costa nordorientale del Borneo dominavano un tempo 14.500 diverse specie di flora, 200 razze animali, 300 tipi di uccelli e i popoli primitivi dei Penan e dei Batek Negritos. Ma dopo i tagli e il fuoco ormai si coltiva quasi esclusivamente una sola pianta, la palma da olio, principale componente per prodotti alimentari e carburanti cosiddetti “ecologici”, il bio-fuel o benzina verde usata ben lontano da qui. Esaltato come l’alternativa pulita al petrolio, l'”oro verde” dovrebbe nell’illusione di molti governi abbassare le emissioni di anidride carbonica che provocano l’effetto serra. Ma dopo aver rimpiazzato con furia specie ben più generose per l’ambiente, la palma sta succhiando sostanze dalla terra, emette molto meno ossigeno e trattiene molto meno carbonio di una foresta vergine. E l’impiego connesso alla coltivazione di pesticidi e fertilizzanti mette a rischio anche le aree circostanti.

È così che nasce uno dei più appetiti business del nuovo millennio, gestito da compagnie cino-malesi a conduzione familiare e multinazionali dai nomi prestigiosi che stanno rifornendo supermercati e stazioni di servizio di tutto il mondo. Proprietà di un cinese della Malesia è la ditta Samling Global Ltd che ha la concessione per le piantagioni di palma di una regione enorme ai confini meridionali del parco nazionale di Taman Negara. Padre e figlio, Yaw Teck Seng e Yaw Chee Ming, hanno accumulato già un capitale di quasi 500 milioni di dollari (fonte “Forbes”). Da anni le organizzazioni ambientaliste, Greenpeace in testa, denunciano ciò che sta avvenendo. Le giungle della Penisola malese, come quelle del territorio controllato da Kuala Lumpur nel vicino Borneo, stanno subendo la sorte delle altre regioni di Sumatra e Papua Nuova Guinea, cedendo terreno giorno dopo giorno a una gigantesca distesa di piante tutte uguali, anche loro verdì si, ma di una tinta pallida.

È un’impresa difficile raggiungere le poche dense giungle rimaste attorno al parco nazionale Taman Negara, dove si sono rifugiati i mille pigmei aborigeni Batek Negritos sopravvissuti (in tutto il Sudest sono meno di ventimila). Anche perché i nuovi padroni delle terre come Teck Seng e Chee Ming non permettono un facile accesso nell’antico regno dove vivevano in gran numero le tigri, gli elefanti e gli oranghi, oltre a specie di alberi che superano gli 80-100 metri. Ci vogliono parecchi giorni a piedi, una giornata di jeep o i pochi voli di piccoli bimotori per visitare i nuovi centri abitati polverosi e senza alberi come Kuala Koh, costruiti per i tribali disposti a lavorare ai margini dell’area primordiale protetta di Taman Negara. Qualcuno diventa guida o portatore per i turisti, altri fanno manovalanza nelle piantagioni di palma, che impiegano però in gran parte lavoratori indonesiani immigrati senza documenti. Ancora più difficile è incontrare i Penan, a loro volta sulle soglie dell’estinzione con 12 mila uomini, donne e bambini costretti a vivere in condizioni non dissimili dai Negritos in un vasto tratto nord orientale dell’isola del Borneo.

A Miri ha sede un’altra compagnia cino-malese, oltre alla Samling di Yaw padre e figlio. È il gruppo Shin Yang Group, i cui fiduciari in loco hanno costruito lussuose e pacchiane ville in netto contrasto con le povere casette di cemento o di legno coi tetti d’alluminio destinate ai tribali deportati. Come la Samling, anche Shin Yang gestisce sia il taglio e la vendita del legname che la produzione dell’olio “ecologico” attraverso la consociata Oil Palms Berhad. Di origine cinese sono anche il fondatore della Rimbunan Hijau, società per lo sfruttamento delle foreste con un giro d’affari annuo di un miliardo di dollari, classificato al 20esimo posto tra i più ricchi asiatici, e quello della gigantesca multinazionale Sinar Mas.

È soprattutto attraverso di loro che la Cina si approvvigiona del legname delle foreste sud-est asiatiche. Secondo i dati forniti dalla International Tropical Timber Organisation, cinque su dieci navi di legname tagliato nelle giungle tropicali sono dirette ogni giorno nel territorio della Repubblica popolare. La Cina è anche la principale destinazione dell’olio dalla Malesia, diventata in pochi anni l’esportatore mondiale numero due dopo l’Indonesia. Ma l’Unione europea non ha nessuna intenzione di restare indietro, e sta per finanziare qui progetti di deforestazione a scopo agricolo su 69 mila chilometri quadrati, un territorio grande due volte il Belgio. La bioenergia rappresenterà presto oltre il 60 per cento del consumo europeo, con un 10 per cento riservato ai soli combustibili “verdi” per il trasporto. Già ora l’Indonesia produce 22 milioni di tonnellate di olio contro i 17 della Malesia. Uno studio della Princeton University basato sui dati del programma agricolo e alimentare delle Nazioni Unite, ha scoperto che “il 55-59 per cento delle nuove piantagioni di palme da olio sono sorte a spese delle foreste pluviali”. Tra il 1990 e il 2005 le piantagioni di palma in Malesia sono raddoppiate e ora coprono 3,6 milioni di ettari, di cui quasi la metà erano un tempo giungle pluviali.

I Penan sono sempre meno usi alle antiche acconciature a caschetto, ai grandi lobi inanellati e all’antico stile di nomadi dei fiumi, una volta scomparso il loro cibo, le radici, la frutta, i pesci e gli animali del bosco. Quelli forzati a lasciare le foreste e a vivere in piccoli alloggi caldissimi lungo strade polverose, sono costretti a comprare il riso che gli vende – o talvolta dona – la compagnia e il governo. Per questo nella giungla di Sarawak continuano a innalzare barricate di bambù come fanno, talvolta con una certa efficacia, dagli anni Ottanta. Ma la loro sorte sembra ormai segnata. Molti sanno che potrebbe essere solo l’anticipo di effetti globali ben più disastrosi nel lungo termine. Le foreste del Sud Est asiatico sono infatti come l’Amazzonia un polmone sempre più asfittico.

Dopo le denunce di Greenpeace e gli studi scientifici c’è ora una maggiore sensibilità alle possibili conseguenze, soprattutto di una pubblicità negativa. Il gigante alimentare Nestlé è giunto a bloccare gli acquisti dalle grandi compagnie come la Sinar Mas. Lo stesso aveva fatto in passato la Unilever olandese, seguita da altre multinazionali che si affidano sempre più al monitoraggio di organismi indipendenti. Ma i camion e i barconi dei nuovi signori delle foreste continuano ancora indisturbati a caricare alternativamente i tronchi o l’olio. I clienti dell'”oro verde” malese non mancano e aspettano pazienti in 150 Paesi sparsi per il globo.

di Raimondo Bultrini – L’espresso


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