La questione criminale

La politica e il suo intreccio con la criminalità. E’ il tema della terza edizione delle “Settimane della politica”, da oggi al 25 febbraio alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Tra i relatori: Gian Carlo Caselli, Piercamillo Davigo, Bruno Tinti e Antonio Ingroia. Anticipiamo l’intervento introduttivo di Angelo d’Orsi, curatore dell’evento.

È risaputo che una delle spiegazioni della inattesa vittoria del postfascista Gianni Alemanno alle elezioni municipali di Roma, per la carica di sindaco, sia stato un terribile episodio di sangue avvenuto pochi giorni prima del voto: lo stupro, seguito da delitto, di una signora, da parte di un giovane migrante, all’uscita di una stazione della Metropolitana. La campagna elettorale, a dire il vero, prima di quell’episodio, già aveva fortemente enfatizzato la parola d’ordine della “sicurezza”, nel territorio urbano, naturalmente, la sicurezza era il bene che si offriva alla cittadinanza, mentre il male che si dichiarava di voler contrastare era, ovviamente, “l’insicurezza”, ossia un non dimostrato aumento della “criminalità“, un non dimostrato accrescimento del numero dei crimini (quali?), sotto le amministrazioni della parte politica opposta (il Centrosinistra), il “lassismo” nella gestione della popolazione immigrata, vista come potenzialmente delinquente, con una pericolosa equivalenza tra crimine e immigrazione, e con una susseguente stigmatizzazione dei migranti quali pericoloso bacino della criminalità.

Insomma, come altre volte in passato, ma più in grande, più sistematicamente, la parte politica che sosteneva Alemanno, associando cinismo e furbizia, accentuò, da quell’istante, la residua campagna elettorale all’endiadi criminalità/sicurezza; e, proprio poiché l’assassino era un migrante, si poté ribadire qualcosa che da tempo il senso comune aveva inoculato sottopelle all’intera società, ossia l’equazione criminalità = immigrazione.

Fu una delle più clamorose ed efficaci manifestazioni della “sindrome securitaria”, uno dei più insistenti leitmotiv del discorso pubblico. La sicurezza, in questa accezione così felicemente propagandata dai media, e così bene sfruttata dai politici, è sempre quella dei fatti di sangue, meglio se al sangue, si unisce il sesso; perfetto, se il colpevole (magari solo per i media) è colui che con termine, ormai intollerabile e concettualmente deviato, viene chiamato – ossia, meglio: bollato – quale “extracomunitario” (lo useremmo per un studente proveniente dalla Columbia University di New York? Lo useremmo, questo epiteto, per una coppia di cittadini svizzeri in vacanza all’ombra della Torre di Pisa, o, perché no?; della nostra Mole?). Così accadde, appunto, a Roma, dove si “dimostrò” l’equazione che in altri casi (ricordiamo tutti le prime versioni del delitto di Perugia, dove la vittima era inglese e gli imputati una coppia italo-americana, quando si cercò di puntare su un nero, perfetta icona del colpevole; o le stesse farneticazioni dei giovani assassini di Novi Ligure, che inventarono un assalto di slavi, dando subito esca ai commenti che invitavano a difendere la popolazione autoctona contro gli “invasori”). Insomma: massimo impatto mediatico, massima resa elettorale; minimo impegno politico, minimo investimento: economico, sociale, culturale.

Sì, perché ogni crimine ha un retroterra: e se non vogliamo credere alle teorie lombrosiane, che proprio da Torino furono lanciate per l’universo mondo nell’ultimo Ottocento, se non possiamo ricadere nelle predisposizioni naturali, genetiche, di intere popolazioni; se, al contrario, dobbiamo sceverare, analizzare, accumulare dati e informazioni, per giudicare, ed eventualmente (se ne abbiamo titolo), sentenziare; allora ci tocca raffreddare gli animi, e rinunciare a processi sommari, di piazza, a semplificazioni, a qualunquismi populistici. Soprattutto, dobbiamo affidare alla rodente critica dei topi ogni tentativo di stabilire equazioni tra origine etnica, provenienza geografica, area linguistica e sviluppo della delittuosità. Delitto particolarmente grave: così recita la definizione base di un buon dizionario della nostra lingua, a proposito di “crimine”: dal latino crimen, che vuol dire sia accusa, sia delitto, e rinvia alla voce cernere: discernere, valutare. Dovremmo sempre, anche se non siamo tutti (per fortuna) operatori della Giustizia o della Polizia, discernere, prima di accusare, e di sentenziare: si fa presto, insomma, a dire crimine; o, meglio, prima di incriminare, dobbiamo valutare gli elementi; prima di accusare, e , soprattutto, prima di giudicare.

Eppure questa cautela della quale si dovrebbe essere fedelmente osservanti, viene meno del tutto quando, appunto, cade sotto la lente del giornalista di turno un “tipo criminale”, al quale facilmente, e senza correre rischio alcuno, si possano addossare colpe anche mostruose: è il famoso “Sbatti il mostro in prima pagina”. Se povero, se migrante, se meridionale (al Nord, il pregiudizio vale ancora, se si tratta di un meridionale povero), se gravato da un passato di tossicodipendenza o alcolismo, o, peggio, se tossicodipendenza o alcolismo hanno portato costui (costei) in prigione, allora, le sue speranze di sottrarsi al pregiudizio scendono via via, fino a ridursi a una quota prossima allo zero. Le colpe, anche quando “redente” dal castigo – ossia il carcere, in primo luogo – sono stimmate indelebili.

Dicevo, che la cautela che davanti a soggetti sociali siffatti sparisce, viene improvvisamente incensata quando l’incriminato porta un nome eccellente, quando appartiene alla casta dei potentissimi, o anche al novero ristretto dei potenti. Quando gode di coperture politiche, o di lobby di varia natura e genere: da quelle fornite da agenzie religiose a quelle garantite da circoli ristretti, magari semisegreti; quando non segreti addirittura. Allora, la stampa grida in coro alla “presunzione d’innocenza”, anche quando il cavaliere di turno, il ministro, il presidente, viene colto con le mani nel sacco, anche quanto esistano prove inoppugnabili, documentatissime, della sua colpevolezza. La giustizia, insomma, lo si vede fin dall’avvio del suo iter, è ancora, più ancora forse che in passato, una giustizia di classe. E colpisce ciecamente, o meglio fin troppo avvedutamente, quando si scaglia contro gli indifesi, contro gli ultimi, contro i relitti sociali; mentre diviene iperprudente, e compassionevole, quando deve rivolgere, quando è costretta a rivolgere il suo sguardo verso i gradini alti della piramide sociale, del potere economico, dell’amministrazione (parola del tutto inadeguata nell’Italia di oggi) della cosa pubblica (che sembra diventata compiutamente cosa privata, a beneficio del capo supremo e dei suoi famigli).

Se poi un magistrato, una procura della Repubblica, un procuratore presso un Tribunale, un pretore, sulla base del principio ormai evidentemente eversivo, “la legge è uguale per tutti”, si azzardano a trattare un ministro, un deputato, un presidente, alla stregua di un qualsiasi cittadino, beh, allora il rischio diventa di colpo enorme: non solo per quel singolo magistrato, o ufficio, ma per la categoria che rappresentano. Ed ecco spiegate le campagne prima di denigrazione (persino fisica) poi di demonizzazione dei “giudici”, presentati come un partito politico. Di sinistra, naturalmente, che cerca di tradurre in azioni giudiziarie l’odio sociale della sinistra, ossia, per citare un autore di inizio XX secolo (Mario Morasso), di “coloro che non hanno e che non sanno”; contro chi? Ma, ovviamente, contro chi si “è fatto da sé”, contro chi ha “lavorato duramente”, contro chi stava per guadagnare un Nobel e vi ha rinunciato per immolarsi alla nazione, mettendosi “al servizio del Paese”. E via seguitando, in un catalogo inquietante, che ci mostra che il crimine si annida dappertutto; e che, se stando alla tradizione, quello di lesa maestà dello Stato, è uno dei crimini più gravi, esso viene compiuto pressoché ogni giorno da parte di cariche governative, sotto gli occhi ormai di tutti, e non solo nel nostro sciaguratissimo Paese.

Sui due pesi e due misure, nel giudizio (sociale, prima che giudiziario) sui crimini, gli esempi sarebbero innumerevoli. E qui, anche la cultura democratica e di sinistra sono apparse debolezze intrinseche, mentre ci si è piegati all’agenda dell’avversario. Perché non si fanno campagne sistematiche di denuncia dei crimini contro la società? Perché il signor Calisto Tanzi, che ha rovinato economicamente centinaia di migliaia di italiani, non viene trattato come un rifiuto della società, come invece facciamo con l’omicida stupratore di Roma? Perché i crimini dei white collars non sono considerati veramente tali dalla pubblica opinione. Negli scorsi due-tre decenni, con una formidabile accelerazione (in Italia) negli ultimi dieci anni, circa, tante azioni finanziarie canagliesche sono state depenalizzate: ciò che era illecito è diventato non solo possibile, ma legale (il falso in bilancio, per fare un esempio): i crimini finanziari sono stati lavati, imbiancati, purificati: sono oggi comunemente accettati non soltanto come normali, ma addirittura essenziali per “salvare i posti di lavoro”. Esempio di grottesco rovescismo ideologico, che si propone come fratello gemello di quello pseudostoriografico.

E che dire delle “nuove professioni”? Esse sono nate nel ventennio post-1989 e sono proliferate, nell’avvicinarsi ai nostri anni e giorni. Non sono nuove professioni quelle dei “fallimentatori”, dei “delocalizzatori”, dei “rottamatori”: persone che sono pagate per disfare ciò che altri, magari solo una generazione prima o assai meno, hanno costruito, fatto crescere, avviato sulla strada della buona economia (capitalistica, si intende: non stiamo sostenendo la causa del socialismo; non qui, comunque). Persone che sono anzi strapagate, e tanto più, quanto più riescono a produrre non profitti, ma illeciti guadagni per sé, o per i loro mandatari, azionisti, proprietari unici, o consigli di amministrazione: insomma, sono remunerati proporzionalmente ai “risultati” ottenuti. Ebbene, costoro, soltanto per i lavoratori che ne sono vittime appaiono nella loro autentica natura di perfetti criminali: il senso comune, costruito con perizia dai media e da una larga parte di ceto politico, li giudica invece figure nuove del panorama economico, necessarie, o quanto meno inevitabili, per “uscire dalla crisi”. Bel paradosso. Alla stessa stregua, non ci si indigna neppure più della massa dei lavoratori “atipici”, “precari”, “invisibili”, “in nero”…

E quanti sono nel mostro mondo universitario. Vittime tutti di una politica criminale che sta semplicemente mirando all’assedio all’istituzione nel tentativo di strangolarla: criminale è l’attacco, prima giornalistico, poi finanziario e legislativo, all’università pubblica italiana (ma alla scuola nel suo insieme, va precisato). E invece, il precario della ricerca, che ha 35-45 anni, ha prodotto lavori importanti, ha sudato e sgobbato duramente, ha pubblicato, ha innovato, magari ottenendo riconoscimenti internazionali, ma non in patria, non nella sua università di riferimento, non nella sua nazione d’origine; e comunque non ottiene uno straccio di contratto a tempo indeterminato, e viene invece gettato nell’arena a lottare, senza esclusione di colpi, contro i suoi omologhi, talora i suoi amici, perfino contro i suoi intimi; invece che contro coloro che lo mettono in simile condizione, coloro che lo inchiodano all’incertezza, alla precarietà non soltanto lavorativa, ma esistenziale (alla prima connessa), coloro che ne deprimono le qualità, e ne insultano la dignità.
“Nuove professioni”, anche queste, nell’immaginario che la stampa borghese (come si diceva un tempo) diffonde. Non sono tutti, invece, vittime di un sistema criminale?

Una specialità particolarmente diffusa da noi è il crimine ambientale: dalla edificazione di milioni di metri cubi abusivi in località che sulla carta, in base ad apposite leggi e decreti, risulterebbero protettissime, con costruzioni che vengono regolarmente condonate, allo sversamento di milioni di litri di materiali tossici, velenosi, o comunque altamente inquinati in fiumi, laghi, cavità naturali. Questo tipo di azione, che al massimo produce una “breve” di cronaca, nelle pagine locali dei giornali, una notizia senza commento nei tg, o nei gr, ci offre un doppio danno: da un canto quello diretto, ambientale, con conseguenze che possono perdurare decenni, e produrre una infernale catena di effetti sul ciclo della vita, sulla catena alimentare; dall’altro, poiché vengono compiute attraverso il ricorso a grandi organizzazioni criminali (oggi la ‘ndrangheta e la mafia lucrano notevolmente dallo smaltimento rifiuti tossici), finiscono per accrescerne il potere sia economico, sia di pressione, ossia politico.

Oggi mafia, camorra, ndrangheta non sono più quelle della coppola storta, del fucile a canne mozze, dello sguardo in tralice. Ossia, sono anche questo, all’ombra di una quercia nelle campagne del Trapanese, o nei prati ombrosi della Sila, o davanti a un bar nel Casertano. Ma sono molto altro. Sono perfette internazionali del crimine, che trovano i loro paradisi a due passi da noi, come il Kosovo, la terra per la quale l’Europa e gli Usa combatterono, nel 1999, nella più formidabile coalizione militare che la storia ricordi: combattemmo, anche noi italiani, per liberare il Kosovo da chi? Non dall’UCK, organizzazione inserita nell’elenco di quelle terroristiche dalla CIA, prima che gli Usa cambiassero radicalmente orientamento. Risultato? Oggi l’UCK è al potere, e regna sul Kosovo indisturbata e ne ha fatto la centrale di tutti i traffici illeciti non solo a livello continentale: da quello delle armi a quello delle sostanze stupefacenti, dalla tratta dei nuovi schiavi del lavoro o delle schiave del sesso. Questo tema ci introduce ai crimini di guerra, che sono ormai codificati perfettamente, e altrettanto perfettamente violati, quando si tratti di conservare o conquistare o accrescere una posizione di potere. Si pensi alle violazioni di ogni diritto compiute dal governo israeliano nel corso degli anni: anzi, dei decenni, ai danni non soltanto delle popolazioni palestinesi alle quali si nega il diritto a una patria, o peggio al ricupero della patria (terra, beni, memoria, lingua, identità) che è stata loro sottratta con la violenza; ma ai danni di chiunque si azzardi a cercare di aiutare quelle popolazioni allo stremo, o chiunque levi la sua voce contro uno Stato che assume il volto di rogue state, per usare la locuzione statunitense: Stato canaglia.

Tanti, insomma, i volti del crimine; dal piccolo, fastidioso furto di un oggetto personale, dalla violazione della dimora da parte di ignoti, fino ai crimini delle società finanziarie, o delle banche, con i loro piccoli, o grandi soprusi, imbrogli, vessazioni ai danni di clienti di basso potere contrattuale. Crimini di irresponsabilità sociale, da parte di questi soggetti, sui quali, stando all’analisi dei dati, ci sono milioni di morti, per fame, per malattia (il crimine della mancata concessione dei brevetti farmaceutici per malattie gravi, specie in Africa, per esempio), per scelte finanziarie che hanno impoverito la popolazione di questo o quel Paese, e oggi la rivolta nordafricana e mediorientale è una risposta violenta, le cui conseguenze sono per ora inimmaginabili, a quella politica di depredazione. Che talora viene portata avanti anche dagli stessi governanti despoti, di cui ora l’ira sacrosanta delle folle sta facendo giustizia.

La politica, dunque. Nel bene e nel male, è la politica che, innanzi tutto, deve occuparsi della criminalità: con scelte adeguate, che investano prima di tutto la giustizia sociale, la certezza e l’uguaglianza della legge, la formazione, e così via. Perciò la III Edizione delle “Settimane della Politica”, a Torino, nella Facoltà di Scienze Politiche, appunto (intitolata Criminalia), ha scelto questo filo rosso: la politica e il suo intreccio con la criminalità: esiste una politica del crimine, ma esiste anche una politica criminale, che non concerne solo i guai giudiziari di eminenti personaggi, ma le scelte economiche, o amministrative, di ogni genere, portate avanti dai governanti, locali e centrali. Eppure la speranza oggi sta rinascendo un po’ dappertutto: finora si poteva supporre che fosse un sogno la liberazione dal crimine politico, e dalla politica criminale; invece ora siamo convinti, tanto più dopo Pomigliano, Mirafiori, dopo l’Onda studentesca, dopo il 13 febbraio, che un’altra politica è possibile. Una politica che si nutra di valori, che sia eticamente fondata, che badi davvero ed in via esclusiva alla tutela dell’interesse generale, che espella dal suo seno il malaffare, la corruzione, e, va detto, la prostituzione: che non è solo, né prima di tutto, quella di ragazze che vendono il proprio corpo al potente, ma quella di “rappresentanti del popolo” pronti a spostarsi da un gruppo politico a un altro a seconda delle offerte e delle promesse che ricevono. Questa “politica” disgusta, ma, ripeto, un’altra, diversa, e opposta, è possibile, oltre che necessaria.

Una diversa politica anche per denunciare e contrastare il crimine, dovunque si annidi; per insegnare a riconoscerlo; per evitare le trappole della mediaticità interessata, mercantilistica o elettoralistica che sia; per combatterlo, il grande crimine e la microcriminalità, specialmente quella giovanile, ricorrendo a strumenti culturali, sociali, economici, e non solo attraverso la costruzione di nuovi stabilimenti di pena. Costruiamo granai, si diceva un tempo, e non arsenali militari; costruiamo scuole, più che carceri, aggiungo qui, in questa sede, in un momento di grandissimo travaglio dell’istituzione universitaria, sconvolta da riforme tanto gravose da reggere, quanto gravide di conseguenze pericolosissime.

Le Settimane della Politica, mentre tentano di aprire le porte dell’Università al mondo esterno, per un proficuo scambio reciproco, intendono rimettere la politica al centro dell’attenzione, focalizzandosi edizione dopo edizione su un tema-guida: dopo Il caso Italia, nel 2009; dopo Ma cos’è questa crisi?, nel 2010; eccoci a Criminalia. La politica è e rimane, ovviamente, il nostro baricentro: la politica che noi (noi della Facoltà di Scienze Politiche, in primo luogo) ci ostiniamo a considerare la “nobile arte” che la tradizione dei classici – da Platone a Marx, da Aristotele a Weber, da Machiavelli a Gramsci – ci ha consegnato come uno scrigno prezioso di riflessioni, di cui tenere il debito conto, e, se ne siamo capaci, da arricchire, implementare.

Esiste certo una politica deteriore, volgare, criminale e criminogena, e ne siamo sommersi e disgustati; ma poiché, come diceva un nostro maestro morto prematuramente, Paolo Farneti, la politica è insostituibile, con essa dobbiamo fare i conti, cercando di lavorare per dimostrare, concretamente, nella quotidianità delle nostre sedi (che spesso hanno tetti che fanno acqua, arredi vecchi, macchinari obsoleti, e soprattutto personale tecnico-amministrativo insufficiente e spesso frustrato), delle nostre biblioteche (che non hanno fondi per acquistare libri o per continuare le collezioni delle riviste), per dimostrare, malgrado le gigantesche difficoltà logistiche e strutturali, malgrado la criminosa politica universitaria del ministro in carica, per dimostrare, dicevo, che “un’altra politica è possibile”. E che essa deve partire proprio dai luoghi che la politica studiano: le Settimane della Politica vogliono socializzare il nostro lavoro collettivo. E metterlo a disposizione della collettività. Non siamo filosofi al di fuori del mondo, disincarnati pensatori che non si occupano di quel che accade oltre la finestra del loro studiolo; siamo cittadini che vivono il loro tempo, “intellettuali” in una parola: e intendiamo, come diceva Sartre, abbracciare interamente la nostra epoca.

di Angelo d’Orsi – Micromega


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