Chi ha ucciso Pasolini

Una trappola per attirarlo. Un complotto preordinato. E un omicidio compiuto da un gruppo di persone, forse per farlo tacere su qualcosa di cui voleva scrivere. Siamo alla vigilia di una svolta nell’inchiesta sulla morte dello scrittore?

Pier Paolo Pasolini in un immagine di Dino Pedriali Prendemmo a dialogare con Pier Paolo Pasolini, noi della Federazione giovanile comunista, tra il ’73 e il ’75, esattamente nel periodo in cui uscivano sul “Corriere della Sera” i suoi articoli “corsari”. Mentre tanti, anche nel Pci, reagivano male a quegli scritti, noi, invece, li trovavamo estremamente stimolanti. 

Pasolini mostrava di aver ben compreso che il passaggio dell’Italia da Paese agricolo a Paese industriale era avvenuto (a differenza, ad esempio, della Francia e dell’Inghilterra) in modo rapido e traumatico, e aveva comportato costi umani terribili. E che questo aveva avuto come ulteriore conseguenza una vera e propria “mutazione antropologica”, l’affermazione di un modello di vita edonistico e consumistico che tendeva a una borghesizzazione totale, a una “omologazione culturale”, per la quale non c’erano più sostanziali differenze, sul piano antropologico e culturale, tra italiani di ceti diversi e perfino di partiti diversi.

Il Partito comunista non accettava queste analisi così pessimistiche perché stava vivendo un periodo piuttosto felice soprattutto sul piano elettorale, quando per un momento sembrò che la sua politica del “compromesso storico” potesse risultare vincente. Noi, invece, avvertivamo, al di là di questi dati contingenti, la gravità della crisi (economica ma ancor prima ideale e morale) che cominciava a manifestarsi nella società italiana e soprattutto tra i giovani.

Di lì a poco, del resto, la strategia della tensione sarebbe entrata nella sua fase più cupa e sanguinosa, e sarebbero scomparse anche due delle figure cruciali di quegli anni: Aldo Moro e, appunto, Pasolini. Il quale, proprio sullo stragismo, aveva condotto una riflessione estremamente coraggiosa e originale, che a distanza di quasi vent’anni, il senatore Giovanni Pellegrino, presidente della commissione parlamentare sulle Stragi, ha definito giusta e lungimirante.
Perciò la morte di Pasolini ci parve subito doppiamente simbolica. Perché con lui veniva a tacere non solo una voce libera e coraggiosa, ma anche l’intellettuale che più di ogni altro era riuscito a cogliere in tempo reale il senso di ciò che stava accadendo e, facendosene interprete sul più diffuso quotidiano nazionale, a renderne partecipi milioni di italiani.

Non solo, dunque, nel 2005, quando decidemmo di costituirci come Comune di Roma “parte offesa” nella riapertura dell’inchiesta sulla sua morte, ma ben prima, praticamente da subito, nutrimmo molti dubbi sui moventi e sulla dinamica di quell’atroce omicidio. E quel che allora poteva anche apparire azzardato, oggi è pienamente suffragato da tutto quanto è nel frattempo successo.

Proprio nella primavera del 2005 Giuseppe Pelosi, il “reo confesso”, ammise quello che in tanti avevamo sempre sostenuto. Pasolini fu ucciso in un agguato di gruppo; lui, Pelosi, fu solo spettatore della tragedia. Lo disse nel corso di una trasmissione televisiva, ma non per questo la sua testimonianza ebbe meno valore. Anzi. Sia pure con il suo stile un po’ reticente, stavolta Pelosi forniva una versione (che peraltro avrebbe in seguito confermato anche agli inquirenti) molto più credibile di come andarono effettivamente le cose nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975. Perché mai gli si credette allora (nonostante la sua versione facesse acqua da tutte le parti) e non gli si dovrebbe credere adesso? Una tesi, quella della partecipazione di altri all’omicidio dello scrittore, che aveva sostenuto, in una famosa sentenza, un grande giurista come Alfredo Carlo Moro.

Sempre in quello stesso periodo Sergio Citti (regista, tra gli amici più cari del poeta) rilasciò all’avvocato Guido Calvi una deposizione giurata su quanto era a sua conoscenza sulla morte di Pasolini. Citti era malato (morì pochi mesi dopo, nell’ottobre del 2005); per questa ragione la sua deposizione, divisa in due parti, fu non solo trascritta ma anche filmata (la prima parte da una troupe televisiva, la seconda dal regista Mario Martone).

Che cosa testimoniò Citti? Che Pasolini gli aveva rivelato, nel pomeriggio del suo ultimo giorno di vita, che in serata sarebbe andato nei pressi della stazione a un appuntamento teso a riottenere le bobine rubate del suo ultimo film “Salò”. E poi che, nei giorni immediatamente seguenti, lui si era personalmente recato all’Idroscalo di Ostia per filmare la scena del crimine (quella stessa che non fu mai “congelata” dagli inquirenti, ma che per fortuna, grazie a Citti, è tuttora documentabile esattamente com’era trentacinque anni fa).

Nel frattempo Pelosi è tornato a più riprese sull’argomento con una serie di dichiarazioni che vertono sempre sul fatto che lui, in realtà, Pasolini lo conosceva da tempo (avvalorando pertanto in modo decisivo l’ipotesi dell’appuntamento) e che quello dell’Idroscalo fu un massacro preordinato compiuto da un gruppo di persone decise ad uccidere. Il suo silenzio di tutti questi anni è forse dipeso dalla paura di fare (lui e la sua famiglia) la stessa fine.

Arriviamo così a un anno fa. Nel marzo 2010 il senatore Marcello Dell’Utri, noto bibliofilo, presentando la XXI mostra del libro antico di Milano, dichiarò di avere avuto per le mani, sia pure per poco, il dattiloscritto di uno dei capitoli più controversi di “Petrolio”, il romanzo cui Pasolini attendeva nel momento in cui fu ucciso e che uscì pertanto postumo e largamente incompiuto. Si tratta del capitolo “Lampi sull’Eni”, sulla cui reale esistenza la critica è da sempre profondamente divisa.

La testimonianza di Dell’Utri fu al riguardo inequivocabile. Il senatore descrisse con dovizia di particolari il dattiloscritto (il tipo di carta utilizzato, il numero delle pagine: settantotto) e parlò senza mezzi termini di testo “inquietante per l’Eni, parla di Cefis, di Mattei e si lega alla storia del nostro Paese”. Certo, si può sempre supporre che si tratti di un apocrifo. Tuttavia questa clamorosa vicenda fa molto riflettere.

Non basta. Nell’aprile di quest’anno un supertestimone ha dichiarato di conoscere chi guidò l’auto che uccise il poeta. E poi nel maggio, intervistati dal “Messaggero”, sono addirittura emersi alcuni dei testimoni di cui si era parlato trentacinque anni fa. Tra questi un parente di quel Salvitti di cui parlò a caldo Furio Colombo sulla “Stampa” la mattina in cui fu scoperto il crimine. Qualche mese dopo, sempre sul “Messaggero”, Pelosi ha avvalorato pienamente la pista delle bobine rubate come trappola in cui attirare Pasolini.

Di fronte a questi fatti, è possibile ironizzare ancora sulla tesi del complotto e del delitto premeditato? Sappiamo bene che Pasolini sarebbe potuto morire anche in una vicenda a sfondo omosessuale. Ma francamente il dubbio, almeno il dubbio, che non sia questa la chiave del delitto appare sempre più consistente. E allora che fare? Arrendersi, rassegnarsi, accettare la versione ufficiale (oggi smentita dal suo principale artefice) solo perché è passato così tanto tempo?

Al contrario, noi pensiamo, al pari della magistratura che ha riaperto l’inchiesta, che ancora oggi sia possibile scoprire la verità e chiarire uno dei delitti più terribili e oscuri degli anni della strategia della tensione.

A chi dice di lasciare in pace il corpo di Pasolini, rispondiamo che le analisi fatte sui reperti in questi mesi dai Ris di Parma, con tecniche scientifiche allora impensabili, non hanno di certo oltraggiato più di quanto già non fosse il corpo del poeta. Semmai hanno dato un contributo (il cui esito attendiamo con interesse) a chiarire finalmente la dinamica della sua morte. Cosa, in sé, per nulla secondaria, se è vero che proprio Pasolini ha scritto che “la morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita” (un po’ quel che accade nel cinema), e che, dunque, “solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci”.

di Gianni Borgna e Walter Veltroni – L’espresso


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