Con Vendola, nudi in spiaggia

Gentile dottor Alessandro Sallusti, le ho scritto questa lettera aperta e, dal momento che non credo troverà spazio sul “Giornale”, spero lo trovi sul “Fatto Quotidiano”. C’ero anch’io quell’anno al campo nudisti. Anzi, chiariamolo subito: non era un campo nudisti, ma un vero e proprio campeggio, si chiamava La Comune ed era frequentato per lo più da ragazzi di sinistra (ebbene sì). Chi lo desiderava, questo è vero, poteva togliersi il costume (solo in spiaggia!), ma non c’era nessun obbligo, le assicuro. Era un posto bellissimo, dottor Sallusti: si faceva il bagno e si prendeva il sole, si parlava (anche di politica); la sera si ascoltava musica, si ballava, si suonava la chitarra. La prima volta che ci ho messo piede avevo sedici anni e mi apprestavo a vivere le mie prime esperienze. La prima vacanza con gli amici, il primo viaggio alla scoperta dell’Italia, i primi amori, i primi approcci con il sesso. Avevo più o meno l’età di Noemi Letizia e di Ruby e provavo quel mix di insicurezza e curiosità, paura ed entusiasmo che accompagna gli adolescenti al debutto nel mondo della sessualità. Mi sono innamorata, ho dato baci e carezze, ho mostrato il mio corpo.   Esattamente come fanno le papi girls, mi dirà lei. No: chi lo guardava non era più vecchio di mio padre e, al risveglio, non mi ha fatto bonifici in banca, né mi ha regalato preziosi gioielli. I miei amici ed io ci innamoravamo dei visi, del fisico, delle parole degli altri. Ed è proprio come scrive lei: “Del nostro corpo facevamo quel che volevamo”, consci di poter osare di più di quanto avessero fatto i nostri genitori. Rivendicavamo e ci prendevamo, la libertà di stare nudi in spiaggia, di innamorarci e di fare l’amore senza promettere matrimoni, di vivere e mostrare un’omosessualità ancora denigrata e ripudiata. Ma per favore, dottor Sallusti, non faccia confusione. Laggiù, nella meravigliosa spiaggia calabrese, c’erano uomini, donne, ragazze e ragazzi (compreso Nichi Vendola) che spogliandosi di bikini, slip e boxer si liberavano da condizionamenti e tabù. Ad Arcore, non c’è un uomo “che fa quel che vuole del suo corpo”, ma un uomo che   fa quel che vuole il suo corpo (perché questo, evidentemente, ha preso il sopravvento). Non c’è un uomo che chiede libertà, ma un uomo che si è concesso molte libertà, anche quelle che il codice penale vieta (secondo i magistrati): la libertà di pagare l’amore di una minorenne, la libertà di richiederne l’immediato rilascio attribuendole una falsa parentela, la libertà di elargire cariche pubbliche alle proprie favorite. Certo, sono tutte ipotesi da confermare. È innegabile, però, il contrasto lampante tra chi rivendica il proprio diritto ad amare senza discriminazioni e chi vive un sesso mediato da impresari e non ricambiato, con una corte di giovani donne disposte a tutto per soldi e fama. Ecco perché il paragone tra Nichi Vendola e il suo presidente non regge. La parola libertà, per i due, non ha lo stesso profumo.

di Enrica Belloni – IFQ

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