Le quote rosa non cambiano il sesso dei manager

Da 5 anni in Norvegia la legge prevede una percentuale di donne nei Cda delle aziende private, ma a dirigere sono sempre i maschi.

Oggi era prevista al Senato la discussione del Ddl sulle quote rosa nei Cda delle società quotate in Borsa e delle municipalizzate. L’arrivo in aula del disegno di legge è slittato in attesa dei pareri delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia, ma dovrebbe essere calendarizzato in aula all’inizio della prossima settimana”. Favorevole al provvedimento si è detto Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo che, incontrando ieri gli studenti di un liceo romano, ha sottolineato che “pur non essendo una misura meritocratica, l’Italia è talmente in ritardo nel far entrare le donne nei Cda, almeno delle quotate, che questa soluzione, magari temporanea, mi sembra un’ottima cosa”.

LE COSIDDETTE QUOTE “rosa” o “quote di genere”, sono provvedimenti di legge o disposizioni interne dei partiti o di altre organizzazioni, che fissano una percentuale minima di presenza femminile negli organi direttivi o rappresentativi. Sebbene molto discusse e da taluni, non solamente a destra, apertamente avversate e osteggiate, le quote sono state introdotte in oltre 30 Paesi per le elezioni politiche. Inoltre in circa 50   Paesi le quote sono state inserite negli Statuti dei partiti.    Gli studiosi del settore in questi ultimi tempi hanno sollevato diversi interrogativi in ordine all’efficacia delle quote. Tanto per cominciare si è sempre ritenuto che i Paesi nei quali maggiore è la parità tra i sessi e più numerosa la rappresentanza politica femminile, cioè a dire i Paesi scandinavi (Danimarca, Svezia e Norvegia) abbiano conseguito questo obiettivo grazie all’introduzione delle quote. Ma le cose non stanno esattamente in questi termini. In primo luogo non esistono quote rosa nei sistemi elettorali dei Paesi scandinavi. In Svezia e in Norvegia i partiti hanno “volontariamente” fissato una percentuale minima di donne negli organi dirigenti mentre in Danimarca – secondo Paese al mondo per rappresentanza femminile – non esistono quote rosa di alcun tipo. La realtà è che i partiti politici scandinavi hanno introdotto le quote rosa negli anni ’80, quando le donne occupavano già il 20-30% dei seggi in Parlamento, e che il vero decollo della presenza delle donne in politica si è avuto nel   corso degli anni ‘70, molto prima dell’introduzione delle quote e all’indomani della stagione dei movimenti studenteschi e del femminismo. Ma oggi la situazione è cambiata: le donne non sono più disposte ad   aspettare, per dirla con le parole di una femminista norvegese, il “lento convoglio della storia”; vogliono la parità e la vogliono subito. Proprio sull’onda di questa richiesta che sale dalla società civile anche Paesi nei quali la rappresentanza politica femminile è minima, stanno introducendo le quote con risultati straordinari: negli ultimi dieci anni in tutto il mondo la presenza delle donne nelle assemblee elettive è aumentata mediamente del 10%.

DIVERSA LA SITUAZIONE    per ciò che concerne la presenza femminile nei Cda delle aziende. Il primo Paese ad introdurre le quote rosa nei Cda è stata la Norvegia dove, dal gennaio 2006, nei Consigli di amministrazione   delle società quotate in Borsa la presenza femminile deve essere del 40% almeno. Gli studiosi sostengono che questa misura non ha danneggiato le imprese, ma non ha nemmeno aiutato in modo particolare le donne. Per molti versi la condizione femminile in Norvegia non è dissimile da quella prevalente negli altri Paesi. La maggior parte delle donne sono impiegate nel settore pubblico e molte, dopo il congedo per maternità, preferiscono il part-time per dedicare più tempo alla famiglia. In sostanza nel Paese dei fiordi continua a esistere una barriera, ancorché invisibile, che impedisce alle donne di arrivare ai vertici di una impresa. Questa barriera, ribattezzata il “tetto di vetro”, ha ragioni culturali   profonde che, secondo studiosi e anche femministe scandinave, non è possibile rimuovere semplicemente con strumenti di tipo legislativo.

LE POLEMICHE non mancano. Su Il Sole 24 Ore, Alessandro Di Nicola ha scritto nello scorso mese di settembre un pezzo in cui si boccia l’esperienza norvegese e si sottolinea che gli indici della Borsa di Oslo non sono brillanti e che gli stessi Consigli di amministrazione norvegesi a forte presenza femminile quando debbono nominare l’amministratore delegato nel 98% dei casi scelgono un uomo.    Che dire? Forse basterà ricordare che la Norvegia è al primo posto nella speciale classifica Onu dello Sviluppo umano e al secondo posto per il Pil pro capite. D’altro canto, come sottolineato dall’economista francese del Mit Esther Duflo, studiosa del settore, lo sviluppo economico non crea necessariamente maggiore uguaglianza e le politiche a favore delle donne (e, aggiungiamo, delle minoranze in genere) vanno portate avanti perché la parità tra i sessi è prima   di tutto un imperativo morale. E poi – conclude Esther Duflo – “sarebbe fin troppo facile dimostrare che è anche un vantaggio economico”.

di Carlo Antonio Biscotto – IFQ

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