La guerra di Piero per il pane quotidiano

La povertà sempre più “normale” di un pensionato milanese.

“In carcere anche il denaro è sorvegliato” diceva in una vecchia intervista Adriano Sofri “tu non puoi spendere più di 800 mila lire al mese. Viviamo in una specie di regime monastico”. Ottocento euro al mese – che, pagato l’affitto, diventano 350 – hanno imposto un regime monastico anche a Piero Vinarozzi, un cuoco in pensione che incontro a Milano, alle distribuzioni di cibo di “Pane quotidiano”.

“DI SOLITO PRENDO frutta, verdura e a volte del vestiario” dice Piero. “Oggi ho preso del pane, del cioccolato, una camicia e un paio di calzoni”. Intorno a lui rumeni, arabi, albanesi e qualche italiano. Gli immigrati nascondono la faccia perché non tutti hanno   il permesso di soggiorno, gli italiani perché si vergognano. Piero invece parla senza problemi, quasi fosse il portavoce di quella povertà disciplinata che ogni mattina si mette in coda fra comitati di piccioni che si contendono le briciole di pane cadute dai sacchetti. “Perché dovrei vergognarmi? – dice – Io sono passato dal benessere alla povertà. Guadagnavo circa 2.500 euro e sono andato in pensione con un terzo dello stipendio e con quelli ci devo bere, mangiare, pagare l’affitto e le spese di condominio. Non ho vizi. Non fumo, non vado al bar e non compro neppure quotidiani. Leggo quelli gratuiti”.    Lo slogan La crisi è alle nostre spalle per Piero ha un significato letterale: alle sue spalle le vittime della crisi si moltiplicano di giorno in giorno. “Dieci anni fa eravamo   qualche centinaio – dice – Oggi siamo oltre 1000, che diventano 4000 il sabato e la domenica. Se viene un fotografo o una telecamere tutti si nascondono”. Nel senso che sono aumentati gli italiani? “Sì – risponde – Soprattutto gli anziani”. Gli chiedo quanto tempo resti da “Pane quotidiano”, mi dice “un’oretta volentieri” ma che le prime volte si vergognava “perché molta gente mi conosceva. Anche se nessuno mi ha mai aiutato”. Il monolocale di Piero dista meno di due chilometri dai banchi di “Pane quotidiano”. Sulle pareti sono appese le foto di quando era un marito felice e un cuoco stimato con uno stipendio dignitoso mentre tre spade da samurai made in China alludono più a una sconfitta che a una battaglia. Dopo la separazione, Piero ha lasciato la casa alla moglie e al figlio (che ormai è un   adulto) ed è andato a vivere in affitto, cioè in uno spazio di 25 metri quadrati ma i suoi rapporti con i familiari evocano i racconti di Carver. Gli chiedo cosa dica sua moglie del fatto che vada alle distribuzioni di cibo. “Ognuno sta sulle sue”, risponde. Non le ha mai detto vieni a mangiare da me? “No”. Ma non le dispiace della sua situazione? “Non gliel’ho mai chiesto – dice Piero – Sa, quando sono andato in pensione mi ha detto: neanche un lavapiatti ha una pensione così”. E suo figlio? “Non gliene frega niente. Lui fa la sua vita”.

ALLE PARETI sono appese alcune bacheche piene di nodi da marinaio, scorsoi come l’indigenza e indissolubili come il rimpianto. E poi ci sono le foto di Marilyn Monroe e un’overdose di “vita spericolata” affidata a film e telefilm: tutti dvd gratuiti allegati ai giornali. “Non ho abbastanza soldi per comprarli o noleggiarli.   Non ho abbastanza soldi per andare al cinema o a teatro e ho rinunciato anche a bere un aperitivo con i vecchi amici. Pagavano sempre loro e quando arrivava il mio turno non potevo mai farlo”. La povertà, a poco poco, ha rinchiuso la vita di Piero in una prigione di 25 metri quadrati. “Tutta la mia vita è qui – dice – mi alterno fra il mangiare e il dormire”. Quando la storia di Piero è stata trasmessa da Mattino 5, Massimo   Verdi, un dirigente della Lavazza che sta al Cairo, mi ha telefonato. “Stiamo cercando dei cuochi per un ristorante italiano che stiamo aprendo qui. La storia di Piero mi ha colpito e penso che qui potrebbe ritrovare il suo lavoro e un buon stipendio”. “Troppo tardi – mi ha risposto Piero – sono troppo vecchio e un problema di salute mi impedisce di allontanarmi da Milano. Dieci anni fa sarei partito subito”. Oggi Verdi è ancora al Cairo e Piero è ancora nel suo monolocale. Su Internet trovo un vecchio articolo delCorriere della Sera che parla del ristorante “Da Pietro La Rena” segnalando “Una trattoria simpatica, semplice, cordiale. La cucina è tutta nelle mani di Piero Vinarozzi che del pesce è autentico maestro”. L’articolo è stato scritto nel 1995, quando le code per il pane erano immagini dei paesi dell’Est.

di Mimmo Lombezzi – IFQ

Un anziano fruga tra i rifiuti di un mercato. Sotto, Nicola Piovani (FOTO ANSA)

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