L’Italia s’è desta

Per essere solo “un gruppetto di signore radical chic”, come dice la povera Gelmini, si sono moltiplicate che neppure i pani e i pesci, visto che il loro appello ha riempito in modo straripante duecentocinquanta piazze d’Italia come da anni quelle città non ricordavano. Con centinaia di migliaia di donne e di uomini, di giovani e di anziani, numeri calcolati con pudico minimalismo, che non rendono giustizia al mare di partecipazione totalmente auto-organizzata che ha percorso la Penisola. Con una indignazione carica di entusiasmo, festosa di passione civile, colorata di allegria, solare di determinazione, che i tristi “mutandari” di Ferrara e Santanchè non possono neppure immaginare e meno che mai capire, cupi nel loro odio per tutto ciò che in Italia c’è ancora – e ogni giorno cresce – di dignità, serietà, libertà, gioia di lottare e di vivere. “Faziose”, hanno ripetuto i lanzichenecchi di regime che più che mai intasano totalitariamente il video. Se ne facciano una ragione: domenica, detto molto sobriamente e senza fanfare, l’Italia s’è desta.      Il difficile comincia ora. Quella incontenibile volontà di liberazione che ha illuminato di serena e fraterna indignazione i volti e gli animi delle italiane e degli italiani migliori, può suonare la diana della fine del regime ma può anche disperdersi nella morta gora di una politica consegnata una volta di più al monopolio inetto dei politici di mestiere.    (Sì, migliori. Facciamola questa parentesi: in piazza domenica c’era proprio l’Italia migliore, moralmente e umanamente migliore. Perché avere timore di dirlo, di fronte all’Italia del “porco è bello!”, che spaccia da libertà sessuale il servizio a pagamento per virilità posticce e da meritocrazia la nomina nei Parlamenti e nei ministeri delle epigone nostrane – ma avide – di Monica Lewinsky?).    Le animatrici di “se non ora quando?” non facciano dunque l’errore compiuto dai girotondi, e poi dai viola, e dal movimento degli studenti, e da tutti i movimenti di lotta che hanno mantenuto civile e vivo questo paese nel “quasi ventennio” cupo che abbiamo vissuto, non deleghino ai soli partiti il momento elettorale, perché quello è il pallottoliere che   alla fine decide i governi e le leggi, la realizzazione o la distruzione della nostra Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Dieci anni di movimenti trovino la lucidità di discuterne seriamente adesso, tra loro, di come essere protagonisti anche il giorno delle urne. I partiti non bastano, lo hanno mostrato al di là di ogni ragionevole dubbio.

di Paolo Flores d’Arcais – IFQ

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