“Panorama” e gli allegri bastonatori

Eppure non c’era bisogno di aspettare domenica 13 febbraio per sapere. Direte che basta vivere in qualunque luogo, in qualunque giorno della presente e non lietissima vita italiana per sapere un po’ di più. Bastava domandare. Lo ha fatto per esempio il giovane regista Lorenzo Buccelli in un suo riuscito documentario: decine di donne incontrate a caso, scelte negli incontri più occasionali della vita quotidiana. A questa inchiesta, divenuta un dvd dal titolo perfetto “Sorelle d’Italia” è toccato il compito di vedere e prevedere. In quel film dignità, compostezza, la naturale opposizione di chi non fa politica ma non accetta il varietà della politica, sono un messaggio chiaro che non vuole e non cerca pretesti. E allora arriviamo all’evento così splendidamente riuscito e così malevolmente giudicato da alcuni. Un milione di donne in piazza hanno fatto perdere la testa a molti recensori. La cosa incuriosisce   perché in sé non è politica. Di questa idea si può pensare bene o male. Ma puntare sulla stroncatura preventiva è strano e insolito. Non per i politici, naturalmente. Parlo di giornali e giornalisti. Penso con tristezza a Panorama. A che cosa si è ridotto (umiliando, suppongo, l’ottima redazione   )? Pubblica una serie di dichiarazioni di donne che chiedono e dichiarano di non andare in piazza. Legittimo. Ma deve esserci una penuria di normali argomenti (tipo: mai andata, non credo a quel modo di manifestare; oppure: no, perché non condivido) . Infatti il settimanale pubblica una serie di dichiarazioni come questa (attenzione): “Quando si manifesterà contro la morte della meritocrazia, allora sì, quel giorno aderirò”. Oppure: “Come donna, come laureata, come precaria, come mamma, mi sento più umiliata da tutte queste arrampicatrici di dubbio gusto che dall’uomo di potere che le compra con soldi, visibilità e poltrone politiche”. Oppure: “E poi diciamocelo: queste ragazze hanno fatto una scelta chiara, favori in cambio di soldi. Chi sfrutta chi?”. E ancora: “Per quanto riguarda le ragazze che frequentavano Arcore, io farei una manifestazione   contro di loro per sfruttamento del premier”. E infine: “La violenza genera altra violenza. È successo fuori di Arcore, accadrà alla manifestazione del 13 febbraio. Volete combattere il premier? Fatelo sulle questioni reali e non su patetici gossip”.    Come ormai tutti sappiamo non c’è stata alcuna violenza in alcuno degli eventi in decine e decine di città. E questa volta, dopo tante prove riuscite, e nonostante i tentativi del locale ministero della Propaganda, la parola “gossip” in luogo di reato non ha fatto strada neppure sulle pagine di Libero. Eppure l’audace critica preventiva – nel tentativo non riuscito di far stare a casa le protagoniste di domenica 13 febbraio – non ha salvato le piazze italiane piene come un uovo da vivaci e persuase stroncature. Per avere il senso, anche comico, dell’evento suggerisco di confrontare la fotografia aerea di piazza del Popolo sulla manifestazione   di Roma (Herald Tribune,  pag. 3  , quasi un terzo della pagina) con la frase del ministro dell’Istruzione Gelmini: “Sono scesi in piazza i salotti radical chic”. Poi c’è la riflessione cauta e saggia di Fabrizio Cicchitto: “Un milione in piazza? Ma le donne italiane sono trenta milioni. Dunque la stragrande maggioranza non ha partecipato”. E tutti devono ascoltare il giudizio severo del presidente del Consiglio che può telefonare quando vuole a una rete televisiva (in questo caso ha usato roba sua, Canale 5, ma tutti hanno subito ritrasmesso) che, dopo avere visto in onda severe suore che si occupano delle giovani prostitute abbandonate in strada come i cani di ferragosto, riflette e dice: “Manifestazione faziosa, vergogna!”. Subito Michela Vittoria Brambilla si mette al sicuro: “Come donna e madre, ancorché ministro della Repubblica, rivendico la   mia totale non adesione a questa passerella”. Si apre così l’epoca della “totale non adesione” che, presumibilmente, è molto più assoluta del semplice non andare. Resta la critica, completamente diversa, e tuttavia difficile da capire, di Beppe Severgnini (Corriere della Sera, 14 febbraio). Sentite: “Davanti a vicende nuove, gravi e imprevedibili le risposte non possono essere vecchie , rituali e prevedibili. Microfono e buone intenzioni, lettura delle dichiarazioni, studentesse e sindacaliste, francarame (scritto così) e facce già viste. Si finisce per far sembrare originali perfino i professionali slalom di Giuliano Ferrara. Davanti a vicende nuove, gravi e imprevedibili, le risposte non possono essere vecchie, rituali e prevedibili”. Ma perché, Severgnini? Non è mica un gioco, e nonostante gli eventi di Arcore non è uno spettacolo per il quale occorre “new material”   come dicono i comici americani quando devono andare in tournée . I neri degli Usa sono andati in piazza per Obama proprio come avevano fatto per Martin Luther King, e non si sono domandati se il rituale era “già visto”. A loro importava di essere in tanti. Erano in tanti e hanno vinto. E quando non lo hanno fatto, perché si sono detti che era roba del passato, hanno vinto persone molto diverse, con tutte le conseguenze (certo nel caso di George W. Bush) che sappiamo e che durano ancora. Mi rendo conto: la domanda drammatica, adesso, non è più “dì qualcosa di sinistra” (o di destra, come alcuni implorano Fini). La domanda è: “Dì qualcosa di nuovo” . Ma questa domanda va rivolta ai politici. I cittadini – le cittadine – hanno fatto qualcosa di straordinariamente nuovo: erano in piazza, in tante (in questo Paese, in questo momento, non senza qualche rischio anche sul lavoro) per dire basta. Era più nuovo se non fosse accaduto?

di Furio Colombo – IFQ

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