Il Tribunale di Milano condanna i supermercati della Lombardia per discriminazione sessuale

Proprio come nel film di Nigel Cole We want sex, un gruppo di donne si batte per ottenere gli stessi diritti dei colleghi maschi e vince. Solo che non siamo nel 1968, ma nel 2011. E al posto delle giovani operaie della sede londinese di quella che era la fabbrica simbolo dell’industrialismo, la Ford, ci sono nove dipendenti del punto vendita di Novate Milanese della Coop. Il colosso della distribuzione che quando dice “la Coop sei tu” si riferisce ai suoi soci, cioè i clienti, e non sempre ai lavoratori. Nel 2009 le signore, tra i 28 e i 45 anni, hanno fatto causa alla cooperativa che offriva la possibilità di lavorare a tempo pieno (con lo stipendio che ne deriva) soltanto agli uomini. Pochi giorni fa il Tribunale del lavoro di Milano ha dato loro ragione.

LE DIPENDENTI,scrive il giudice Riccardo Atanasio nella sentenza di primo grado, hanno subìto discriminazioni dirette di carattere sessuale: pur lavorando per la Coop da circa vent’anni, non veniva concesso loro il contratto full time per il solo fatto di essere donne. Per questo devono essere risarcite: sia per il mancato guadagno dovuto alla differenza di salario tra part time e full time in questi tre anni, sia per i danni morali   (5 mila euro a testa). Oltre, ovviamente, alla trasformazione del loro contratto in uno a tempo pieno.    Per capire quanto fosse anacronistica la condizione di lavoro delle nove ribelli di Novate basta guardare i numeri: su 51 dipendenti, 14 sono uomini e 37 donne. Degli uomini, tutti tranne uno (peraltro invalido) sono stati assunti a tempo pieno. Su 37 donne invece, ben 34 non sono riuscite ad avere un contratto migliore di un   semplice part time. Pur avendo anzianità aziendale maggiore dei colleghi uomini e pur avendolo richiesto più volte, il contratto a tempo e stipendio pieno veniva sempre assegnato agli uomini, anche se neoassunti. E la differenza di reddito non è poca in busta paga: circa 400 euro netti al mese su uno stipendio di 800 euro. Oltre al fatto che con un contratto a tempo pieno è più semplice accendere un mutuo. I secondi lavori in nero a cui erano costrette   le donne della Coop non bastano per convincere la banca a concedere il finanziamento: “Tutte noi facciamo le pulizie nelle case o negli uffici, anche perché a No-vate Milanese non c’è molta scelta. E anche così arriviamo, al massimo, a 1.100 euro”, raccontano al Fatto Quotidiano. Ma non è tutto.

SECONDO il giudice di Milano c’è stata anche una discriminazione indiretta, sulla carriera: con un contratto part time non si possono ottenere promozioni interne. L’elenco delle mansioni a cui si ha accesso non può cambiare: affettare i salumi, sistemare gli scaffali e stare dietro ai banconi in salumeria. Ma nulla di più. L’avvocato Carmen Schettini dello studio Paganuzzi, la prima a intuire che c’erano gli estremi per fare causa all’azienda, sottolinea che c’è una sola donna, nel punto vendita lombardo, con un ruolo dirigenziale. “Nessuno dice esplicitamente: ‘Non vi promuovo perché siete donne’. Ma ‘non fate carriera perché avete il part time’   – spiega l’avvocato – e con questo trucchetto hanno tenuto tutte le lavoratrici in attesa per oltre vent’anni”. La Schettini ha raccolto i dubbi delle signore, che si chiedevano come mai non riuscissero a cambiare la loro condizione. Poi si è resa conto che non erano casi isolati, ma “un vero   sistema discriminatorio probabilmente inconsapevole, e per questo ancora più grave”.    Sarà una semplice coincidenza dovuta all’andamento del mercato, oppure una forma di ritorsione, ma da quando è iniziata la vertenza l’azienda non ha più permesso alle nove lavoratrici di fare gli straordinari. “È stata veramente dura reggere tre anni con il minimo della busta paga. Le nostre famiglie ci sostenevano, ma a volte i sacrifici erano troppi. È stato il nostro avvocato a dirci che dovevamo insistere: se non fosse arrivata questa decisione ci saremmo rassegnate. E ora abbiamo paura che ci trasferiscano per vendetta”. Erano tutte presenti in tribunale quando il giudice ha lettolasentenza:“Cisiamoguardate e non siamo riuscite a dire una parola. Non ci crediamo ancora: per noi la vita, da oggi, cambia”. E non solo per loro: la giurisprudenza in materia di pari opportunità è poca e, quando c’è, è soprattutto di fonte comunitaria. “Questa è una sentenza pilota,   che verrà considerata anche in futuro per casi analoghi” spiegano dallo studio legale. Un punto a favore di Bernardo Caprotti, patron di Esselunga nella sua storica guerra contro le Coop, che era stato denunciato (senza successo) per aver scritto “Falce e carrello” attaccando i suoi concorrenti.

di Beatrice Borromeo – IFQ

Un’immagine del film We Want Sex (FOTO LAPRESSE)

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