Le Erinni benevole

Da settimane sentiamo parlare di orge ignobili: senza bellezza, buon gusto e, probabilmente, prive di un piacere vero, ossia sereno e gratuito. Tra i Greci gli “órghia” erano tutt’altra cosa: facevano parte della religione dionisiaca, osservata da Euripide con occhio indagatore. Nelle Baccanti il culto di Dioniso giunge in Grecia dall’Asia, portato dal dio che guida una schiera di menadi e rende invasate le donne tebane. Il re di Tebe, Penteo, cerca di opporsi, immaginando che questo sia un rito corrotto, un pretesto per lo scatenamento di una sessualità sfrenata. Invero le donne iniziate corrono sul monte Citerone senza maschi che, anzi, lasciano nelle case della città, quindi danno la caccia agli animali, li mangiano crudi, saccheggiano i villaggi, e ammazzano gli uomini, se cercano di fermarle. Penteo che, stuzzicato e ingannato da Bacco, era andato maliziosamente a spiarle dalla cima di un albero, viene tirato giù e fatto a pezzi dalle caporione di quest’orda furente: la madre sua, Agave e le sorelle di lei. Euripide sembra dire che opporsi all’istinto dionisiaco insito in ciascuno di noi è letale.    Altra versione dà Tito Livio. I baccanali sarebbero giunti a Roma dall’Etruria attraverso la mediazione di un graecus ignobilis. Nel 186 a. C. il console Postumio promosse un’indagine: una schiava, messa alle strette, rivelò che si tenevano riunioni notturne promiscue, durante le quali nessuna turpitudine mancava, e la perfetta iniziazione era non considerare illecito nulla. Sembra una prefigurazione del puttanaio odierno. Il console riferì in Senato e parlò al popolo. Disse che il fenomeno era diffuso ma non se ne conosceva ancora tutta la nefandezza. Si facevano ammucchiate lubriche di femmine e maschi dissoluti, in una totale confusione. Tra gli adepti a quella setta guasta molti erano giovanissimi, e c’era il pericolo che tale marciume dilagasse,   mettendo in pericolo i valori forti della Repubblica: la disciplina, la lealtà, per non dire della pudicizia che rischiava di rimanere sepolta per sempre sotto quella colossale spazzatura. Insomma si trattava di una religione depravata che usava il nome degli dei come pretesto per i delitti. I poteri di Roma e l’indignazione diffusa riuscirono a reprimere il culto perverso delle nefaste congreghe con processi, condanne al carcere e pene capitali. Un decreto del Senato cercò di bandire per sempre quelle confraternite criminose. Senza riuscirvi, poiché in seguito le associazioni segrete e delinquenziali dilagarono in varie forme, fino alle logge massoniche e alle porcate più o meno occulte. Il dionisiaco artistico è tutt’altra cosa e occupa un posto di rilievo nella cultura europea. Nietzsche lo considera una forma di unità musicale con il mondo, un tuffo dentro il fiume vorticoso della vita, che si compie sospendendo l’apollineo principio di individuazione.    Thomas Mann in La morte a Venezia riattualizza la tragedia e la storia. L’austero Aschenbach viene assalito e annientato dalla componente istintiva che aveva tenuto compressa in una vita rigorosamente disciplinata, dedita allo studio e a una creazione artistica fredda, cui mancava l’impronta suprema della gioia. L’autore vuole dire che noi ignoriamo con nostro pericolo il bisogno, purtroppo umano, di esperienza dionisiaca. La morte viene preannunciata al senescente protagonista da una fantasia onirica memore dei riti orgiastici di tipo italico. Il fatto è che   l’irrazionale e l’istinto non possono essere negati e non devono rimanere senza controllo. Eschilo nelle Eumenidi, consiglia di recuperare le furiose Erinni a una dimensione benefica: come fa Atena che le rende Benevole appunto, persuadendole a trasformare in benedizioni le maledizioni con cui volevano gettare ogni sciagura sui cittadini della civilissima Atene.

di Gianni Ghiselli – IFQ

 

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