La leggenda del perseguitato

Le campagne martellanti del premier contro la magistratura sfuggono alla logica delle democrazie occidentali. Perciò vanno studiate e non possono semplicemente liquidarsi come anomalie. Una chiave di lettura è offerta dallo storico Salvatore Lupo. All’interno di un complesso ragionamento sul persistere della mafia nonostante i duri colpi ciclicamente subiti (ragionamento che comprende anche la tesi di una “richiesta di mafia” presente in settori dell’imprenditoria, della politica, del sistema finanziario ed economico), Lupo osserva come già nella campagna elettorale del 1994 partì “un attacco, che allora nell’opinione pubblica nessuno accettava, alla legge sui pentiti” e vi fu un “assalto della magistratura quando la magistratura era sulla cresta dell’onda”.

SE FOSSE stato soltanto un problema di consenso – sostiene Lupo – nessun uomo politico avrebbe azzardato queste operazioni. Furono dunque operazioni “per il futuro, perché c’è bisogno di mafia o di altre cose analoghe alla mafia”; e perché occorre “che i magistrati non ci siano più…” (cfr. “L’evoluzione di Cosa Nostra: famiglia, territorio, mercati, alleanze”, in Questione Giustizia, n. 3/2002). Concentriamo l’attenzione esclusivamente su quest’ultima frase, lasciando agli specialisti di argomentare sulla fondatezza o meno delle tesi relative alla mafia. Confesso che le parole sul “destino” dei magistrati mi erano sembrate, appena lette, troppo forti. Da qualche tempo invece mi capita di ripensarci per chiedermi se   non fosse sostanzialmente già prefigurato nel 1994 tutto quel che è poi successo negli ultimi vent’anni (e sta tutt’ora succedendo) quanto a denigrazione e mortificazione dei magistrati. Intendo dire che le accuse ai magistrati di essere un cancro da estirpare, dei cospiratori golpisti e via vituperando non si possono ridurre alla categoria degli eccessi verbali, frutto della nota esuberanza del   premier. Può darsi invece che si tratti di un piano abbozzato fin dal 1994 e sapientemente sviluppato in seguito. Nel senso che a fronte del profilarsi prima e concretizzarsi poi di accertamenti giudiziari a carico del premier e di alcuni suoi collaboratori, la constatazione che essi non avrebbero potuto essere credibilmente contestati “da soli”, ragionando cioè sulla consistenza dei singoli specifici addebiti, può aver indotto alla scelta strategica di mettere sotto accusa la stessa magistratura, con un crescendo inarrestabile, sproloquiando di avversari politici dediti a complotti e altre nefandezze come (aggiornando il catalogo a ieri) l’accusa di eversione.      Così alimentando – accortamente – la leggenda di un premier perseguitato e di un accanimento nei suoi confronti e innestandovi una poderosa campagna antigiudiziaria, di fatto finalizzata (attraverso la loro sistematica   delegittimazione) a che “i magistrati non ci siano più”: neutralizzando questi fanatici giustizialisti, sostenitori dell’anacronistica tesi di una legge uguale per tutti, premier compreso. In questa tendenza sembra inserirsi a pieno titolo la recente delibera della maggioranza della Camera dei deputati circa la domanda della Procura di Milano di autorizzazione ad eseguire perquisizioni: nel senso   che il potere politico (cosa mai successa prima) opera di fatto una sorta di cancellazione del giudice sostituendosi ad esso nell’interpretazione della legge in punto di competenza a procedere in una specifica indagine preliminare.

LASCIAMO anche perdere la motivazione (nel perorare presso la Questura la causa di una ragazza marocchina minorenne, sua conoscente, il premier si sarebbe preoccupato di tutelare il prestigio e le relazioni internazionali del nostro Paese…): qui interessa il “vulnus” gravissimo inferto al principio della separazione dei poteri, nel quadro di un progetto che punta di fatto a un riequilibrio di essi a tutto danno delle prerogative costituzionali   della magistratura e a vantaggio di un potere politico che sembra preferisca “servizi” più che decisioni imparziali: e che perciò non tollera che esistano (appunto…) magistrati indipendenti gelosi di questo loro “status”.

di Gian Carlo Caselli – IFQ

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