Pare più spietata della “maledizione di Tecumseh”, che, tra il 1840 e il 1960, fece strage di ben sette presidenti americani. La “maledizione dell’amico” (di Mr B) s’intreccia con il domino delle sommosse nel Nord Africa e in Medio Oriente: dopo il tunisino Ben Ali, già deposto, e l’egiziano Hosni Mubarak, che se la passa male e che al massimo arriva a settembre, tocca al dittatore libico Gheddafi sentirsi tremare la terra sotto i piedi. A meno che il colonnello, che è il decano dei satrapi arabi e forse del mondo intero (al potere dal 1969), non stia lui manovrando “alla Gattopardo” per cambiare qualcosa senza in realtà cambiare nulla.    La Conferenza nazionale dell’opposizione libica, piattaforma che raggruppa le principali formazioni anti-regime, ha convocato per giovedì 17 febbraio, fra una settimana, una “manifestazione di massa” in tutta la Libia contro il governo di Tripoli.      Ne dà notizia il quotidiano panarabo Ash Sharq al Awsat, finanziato dai sauditi ed edito a Londra, citando un comunicato della stessa Conferenza nazionale dell’opposizione libica. La data del 17 sarebbe stata scelta “in ricordo delle vittime dell’Intifada scoppiata a Bengasi” nel febbraio 2006, quando manifestazioni contro la pubblicazione in Europa di vignette ritenute offensive dell’immagine di Maometto degenerarono in violente proteste anti-regime, proprio nei pressi del consolato italiano. “Ci appelliamo a tutte le forze dentro e fuori la Libia – si legge nel comunicato della Conferenza – perché ricordino quell’evento con attività e manifestazioni. Ci auguriamo di aver appreso la lezione dalla vittoria dell’Intifada tunisina”: una speranza che suona minaccia per Gheddafi.    La convocazione della manifestazione non è un fulmine a ciel sereno. Da quando si sono avvertiti fermenti nelle piazze di Tunisi e poi d’Algeri e infine del Cairo, le autorità di Tripoli tengono d’occhio l’eventualità di proteste antigovernative   . Dal 1° febbraio il ministero degli Esteri libico ha costituito un’unità di crisi, con a capo il ministro Moussa Koussa e con il coinvolgimento dei ministri della Pubblica sicurezza, generale Younis Al Obeidi, e dell’Economia, Mohammed Al Hwueji. E segnali di insofferenza attraversano il Paese via Facebook, Twitter e vari blog, che già pianificavano “dimostrazioni a Tripoli e Bengasi per l’8 (la giornata sarebbe poi trascorsa tranquilla, ndr) e il 17”.    La prima riunione dell’unità di crisi,   riferiscono fonti locali, citate da AnsaMed, s’è svolta a Bengasi, capoluogo della Cirenaica, il 3 febbraio. E sempre in Cirenaica, regione considerata più a rischio di proteste anti-governative, negli ultimi giorni era stata segnalata la “presenza discreta” di un numero di forze dell’ordine superiore al consueto.    Altri segnali d’“allerta” e di inquietudine vengono dalle ambasciate straniere. In particolare i diplomatici italiani a Tripoli hanno diffuso una nota in cui si sottolinea che “l’ambasciata continuava monito-rare la situazione nel Paese, alla luce di quanto avviene nella Regione”. E anche se “non vi sono al momento motivi di preoccupazione circa possibili riflessi in Libia di quanto sta accadendo, in particolare in Egitto”, la nota ricordati agli espatriati i numeri dei funzionari dell’Ambasciata e i punti di raccolta “in casi d’emergenza”. Alla reattività dell’ambasciata d’Italia a Tripoli non pare, però, corrispondere analoga sensibilità da parte delle autorità romane. Martedì il ministro dell’Interno Maroni ha ribadito   la validità degli accordi con la Libia per arginare l’immigrazione clandestina e fare fronte all’instabilità nel Maghreb: insomma, un elogio del Gheddafi gendarme per conto nostro.    Il passa parola dell’opposizione si somma alle voci di tensioni dentro il regime, dove si guarda al momento, che verrà, della successione a Gheddafi. Quanto è avvenuto e sta avvenendo tutto intorno indebolisce, di fatto, l’ipotesi “dinastica” di passaggio di potere di padre in figlio e può quindi dare fiato ai giochi di palazzo. Ma che qualcosa si stia muovendo lo indica l’attivismo del colonnello nel rispondere ai bisogni “del popolo”, dalla casa alle infrastrutture: è appena stato varato un piano da 150 miliardi di dinari, quasi 90 miliardi di euro. Basterà a sopire i fermenti? I diplomatici americani non ci credono: dopo la Tunisia e l’Egitto, la Libia, scrivono in cablo finiti sul sito The Daily Beast via Wikileaks. Ditelo a Mr B, che c’è un altro amico che traballa.

di Giampiero Gramaglia – IFQ

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