Lo Stato (alla memoria)

Ci sarà da divertirsi tra un mese alle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Cioè di uno Stato che, ammesso che sia mai esistito, è defunto da un pezzo. Ci sarà da pagare il biglietto per vedere le massime cariche e soprattutto scariche magnificare le virtù civiche di Cavour, Mazzini, Garibaldi, Gioberti e altri poveri ingenui che dedicarono la vita a un ideale oggi finito nelle mani che sappiamo. Sarà avvincente soprattutto ascoltare la prolusione di B. dal titolo “Cavour, il senso dello Stato e io modestamente lo nacqui”. Infatti l’altro giorno al vertice Ue non ha detto una parola di politica estera. Anzi no, una cosa l’ha detta: “Qui ci occupiamo dell’Egitto, ma c’è un altro Paese sull’orlo della catastrofe: l’Italia, dove i giudici vogliono processarmi”. Pare che la Merkel stesse chiamando l’ambulanza. Al Centocinquantenario non potrà mancare, magari per la rievocazione delle cinque giornate di Milano, il prefetto Gian Valerio Lombardi (già noto per l’immortale frase: “A Milano e in Lombardia la mafia non esiste”): quello che si mette sull’attenti quando Marysthell Polanco, la pupa del narcotrafficante Carlos Ramirez appena arrestato con 12 chili di coca e condannato a 8 anni, lo chiama sulla linea privata (il numero l’ha avuto da Palazzo Grazioli), gli dice di essere amica del premier e dunque pretende permesso di soggiorno e cittadinanza italiana. E lui che fa? Le dice di mettersi in fila alla questura con tutti gli altri? No, la riceve due volte nel suo ufficio e, siccome a Milano parcheggiare è un sogno, la fa entrare con l’auto nel cortile del Palazzo del   governo, magari accanto alle volanti che hanno arrestato il narcofidanzato. Alla fine, fantozzianamente, il servitore dello Stato si raccomanda con la pupa del gangster (Carlos, non Silvio): “Mi saluti il presidente quando lo vede”. La selezione dei prefetti della Repubblica dev’essere severissima, se si pensa alle gesta di Carlo Ferrigno, già questore di Torino e poi prefetto di Napoli, direttore centrale dell’Ucigos e commissario anti-racket. Quando Maria Makdoum, 20 anni, danzatrice del ventre, si stufa di studiare e vuol saltare la fila per andare in tv, ci pensa lui: il superprefetto chiama Lele Mora (chi non ha il numero di Lele Mora?) e affida la ragazza nelle sue sapienti mani, poi l’accompagna a Palazzo Grazioli. E ci dev’essere qualche giovin Ferrigno anche alla Questura di Milano, se è vero che Ruby fu rilasciata in tutta fretta dai funzionari che poi omisero di annotare nelle relazioni ufficiali la telefonata del premier. Pure alla Consulta la selezione dev’essere draconiana, se si pensa che riuscì a diventarne presidente persino Antonio Baldassarre, ora imputato per aggiotaggio per essersi inventato con documenti falsi una inesistente cordata per Alitalia: per dire in che mani era, fino a qualche anno fa, la Consulta. Sempre per la serie “servitori dello Stato”, si segnala l’assessore regionale al Territorio della Lombardia, il leghista Daniele Belotti, indagato con altri 103 ultrà dell’Atalanta accusati di pesanti violenze dentro gli stadi e fuori. È la famosa tolleranza zero del ministro Maroni (chissà se il Belotti aveva la tessera del tifoso). Lo sgovernatore Formigoni, già comprensibilmente orgoglioso di aver   portato al Pirellone la nota statista Nicole Minetti, aggiunge un’altra perla alla sua collezione di servitori dello Stato. Ma si può fare di meglio, come dimostra il via vai chez B. di Ghedinilongopecorellalfano per vedere come usare governo e Parlamento per abolire l’ennesimo processo al premier. All’uscita, coi pantaloni strappati in corrispondenza delle ginocchia, questi servitori dello Stato biascicano che “la Procura viola la Costituzione”. Parola dei maggiori produttori di leggi incostituzionali della storia dell’umanità. Forse, in vista del Centocinquantenario, è il caso di provvedere a una riformina linguistica: i servitori dello Stato c’erano quando c’era lo Stato; oggi ci sono i servitori.

di Marco Travaglio – IFQ

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