Se essere cittadini liberi vuol dire non essere sottoposti ad un potere enorme e assolvere i doveri civili, è evidente che gli italiani non possono dirsi liberi; ossia, sono sì liberi, ma liberi nel senso della libertà dei sudditi o dei servi. In Italia si è infatti affermato un potere che non è né arbitrario, né autoritario, né dispotico, né illegittimo, ma è enorme e con la sua stessa esistenza distrugge la libertà dei cittadini. Il potere di Silvio Berlusconi non è arbitrario, perché non è tale da poter imporre la propria volontà a suo piacere; non è autoritario, perché non si è affermato e non si regge grazie all’uso della violenza poliziesca o di forze armate private; è legittimo, perché si fonda sul consenso della maggioranza degli italiani espressa secondo le regole democratiche. È tuttavia enorme in senso proprio, in quanto eccede di gran lunga i limite del potere che un uomo ha mai avuto in un regime liberale o democratico. Silvio Berlusconi dispone di una ricchezza personale che nessun leader politico democratico ha mai neppure lontanamente sognato di possedere; controlla un partito politico, che egli stesso ha fondato, composto di persone fedeli non ad un ideale ma a lui; gestisce un sistema di comunicazione di massa che nessun capo di governo ha mai avuto a sua disposizione. Non sono certo necessarie molte parole per capire che il denaro non è un fatto privato ma un vero e proprio potere politico.  I soldi permettono di distribuire favori, ovvero dei benefici corrisposti non per ragione o meriti particolari  ma perché l’oligarca ritiene che la persona beneficiata lo ricompenserà con la sua “amicizia”, lealtà e perfino devozione.  Chi ottiene i favori e sa che li deve al potente e non ai propri meriti, perde immediatamente, ammesso che l’abbia mai avuta, la mentalità della persona libera e si fa sostenitore del potente sia per la speranza di nuovi favori sia per non perdere quelli acquisiti. Una ricchezza enorme può  quindi facilmente trasformarsi in una vasta rete di consenso elettorale. Controllare un partito composto di persone devote vuol dire essere in grado di conquistare voti, e con i voti l’accesso al potere politico. Gestire un impero mediatico significa essere in grado di persuadere milioni di persone.  Non importa chi sia l’uomo che ha un tale potere; è anche del tutto irrilevante che lo usi bene o male. Il semplice fatto che esista un potere di tali dimensioni e con tali caratteristiche, trasforma i cittadini in servi.  Quando in un paese si afferma un potere enorme o arbitrario, nasce il sistema della corte.  Si ha una corte quando esiste una persona che, in virtù del suo enorme potere, occupa costantemente una posizione più elevata e centrale rispetto a un numero più o meno grandi di individui che dipendono da lui per avere, conservare e aumentare ricchezza, status e la possibilità di apparire ed essere ammirati. (…) Perfetto servo è colui che abbandona la propria anima per assumere quella del signore, e la corte è congregazione di uomini raccolti per perseguire il medesimo fine del servire: avverrà che a pena il padrone non avrà mosso lingua, che l’accorto segretario avrà col pensiero penetrato a qual segno egli vada a mirare”. Deve insomma il cortigiano “vestirsi degli affetti del padrone”, e vivere della sua ragione.  Altro è servire un signore, altro, è bene rammentarlo, è servire la repubblica. Chi scriveva di corte e di cortigiani lo sapeva bene. (…) Per quanto i cortigiani siano fra loro diversi e fra loro ostili, la corte è massa e ha il potere di irradiare i propri comportamenti fino agli angoli più lontani della nazione, come il ragno al centro della tela. Se si muove tutto si muove. Il comportamento dei cortigiani, ha scritto Elias  canetti, “deve contagiare gli altri sudditi” e ciò che i cortigiani fanno “sempre deve indurre gli altri sudditi a fare talvolta altrettanto”.  Gli uomini che la formano “hanno funzioni nettamente separate e appaiono molto diversi gli uni per gli altri, essi sono tutti uguali in quanto cortigiani, e formano un’unità da cui irraggia un’uniforme norma di vita.  Il principe e i cortigiani sono dei modelli da imitare. “La vita del principe”, ci ricorda Baldassar Castiglione, “è legge e maestra dei cittadini, e dai costumi  di quello dipendan tutti gli altri”. (…) La violenza o la minaccia della violenza sui corpi o sulle proprietà hanno nel sistema della corte un ruolo marginale. Poiché non c’è violenza, non c’è oppressione: nessuno è costretto a fare ciò che vuole fare. Tutti sono liberi; eppure c’è un uomo che sta al di sopra e al centro di una congregazione di individui che servono la sua volontà.  È, né più né meno, la servitù volontaria di cui ha trattato Etienne de la Boétie: “Giungo ora a un punto che, a parere mio, è la molla segreta del potere, il sostegno e il fondamento di ogni tirannide: Chi pensasse che sono le guardi, le alabarde, le sentinelle a proteggere i tiranni, cadrebbe in gravi errore. Secondo me, essi vi ricorrono per la forma e come a uno spauracchio , più di quanto vi facciano affidamento. Gli arcieri sbarrano le porte del palazzo agli incapaci privi di qualsiasi possibilità di nuocere, non già agli audaci ben in armi. È facile constatare che fra gli imperatori romani sono meno numerosi quelli sfuggiti al percolo grazie ai loro arcieri che quelli uccisi per mano degli stessi. Infatti non sono gli squadroni a cavallo, le compagnie di fanti, le armi che difendono un tiranno, ma sono sempre quattro o cinque uomini che lo sostengono (benché da principio si faccia fatica a crederlo, è l’assoluta verità) e gli consegnano l’intero paese. È sempre stato così; cinque o sei hanno ottenuto di venire ascoltati dal tiranno e gli si sono avvicinati spontaneamente, oppure sono stati chiamati da questi per diventare i complici delle sue crudeltà, i compagni dei suoi piaceri, i lenoni della sua lussuria, i beneficiari delle sue rapine. Questi sei istigano così abilmente il loro capoc che egli si comporta iniquamente verso il popolo, con la propria malvagità, ma accresciuta dalle loro. Questi sei hanno sotto di loro seicento che corrompono proprio come hanno corrotto il tiranno. E questi seicento hanno alle loro dipendenze seimila che innalzano di grado: fanno dare loro il governo delle province o la gestione delle finanze allo scopo di tenerli in pugno, puntando sulla loro cupidigia o sulla loro crudeltà, perché essi le esercitino al momento opportuno e facciano del resto tanto male da non potere più sostenersi se non alla loro ombra, da sfuggire alle leggi e alle sanzioni solo grazie alla loro protezione.Grande è la serie di quelli che vengono dopo e chi vorrà dipanare la matassa vedrà che non già seimila, ma centomila, milioni rimangono vincolati al tiranno per mezzo di questa catena ininterrotta che  li lega indissolubilmente a lui […]. Insomma, a causa dei vantaggi e dei favori strappati ai tiranni, si arriva a un punto ove quelli che traggono vantaggio dalla tirannide sono quasi numerosi come quelli che aspirano alla libertà”.  Gli oppressi sono liberi; i cortigiani sono servi.  Non basta che eseguano i suoi ordini, bisogna anche che immaginino quello che vuole e, spesso, persino che prevengano i suoi desideri.  Obbedirgli non basta, resta ancora da compiacerlo; bissona che si logorino, si affannino, si ammazzino per fare i suoi affare, e poiché si compiacciono solo nel piacere di quello, devono sacrificare i propri gusti in favore dei suoi, rinunciare al proprio temperamento, spogliarsi della propria indole.  (…) Il servo che cerca la servitù, diversamente dal servo costretto con la forza, deve imparare a pensare, parlare, agire, come il suo padrone.  (…) Silvio Berlusconi non prende ordini, li impartisce. Deve accettare limiti al proprio potere, e a volte deve anche fare concessioni ad alcuni dei cortigiani più intraprendenti, ma la sua superiorità e la sua centralità non sono in questiona.  (…) Oggi, nella corte nata all’interno della democrazia, il popolo dei cortigiani conta milioni di individui, che grazie ai mezzi di comunicazione di massa vedono il principe e ascoltano le sue parole ogni giorno. La centralità è costante.  (…) La dimensione dello straordinario non è affatto scomparsa dalla politica dei nostri tempi, anche se in essa è entrata e continua ad entrare molta banalità e molta volgarità. Il potere continua a intossicare, ma anche ad esaltare.  (…) La vita politica diventa di conseguenza un immenso teatro o, come ha scritto assai bene Filippo Ceccarelli, “un teatrone”: “ma quale teatrino della politica! Magari. È molto di più. È un teatrone, semmai. Un teatrone, ormai. E non si torna indietro. In estrema e brutale sintesi: lo spettacolo ha messo in scacco il potere e lo tine prigioniero, pallida ombra di se stesso, senza avergli nemmeno notificato questa sua nuova condizione di cattività.  (…) Silvio Berlusconi domina la scienza: appare più di ogni altro e recita la parte principale fra i comprimari, personaggi minori e comparse. Gli altri cortigiani, per quanto si agitino e parlino, e strepitino e si lagnino, splendono solo nella misura che egli permette di apparire e di collocarsi sotto la luce dei riflettori. Non lesina sforzi per presentarsi entro uno sfondo accattivante, preferibilmente fatto di cieli finti e nuvolette. Quando l’occasione lo richiede, si fa costruire vere e proprie scenografie con baracconi ammalianti nella loro evidente artificiosità: “strutture leggerissime e provvisorie, bene ordinate e confortevoli, ma soprattutto destinate a creare un sentimento di meraviglioso stupore negli ospiti e nei telespettatori. Luoghi, insomma, di spettacolo”.  (…) Per la visita dei G8 a Genova, nel luglio del 2001, pretese un’ordinanza che vietava ai cittadini di esporre panni. Fece sparire cartelloni pubblicitari e antenne affinché tutto sembrasse più ordinato e asettico. Arrivò addirittura a far mimetizzare la facciata di un intero palazzo, ai suoi occhi troppo moderno, con una colossale gigantografia degna dei migliori teatri, con finti colori, finte porte, finte finestre, finti balconi, finto tetto. Terminata l’opera, pronuncio un giudizio che rivela la sua visione estetica: “Io lo dico sempre, la finzione è meglio della realtà”. Quella città falsa era la sua città, creata a sua immagine e somiglianza, segno visibile della sua grandezza.  (…) In occasione del dibattito su un tema – il conflitto di interessi – che lo toccava da vicino, cercò senza riuscirci di cambiare la scenografia e le riprese perché esaltassero in modo adeguato la sua centralità e la sua preminenza. Nella repubblica degli spettacoli, scrive finemente Ceccarelli, il primato non spetta più alla Camera e al Senato , ma a lui.  (…) Si prepara per la parte e al tempo stesso improvvisa, come i grandi attori. E lui lo è. Con la stessa apparente naturalezza può piangere davanti ai bambini dell’Uganda ricoverti al Bambin Gesù e fare la “mossa” da sciantosa quando la banda dei Carabinieri accenna a una marcetta.  (…) Calcola sempre la distanza ottimale tra sé e il pubblico e l’altezza da cui deve parlare, Non vuole mai nessuno dietro e sopra.  (…) Il signore della corte italiana dedica una cura continua al suo volto affinché sia sempre privo di imperfezioni e dia l’idea che egli è in grado di sconfiggere il tempo. Come il tempo, sil signore sa vincere anche la morte. Annuncia una grave malattia che l’ha colpito solo quando può proclamare di averla debellata.  (…) I suoi vicini collaboratori devono del pari avere corpi integri e dimostrare di sapere vincere con la volontà si segni del decadimento. Tutti ricordiamo l’immagine scattata alla Bermuda di Berlusconi in maglietta e pantaloncini bianchi che guida una pattuglia di fedelissimi agli esercizi ginnici e alla corsa. È l’immagine di un rituale che esprime un ordine gerarchico e una volontà di ascesi fisica in cui il corpo è mezzo di rappresentazione.  (…) Le sua apparizioni davanti ai seguaci sono sempre precedute da inni e musiche.  (…) Machiavelli racconta che quando i Medici eranos ignori di Firenze, uno dei segni più evidenti del loro potere, e più offensivo della libertà repubblicana, era la pratica di trattare le questioni politiche non nelle pubbliche sale, ma nei loro sontuosi palazzi. Non è forse noto a tutti che Berlusconi ha introdotto la medesima pratica? I luoghi nei quali svolge parte cospicua della sua iniziativa politica sono infatti Palazzo Grazioli a Roma, Villa San Martino ad Arcore, Villa Certosa in Costa Smeralda, e il castello di Paraggi a Portofino. È in questi spazi privati che egli riceve amici, parlamentari e capi di Stato. In questo modo avvilisce la dignità e la maestà dei pubblici palazzi ed esalta la sua ricchezza e il suo potere. Nell sue dimore private si presenta con grande splendore e si sottrae allo sguardo della pubblica opinione. Il suo potere diventa affascinante e segreto, e per questo immenso.  (…) [Baldassar Castiglione] “ Il ruolo delle donne è allietare il signore e i cortigiani. Senza di loro la corte sarebbe tetra e noiosa. Il loro numero, la loro bellezza e giovinezza sono il segno della sua potenza. Per i loro servigi ricevono vari benefici, primo tra tutti quello di apparire a fianco del signore e dei potenti nello splendore dei loro abiti e dei loro ornamenti. Alle più abili ed intraprendenti, il signore concede l’onore di partecipare, direttamente o indirettamente, alla gestione del potere. “  (…) La nuova corte italiana non fa eccezione. Le cortigiane, quasi del tutto inesistenti prima dell’insediamento del potere  del nuovo signore, o relegate ai margini, sono diventate richiestissime. Le chiamano attrici, attricette, divette, escorte vallette, soubrettes, veline, letterine ma sono in tutto simili alle cortigiane di un tempo, forse, in molti casi, meno colte. Alcune di loro sono state premiate con pubblici onori, formalmente riconosciuti: un indubbio progresso, frutto dell’emancipazione femminile. Non è pettegolezzo, sono esse stesse ad ammetterlo: “il corpo è il nostro biglietto da visita”, ha confessato una signora elevata ai pubblici onori, Ma non dovrebbero contare soprattutto le qualità morali e intellettuali, e la dedizione al bene comune? Domanda del tutto pertinente in una repubblica bene ordinata; fuori luogo alla corte.  (…) Nei momenti di svago, accanto alle cortigiane, c’è il giullare che intrattiene con le sue canzoni. Il suo nome è Mariano Apicella. Se la sua musica e le sue canzoni allietano, tute le porte si aprono e tutti gli sguardi si volgono verso di lui. L’applauso è solo il primo riconoscimento, poi vengono gli altri benefici, primo fra tutti quello di restare nella corte.  (…) Manca nella nuova corte il buffono di ruolo, ma abbondano i cortigiani che si rendono ridicoli, a volte per intima vocazione, più spesso perpiegarsi all’ordine, esplicito o implicito del signore. (…) Un esempio potrebbe essere Emilio Fede, quando si aggrega al rito della corsa rigeneraten, guidata dal signore. Nel bel mezzo dello sforzo, il devoto cortigiano ultrasettantenne inciampa e stramazza offrendo povero spettacolo di sé ai fotografi in agguato. Possibile che un uomo della sua età non se la senta di sottrarsi ad una corsa sotto il sole d’agosto? (…) Nessun sacrificio, anche quello della dignità è troppo grave, per restare vicini al signore e accondiscendere al suo volere.  (…) Documentano i cronisti che autorevoli ministri accettano di buon grado di recitare, la sera, ad alta voce, brani scelti del signore. Terminata la lettura collettiva, c’è poi l’incombenza di ripassare le canzoni composte anch’esse dal signore con l’aiuto del giullare di corte. C’è poi l’obbligo di ridere quando il signore racconta barzellette. Qualcuno per eccesso di zelo ride troppo, e si rende ridicolo, ma sono inconvenienti che capitano.  (…) Raccontano le cronache che durante un convegno fece alzare dalle loro poltrone il presidente della Regione e il responsabile regionale del partito e ordinò loro di reggere un tabellone sul quale illustrò le grandi opere pubbliche che intendeva realizzare. Andò avanti per le lunghe senza minimamente curarsi dei due politici, uno dei quali pubblico amministratore, umiliati al ragno non proprio dignitoso di piedistalli umani. Provi il lettore ad immaginare come avrebbero reagito uomini come De Gaspari, Ugo la Malfa, Enrico Berlinguer, Aldo Moro, per citare solo alcuni nomi, all’ordine del presidente del Consiglio di mettersi in calzoncini e correre dietro a lui, recitare suoi brani, cantare le sue canzonette, reggere i tabellone per le sue pubbliche orazioni. Lo avrebbero guardato con compatimento e disprezzo.  (…) Il popolo, o, come si dice oggi, la “gente” che assiste affascinata allo spettacolo della corte, li ammira, e vuole diventare come loro, nella speranza di ottenere fama, onori e denari. La corte penetra così nel corpo della nazione, e con essa i modi di pensare, parlare e agire servili.

di Maurizio Viroli

Riassunto tratto dal libro:

La libertà dei servi, capitolo II “La corte”

Anticorpi,  Laterza Editori

2010 Roma-Bari €.15,00

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