I soldi di Cosa Nostra nel prosciutto siciliano

Condannato a 12 anni Giuseppe Grigoli, il concessionario Despar in Sicilia: era il prestanome di Messina Denaro.

La Despar, nella Sicilia occidentale, era Cosa Nostra. Una sentenza storica colpisce Giuseppe Grigoli, concessionario tramite le sue società di circa 60 supermercati in Sicilia. Considerato il cavallo di Troia del superlatitante Matteo Messina Denaro, l’imprenditore è stato condannato dal Tribunale di Marsala a 12 anni di reclusione per l’articolo 416 bis del codice penale: associazione a delinquere di tipo mafioso. Messina Denaro, ritenuto capo dell’organizzazione, è stato condannato a 27 anni e un mese, che diventano 30 in continuazione con una precedente condanna. Si cristallizza così l’immagine della cosiddetta “nuova mafia”, la mafia dell’imprenditoria, la mafia degli affari sommersi, quella che, muovendosi nella zona grigia tra legalità e illegalità, falsa la concorrenza e, riferendo a Cosa Nostra, la sostiene, la arricchisce e si arricchisce.    Dodici mesi di processo, trenta   udienze ealtrettanti testimoni escussi, tra i quali spiccano i nomi di Maurizio Di Gati, Angelo Siino, Nino Giuffrè e di altri collaboratori di giustizia.    I PUBBLICI ministeri della Dda di Palermo Carlo Marzella e Sara Micucci avevano chiesto 10 anni per Messina Denaro, già condannato per associazione mafiosa, e 15 per Grigoli. Lunedì sera, dopo quattro giorni pieni di camera di consiglio, è arrivata la durissima   sentenza di primo grado, che tra l’altro ha disposto una maxi-confisca di oltre 250 milioni di euro a Grigoli, familiari e prestanomi. E ora, che ne sarà della gestione del marchio nella Sicilia occidentale? Il presidente di Despar Italia, Antonino Gatto, aveva dichiarato di voler attendere la sentenza di primo grado nei confronti del Grigoli prima di prendere qualunque decisione. Qualunque davvero, visto che l’azienda non si è nemmeno costituita parte civile, nonostante   il rischio, ora concretizzatosi, di vedere gravemente lesa la propria immagine.

LE MOTIVAZIONI della sentenza saranno depositate più avanti, ma i giudici hanno evidentemente considerato fondamentali i molti pizzini sequestrati a Montagna dei Cavalli, nel covo di Provenzano, l’11 aprile 2006, che accusavano Grigoli di aver realizzato interessi economici facenti capo a Messina Denaro, offrendo a quest’ultimo una concreta possibilità di espansione del potere di controllo, anche economico, in un importante settore di mercato.    Ed è stata decisiva anche la testimonianza del collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati, secondo cui il boss Leo Sutera disse esplicitamente che chiedere il pizzo a Grigoli era come chiederlo a Matteo Messina Denaro in persona: “E la mattina ci guardiamo allo specchio e ci sputiamo in faccia?”.    Grigoli, arrestato nel dicembre del 2007, ha cominciato come titolare di una modesta bottega di alimentari   , e con questi metodi ha costruito un vero e proprio impero. Va detto, però, che in questo processo è emerso anche il racconto di una Sicilia e di un’imprenditoria, diversa. Un signore apre un punto vendita Despar a Partinico. I mafiosi locali, capeggiati da Vito Vitale, si presentano puntualmente ad imporgli l’assunzione di personale a loro gradito.    Lui riesce a prendere tempo per andare al commissariato di polizia e denunciare i picciotti che lo hanno minacciato.    Lo fa nonostante “quelli della Despar” gli avessero consigliato di non fare nulla, di stracciare il pizzino che rappresentava la prova regina delle pressioni mafiose che aveva subìto.    Grazie alla denuncia di questo imprenditore coraggioso, il Tribunale di Palermo ha inflitto pesanti condanne. Oggi lui è costretto a vivere con la sua famiglia sotto protezione in una città del Nord Italia, ma a noi piace ricordare il suo nome: si chiama Antonino Cassarà.

di Eleonora Bujatti – IFQ

Giuseppe Grigoli (FOTO ANSA)

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