“C’è un’antimafia dei fatti può battere cosa nostra”

L’intervento del procuratore generale Roberto Scarpinato.

Il futuro della lotta alla mafia si gioca sullo stesso terreno macroeconomico e macro-politico su cui si gioca in questo momento il futuro del sistema Paese: il rapporto Nord-Sud e la rottura del perverso circuito vizioso per cui le risorse destinate allo sviluppo vengono, invece, dirottate per continuare ad alimentare il cosiddetto management del sottosviluppo, e il sottosviluppo a sua volta alimenta la criminalità la quale crea un’economia parallela, che offre impiego a vasti strati della popolazione, conquistandone la complicità.

LA REALTÀ particolare del distretto di Caltanissetta si offre alla riflessione generale non come declinazione di una vicenda locale e periferica ma, al contrario, come originale laboratorio sociale nel quale da alcuni anni si stanno concretamente sperimentando modelli, sinergie, alleanze tra forze sociali e settori istituzionali di tale portata innovativa da assumere a dignità di modello nazionale   . I media nazionali hanno sinora enfatizzato solo un aspetto di tale processo innovativo, consistente nella decisione assunta per la prima volta dalla Confindustria di Caltanissetta nel 2005 ed estesa poi nel febbraio 2010 all’intero territorio nazionale, di espellere gli iscritti che si assoggettavano passivamente al pagamento del pizzo, senza denunciare gli estorsori alle forze di polizia. Iniziativa questa, quasi contemporanea alla nascita nel territorio di Gela di una importante associazione anti-racket che ha portato a un significativo incremento delle denunce contro gli estorsori. Si tratta certo di fenomeni rilevanti che dimostrano una significativa crescita culturale e che, tuttavia, costituiscono solo un primo tassello, un primo step di per sé inidoneo da solo a mutare l’ordine generale dei fattori. Perché la mafia non è solo quella del racket, perché in tutti i territori ad alta densità mafiosa la maggioranza degli operatori economici continua a ritenere più   conveniente recuperare il costo del pizzo mediante l’evasione fiscale o spalmandolo pro quota sui consumatori finali, e perché in tanti restano convinti della irredimibilità del problema mafia sino a quando non si interverrà radicalmente a monte sulle condizioni socio strutturali che determinano a valle il riprodursi di quel degrado economico e culturale che costituisce terreno di coltura per la riproduzione della manovalanza mafiosa. Non è dunque questa la vera novità del modello di Caltanissetta. La novità storica, il motore sociale che ha segnato una discontinuità rispetto al passato, che ha messo in moto una nuova storia possibile è stata la rottura di un blocco di potere.

QUESTA ROTTURA si deve all’iniziativa di una componente sociale che costituisce una delle spine dorsali della classe dirigente: la classe imprenditoriale.    E si è verificata quando nel 2004 un gruppo di giovani imprenditori, figli di questa terra, ha preso coraggio e, alzando la testa, ha espulso da Confindustria alcuni loro potentissimi colleghi: imprenditori che avevano rivestito   ruoli apicali negli organi associativi regionali, e che, grazie al metodo mafioso e a protezioni politiche, avevano creato un sistema di potere di portata regionale se non nazionale, che aveva i propri referenti e terminali all’interno della mafia militare, nonché all’interno del mondo politico, di quello amministrativo e di quello bancario.    Tale rigenerazione del direttivo di Confindustria provinciale non è stata il frutto di un pacifico e indolore processo democratico, ma l’esito di un vero e proprio braccio di ferro, di un accidentato percorso di guerra, irto di trappole e di intimidazioni mafiose, nel quale per il prevalere della componente legalitaria è stato determinante l’appoggio offerto prima dal presidente nazionale di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, e poi dall’attuale presidente Emma Marcegaglia.   Solo grazie alla creazione di questo asse nazionale tra alcune élite locali ed élite nazionali dei ceti produttivi, è stato possibile costruire e mantenere in vita un fronte di resistenza contro settori potenti dello stesso mondo confindustriale che a Caltanissetta, a Palermo, a Catania, a Trapani ed in tutta la Sicilia avevano in passato collocato i propri uomini ai vertici delle associazioni di categoria creando alleanze strategiche con l’imprenditoria mafiosa e paramafiosa. È così iniziata una nuova possibile storia, perché quel fronte di pionieri ha capito l’importanza di allargare progressivamente il fronte sociale di resistenza e di rinnovamento coinvolgendo altre categorie produttive.

L’ESPERIMENTO è stato così clonato con successo nella Camera di Commercio dove pure sono stati rinnovati i direttivi, mettendo fuori gioco presenze che in passato avevano svolto ruoli nefasti, e dove i rappresentanti delle varie categorie produttive – dall’industria all’artigianato, dall’agricoltura alle rappresentanze sindacali dei lavoratori – hanno dato vita a una cabina di regia di antimafia sociale che non solo alimenta una nuova consapevolezza culturale, ma mette anche in opera sinergie istituzionali e produce persino diritto. Mi riferisco alla promozione e alla stipulazione con le Prefetture di una serie di innovativi protocolli di legalità che hanno coinvolto anche i più importanti gruppi imprenditoriali nazionali che operano in Sicilia e le forze sindacali.   Protocolli di legalità che non sono meri cataloghi di buone intenzioni, ma costituiscono uno straordinario esempio innovativo di diritto sociale antimafia prodotto dal basso che ha anticipato in questa realtà locale soluzioni di tale validità da essere state poi recepite come norme di legge a livello nazionale. Mi riferisco, ad esempio, alla norma del testo unico sulla sicurezza che vieta alle imprese che hanno subito un’estorsione senza denunciarla di partecipare ai pubblici appalti per un periodo di tre anni. Faccio riferimento, per esempio, anche alle norme introdotte nel piano straordinario contro le mafie che impongono la tracciabilità bancaria obbligatoria di tutti i pagamenti effettuati dalle imprese che si aggiudicano pubbliche gare di appalto. E non va dimenticata poi la decisione di Confindustria e della Camera di Commercio di costituirsi parte civile nei processi per reati di mafia, anche nei casi   nei quali i loro iscritti non sono direttamente vittime dei reati.

IL MODELLO di legalità e sviluppo nato a Caltanissetta è stato poi esportato anche in altre province siciliane, in altre regioni italiane, candidandosi a divenire modello nazionale grazie anche all’instancabile opera di promozione svolta dal presidente di Confindustria di Caltanissetta Antonello   Montante e dal presidente di Confindustria siciliana Ivan Lo Bello, per citare solo due tra gli esponenti di questa nuova leva di imprenditori, uomini simbolo di una rinascita interna alla classe dirigente isolana che hanno costruito una testa di ponte per saldarsi ai ceti produttivi nazionali. Ma la descrizione del modello Caltanissetta è ancora incompleto. Perché, riconosciuti i meriti di coloro che si sono fatti coraggiosamente promotori di questo inizio di mutamento sociale dei rapporti di forza, tra i quali vorrei ricordare anche l’ex sindaco del Comune di Gela, Rosario Crocetta, che ha trascinato quasi un’intera comunità in un’azione di pulizia dell’amministrazione comunale da infiltrazioni mafiose, va tuttavia evidenziato che tutto questo forse avrebbe avuto breve storia e non sarebbe andato molto lontano, se sui centri di potere che permeavano l’intera economia del territorio non fossero autonomamente intervenuti la magistratura e le forze di polizia, disarticolandone   definitivamente l’indomita forza e l’enorme capacità di condizionamento della vita sociale, mediante il sequestro prima e la confisca dopo, di un impero economico di respiro nazionale stimato in 270 milioni di euro, nonché mediante indagini, tutt’ora in corso di svolgimento, che spaziano a tutto campo dalla mafia tradizionale, ritenuta braccio e referente di quell’impero economico, a diffuse connivenze nel mondo bancario, in quello politico ed amministrativo.

INTERVENTO giudiziario che si è sommato a quello di pari incisività volto a recidere i perversi intrecci di affari tra la criminalità mafiosa ed una impresa multinazionale leader a livello mondiale, che aspirava ad assumere il monopolio della fornitura di calcestruzzo in Sicilia e che condivideva con la mafia enormi profitti conseguiti mediante un mix micidiale di intimidazioni e di frodi di mercato, realizzate anche ai danni della Pubblica amministrazione. Interventi giudiziari dovuti   ma non scontati, ove si consideri che in questo palazzo di giustizia sino a non molti anni fa alcuni arrivavano talora persino a dubitare dell’esistenza stessa della mafia nella provincia o identificavano la mafia esclusivamente con la sua componente militare e popolare. Il lavoro della magistratura e delle forze di polizia è essenziale ma rischia di rivelarsi sterile nel lungo periodo, se ad arresti e sequestri non fa poi seguito una mobilitazione delle forze produttive che disarticoli negli snodi cruciali del circuito economico ed istituzionale – Confindustria, Camera di Commercio, Associazioni di categoria, Aree di sviluppo industriale – quella fittissima rete di relazioni personali sulla quale la magistratura non può intervenire, perché non sempre è possibile conseguire la prova di responsabilità penali. […] Questa terra ha visto all’opera non l’antimafia delle parole,   ma l’antimafia degli uomini del fare. Imprenditori e operatori economici che hanno fatto le concrete scelte di rottura. Uomini di Stato – magistrati ed esponenti delle forze di polizia – che hanno fatto molto più del loro dovere.    *Intervento del Procuratore generale presso la Corte d’appello di Caltanissetta in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario.

di Roberto Scarpinato Procuratore generale presso la Corte d’appello di Caltanissetta in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario  – IFQ

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