Palestina senza giustizia

Era una tragedia annunciata, ma Stati Uniti ed Europa hanno fatto finta di niente fino a quando la rabbia della generazione Internet ruba la piazza all’islam e travolge le autocrazie. Novità dell’Egitto, tante donne in piazza: baciano e sfidano i soldati. Vogliono ricucire la speranza dopo 30 anni di una disattenzione affidata alle polizie. Da Tunisi al Libano degli hezbollah ormai al governo; dalla Giordania che traballa (quel re che si gioca a Las Vegas l’aereo di Stato) allo Yemen dei banditi del profeta, il mondo arabo cambia faccia mentre nel Sudan si preparano gli ultimi assalti di una guerra civile con un milione di morti alle spalle. Israele assediata dal caos preoccupa le nostre soffici città eppure il silenzio dei non innocenti continua a nascondere il cuore del disordine che da mezzo secolo sconvolge i popoli in fondo al Mediterraneo. Palestinesi sbeffeggiati negli appuntamenti di pace, rimandati, respinti, affogati da strategie disinteressate al dramma di donne mai considerate. Invasioni armate, “punizioni” al fosforo bianco, eppure le furbizie non cambiano e i profughi continuano ad aspettare. Quale futuro nella regione in fiamme? Ecco che l’altra America nella stagione del benessere prova a diventare protagonista. Comincia dal Medio Oriente. Il 16 febbraio, Lima ospita l’incontro tra 9 presidenti latini e 11 capi di stato arabi. Gli arabi del Sudamerica sono milioni in fuga dall’impero turco disfatto alla fine della Prima guerra mondiale. Lobby che pesa in politica e negli affari. La comunità cilena (300 mila commercianti, piccoli e grandi imprenditori) dà fiato all’economia. L’immensa moschea di Caracas nasce cinquant’anni fa appena il boom del petrolio scuote le gerarchie sociali. Impossibile fare il conto di quanti siro-libanesi siano dispersi nel Brasile continente, ma subito Dilma Rousseff segue le promesse di Lula: annuncia il   riconoscimento dello Stato palestinese assieme ad Argentina, Cile, Bolivia, Ecuador, Uruguay e Paraguay. Venezuela e Cuba d’accordo. Le divisioni restano a proposito dei confini dentro i quali dovrebbe nascere la Palestina. Dilma conferma le frontiere tracciate dall’Onu nel ‘48: Gerusalemme orientale, Cisgiordania e Gaza liberate dalle truppe d’occupazione non importa se 60 anni dopo la geografia è cambiata. Israele dilaga nei Territori occupati, insediamenti che continuano a moltiplicarsi. Obama non riesce a fermare Netanyahu il quale dà via libera ai suoi coloni espropriando proprietà palestinesi. La sciagura dell’Iran della follia diventa alibi per le “conquiste”, mentre Usa ed Europa girano la testa. Irragionevole costringere Israele e le sue atomiche alla solitudine di chi ha diritto a confini sicuri, purtroppo non dice quali. Insomma, la spartizione Onu respinta nel ’48 dai paesi arabi, è diventata l’utopia impossibile. Washington e la Gerusalemme dei falchi fanno sapere di non accettare questo tipo di riconoscimento. Non lo accettano i paesi doppio filo con gli Usa: Cile e Perù firmano (ambasciatori e bandiere ai balconi) ma non sopportano gli antichi confini che ritengono irreali, e la politica delle erosioni quotidiane premia chi ha gonfiato Israele. I palestinesi devono rassegnarsi al sogno rimpicciolito. È l’ultima speranza: dura, paradossale eppure senza alternativa. Credo che la Palestina disegnata a Lima abbia il valore di una provocazione per scuotere l’ipocrisia delle potenze. Messaggio che il Brasile manda agli Stati Uniti. Ormai slegato dall’obbedienza, il grande   paese attraversa il mondo col protagonismo del libero battitore. E i palestinesi diventano pretesto e vittime di una scommessa appena cominciata. Dilma Rousseff e Obama si parleranno in marzo; forse capiremo se le carte siglate a Lima sono la trama di un’ipotesi concreta o il teatro dei muscoli per chissà quali alleanze. Intanto gli arabi senza petrolio devono rassegnarsi alla pazienza.

di Maurizio Chierici – IFQ

basta guardare le cartine dell'occupazione israeliana in questi 60 anni per capire chi è l'aggressore e chi la vittima

Il torto storico in Palestina

Lo Stato d’Israele nacque sessant’anni fa, il 14 maggio 1948. Nei mesi precedenti e successivi a questa dichiarazione, le forze ebraiche cacciarono 750.000 palestinesi dalle loro case. Oltre 500 villaggi furono svuotati della loro popolazione palestinese e gran parte di essi vennero distrutti in modo che gli espulsi non avessero delle case a cui tornare.

Chiunque dubiti che una pulizia etnica sia avvenuta su questa scala dovrebbe leggere il libro “The Ethnic Cleansing of Palestine” [“La Pulizia Etnica della Palestina”, Fazi Editore] dello storico israeliano Ilan Pappe. In esso egli descrive il piano “Dalet” (D in ebraico), che stabilì le aree da ripulire e i metodi che le forze sioniste avrebbero dovuto impiegare per compiere la pulizia etnica. Eccone un esempio:

“Queste operazioni possono essere compiute nelle seguenti maniere: o distruggendo i villaggi (appiccando incendi, facendoli esplodere e impiantando delle mine nelle macerie), in particolare quei centri di popolazione che sono difficili da controllare in modo contiguo; o compiendo dei setacciamenti e delle operazioni di controllo secondo le seguenti linee guida: accerchiamento dei villaggi e conduzione di perquisizioni al loro interno. In caso di resistenza le forze armate devono essere annientate e la popolazione espulsa al di fuori dei confini dello stato”.

Il piano fu approvato dalla leadership sionista il 10 marzo 1948 e messo immediatamente in atto.

Il movimento sionista per la fondazione di una patria in Palestina per gli ebrei ebbe inizio in Europa nel tardo diciannovesimo secolo, quando la Palestina era parte dell’impero ottomano. Ottenne una forte spinta dalla Dichiarazione di Balfour nel 1917, che affermava che la Gran Bretagna vedeva con favore “la fondazione in Palestina di una patria nazionale [national home] per il popolo ebraico” e che assumeva l’impegno di utilizzare i suoi “migliori sforzi” per ottenere ciò. La dichiarazione assunse anche l’incompatibile impegno che “nulla dovrà essere fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle esistenti comunità non ebraiche in Palestina”. A quel tempo le “esistenti comunità non ebraiche” costituivano circa il 90% della popolazione.

Durante la prima guerra mondiale, la Gran Bretagna promise anche di riconoscere uno Stato arabo in Medioriente, in cambio dell’aiuto arabo nel rovesciamento del dominio Ottomano. La Gran Bretagna, però, raggiunse un accordo, in contraddizione, con la Francia – l’accordo Sykes-Picot – per un controllo congiunto del Medioriente. Perciò, anziché realizzare il promesso Stato arabo, Gran Bretagna e Francia balcanizzarono il Medioriente in una serie di Stati sotto il loro controllo. Alla Gran Bretagna fu garantito un mandato per amministrare la Palestina dalla neonata Lega delle Nazioni. Il mandato incorporava l’impegno della Dichiarazione di Balfour per una patria in Palestina per gli ebrei.

Sotto il dominio britannico, la colonizzazione ebraica della Palestina accelerò e, per la metà degli anni 30, gli ebrei costituivano circa il 30% della popolazione, in confronto del 10% di vent’anni prima. Quando divenne evidente l’estensione illimitata della colonizzazione crebbe l’opposizione araba che portò alla Rivolta Araba dal 1936 al 1939, in cui vennero uccisi circa 5000 arabi e 400 ebrei.

Nel 1937 la Commissione Peel stabilita dalla Gran Bretagna propose, per la prima volta, la partizione della Palestina e la fondazione di uno Stato ebraico. L’opposizione araba portò all’accantonamento della proposta e ad una forte restrizione da parte della Gran Bretagna di ulteriore immigrazione ebraica in Palestina nel 1939. Questa restrizione continuò per tutta la seconda guerra mondiale, in un periodo in cui gli ebrei cercavano disperatamente di sfuggire alla persecuzione nazista in Europa.

Nel 1947 la Gran Bretagna annunciò il suo intento di rinunciare al suo mandato e di ritirarsi dalla Palestina il 15 maggio 1948. Le Nazioni Unite appena formate stabilirono una commissione che raccomandava un altro schema di partizione. Esso fu appoggiato dall’assemblea generale dell’Onu con la risoluzione 181 passata il 29 novembre 1947 per 33 voti contro 10, nonostante l’opposizione degli Stati arabi e dei palestinesi. E’ necessario notare che, a differenza delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza Onu, le risoluzioni dell’assemblea generale non sono vincolanti per gli Stati membri delle Nazioni Unite.

Il piano di partizione divideva la Palestina in tre parti. Esso fu straordinariamente generoso con gli ebrei, che allora costituivano circa un terzo della popolazione e possedevano meno del 6% della terra totale. Nonostante ciò il piano di partizione assegnava quasi il 56% della terra allo Stato ebraico, in un’area in cui vi erano circa 500.000 ebrei ma anche 440.000 arabi, e sul 42% della terra più di 800.000 arabi avrebbero dovuto avere uno Stato con una piccola minoranza ebraica (10.000), mentre una piccola area attorno a Gerusalemme doveva essere sotto controllo internazionale.

La leadership sionista accettò pubblicamente il piano di partizione ma con la chiara intenzione di agire contro di esso, comprensibilmente, data l’impossibilità di stabilire uno Stato realmente ebraico in un’area in cui circa il 50% della popolazione era araba. Il “trasferimento” degli arabi era necessario allo scopo di stabilire uno Stato ebraico. Questo è ciò che accade nei mesi precedenti e successivi alla dichiarazione dello stato di Israele nel maggio 1948. Il territorio assegnato allo Stato ebraico fu espanso sino ad includere più del 78% della Palestina del mandato britannico e circa 750.000 palestinesi furono espulsi verso il resto della Palestina e gli Stati arabi confinanti, dove essi risiedono tuttora con i loro discendenti. Questo è il modo in cui uno Stato realmente ebraico fu stabilito in Palestina nel 1948.

Il trasferimento della popolazione araba fuori dalla Palestina era sull’agenda del movimento sionista fin da una fase preliminare–dal momento che la sua presenza ostacolava la fondazione di uno Stato ebraico. Uno dei pensatori liberali del movimento, Leo Motzkin, espresse così la questione nel 1917:

“La nostra idea è che la colonizzazione della Palestina deve andare in due direzioni: colonizzazione ebraica in Eretz Israel [il territorio della Isreale biblica n.d.t.] e il ricollocamento degli arabi di Eretz Israel al di fuori del paese. Il trasferimento di così tanti arabi potrebbe sembrare, in un primo momento, economicamente inaccettabile, ma è, nondimeno, pratico. Non richiede troppo denaro ricollocare un villaggio palestinese su un altro territorio”. (The Motzkin Book, p 164)

David Ben-Gurion fu il leader del movimento sionista dalla metà degli anni 20, e divenne poi il Primo Ministro di Israele. Il 12 giugno 1938 disse ad un incontro del comitato esecutivo dell’Agenzia Ebraica [Jewish Agency Executive]:

“Sono per il trasferimento forzato. Non vedo nulla di immorale in ciò.”

Si dovrebbe dire che i leader sionisti non erano i soli a negare ai palestinesi il diritto di vivere sulla terra di Palestina. Il seguente è un estratto dalla testimonianza resa da un famoso personaggio britannico alla commissione Peel nel 1937:

“Non sono d’accordo che il cane nella stalla [i palestinesi] detenga il diritto finale sulla stalla stessa, pur avendo riseduto lì per un tempo molto lungo. Non ammetto questo diritto. Non ammetto che sia stata fatta una grande ingiustizia agli Indiani Rossi [Red Indians] d’America o ai neri d’Australia. Non ammetto che sia stata fatta un’ingiustizia a questi popoli perché una razza più forte, una razza di un grado più alto, una razza più saggia, è arrivata e ha preso il loro posto”.

L’autore era Winston Churchill. Ai suoi occhi i popoli nativi dell’America, dell’Australia e della Palestina erano razze inferiori, il cui “posto” poteva essere preso da razze superiori.

Il progetto sionista non si fermò alla linea dell’armistizio del 1949, la cosiddetta Linea Verde. A partire dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967, Israele ha occupato il resto della Palestina del mandato britannico – la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, compresa Gerusalemme est – e ha continuato la sua missione di colonizzazione in queste aree. Oggi vi sono circa 500.000 coloni ebrei sul terra araba confiscata nei Territori Occupati.

Israele ha ignorato le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che richiedevano che smettesse di colonizzare i Territori Occupati. La colonizzazione dei territori occupati è contraria alla Quarta Convenzione di Ginevra, articolo 49, il paragrafo sei della quale afferma:

“La Potenza Occupante non deve deportare o trasferire parte della sua popolazione civile nei territori che occupa”

Vergognosamente il Consiglio di Sicurezza non ha intrapreso alcuna azione costrittiva – sanzioni economiche, ad esempio – per costringere Israele ad implementare queste risoluzioni. Ciò è in assoluto contrasto con le azioni del Consiglio di Sicurezza nei confronti di, per esempio, Iraq e Iran.

(Israele è in violazione di più di 30 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che richiedono azioni da parte di Israele solamente. Per esempio le risoluzioni 252, 267, 271 e 298 che richiedono che annulli la sua annessione di Gerusalemme est, la risoluzione 487 che chiede che ponga i suoi stabilimenti nucleari sotto la supervisione della IAEA, la risoluzione 497 che chiede che Israele annulli la sua annessione delle alture del Golan che appartengono alla Siria, così come delle risoluzioni 446, 452 e 465 che chiedono che fermi la costruzione degli insediamenti. Il Consiglio di Sicurezza non ha intrapreso alcuna azione costrittiva per nessuna di queste).

La colonizzazione sionista della Palestina, intrapresa con l’appoggio dell’Occidente, ha portato sofferenze senza fine alla popolazione araba della Palestina e l’ha privata della possibilità di godere della propria terra. Se non fosse stato per la colonizzazione sionista non ci sarebbe alcun conflitto in Palestina. Eppure, incredibilmente, i colonizzatori sono costantemente ritratti dei media occidentali come vittime di un’aggressione palestinese.

Un accordo in Palestina richiedere che si riconosca che è stata compiuta un’ingiustizia storica nei confronti della popolazione araba della Palestina, e che deve essere compiuta un’appropriata compensazione.

di David Morrisson

Titolo originale: ” The historic wrong in of Palestine”

La nascita di Hamas:

http://www.paolobarnard.info/palestina_hamas1_doc.php

http://www.paolobarnard.info/palestina_hamas2_doc.php

 

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