Sul lettino c’è l’omosessuale ma il malato è l’omofobo

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“Qualsiasi tentativo di cambiare un orientamento omosessuale è destinato al fallimento. La psicoterapia serve a riconoscere la propria omosessualità, non a correggerla”. Parola di Vittorio Lingiardi, medico, psicoanalista direttore della Scuola di specializzazione in Psicologia Clinica della Sapienza. E coordinatore del convegno internazionale Omosessualità e psicoterapia che si terrà oggi a Roma e che ha richiamato oltre 1.500 psicologi italiani e stranieri.

Perché allora un omosessuale si rivolge a un analista?

Perché vive un conflitto a causa dell’interiorizzazione di uno stigma che viene dall’esterno. In generale, l’omosessualità è ancora vista come una devianza, una sfortuna, un’anomalia.

Chi è il paziente tipo?

Giovani sotto i 30 anni, nell’età in cui si struttura la personalità. Adolescenti che temono di dare un dispiacere ai genitori. Giovani che risentono di un contesto sociale discriminatorio. Perciò è fondamentale dare diritti e mostrare rispetto.

Quale è il messaggio della politica italiana?

Sembra dire: fate quello che volete, ma non vi riconosciamo come persone normali.Il messaggio implicito, simbolico, è che un omosessuale è una persona disordinata, deviante. Una falsità assoluta. L’omosessualità è stata depennata da quasi 40 anni dal novero delle malattie. La patologia vera, forse, è l’omofobia.

Dovremmo curare gli omofobi?

La fobia è un concetto psicopatologico. Noi abbiamo in terapia gli omosessuali e non gli omofobi, ma facendo un paragone è come se dovessimo far ragionare gli ebrei e non gli antisemiti.

Di cosa ha paura l’omofobo?

L’omosessualità lo spaventa perché rappresenta un disordine rispetto a categorie che ritiene immutabili, come il maschile e il femminile, l’attivo e il passivo. L’omosessualità disorienta l’omofobo. Poi c’è la paura di ciò che non si conosce, dell’ignoto. Infine c’è anche una sorta di inaccettabile invidia per chi vive liberamente la propria sessualità

Viviamo in un Paese di omofobi?

Fortunatamente no, ma una posizione culturale molto diffusa è l’omonegatività. Molti di noi lo sono e non lo sanno. L’omonegatività è ideologica, pensa: Gli omosessuali non sono sbagliati, ma perché si dovrebbero sposare, o adottare i bambini, quindi avere gli stessi diritti degli altri? È lo stesso ragionamento di uno che non si sente razzista, ma non riconosce gli  stessi diritti agli stranieri.

Che cosa dovrebbe fare, invece, la politica?

Dare diritti. Negarli significa discriminare, disconoscere delle categorie. La politica italiana è molto irresponsabile, non si rende conto che il suo atteggiamento è omonegativo quindi genera sofferenza. Si dovrebbe fare una legge che consenta ai gay di sposarsi, se lo vogliono. Permettere ai gay di adottare i bambini, perché i figli hanno prima di tutto bisogno di affetto, non di modelli maschio/femmina e c’è un’ampia letteratura scientifica che evidenzia questa tesi. Invece non c’è neppure una legge contro l’omofobia. Per fortuna le persone, soprattutto i ragazzi, sono più aperti dei propri rappresentanti.

Perché allora ci sono tanti episodi di violenza contro gay?

Più le persone esprimono la propria diversità, più la cosa infastidisce. In una situazione in cui il presunto “diverso” sta al proprio posto ci sono meno aggressioni, perché chi deve sentirsi anormale si sente tale e non disturba nessuno. Se il presunto diverso vive serenamente il proprio orientamento, la cosa inquieta chi vorrebbe discriminarlo. Che quindi desidera punirlo. È una reazione simile al razzismo. Infatti nei Paesi in cui l’omofobia è un’aggravante di reato, è equiparata alle discriminazione razziali.

Ma insomma, che cos’è l’omosessualità?

Una variante normale della sessualità, un’espressione delle tante sessualità possibili. La realtà è più complessa delle semplificazioni. Non esiste un modello unico della sessualità. Non è mai esistito nella storia umana. Da medico posso assicurare che le sessualità sono plurali.

Nell’approccio terapeutico c’è differenza tra gay e lesbiche?

Le donne sono più disposte ad assecondare la propria natura. Il ruolo del maschio, come dipinto dalla società, stride di più con lo stereotipo dei gay. Infatti, i pazienti, sono per lo più maschi.

di Elisa Battistini Il Fatto Quotidiano

 

I PERICOLOSI PALADINI DEL’OMOFOBIA

Insulti, rabbia, terapie riparative. L’omofobia non è un tabù. Basta fare un giro su Internet per sbizzarrirsi. SecondoNatura è un “blog reazionario, a pluralità di autori, per contrastare la dissoluzione del buon costume”. Nato nel 2007, porta avanti battaglie singolari. L’ultima è quella per l’abolizione  della parola “gay”. Motivo? Il termine, si legge,  “non significa ‘omosessuale’ come lo intendiamo noi, bensì tende ad accreditare l’esistenza di una comunità. Il suo uso non fa che accreditarne la presenza in quanto tali, per essere considerati e trattati come una minoranza tutelata”. Con questi presupposti, figuriamoci che ne pensano a SecondoNatura della legge sull’omofobia affossata dal Parlamento. La definiscono “Una legge liberticida, che riconoscendo agli omosessuali uno status di categoria protetta e privilegiata, impedisce di commentare, criticare, denunciare anche solo le loro pubbliche effusioni. Un omofono non commette nessun reato, si limita, dizionario alla mano a provare avversione per l’omosessualità e gli omosessuali: dov’è il reato?

Ma non c’è solo chi si sfoga sul web. C’è anche chi gli omosessuali si è messo in testa di curarli. Obiettivo Chaire è un’associazione che si propone di aiutare “genitori, insegnanti ed educatori a prevenire l’insorgere di tendenze omosessuali nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani”. Un po’ la stessa cosa che fa l’Agapo (associazione amici e genitori persone omosessuali) che ha stilato un decalogo di consigli per i genitori su cosa fare e non fare quando gli capita un figlio gay. Al Gruppo Lot, associazione cattolica, invece, aiutano “eterosessualità latente”. Si chiama teoria riparativa e sostiene che l’essere gay è una ferita nell’identità di genere, dovuta a mancanze infantili: con la terapia, in tre anni, circa 60 omosessuali hanno riscoperto la loro mascolinità e frenato le loro pulsioni omosex indesiderate (almeno secondo quanto loro sostengono ndr). Con l’omofobia qualcuno ci fa pure i soldi. L’estate scorsa, sulla riviera romagnola, impazzavano gli adesivi “I am not gay”. Un successone, a quanto pare, se anche chi non abita in zona se n’è fatti spedire tre “uno per l’auto, uno per la moto e uno per la bicicletta”.

Poi c’è Radio Padania: se tra i dirigenti leghisti, Borghezio e Gentilini in testa, c’è chi combatte la crociata “contro i culattoni”, ovvio che gli ascoltatori non abbiano freni. “Io sono contro l’accoltellamento – dice un ascoltatore mentre in studio ridacchiano – però due calci ne culo li avrei dati anch’io. Vedere due dello stesso sesso che si baciano è una schifezza incredibile”. Infine c’è chi ne ha fatto una questione politica. Il Popolo della Vita, attivo nel difendere la famiglia fondata sul matrimonio e il valore della vita, crede che qualsiasi norma in difesa degli omosessuali sia un privilegio intollerabile. L’omosessualità rientra nella sfera intima e personale. Difenderla significa discriminare tutti gli altri. E accadere, dicono i difensori della vita, nel paradosso dell’uomo-fobia.

di Paola Zanca Il Fatto Quotidiano

Il Parlamento Europeo, nel Testo definitivo di Risoluzione sull’Omofobia del 18 gennaio 2006, ritiene l’omofobia “una paura e un’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità e di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (GLBT), basata sul pregiudizio e analoga al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e al sessismo” . Con il termine “omofobia” quindi si indica generalmente un insieme di sentimenti,  pensieri e comportamenti avversi all’omosessualità o alle persone omosessuali.

E’ bene chiarire, quindi, che l’omofobia è un termine dalla valenza sociologica ma anche giuridica, essendo stato utilizzato in atti giuridici, come appunto le Risoluzioni del Parlamento Europeo.

Potremmo dire che l’omofobia è dettata dal pregiudizio. Ma cos’è il pregiudizio?

E’ un giudizio precostituito, un giudizio dato a priori, senza veri fondamenti che ci portino ad elaborare la nostra opinione. Nel caso dell’omofobia, il pregiudizio è un atteggiamento di chiusura e di ostilità verso una persona che vive una condizione diversa dalla maggioranza della popolazione. Il pregiudizio si diffonde quando un’interpretazione complessa e multiforme della realtà ci porta a preservare le nostre sicurezze attraverso processi di semplificazione. Sono processi riduttivi, che non tengono conto delle effettive

molteplici sfumature della società in cui viviamo. Nel caso dell’omofobia, gli atteggiamenti negativi nei confronti dei cittadini glbt, hanno molte sfumature. Si passa da un tipo di tolleranza che non implica necessariamente il rispetto, al disagio e all’avversione esplicita, per culminare in manifestazioni di discriminazione, ostilità e nei casi più gravi, violenza.

L’omofobia è un fenomeno in costante aumento.

La scorsa estate sono stati frequenti gli episodi di discriminazione, anche violenta, contro la comunità glbt. Il caso più grave è stata l’aggressione di una coppia gay: un giovane è stato ferito gravemente a coltellate ed il compagno è  stato colpito alla testa con una bottiglia di vetro.

Si tratta di episodi gravissimi, di violenza contro altri esseri umani solo perché omosessuali, una violenza dettata solo da odio per una condizione differente, quindi da razzismo. Il Parlamento Europeo, come abbiamo visto, in varie Risoluzioni stabilisce il principio di non discriminazione per orientamento sessuale e l’articolo 3 della Costituzione Italiana parla chiaro:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori.

ori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”

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