Posts tagged ‘Pd’

18 gennaio 2013

Chi tace acconsente

Un magistrato, Pietro Grasso, tre giornalisti, Massimo Mucchetti, Rosaria Capacchione e Corradino Mineo, due filosofi, Michela Marzano e Franco Cassano, ma si potrebbe continuare. Sono solo alcuni dei nomi che danno lustro alle liste del Partito democratico, personalità della società civile che hanno più che meritato nel loro campo professionale, e che dunque con le loro ineccepibili credenziali costituiscono l’atout irrinunciabile con cui il Pd prova a far dimenticare a tanti elettori, delusi e tentati dal non-voto, anni di inciuci, di subalternità, di latitanza (“Di’ qualcosa di sinistra” e “Con questi dirigenti non vinceremo mai” sono i fotogrammi indelebili di quegli anni).

Sono i fiori all’occhiello senza i quali le liste del Pd risulterebbero indigeribili anche agli stomachi più avvezzi ai grigiori di apparato e alle mediocrità di nomenklatura. Bersani ha svolto personalmente un lavoro di convincimento, perfettamente consapevole che senza questo “pacchetto di mischia” della società civile diffuso in tutte le circoscrizioni non avrebbe recuperato – malgrado il fuoco d’artificio delle primarie – neppure un’oncia dei milioni di elettori perduti negli scorsi anni.

Dunque, ciascuna delle personalità che abbiamo citato possiede, anche singolarmente e più che mai assieme alle altre, un potere enorme, una vera e propria golden share: possono dire a Bersani “o noi o loro” ed essere sicuri di vincere qualsiasi resistenza, di vedere la loro richiesta accolta integralmente.

“Loro” sono, ovviamente, gli IMPRESENTABILI, quella lunga processione di candidati che smentiscono i principi etico-politici che il Pd ricamerà su ogni manifesto e di cui il segretario Bersani e ogni altro dirigente si riempie la bocca in ogni talk show. Vladimiro Crisafulli detto Mirello è diventato il loro simbolo, ma i molti altri segnalati puntualmente su questo giornale non sono certo da meno. Non hanno condanne definitive, sfuggono alle maglie assai larghe del “codice etico” del Pd, ma costituiscono antropologicamente (e talvolta lombrosianamente) la perfetta antitesi dei Grasso, Mucchetti, Capacchione, Mineo, Marzano, Cassano…

Dipende solo da questi ultimi, se i Crisafulli & Co. entreranno in Parlamento a discreditarlo ulteriormente o saranno lasciati a casa. Basta che dicano con semplicità e fermezza a Bersani “o noi o loro”, e saranno esauditi all’istante, magari facendo felice un Segretario a cui era mancato il coraggio.

Avete in mano la carta della decisione, potete davvero far finta di nulla? In coscienza, ve la sentite?

di Paolo Flores d’Arcais, da il Fatto quotidiano

Vladimiro Crisafulli

23 ottobre 2012

Ai Pd del Pirellone

Quindi siete riusciti a maturare il vitalizio: bastava recepire il testo del decreto Monti con una leggina regionale e dare un piccolo esempio di buona politica e invece. Comunque bravi consiglieri della Lombardia e una menzione speciale ai miei amici del Pd. Devo dire che con tutto quello che si vede in giro questa scelta è stata indubbiamente complicata visto che ci espone ad un coro di critiche populiste (proprio come la mia). Già perché adesso chiunque provi a rimarcare agli amici dirigenti parlamentari nazionali o regionali i propri errori collettivi diviene naturaliter una sorta di nuovo piccolo Giannini nel migliore dei casi. Nel peggiore viene equiparato al “fascistoide Grillo”.

Io che però non mi sento né Giannini né Grillo mi sento di scrivervi con affetto per ricordarvi sommessamente quale poteva essere una buona azione politica da compiere al posto vostro. Si poteva ad esempio dare tutti le dimissioni (non annunciarle in televisione facendo poi la figura dei pirla di fronte ai vostri elettori) per smuovere le acque melmose di un consiglio regionale che ormai è diventato come il Tempio infettato dai mercanti. E nel dare le dimissioni si poteva spiegare che oltre ad essere un gesto di sfida verso un presidente, una giunta ed una assemblea delegittimata dagli scandali, stava a significare che rinunciavate alla vergogna del vitalizio (togliendo così un’arma tremenda alla campagna elettorale del M5S).

Dopo che per mesi avevate dichiarato in tutte le salse di avere una diversa idea della politica speravo che al meno faceste questo gesto rinunciando a quell’emolumento piccolo e meschino che vi verseremo vita natural durante: e invece niente, neanche un briciolo di intuito politico. Come per l’aumento dei fondi nel Lazio o il vergognoso appoggio al governo Lombardo in Sicilia anche voi avete deciso di sbagliare consapevolmente al grido di così fan tutti madama la marchesa: con il vostro piccolo gesto avete dimostrato che la principale mancanza di cui oggi soffre la nostra classe politica è un pizzico di coraggio. Peccato.

di Luca Di Bartolomei    Coordinatore dipartimento sicurezza e difesa del Pd, IFQ

Michele Iorio con Renata Polverini Ansa 

11 ottobre 2012

“Massimo invecchia male, è triste e bilioso”

Un amore sfiorito, scivolato verso un acronimo che suona crudele e ingrato: GD. Che sta per Grande Distruttore. Questo oggi è Massimo D’Alema per il suo ex spin doctor Claudio Velardi. Di buon mattino, ieri Velardi sul sito The Front Page aveva previsto tutto: “Ha parlato con la Stampa, poi magari farà qualche mezza smentita”. Velardi, di professione lobbista, senza più l’ufficio a Palazzo Grazioli, segue la contesa nel Pd con un diario giornaliero, Il Primario, e D’Alema è appunto GD.    D’Alema minaccia Renzi.    Non ha senso fare un’intervista politica su D’Alema.    Perché?    Non ha più nulla di politico. E lo dico con un affetto antico che sconfina nella tenerezza e nella pena.    Addirittura.    La via che ha imboccato è una deriva triste e biliosa. Ormai siamo nella psicologia.    Faccia il profiler.    È del tutto evidente che odia Renzi.    E Renzi odia lui.    No, Renzi è un giovane scaltro che utilizza D’Alema per fare cassetta. Ma non se ne frega nulla di lui.    E D’Alema se n’è fatta una malattia.    La malattia di D’Alema è la politica. Una passione morbosa.    Un’ossessione.    Non è in pace con se stesso. D’Alema viene dal Pci, non ha un altro mestiere da fare. Questo è il loro problema.    Il loro?    Sì, il loro, di D’Alema e tanti altri del Pd. La loro tragedia è questa: non hanno un altro lavoro e hanno già 60 anni. In 20 anni hanno consumato la loro età migliore al potere.    Invecchiano male.    Si sono consumati al punto tale che l’opinione pubblica li percepisce come ottantenni. E loro continuano a pensare che la politica sia la cosa più importante della vita.    L’amore per la polis.    Una cazzata. Non sono capaci di stare da soli con se stessi. E D’Alema è il più ingenuo di tutti.    Il più ingenuo?    Sì, è uno che si espone. Arriva persino a usare argomenti giustizialisti contro Renzi. Non è un paraculo come altri del Pd.    Chi?    Indovini?    Veltroni.    Veltroni non ha detto una parola su Renzi e Bersani. Lascia che il male assoluto sia D’Alema. E Massimo ci è cascato.    Un vero ingenuo.    Non è quel furbacchione che voi dipingete. Ha carisma, è vero, e perciò si parla sempre di lui. Ma è uno che si fida, come la storia delle interviste a Geremicca della Stampa.    Racconti.    Geremicca è amico mio e suo. Nel Duemila D’Alema premier disse a lui che il centrosinistra avrebbe vinto alle regionali per 10 a 5. In caso contrario si sarebbe dimesso.    Vinse il centrodestra 8 a 7.    E noi andammo a casa per un pezzo di Federico. La storia si è ripetuta oggi. Colloquio poi smentita. Tutto previsto    Vi sentite ancora?    Non più, ma mi fa male vederlo incattivirsi così.    Lei ha scritto: “Salviamo il soldato D’Alema”.    Aveva deciso di non ricandidarsi. Un bel gesto, finalmente un atto di furbizia. Tutta la corte dei miracoli sarebbe stata costretta a tirarsi fuori.    Ci ha ripensato.    È la paura del vuoto. Gli altri suoi colleghi della Terza Via, da Clinton a Blair, girano il mondo a fare conferenze, guadagnando palate di soldi. Lui è costretto a fare polemiche con Renzi e poi a smentirle per non apparire provinciale.    Renzi vincerà?    Può vincere o perdere, ma vincerà comunque domani. L’anagrafe conta.    Non c’è scampo.    Tutto il sistema politico italiano sta invecchiando male.    Berlusconi come D’Alema.    Il Cavaliere sa perfettamente di essere finito.    Lavoravate nello stesso edificio, Palazzo Grazioli.    A 40 anni volevo un lavoro per non vivere più di politica.    Lobbista.    Lobbismo trasparente e lecito.    Un lavoro lei ce l’ha, D’Alema    no.    Ed è questo il problema vero. E ha solo 60 anni.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

Claudio Velardi    LaPresse

15 luglio 2012

Pd, diritti stracciati

Prende la delega e, lentamente, un gesto dopo l’altro, la straccia. Intorno a lui i rappresentanti dell’area Marino in piedi urlano contro una presidenza impietrita. Tocca ad Andrea Benedino, ex portavoce nazionale dei gay dei Ds, compiere il gesto simbolico, che dà un’immagine alla rottura che si è consumata, per una volta platealmente, alla fine dell’Assemblea del Partito democratico. Votata la relazione del segretario Pier Luigi Bersani (5 astenuti, un contrario) la tensione repressa si scatena sugli ordini del giorno. Si vota il documento sui diritti, elaborato dal Comitato, presieduto da Rosy Bindi, in cui si dice, tra l’altro, che all’ “unione omosessuale” spetta “il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, il riconoscimento giuridico”. Quando la Bindi, in veste di Presidente dell’Assemblea, lo mette al voto, dalla platea parte l’attacco: “Non erano questi i patti” , urla qualcuno. In piedi, tra gli altri, ci sono Paola Concia, Ignazio Marino, Pippo Civati. Ma anche Gianni Cuperlo, Barbara Pollastrini. Da venerdì pomeriggio chiedono che si voti anche un “integrativo”, con 40 firme, in cui si prefigura un percorso verso il matrimonio gay e il “pieno riconoscimento giuridico e sociale” delle unioni omosessuali. Un compromesso per non arrivare a una spaccatura. Niente da fare. In piena bagarre si alza un delegato della Puglia. “Sono emozionato – balbetta Enrico Fusco, ma è durissimo – è un documento arcaico, irrispettoso, offensivo per la dignità delle persone. Non è un passo in avanti ma un passo indietro enorme. Anche Fini è più avanti di noi”. 38 votano no, praticamente la mozione Marino. Poi, prendono la parola la Concia per chiedere il voto del documento dei 40 e Ivan Scalfarotto, che in un’atmosfera surreale, tra tifo da stadio e rabbia repressa illustra un odg per il matrimonio gay, presentato con Civati. Tocca a Marina Sereni spiegare che non sono ammissibili, perché l’assemblea si è già espressa: questioni procedurali. Fusco, Benedino e Aurelio Mancuso uno alla volta si avvicinano al segretario, gli restituiscono la tessera. Al banco della presidenza le facce sono impietrite: Bersani diventa sempre più scuro, la Bindi è incredula, la Finocchiaro simula una lacrima, Letta e Franceschini sono delle sfingi. “Ma dove vivete? Siete dei marziani”, urlano i dissidenti. “Dovevano votare”, si agita un furibondo Franco Marini che commenta, parlando con Massimo D’Alema, seduto in platea “qui nessuno sa tenere il partito”. Il Lìder Maximo alzando un sopracciglio commenta “avrebbero potuto assumere il documento dei 40”. Ma non è finita. Inammissibili anche gli odg di Civati, Vassallo e Gozi sulle primarie, perché “preclusi” dalla relazione del segretario. “Contrastano con i voti già effettuato, chi sta in Parlamento dovrebbe saperlo”, argomenta ancora la Sereni. “Ci state voi in Parlamento”,urlanodasotto.Èaquesto punto che Bersani prende la parola: “Abbiamo detto sì a una relazione della segreteria che ammette le primarie, ma che non stabilisce la data. Volete forse che ce le facciamo da soli?”. E poi, con un fare quasi da padre arrabbiato: “Basta, il paese ne ha abbastanza delle nostre beghe interne”. Il segretario nell’intervento di apertura aveva rimandato la discussione sulle primarie a settembre (in direzione) in attesa della legge elettorale e dei “contendenti”. “Io il mio odg l’ho presentato pure alla direzione. Mi hanno detto che non poteva essere esaminato, e mi hanno rimandato all’assemblea. Ora rimandano il testo Bersani alla direzione. Mi serve un amico in presidenza?”, commenta Civati che da un anno e mezzo prova a presentare un odg per le primarie dei parlamentari e per il limite dei 3 mandati. “Ho parlato di primarie non solo per il segretario”, puntualizza intanto Bersani sul palco. Civati chiosa: “Comunque chissà forse da oggi esce una candidatura alle primarie, la mia”. Spiega Vassallo: “Hanno votato un odg della direzione in cui il limite non è di 3 mandati, ma di 15 anni. Hanno visto che c’era negli odg e hanno votato dei documenti per poi dichiararli inammissibili”.    LA PIÙ agitata di tutti, però, alla fine è Rosy Bindi: “È un anno e mezzo che lavoriamo con il Comitato dei 30 e mi sembra oggi di aver raggiunto una posizione molto avanzata”. Accento toscano, ciuffo ribelle. “Ora lo scrivo io un libretto dove racconto com’è andata. Ignazio Marino? Si è presentato solo alla prima e all’ultima riunione. Evidentemente non gli interessa l’accordo, ma solo il posizionamento personale”. Gesticola, tira fuori documenti: “Lo sapete o no come funziona la democrazia? Non potevo mettere al voto quegli odg. Avrei creato un precedente. E poi, il matrimonio gay è incostituzionale”.    “Un’assemblea inutile”, l’aveva definita Arturo Parisi a inizio giornata. Mentre alla fine sul piazzale del Palazzo delle Tre Fontane rimane solo Stefano Ceccanti: “Dopo la relazione di D’Alema l’ho ufficialmente invitato alla riunione dei 15. Come noi, ha detto con Monti, oltre Monti. Ma tanto oggi fanno notizia solo i gay”. Effettivamente. Tutto il resto “è noia”, da Bersani che definisce “agghiacciante” il ritorno di B., ai giovani turchi sotto tono, dalla battaglia sotto traccia sulle preferenze nella legge elettorale, che vede Franceschini contro Fioroni e Letta. Ognuno si fa i conti, anche su come difendere i suoi. Alla “presenza-assenza” di Renzi, che non interviene, parla solo con i giornalisti e se ne va. Di Grillo e dell’uscita di Letta, che piuttosto voterebbe il Pdl nessuno dice nulla. “Nella vita si fa quel che si può”. Parola di Bersani.

di Wanda Marra, IFQ

Il presidente del partito, Rosy Bindi (FOTO ANSA) 

11 giugno 2012

Fava & gli altri, la faida nel Pd siciliano

Mi candido e basta”. Claudio Fava, giornalista, scrittore e sceneggiatore, getta il sasso nelle acque stagnanti del centrosinistra siciliano e annuncia la sua candidatura alla presidenza della Regione. Lo fa, dice in una conferenza stampa, spinto dalla voglia di rinnovamento degli elettori e motivato da un documento firmato da intellettuali siciliani e non solo che nei giorni scorsi gli hanno chiesto pubblicamente di metterci la faccia per il dopo Lombardo. “Le prossime elezioni regionali in Sicilia rappresentano l’occasione per un riscatto civile e politico dell’isola. Dopo l’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto il presidente Lombardo e la condanna definitiva del suo predecessore Cuffaro, le siciliane e i siciliani hanno il dovere e l’opportunità di voltare pagina restituendo limpidezza alla politica e buon governo alle istituzioni regionali. La Sicilia merita un’altra politica e un altro futuro.

CON QUESTO spirito noi chiediamo a Claudio Fava, per la sua storia personale, l’impegno civile e la lunga militanza nella lotta contro la mafia, di candidarsi alla presidenza della Regione Sicilia”. Firmato da attori come Beppe Fiorello, Ninni Bruschetta e Nino Frassica, da Franco Battiato, dalla scrittrice Dacia Maraini, ma anche da intellettuali non siciliani come il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, Moni Ovadia e Nando dalla Chiesa. “La gente è annoiata dai bizantinismi dei partiti”, dice Fa-va, “io non sto offrendo la mia candidatura a meccanismi astrusi tra segreterie. Le primarie? Difficile farle con i partiti che hanno appoggiato Lombardo”. È il nodo intricatissimo della politica siciliana: il sostegno del Pd al governo Lombardo fino all’ultimo minuto utile, fino a ieri pomeriggio, quando la direzione regionale del partito ha finalmente deciso di presentare una mozione di sfiducia contro il presidente della Regione. Una scelta forzata dagli eventi, Lombardo non regge più, e dalle inchieste, una su voto di scambio elettorale con i boss, l’altra per concorso esterno mafioso, che hanno travolto il governatore leader del Mpa. “Il suo è un autonomismo straccione”, accusa Fava, ricordando al Pd la sconfitta di Palermo e le divisioni interne.    Quasi certamente si voterà a ottobre, ma da subito un dato è certo: ancora una volta Pd e centrosinistra sono spaccati. Si rompe, come già nei mesi scorsi nella città capoluogo, il fronte dell’antimafia. Rosario Crocetta, ex sindaco di Gela ed europarlamentare del Pd, ha annunciato la sua candidatura attaccando frontalmente Fava. “Lo batterò, elettoralmente conta poco, pensate che alle ultime elezioni di Catania prese solo 173 voti. Lui è l’unto del signore, io sono popolarissimo”.

UN INIZIO pessimo nella Regione squassata da scandali e devastata da crisi economica e disoccupazione. Il governo Lombardo è agli sgoccioli e a Palazzo dei Normanni c’è un clima di “tutti a casa”, senza mai perdere di vista favori e clientele.    L’ultimo scandalo è la nomina del vertice della società pubblica “Italia lavoro Sicilia”. Lombardo aveva scelto Tony Rizzotto, mastodontico ex parlamentare regionale del Mpa, che però era incompatibile. Poco male: il presidente ha cambiato cavallo e ha scelto la fidanzata di Rizzotto, una psicologa quarantenne. Per il resto, tra consulenze e incarichi, è il festival dei segretari particolari e degli amici carissimi. Il Pd accoglie con fastidio la candidatura di Fava, perché in Sicilia si gioca una partita nazionale. Bersani, infatti, vuole cominciare a strappare la foto di Vasto proprio qui, sperimentando l’alleanza con l’Udc e i moderati. Tanto che già circola il nome del futuro candidato, l’ex sottosegretario agli Interni Gianpiero D’Alia, fedelissimo di Casini. Una sorta di continuità nella Regione che ha visto il suo penultimo presidente, Totò Cuffaro, in galera per mafia, e l’ultimo, Lombardo, dentro fino al collo in inchieste per i suoi rapporti con i boss. Ma nel Pd le acque sono agitatissime, perché, oltre Crocetta, si affaccia un’altra candidatura, quella di Mirello Crisafulli. Senatore e re di Enna, Crisafulli è noto perché nel 2001 le telecamere nascoste dalla Dia in un albergo lo filmarono in affettuosa compagnia con Raffaele Bevilacqua, capomafia di Enna e fedelissimo di Binnu Provenza-no. Nessun reato, nessuna imputazione, ma i due parlavano cuore a cuore di politica, nomine e appalti.

di Enrico Fierro, IFQ

Claudio Fava (FOTO ANSA)

20 marzo 2012

Agrigento, tutti pazzi per Pennica. L’avvocato dei boss

Certo che non è semplice spiegare quel che succede ad Agrigento, in vista delle prossime comunali di maggio, e giurare che è tutto vero. Succede che c’è un candidato che si chiama Totò Pennica, vicino ad Angelino Alfano, ex segretario di Calogero Mannino, buon parlatore e legale di grossi capimafia della zona, che per settimane viene conteso dal Pd e dal Pdl. Alla fine Pennica opta per il Pdl, e qualche giorno fa scrive al Prefetto perché preoccupato che alcuni suoi clienti, momentaneamente liberi, possano partecipare alle sue iniziative elettorali, facendogli fare brutta figura.

E DIRE che il Pd un suo uomo da appoggiare ce l’avrebbe, quel Peppe Arnone, militante di Legambiente, avvocato e consigliere comunale del partito di Bersani, che da una vita mette la faccia nelle battaglie antimafia. Ma forse in questo s’è spinto un po’ troppo oltre per gli equilibri di potere del centrosinistra siciliano, denunciando le collusioni dei suoi uomini più rappresentativi con la mafia e il malaffare isolano. Ed è quindi ritenuto un soggetto poco raccomandabile. Anche perché molto popolare da quelle parti. E infatti il Pd ad Agrigento ha preferito evitare le primarie, che Arnone avrebbe vinto a mani basse, forte di un sondaggio Ipsos da lui stesso commissionato che lo dà vincente su tutti gli altri possibili candidati sindaco di tutti i partiti (ben 5 punti sul sindaco uscente Marco Zambuto). E adesso il partito di Bersani è nel caos. Angelo Capodicasa, ex presidente della Regione Siciliana, storico leader siciliano del Pci e ora del Pd, e da sempre oggetto degli strali di Arnone sulla questione morale nel partito, non lesinava le proprie simpatie per Pennica, al punto che fino a qualche giorno fa lo avrebbe pure appoggiato. Sì perché Pennica era il candidato del Pd, di Grande Sud dell’ex vice-ministro Gianfranco Micciché, del Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo e di Futuro e Libertà. Poi però Pennica ha allargato l’alleanza al Pdl ed è saltato tutto. “Alfano gioca a rubamazzo”, tuonò Capodicasa. “Pennica traditore”, gridarono quelli di Fli. Ma per Angelino Alfano, che è riuscito a mantenere l’alleanza con Grande Sud, l’invito a Capodicasa e soci rimane sempre valido. Anche per frenare la corsa di Arnone. E a questo punto, in quella che ormai è diventata una vera e propria commedia degli orrori, tutto può succedere, come recita lo slogan elettorale di Pennica. “Tra l’avvocato delle vittime della mafia e l’avvocato dei capimafia, Capodicasa manifesta la sua netta preferenza in favore di quest’ultimo”, s’era rivolto la scorsa settimana, in una nota accorata, Arnone a Bersani quando l’accordo con Pennica era cosa fatta, sperando in uno scatto d’orgoglio del segretario Pd. Arnone, dal canto suo, tesse la tela alla sua sinistra e potrebbe provare a riproporre, da solo, il modello della foto di Vasto in formato Valle dei Templi, visto che, come lo stesso Arnone tiene a dire, “non corro con l’appoggio di Lombardo”. Finora, però, Idv e Sel, preferiscono puntare su un candidato autonomo.

E INTANTO mentre l’Udc ripropone il sindaco uscente Zambuto – che cinque anni fa ha mollato l’Udc e la giunta di centrodestra di cui era assessore, si candidò sostenuto da Ds, Udeur e dallo stesso Arnone (nell’ultimo periodo fortemente critico verso l’attuale giunta per i programmi disattesi) – e il Movimento per l’Autonomia di Lombardo e il Terzo Polo tutto rimangono per il momento al palo, il segretario nazionale del Pd Bersani, risulta non pervenuto. Come a Palermo, dove per la vicenda dei brogli alle primarie e la scelta definitiva sul candidato sindaco preferisce demandare il tutto alla segreteria regionale, anche su Agrigento glissa. “Chissà se Ponzio Pilato era originario di Bettola, ridente comune alle porte di Piacenza, che ha dato i natali al segretario”, chiosava Arnone nella sua nota.

di Giuseppe Giustolisi, IFQ

8 marzo 2012

Le foto di Vasto

Breve riepilogo delle puntate precedenti. In settembre si tiene a Vasto la festa dell’Idv. Insieme a Di Pietro, partecipano i leader alleati: Bersani e Vendola. Alla fine, come si usa, i tre vengono fotografati insieme. Dalla foto gli elettori del Pd comprendono finalmente chi sono per il Pd gli alleati del Pd (loro lo sapevano, ma dubitavano che lo sapesse il Pd, allora impegnatissimo a inseguire banchieri e a mettersi nei Casini). I sondaggi del Pd ne traggono subito beneficio: gli elettori del Pd considerano naturale allearsi con Di Pietro e Vendola. Anzi, di solito preferiscono i candidati di Sel e Idv piuttosto che quelli del Pd: infatti in Puglia han votato Vendola, a Milano Pisapia, a Napoli De Magistris. Dal che si potrebbe persino dedurre che, nella foto di Vasto, l’intruso non sia Vendola, e neppure Di Pietro, ma Bersani. Infatti la prospettiva di allearsi con i propri alleati, e soprattutto di darla vinta ai propri elettori, sgomenta i vertici del Pd, che iniziano a interrogarsi sugli effetti nefasti della “foto di Vasto”: e se poi si vincono le elezioni? Non sia mai. Atterriti dall’idea di andare al governo, quando arriva Monti respirano: possono evitare di governare per un altro anno. Intanto commentatori che non ne han mai azzeccata una, tipo Polito El Drito, Ostellino, Panebianco, Battista e Macaluso, esortano amorevolmente il Pd a guardarsi dalla “foto di Vasto”. Lo stesso consiglio giunge unanime da Pdl e house organ al seguito che, sondaggi alla mano, tremano al pensiero di una vittoria del centrosinistra. La “foto di Vasto” diventa così l’origine di tutti i mali: ora Uòlter, Lettino, Fioroni, Boccia, Tonini, ma anche Gasparri e Capezzone, insomma le teste più fini della politica italiana, le attribuiscono persino la sconfitta della Borsellino alle primarie di Palermo (notoriamente provincia di Vasto). Infatti i palermitani in coda ai gazebo erano tutti muniti di foto di Vasto e, alla sola vista di essa, correvano a votare Ferrandelli. Il malcapitato fotografo che la scattò è costretto ormai alla clandestinità: vive in una località segreta, con barba finta, capelli tinti, bavero rialzato, sotto falso nome. In effetti, in soli sei mesi, la foto di Vasto ha già prodotto danni che le piaghe d’Egitto sono uno scherzo, al confronto. E non solo in Italia. La disfatta di Zapatero, per esempio, a cosa pensate che sia dovuta? L’ex premier spagnolo vide una volta su Internet la foto di Vasto e zac!, la sua sorte fu segnata. E il fallimento greco idem: non a caso la Grecia s’affaccia sul Mediterraneo orientale, come Vasto. Nessuno può immaginare il potere jettatorio dell’apparentemente ridente località abruzzese in fotografia. Che stava facendo Bin Laden quando fu ammazzato dagli americani? Guardava una foto di Vasto e ne restò ipnotizzato, così non s’accorse dei tiratori scelti tutt’intorno a casa. E come credete che sia stato individuato il colonnello Gheddafi in pieno deserto? I ribelli gli inviarono sul cellulare un mms con la foto di Vasto e lui, inorridito, inviò subito un sms a Bersani invitandolo a non farsi più fotografare con quei due, men che meno a Vasto: così fu intercettato, localizzato, catturato e ucciso. Anche la crisi dell’Inter ha origini tutt’ altro che misteriose: i giocatori avversari, senza farsene accorgere, tirano fuori dai pantaloncini una fotina di Vasto e i nerazzurri vanno subito in confusione. Pare che ormai, nei pronto soccorso, appena arriva un malato, un infortunato, un incidentato, un infartuato, il medico di turno non gli domandi più “come si sente?”, bensì: “Lei ha visto la foto di Vasto?”. In caso di risposta affermativa, la diagnosi è bell’e fatta. Nelle scuole e nelle università gli studenti somari che non sanno rispondere alle interrogazioni e agli esami han preso a scusarsi dicendo: “Scusi prof, ho studiato tanto, ma poi inavvertitamente ho intravisto la foto di Vasto e ho dimenticato tutto”. Pare che funzioni. Corre persino voce – anche se al momento mancano conferme ufficiali – che il comandante Schettino, pochi istanti prima del cozzo fatale tra la Costa Concordia e lo scoglio, stesse mostrando all’amica moldava non la solita collezione di farfalle, ma la foto di Vasto.

di Marco Travaglio, IFQ

2 marzo 2012

La Coop Cemento&Rotaie dal Pci alle sobrie intese

 Il ruolo guida della Cmc di Ravenna nell’operazione Torino-Lione aiuta a capire la trasversalità del consenso politico per un’opera che appare – al di là delle resistenze locali in Val di Susa – costosa e di dubbia utilità. Perché la Cooperativa Muratori e Cementieri di Ravenna, fondata nel 1901 da 35 manovali, oggi è un gigante delle costruzioni, con centinaia di soci e migliaia di dipendenti, e un fatturato di 800 milioni di euro. E se nel corso della Prima Repubblica ha prosperato come braccio armato del sistema di potere economico targato Pci, oggi è diventata una potenza autonoma nel business del cemento: prima, come tutte le cooperative rosse, prendeva ordini dai vertici di Botteghe Oscure, oggi i leader del centro-sinistra devono limitarsi a un atteggiamento di deferente simpatia verso una grande realtà economica con la quale condividono radici antiche e recenti.

   Lungo i futuri binari della Val di Susa, dove per ora la Cmc sta realizzando la galleria esplorativa (93 milioni di appalto), rotolano dunque due storie parallele. Ecco da una parte l’allora ministro dei Trasporti Pier Luigi Bersani che il 29 gennaio 2001 firma l’accordo con il governo francese per fare l’alta velocità tra Torino e Lione, e va quasi in estasi: “Quella di oggi è una decisione storica perché come Cavour decise di realizzare il traforo del Frejus, ora si decide su un passaggio altrettanto strategico. Una delle opere più grandi in Europa, con tempi ben scanditi”. Ben scanditi, certo: “I cantieri partiranno nel 2006”, diceva il ministro. E chi disse “questi sono fatti e non parole, una importante vittoria del metodo del dialogo e del partito del fare”? Il ministro dei Lavori pubblici Antonio Di Pietro, il 19 novembre 2007, quando il governo Prodi ottenne dall’Ue l’agognato cofinanziamento dell’opera.

   Dall’altra parte c’è un rosso ormai pallido: i cantieri ferroviari sono stati sempre il punto d’incontro delle larghe intese e la Cmc è un simbolo di questa tradizione. Quando fu varata la grande operazione Tav (Tori-no-Milano-Napoli ) nel 1991, la spartizione officiata dal numero uno delle Fs Lorenzo Necci prevedeva per le coop rosse una quota di appalti che doveva stare tra il 13 e il 19 per cento. I grandi costruttori privati cercarono però di far fuori la Cmc e le altre sostenendo che la fine del Pci decretata dalla svolta di Achille Occhetto toglieva alle coop ogni diritto alla quota. Pochi mesi dopo il gotha dei costruttori privati (da Vincenzo Lodigiani a Enso Papi della Cogefarimpresit) fu messo in galera da Antonio Di Pietro, e i suoi partiti di riferimento (Dc e Psi) scomparvero. Così tutto fu azzerato e la Cmc tornò in pista, in un mercato che ha ricostruito pazientemente i suoi equilibri spartitori.

   Nel curriculum della coop di Ravenna c’è la partecipazione alle più importanti tratte dell’alta velocità: Milano-Torino, Milano-Bologna e Bologna-Firenze. E anche una presenza importante in tutti i maggiori affari nel mondo delle grandi opere: un bel pezzo della nuova Salerno-Reggio Calabria e il nuovo passante autostradale di Mestre.

   La forza della Cmc è nel suo passato. Non solo nella gloriosa storia ultra-secolare, ma anche nell’intreccio del suo destino con i lagami politici. E’ Papi, manager Fiat delle costruzioni, ad accusare il consigliere Enel in quota Pci Giovanni Battista Zorzoli: “Al momento di individuare le imprese per l’appalto relativo alla riclassificazione della centrale di Montalto di Castro, Zorzoli fece pressioni perché fosse inserita la Cmc di Ravenna nel raggruppamento stesso”. Arrestato il 15 gennaio 1993, Zorzoli, è stato condannato a quattro anni e tre mesi di carcere come collettore delle tangenti rosse sugli appalti dell’Enel. Mentre la Cmc, nonostante il coinvolgimento nelle inchieste di alcuni suoi manager, è uscita con le ossa rotte dall’era di Mani pulite non per colpa dei magistrati ma del mercato.

   Come tutte le aziende del settore ha sofferto il crollo degli appalti pubblici a metà anni ‘90, e stava per fallire. Fu salvata da Gianni Consorte, il padre padrone dell’Unipol, con i soldi delle altre cooperative, segnatamente quelle sempre ricche dei super-mercati. E’ il momento in cui le coop si emancipano dal partito e decidono di far da sole, facendo scattare il meccanismo della solidarietà mutualistica. Consorte organizza il sistema finanziario attraverso la Finec, e propizia anche il ribaltone ai vertici della Cmc: a casa il potente Roberto Caporali, sale alla presidenza nel 1996 Massimo Matteucci, entrato in Cmc con i calzoni corti, che sedici anni dopo è ancora lì che comanda. Perché ormai le cooperative sono governate da un sistema di tipo “cesaristico”, come denunciava già molti anni fa l’allora presidente della Lega Coop Lanfranco Turci: sono passate da un sistema di designazione politica dei manager a quello della cooptazione autoreferenziale, tipo fondazioni bancarie: un dirigente salta solo quando la fa davvero grossa, come Consorte che in seguito alla fallita scalata di Unipol alla Bnl fu cacciato da un sinedrio di manager cooperativi potenti e sconosciuti. E siccome sono i risultati che contano, ecco che la Cmc si tiene stretti i suoi appalti, che non sono nè di destra nè di sinistra: sono di cemento, e tanto basta. I politici seguono.

di Giorgio Meletti, IFQ

2 marzo 2012

Grandi Opere Democratiche

Possiamo dirlo? L’incessante litania dei dirigenti del Pd contro i violenti No-Tav  “con cui non è possibil e alcun dialogo” somiglia tanto a un pretesto per non aprire dialoghi né ora né mai con le popolazioni della Val di Susa, ancorché pacifiche nella loro protesta. Invece di trincerarsi dietro la ripetizione degli stereotipi un po’ idioti che l’informazione unificata sforna giuliva (il carabiniere “pecorella” eroe, le poesie di Pasolini che stava con i poliziotti, uffa…), leader degni di questo nome dovrebbero avere il coraggio di declinare alcune semplici verità. Che grandi fautori del Tav furono i governi Prodi e D’Alema con il sostegno convinto degli allora Ds. Che i vertici del successivo Pd non hanno mai battuto ciglio davanti a opere palesemente inutili o pericolose o costosissime o tutte tre le cose insieme (l’aeroporto Dal Molin di Vicenza chiesto dagli Usa, certi enormi e inquietanti rigassificatori come quello di Livorno e perfino il Ponte sullo Stretto) eccitati da una malintesa modernità secondo la quale se qualcosa crea occupazione va benone, fosse pure una riedizione della piramide di Cheope. Infine, perché non ammettere che per i Democratici un valore aggiunto alla Torino-Lione consiste nella Cmc, la gloriosa cooperativa “rossa” di Ravenna che si è aggiudicata la prima fetta dei lavori con la galleria esplorativa. Compagni muratori. Malignità? Inevitabili, però, se un grande partito del centrosinistra fa finta di non sentire ciò che dicono i sindaci pd della valle che da anni votano a ripetizione delibere contrarie al progetto. O che fa finta di non sapere ciò che perfino l’Economist (3 settembre 2011) ha scritto sull’“illusione ingannevole” dei treni ad alta velocità che “raramente conseguono i vasti benefici economici che i suoi promotori prevedono” . Che poi alla fine il segretario Bersani e i contestatori entrati nella sede del Pd non si siano incontrati è la rappresentazione plastica di quanto detto. Un’altra buona scusa per voltarsi dall’altra parte.

di Antonio Padellaro, IFQ

 

29 febbraio 2012

“Walter? Un conservatore”

Quando chiedi a Matteo Orfini, giovane leone della segreteria di Pier Luigi Bersani, se nell’ultima polemica nominalistico-cartesiana che attraversa la sua coalizione intende collocarsi “a destra” o “a sinistra” di Walter Veltroni, la prima risposta è una battuta affilata: “Non so dire se Walter sia più a destra o piu a sinistra. Di sicuro è più conservatore di me”.    Orfini, che fa, sparge    sale sulle ferite?    Ma perché? Direi che è un dato di fatto: in questi giorni Veltroni pensa davvero che riproporre idee e ricette vecchie di venti anni sia moderno, nuovo o di sinistra?    A quali proposte si riferisce?    È inutile girarci intorno: ad esempio all’articolo 18.    Ovvero al cuore della battaglia veltroniana…    Dice? Veramente io prendo atto con piacere che dalla Annunziata Veltroni ha già fatto una mezza marcia indietro rispetto all’intervista in cui diceva che era un totem da abbattere. Ne sono contento.    Veltroni direbbe che conservatore è lei che vuole mantenere l’articolo 18, riformatore è lui che lo vuole cambiare.    Ecco, l’equivoco è qui: se la Fiat discrimina gli operai che sono iscritti alla Fiom, se Marchionne sbullona le bacheche dell’Unità, se Marchionne si rifiuta di reintegrare i lavoratori che vincono la causa, se Bombassei dice che nella sua fabbrica per fortuna quel giornale non si legge, se l’azienda denuncia Formigli perché critica una macchina…    Se succede tutto questo?    Se succede, credo che un uomo di sinistra debba, come accade a me in queste ore, porsi delle domande e preoccuparsi.    Ad esempio?    Che quando in un clima come questo un lavoratore viene licenziato, a essere colpito è un suo diritto, non un totem.    Veltroni non lo fa?    Forse mi sono distratto, ma non ho sentito grida di allarme su questo. Vede, se tre operai vengono cacciati con un’accusa di sabotaggio che un tribunale reputa ingiusta, l’articolo 18 non è un concetto astratto, ma una garanzia per i loro diritti negati.    Quindi quelle critiche di Veltroni allo statuto dei lavoratori non le sono piaciute?    Non sono parole belle da usare.    E l’altro pilastro dell’intervista? L’idea che il Pd debba stringersi intorno a Monti per non lasciarlo alla destra?    Guardi, non mi convince nemmeno quel ragionamento.    Perché?    Il Pd ha preso una posizione responsabile e allo stesso tempo difficile: deve sostenere il governo, ma non deve appiattirsi sulle sue posizioni quando sbaglia. Dobbiamo essere quelli che difendono la gente che soffre.    Ad esempio?    La riforma delle pensioni nasce iniqua. Il nostro compito è correggerla.    Le diranno che difende i garantiti.    Difendo i giovani emigranti: un tempo chi partiva portava soldi a casa, adesso deve essere mantenuto da casa nella sua emigrazione. D’altra parte questi ministri sono rappresentanti di un ceto sociale diverso dalla media degli italiani…    Che c’è Orfini, anche    lei fa battute pauperistiche sui redditi?    Più che una battuta mi pare un dato di fatto. Ha detto bene Bersani: Passera deve verificare se alla Fiat ci sono state discriminazioni. A me pare evidente. Vediamo se il ministro se ne accorge. Il compito del Pd è vigilare sull’operato del governo per impedirgli di sbagliare . Loro sono distanti dalla gente, un partito popolare come il nostro non può permettersi di esserlo.    Per stare alla battuta di Vendola nemmeno lei mi pare che ami molto il loden…    Io? Guardi, io porto un giubbino sportivo verde, collezione autunno inverno di Decathlon… ho speso 39 euro. Sa, guardo le offerte.    Si sente alla sinistra di Bersani?    Assolutamente no. Abbiamo presentato la nuova campagna del Pd: lo slogan è Italia bene comune. Mica abbiamo scritto ‘governo bene comune…’.

di Luca Telese, IFQ

1 febbraio 2012

Primarie, la primavera è finita

Il centrosinistra rompa gli indugi e dia il via a una campagna elettorale che continui la straordinaria opera di cambiamento incarnata da un grande sindaco”. È tutta qua, nell’appassionata dichiarazione di Nichi Vendola a favore di Ippazio Stefàno, sindaco di Taranto uscente, la chiave per capire che le primarie sono gravemente malate. Sì, perchè Vendola, proprio lui, quello che impose le primarie per la guida della Puglia, nonostante il niet del Pd, e vinse in maniera schiacciante contro Francesco Boccia, il candidato democratico, sta dicendo che a Taranto, dove si vota a maggio per scegliere il Sindaco, le primarie non si devono fare. Perché il candidato c’è, ed è il suo.    Taranto, però, è solo uno dei casi in cui le consultazioni rischiano di saltare. Se è per Brindisi, la coalizione di centrosinistra si sta affidando a “un candidato unico”. Se è per Palermo, le consultazioni sono state congelate per l’impossibilità di mettersi d’accordo pure sullo schieramento di riferimento dei partecipanti. A fronte di questo, ci sono casi, come quello di Genova, in cui le consultazioni assomigliano di più a una guerra interna (in questo caso al Pd) che a un’occasione di scelta per i cittadini. Città importanti, che danno il segno dei tempi, anche se poi in tante realtà minori le consultazioni si fanno e la gente a votare ci va.    E dunque, c’erano una volta i gazebo, i volontari, le file per indicare prima Prodi e poi Veltroni candidati leader del centrosinistra. C’erano una volta le consultazioni che rovesciarono quelle che sarebbero state le scelte dei partiti: la vittoria di Giuliano Pisapia contro Stefano Boeri a Milano, la più plateale, oltre quella dello stesso Vendola. Ora è di nuovo tempo di tavoli, di accordi di segreterie, di patti (e ricatti) incrociati tra partiti. D’altra parte, il bipolarismo sembra già un ricordo e un’utopia: si ragiona in termini proporzionali, di alleanze, compromessi e schieramenti.

Il triangolo pugliese e il veto del Governatore

A LECCE in realtà delle primarie ci sono state: il 23 gennaio havintoLoredanaCapone,candidata del Pd, vicepresidente della giunta Vendola con il 49 per cento dei consensi. E ha battuto Carlo Salvemini, sostenuto da Sel, che ha ottenuto il 42 per cento. Un colpo inaspettato per il Governatore. Da qui, il teorema del suo braccio destro, Nicola Fratoianni: “Organizziamo le primarie soltanto nelle città guidate dalla destra e per i sindaci che sono al secondo mandato”. Vizio del centrosinistra, quello di trovare una regolaperognioccasione.ATaranto, dove, appunto, Stefàno è il sindaco uscente, le primarie in realtà le ha chieste a gran voce un Comitato appositamente costituitasi, e composto da elettori del Pd, dell’Idv e del Movimento Ionico per la legalità. Il coordinatore del MIJ, Antonio Asaro, così scriveva a Vendola: “In questi quattro anni di amministrazione Stefà no ne abbiamo visto di tutti i colori: dall’accordo con Cito per piazzare un suo autorevole consigliere comunale nel Consiglio di amministrazione dell’AMIU alla distruzione della maggioranza con cui aveva vinto le elezioni del 2007, alla rimozione di ben 13 assessori senza dare motivazioni o dandole assolutamente risibili. Le forze che lo avevano portato alla vittoria ora sono all’opposizione”. Il Pd, nel frattempo, avrebbe individuato il suo candidato alle primarie, Mi-chele Pelillo. Che allarga le braccia: “Sono candidato alle primarie? Mah, se ce le fanno fare…”. Sergio Blasi, coordinatore regionale dei Democratici, non perde occasione: “Non ci voglio credere e non ci posso credere, mi sembra che si sia capovolto il mondo. Ma come, chi chiede le primarie ovunque, non vorrebbe farle in Puglia?”. Sulle posizioni di Vendola, sta però anche il sindaco di Bari, Michele Emiliano, anche lui del Pd. Spiega Blasi: “Noi le vorremmo per allargare la coalizione”. Più o meno la stessa motivazione con la quale si dice che però a Brindisi è meglio non farle. “Non le chiama nessuno”, precisa Blasi. In realtà il Pd ha giàstrettounaccordoconMimmo Consales come “candidato unitario” per le elezioni. Dopo aver chiesto il ritiro al suo candidato naturale, Giovanni Carbonella, il presidente provinciale del partito. Nel frattempo, Vendola sarebbe pronto ad offrire una contropartita all’appoggio di Stefànoa Brindisi: la rinuncia di Giovanni Brigante (sostenuto non da tutta Sel, ma da Puglia per Vendola) a sfidare alle primarie appunto Consales. Da due possibili primarie a zero, insomma.

Il congelamento  in Sicilia

A PALERMO, le primarie ci sarebbero dovute essere domenica scorsa. Poi, si era indicata la data del 18 febbraio. Adesso sono state congelate. Impossibile mettersid’accordo,stavolta sullo schieramento di riferimento. I candidati ufficiali erano Leoluca Orlando per l’Idv, Rita Borsellino, candidata ufficiale del Pd, Davide Faraone, il renziano (quindi di nuovo vicino al Pd) e Fabrizio Ferrandelli, consigliere comunale Idv, in rotta col suo partito, sostenuto dall’ala più vicina al governo Lombardo dei Democratici, rappresentata dal senatore Beppe Lumia e dal capogruppo all’Ars Antonello Cracolici, e in grado di attrarre nella propria orbita il Terzo polo. E proprio nel nome del no a Lombardo è saltato il tavolo. Ovvero, sono saltate le primarie, in favore di un tavolo che dovrà decidere quale sarà la coalizione di riferimento per le primarie. In realtà, a questo punto le consultazioni non le vuole nessuno. E Orlando (che ci tiene a precisare “sono candidato alle elezioni”) spera in un ticket con la Borsellino (anche lei candidata).

di Wanda Marra, IFQ

1 febbraio 2012

Non mangiate le margherite

Facciamo finta che davvero il senatore Pd Luigi Lusi, già braccio destro di Rutelli nella Margherita e tesoriere della medesima (peraltro defunta da tre anni), abbia fatto tutto da solo. Cioè abbia distratto dalle casse del fu partito 13 milioni di euro con 90 bonifici verso società sue o della moglie, senza che nessuno si accorgesse di nulla, gli tenesse il sacco, gli facesse da palo o spartisse il bottino con lui. Ecco, se così fosse, lo scandalo non sarebbe meno grave, ma molto di più. Confermerebbe quel che ripete da anni il giudice Davigo: “In Italia i partiti hanno controlli interni meno rigidi di quelli di una bocciofila”. Dieci anni fa fu arrestato il forzista Luigi Odasso, direttore generale dell’ospedale Molinette di Torino, per bieche storie di mazzette. Disse che non rubava per sé (“sono ricco di famiglia”), ma per scalare il partito in Piemonte, visto che aspirava a diventare sottosegretario alla Sanità e gli avevano spiegato che doveva comprare molte tessere. Il coordinatore regionale di Forza Italia, Roberto Rosso, cadde dal pero: “Odasso stava scalando il partito e non ce n’eravamo accorti”. Scalava il partito all’insaputa del partito. Lo stesso faceva da una ventina d’anni, secondo la Procura di Monza, Filippo Penati, accusato di intascare mazzette nella repubblica autonoma di Sesto San Giovanni dal 1992-‘93, incurante di un piccolo dettaglio chiamato Mani Pulite. Così, di tangente in tangente, era diventato presidente della Provincia, capogruppo in Regione e capo della segreteria di Bersani. Ma, quando fu beccato, Bersani cadde dal pero: il suo braccio destro sguazzava nei milioni a sua insaputa. Così alcuni fedelissimi di D’Alema ne combinavano di cotte e di crude all’insaputa del viceconte Max. E non parliamo dei fedelissimi di B. e di Bossi per motivi di spazio. Qui però non si tratta di tangenti: cioè di ladri che rubano fuori di casa. Ma di uno che ruba in casa sua. Persino ai tempi di Tangentopoli, i democristiani evitavano di farsi derubare nominando tesorieri come Citaristi, che arraffava a man bassa sugli appalti, ma almeno sulla refurtiva non faceva la cresta (i socialisti pure su quella). Invece Lusi, ex Dc, ex Acli, ex capo scout, è accusato di essersi appropriato di soldi del suo partito, da un conto cointestato a Rutelli. Possibile che Rutelli, in tre anni, non abbia mai controllato gli estratti conto? E, se l’ha fatto, possibile che non abbia notato che mancavano 13 milioni? E chi li stila e chi li certifica i bilanci della Margherita? Pietro Gambadilegno? Il Madoff dei Parioli? È vero che i partiti sono talmente imbottiti di soldi pubblici (1 miliardo di “rimborsi elettorali” a legislatura, anche per quelle durate solo 2 anni, come quella del 2006-2008: il quadruplo delle spese sostenute per le elezioni, il resto è mancia) che certi dettagli possono sfuggire. Ma 13 milioni sono 13 milioni. Ora che Lusi ha ammesso tutto e si accinge a patteggiare, ci si attenderebbero fulmini e saette da parte dei derubati. Invece sentite la prima dichiarazione ufficiale di Rutelli, Bianco e Bocci: “Lusi ha goduto della massima stima e fiducia degli organi del partito, concorrendo a fare della Margherita un raro caso di partito con bilanci sani e in attivo”. Cioè: il tuo commercialista ti svaligia il conto corrente e tu elogi i suoi bilanci sani? Bersani è ancora meglio: “Non sappiamo nulla di questa vicenda: se verranno accertate responsabilità individuali, il Pd prenderà provvedimenti secondo le regole. Stiamo raccogliendo gli elementi e la vicenda finirà alla commissione di garanzia, che deciderà in proporzione alle responsabilità. Non facciamo sconti, abbiamo le nostre procedure”. Bersani è fatto così: se, rincasando, becca il suo vicino che scappa col piede di porco in una mano e la sua argenteria nell’altra, non lo insegue, non grida al ladro e non chiama i carabinieri. Lo minaccia di provvedimenti secondo le regole, gli rammenta le procedure, poi si fa una birretta e, dopo essersi a lungo interrogato sull’eventuale accertamento di responsabilità individuali, gli scatena contro la commissione di garanzia.

di Marco Travaglio, IFQ

9 novembre 2011

Titanic

RAZZI AMARI    Franco Barbato (Idv) incrocia in Transatlantico Antonio Razzi, passato dall’Idv ai Responsabili: “Anto’ – dice – hai sbagliato investimento, fidati…”. Razzi capisce e stizzosamente alza il dito medio, in segno di saluto.

SIGNORI SI NASCE    Il Barone di Scuderi, Francesco Stagno D’Alcontres, ha mantenuto la parola data. Il suo è stato il vero voto a sorpresa contro il Cavaliere. “Io sono un chirurgo, e ho anche un po’ di sangue nobile”. Con lui, insomma, Verdini non ha armi…

IL “NOOOO” DEI PORTAVOCE    La fine del Regno è un “noooo” che esplode davanti allo schermo del Transatlantico non appena Fini pronuncia il numero “308”. Autori dell’affermazione, con chiara inflessione desolata, i molti portavoce del popolo pidiellino: la festa è finita?

PROSECCO PER QUATTRO    Due deputati dell’Udc e altri due dell’Idv appena usciti dall’aula subito dopo il voto si sono fiondati alla buvette; prosecco per tutti, pare offrisse Di Pietro. L’incrociarsi dei calici è stato accompagnato da un augurio classico: “Ancora molti di questi giorni!”. In realtà, ne basterebbe solo uno…

LA MATRICOLA    Luca D’Alessandro, l’ex capo ufficio stampa pidiellino, “onorevole in morte Franzoso”, ha avuto il suo battesimo nel giorno peggiore della storia del berlusconismo. Lui, però, l’ha presa comunque bene. E appena uscito dall’aula si è rivolto agli amici cronisti un sorriso smagliante: “Sono andato bene, eh!”. Peccato che poi sia arrivato Ignazio La Russa a deprimerlo; “Aspettiamo, certo, io però di cose belle non ne vedo…”.

LA VIA DI NAPOLI    La strada la indica Osvaldo Napoli, a caldo: “Non vedo altra via maestra che quella indicata dalla Costituzione – pontifica ai cronisti – che, cioè, quando in una Camera si ha la fiducia e in un’altra no, bè è il caso da manuale in cui al Capo dello Stato non resta che sciogliere il Parlamento e andare alle elezioni…”.

UDC, ISCRIZIONI FINITE    Roberto Rao aveva ragione; al Cavaliere, alla fine, son mancati 8 voti, di cui quattro “lavorati” dall’Udc. Faticoso, però, questo reclutamento dal basso: “Il prossimo che mi dice facciamo campagna acquisti, me lo magno…”.

PD, INERTE E VINCENTE    Nel linguaggio parlamentare, quando un’opposizione non vota una legge si dice che è “un’opposizione inerte”. Ieri il Pd ne ha dato prova plastica quando è stato chiesto a Bersani di prendere una decisione definitiva sulla possibile mozione di sfiducia: “Non abbiamo ancora deciso, vedremo”.

STRACQUADANIO LIBERO    È arrivato trafelato alla buvette e si è fiondato verso una cronista bionda (evidentemente sua amica): “In pratica – raccontava – mi sono fatto arrestare dai carabinieri per riuscire a salvarmi dai giornalisti… ma l’incontro con Berlusconi è andato più che bene, poi ti dirò nel dettaglio, ma davvero non mi aspettavo tanta disponibilità… ora posso anche ordinarmi una casa con piscina…”. Scherzava. O forse no.

TRAMONTI    Una che gioca, da sola, con due telefonini, l’altro che guarda, perso, il cortile di Montecitorio mentre piove, con ancora addosso l’impermeabile. Per Daniela Santanchè e Paolo Cirino Pomicino ieri era il giorno della solitudine. Il tempo passa, i regimi cambiano.

di Sara Nicoli, IFQ

21 ottobre 2011

La barzelletta c’è anche a sinistra. E non fa ridere

A leggere sui giornali tutto quello che sta succedendo ultimamente nel Pd, mi è tornata in mente una vecchia barzelletta che ci raccontavano da ragazzi tranquilli, non è una delle solite storielle sconce come quelle che ama tanto raccontare il nostro premier). È la barzelletta di quei due pazzi che decidono di scappare dal manicomio, ma per riuscirci  devono scavalcare cento cancelli. Cominciano pian piano, ma, arrivati al novantanovesimo cancello, si accorgono di essere esausti per l’enorme sforzo e decidono, quindi, di abbandonare l’impresa e di ritornare indietro. “Sì, però che c’entra?” potreste obiettare voi, “quella era una barzelletta e quei due, per giunta, erano pazzi”.

Sul primo punto vi darei anche ragione: quella era una barzelletta e invece su ciò che sta accadendo adesso nel Pd non c’è proprio nulla da ridere. Ma rispetto alla vostra seconda obiezione, mi verrebbe da dire che anche nel Pd pare che i pazzi non manchino.

E sì, perché in un momento nel quale l’avversario politico è palesemente in difficoltà, è completamente disorganizzato e mostra a tutto il mondo le conseguenze delle scelte politiche dissennate di questi ultimi anni, nel Pd non trovano nulla di meglio da fare che dividersi al loro interno e continuano a litigare.

Cìè Renzi che è talmente fissato con la rottamazione, che forse avrebbe fatto meglio a far carriera alla Fiat invece che nel Pd, Ci sono i veltroniani, il cui nome è già tutto un programma, perché a volte sentirli parlare sembra che vengano da un altro pianeta, Poi c’è Gentiloni, che ha aperto l’assemblea Modem chidendo un cambio di rotta, come se all’interno del Pd ci fosse veramente una rotta. E, ancora, c’è Fioroni, che sembra preoccupato solo dal fatto che i cattolici non guardano al pd (vorrei tranquillizzarlo dicendogli che ormai nemmeno molti atei ci guardano più). In mezzo a questo marasma interno, nel Pd solo una cosa sembra unire tutti trasversalmente, da Veltroni a Bersani passando per Letta e D’Alema: il fatto che sia necessario un governo di transizione e che non sia il caso di ricorrere al voto.

Questa teoria piace così tanto a tutti, che ora pare litighino  anche per accaparrarsene la paternità. Insomma, dopo tutto che ha combinato Berlusconi, il Pd non è ancora certo che se si votasse adesso il centrosinistra vincerebbe le elezioni. Praticamente il centesimo cancello, quello oltre il quale c’è la libertà, è lì a portata di mano, basta solo saltarlo. Ma nel Pd non sono sicuri di avere la forze per farlo, Queste sì che sono cose da pazzi!

di Dario Vergassola, IFQ

7 settembre 2011

Sospeso l’autosospeso

Anche nel 2011 sarebbe il caso di cambiarePremessa d’obbligo: l’esistenza in vita di B. e della sua banda, dove i precedenti penali fanno curriculum, fa della ridicola sospensione di Filippo Penati dal Pd una sanzione severissima, feroce, draconiana. Questa in fondo, da 17 anni e un pezzo, è la grande fortuna del centrosinistra: poter rispondere a ogni critica che “gli altri” sono molto peggio. Ma forse è venuto il momento di ignorare B. e la sua banda e di prendere a paragone i paesi civili, o almeno decenti. Chi è Penati? Un dirigente del Pci che divenne, nell’ordine: sindaco di Sesto San Giovanni, presidente Ds della Provincia di Milano, capo della segreteria politica del segretario del Pd Bersani, candidato (trombato) del centrosinistra alla presidenza della Regione, vicepresidente del Consiglio regionale. Da dieci giorni sarebbe in carcere con i suoi coindagati se le tangenti di cui è accusato fossero state considerate dal gip di Monza, come dal pm, concussioni e non corruzioni, o se i fatti fossero avvenuti qualche anno dopo e dunque non fosse scattata la prescrizione. Dopo essersi “autosospeso” dal Pd e da tutti gli incarichi istituzionali (ma non dal Consiglio regionale con relativo stipendio), Penati è stato deferito alla commissione di garanzia del partito, presieduta da Luigi Berlinguer, che gli ha inflitto la sanzione massima prevista dal Codice etico: la sospensione temporanea fino al completo positivo chiarimento della propria posizione giudiziaria”. Cioè fino all’assoluzione che, chissà perché, è data per scontata. In caso di condanna, invece, scatterebbe l’espulsione, prevista anche in caso di arresto o rinvio a giudizio. Non è proprio contemplata l’ipotesi che, per i politici italiani, è la più frequente: la prescrizione. A cui, in un partito serio o perlomeno decente, dovrebbe essere obbligatorio rinunciare, per reati gravi addebitati a uomini pubblici. Invece il Codice etico non vi fa neppure menzione: forse per non mettere in imbarazzo D’Alema, che della prescrizione si avvalse nel ‘96 per chiudere una brutta storia di finanziamento illecito. Insomma le regole di burocrazia interna sono state rispettate alla lettera. Ma sospendere un autosospeso da incarichi cui ha già rinunciato è come castigare un pesce gettandolo in mare o una talpa seppellendola sotto terra. Ecco, c’è un aspetto che Bersani ha colpevolmente ignorato: la ricaduta esterna di questa decisione ridicola che dovrebbe chiudere un caso drammatico, enorme, che sta terremotando la base come non avveniva dal 2006, l’estate dei furbetti del quartierino. Infatti gli ultimi sondaggi, col governo in caduta libera come non mai, danno in calo pure il Pd. Anche perché il caso Penati segue a stretto giro gli scandali Tedesco (paracadutato in Senato da indagato e salvato dall’arresto) e Pronzato (arrestato per tangenti) col contorno di Morichini e fondazione Italianieuropei. Una situazione eccezionale che imporrebbe soluzioni eccezionali. Per esempio: siccome Penati è scampato alle manette solo grazie alla prescrizione, nessuno avrebbe trovato scandaloso se gli fosse stata applicata la sanzione prevista in caso di arresto: l’espulsione. In fondo, per molto meno, fu espulso il senatore Villari reo di aver accettato la presidenza della Vigilanza Rai contro il parere del partito. Ora si spera che Bersani non ritenga chiuso il caso Penati e avvii un dibattito serio sul rapporto fra politica e affari, con una doverosa autocritica sul ruolo che lui ebbe nel presentare Gavio a Penati per un incontro riservato che precedette lo scandaloso regalo a Gavio sulle azioni dell’autostrada Serravalle coi soldi della Provincia. In caso contrario, si dovrà dare ragione a De Magistris quando osserva che un sistema ventennale, ramificato, con decine di protagonisti e di milioni in ballo come quello emerso a Sesto non poteva sfuggire al controllo dei vertici dei Ds e poi del Pd, milanesi e nazionali. Insomma, che Penati ha fatto carriera proprio perché era l’architrave di quel sistema. E per questo non può essere espulso.

di Marco Travaglio, IFQ

Soprattutto oltre

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