Posts tagged ‘Opposizione’

20 dicembre 2011

Il diritto alla vivacità

Noi, sia chiaro, preferiamo una maggioranza forte e robusta che governi e un’opposizione combattiva e vigile che la controlli (l’esatto contrario della situazione attuale). Meglio qualche intemperanza e qualche scintilla di troppo che la morta gora del tutto va ben madama la marchesa. Dunque saremmo pronti a dare ragione a Bobo Maroni, che in una lettera al Corriere risponde al monito di Massimo Franco, l’estintore-capo del Quirinale, contro la gazzarra inscenata dai leghisti in Parlamento contro Monti, Fini e Schifani, e rivendica il “diritto a una protesta vivace”. Ma a due condizioni. Primo: Maroni ci dica chi gli ha scritto la lettera, pregna di dotte citazioni da Whitman, Brecht, Hobbes e Gramsci, dunque molto probabilmente non sua. Secondo: Maroni rinneghi tutto quel che lui e gli altri leghisti hanno predicato per 17 anni contro chiunque osasse protestare anche molto meno “vivacemente” di loro contro i loro governi. Siccome Maroni cita Gianfranco Miglio come padre della Padania, ricorderà di certo il suo giudizio sul primo governo B: “Programma demenziale, roba da restaurazione”. E la risposta di Bossi in rime baciate: “poveraccio”, “vecchio fuori di testa che fa un putiferio perché non gli han dato la poltrona”, “me ne fotto delle sue minchiate”, “arteriosclerotico, traditore, panchinaro”, “una scoreggia nello spazio”. Forse, 17 anni dopo, è il caso di difendere il diritto alla protesta vivace del professore, nel frattempo scomparso. Nel 2002, al Palavobis, 50 mila cittadini protestarono pacificamente contro le prime leggi vergogna. Il Guardasigilli leghista Castelli commentò: “Questi discorsi li ho già sentiti da molti cattivi maestri dopo il ’68. Poi vennero gli anni di piombo”. L’anno scorso, alla festa del Pd a Torino, un gruppo di giovani contestò il presidente del Senato Schifani per le sue amicizie mafiose. La pasionaria padana Rosi Mauro tuonò: “Inconcepibile. E queste sarebbero le persone che professano la democrazia nel Paese?”. Cioè: urlare a Schifani – peraltro noto insultatore – “buffone”,“vaffanculo”,“va’ a cagare”, “faccia di merda” è indice di “vivacità”, mentre ricordare i suoi soci e clienti mafiosi è eversione? L’altro giorno Gian Antonio Stella, sul Corriere, s’è divertito a ricordare quel che dicevano i leghisti quando le proteste vivaci la faceva il centrosinistra contro le leggi-porcata del loro governo. Tipo Calderoli: “L’ostruzionismo parlamentare è una tecnica legittima. Ma i sit-in in aula, le intimidazioni alla presidenza, la volontà di creare incidenti o risse no”. Ancora il 6 settembre il capogruppo Bricolo bacchettava gl’“irresponsabili” oppositori della seconda manovra Tremonti: “I mercati ci guardano e chiedono l’approvazione veloce della manovra, ma Di Pietro annuncia ostruzionismo duro. Bene fa il governo a porre la fiducia per evitare la fine della Grecia, che forse l’opposizione ci augura”. Chissà se Maroni lo ripeterebbe oggi per la manovra Monti, che lui e i suoi chiamano “rapina”. Altrimenti qualcuno sospetterà che la Lega sia così “irresponsabile” da augurarci “la fine della Grecia”. Ps. Nella lettera al Corriere, il vivace Bobo ricorda “i lusinghieri risultati ottenuti” come ministro dell’Interno sulla sicurezza. E si compiace perché “le pretestuose azioni giudiziarie contro le camicie verdi si sono risolte tutte nel nulla”. Forse ricorda male: il processo di Verona ai vertici leghisti per le camicie verdi è finito nel nulla perché i tre reati contestati – attentato alla Costituzione, attentato all’unità e all’integrità dello Stato, costituzione di struttura paramilitare fuorilegge – furono depenalizzati dal centrodestra, Lega compresa, nel 2005 e nel 2010. All’insegna, si capisce, della sicurezza. Purtroppo non ci furono “proteste vivaci”, e nemmeno assonnate, dell’opposizione. Ma, volendo, Maroni può sempre rimediare, battendosi per ripristinare quei reati. Contiamo sulla sua proverbiale vivacità.

di Marco Travaglio, IFQ

18 novembre 2011

Brescia, dove il Trota ha fatto scuola

 

La Lega torna all’opposizione. A fare la guerra al potere. Ma sarà dura estirpare radici molto profonde. Abbandonare poltrone in enti locali, società, asl che il bulimico Carroccio ha accumulato negli anni di governo.

A camminare per Brescia (seconda Provincia lombarda, 1,2 milioni di abitanti) le parole d’ordine della Lega te le trovi davanti agli occhi: impresa, lotta all’immigrazione. Ovunque capannoni, aziende grandi e piccole. Eccolo il Nord che lavora, di cui la Lega si proclama portavoce. Poi i quartieri di San Faustino, del Carmine, dove se non guardi i cartelli segnaletici ti pare d’essere in una città straniera. Così nella Leonessa d’Italia, governata in passato da Mino Martinazzoli (Partito Popolare) e Paolo Corsini (centrosinistra), il Carroccio è diventato secondo partito, tallonando il Pdl intorno al 30 per cento.

PERÒ QUANDO la Lega è andata a governare, bé, le cose sono andate diversamente dalle aspettative: ha occupato poltrone, ha imposto figli e parenti, è andata in pezzi, gli scandali hanno toccato la vecchia guardia legata a Bossi e la nuova maroniana. Ogni guerra ha bisogno di simboli: a Brescia la rottura è arrivata con Renzo Bossi. Il Trota fu paracadutato in un collegio blindato, ma quella che pareva una vittoria si è rivelata il primo malessere del Carroccio. Oggi la vecchia guardia è al tramonto. Una volta comandava la gente della Valcamonica, l’invincibile famiglia Caparini. Il padre Bruno ospitava Bossi nel castello di Ponte di Legno. Poi qualcosa si è rotto: il Senatùr ha cambiato meta. Ma i Caparini non se la passano male: Bruno, nonostante i rovesci della sua Tecas Cavi, è stato ritenuto adatto per diventare consigliere di sorveglianza del colosso pubblico A2A. Ed eccolo nella fondazione del teatro Grande di Brescia. Il curriculum politico forse ha avuto un peso. Poi è toccato al figlio Davide, 44 anni. Già, difficile dire di no al Trota, quando Caparini jr. a 29 anni era in Parlamento. Lo stesso Davide che (pur essendo parlamentare) fa il giornalista del Tg Nord. Proprio quel Davide che, ricordano le cronache, invitava a non pagare il canone e poi si è “ritrovato” segretario di Presidenza nella Commissione di Vigilanza Rai.

A Brescia hanno storto il naso. Ai congressi provinciali il Cerchio Magico di Bossi è stato umiliato dai maroniani. Resta Daniele Molgora, ex sottosegretario di Tremonti e attuale presidente della Provincia. Ma le leve del potere leghista hanno abbandonato la Valcamonica. Ecco emergere Fabio Rolfi, è segretario provinciale della Lega e vicesindaco. Però con il nuovo corso gli scandali non sono spariti.

Prima c’è stata la storia brutta, e mai chiarita, del dossieraggio in salsa verde: fascicoli con intercettazioni e accuse rivolte soprattutto ai leghisti non ortodossi. Questioni di sesso, non di politica, come ha raccontato Giulio Arrighini, leghista dissidente cui erano stati offerti (ma ha rifiutato). La storia è finita in cronaca giudiziaria: Monica Rizzi è indagata (anche se respinge le accuse all’opposta fazione). Sì, la “zarina bionda” del Cerchio Magico di Bossi, ripagata del suo impegno a favore del Trota con l’assessorato regionale allo Sport e ai Giovani.

GLI ULTIMI scandali riguardano l’era Rolfi. C’è l’immancabile “parentopoli” con la signora Rolfi che fa piazza pulita degli avversari nei concorsi: vince un posto in Provincia, quarta su ottocento. Poi corre per la Asl di Milano. È diciottesima, ma ottiene un posto a tempo indeterminato. Il secondo giorno di lavoro si mette in aspettativa per assumere un posto a tempo determinato in Regione. Pare destinata alla segreteria del leghista Daniele Belotti.

Intanto ecco arrivare la questione Brixia, società che gestisce immobili in mano al Comune. A presiederla Riccardo Franceschi (quota Lega, vicino a Rolfi). Cesare Giovanardi (Pd, solo omonimo dell’ex ministro) in un esposto alla Procura punta il dito contro l’acquisto di un’area nel centro storico di Brescia che Brixia avrebbe pagato “a un prezzo fuori mercato: 3.601 metri quadri acquistati 8,7 milioni, cioè la bellezza di 2.436 euro al metro”. Per Giovanardi l’immobile “in stato di abbandono ha un valore massimo di 3,6 milioni”. Franceschi taglia corto: “Speculazioni politiche. Il precedente proprietario nel 2007 aveva venduto a 7,7 milioni”.

INTANTO sulla Provincia leghista aleggia il fantasma di un’altra inchiesta sul Fondo immobiliare PMS, appartenente a una società americana con sede a Lugano. Nei mesi scorsi ha battuto gli ambienti dei costruttori per convincerli ad aderire all’iniziativa presentata sotto le insegne “Provincia di Brescia per la casa”. Scopo? Raccogliere l’invenduto e proporre soluzioni per la prima casa (con un capitale che doveva arrivare a 500 milioni). L’utilizzo del logo della Provincia di Brescia, pare senza che l’amministrazione ne sapesse nulla, ha fatto però muovere l’assessore leghista Giorgio Bontempi che ha presentato un esposto.    Tre inchieste in corso, tante poltrone e molti parenti, il partito spezzato e gli elettori delusi. In fondo, sostiene qualcuno, tra maroniani e marroniani (Emanuela Marrone, la moglie di Bossi) c’è solo una “r” di differenza. E per abbandonare davvero il potere non basta il parlamento padano.

di Elisabetta Reguitti e Ferruccio Sansa, IFQ

(FOTO EMBLEMA) 

18 novembre 2011

Melinda e Melinda

Nel film “Melinda e Melinda” di Woody Allen, due autori teatrali discutono del senso della vita. Uno sostiene che è comica, l’altro che è tragica. E, per dimostrare ciascuno la propria tesi, s’inventano due storie parallele con la stessa protagonista: Melinda. Nella versione tragica, Melinda scopre che l’uomo che ama la tradisce con la sua migliore amica, e tenta il suicidio. In quella comica, Melinda s’innamora e si fidanza con un pianista. Ecco, anche il governo Monti può avere un pessimo finale o un lieto fine. Dipenderà da quello che riuscirà a fare, da quello che gli lasceranno fare, ma soprattutto da quello che sembrerà aver fatto. Checchè se ne dica, in questo Parlamento Monti ha più nemici che amici. Anche nei partiti che ora gli sorridono e lo incensano. Perchè il Parlamento è lo stesso che fino a due settimane fa votava la fiducia al governo B. E addirittura approvava a gran maggioranza (614 deputati e 151 senatori) il via libera al conflitto di attribuzioni contro il Tribunale di Milano che pretende di processare B. per il caso Ruby, con la credibilissima motivazione che B. telefonò in questura perché credeva Ruby la nipote di Mubarak. È a questa maggioranza che Monti e i suoi ministri dovranno chiedere il voto per le loro misure “lacrime e sangue”. E, a ogni giorno che passa di qui alle elezioni, siano esse anticipate nel 2012 o regolari nel 2013, quel voto si farà più difficile e improbabile. Del resto non si vede perchè B. (senza il quale il governo Monti non sarebbe mai nato) dovrebbe mettere la faccia e il voto su riforme che, giuste o sbagliate che siano, non ha mai varato in 17 anni di carriera politica, per giunta in piena campagna elettorale. Basta leggere i suoi house organ e le sue tv, che non vanno neppure a far pipì senza il suo avallo, per capire che lui finge di sostenere il governo Monti (per salvare le sue aziende precipitate in Borsa e per non apparire lo sfasciacarrozze che è sempre stato), ma in realtà è già stabilmente e ferocemente all’opposizione. Attende solo l’occasione del primo provvedimento impopolare per scatenare la piazza, anche per non regalare milioni di scontenti alla Lega. Dall’altra c’è un Pd sempre più diviso, che oggi magnifica il governo di larga Intesa, ma domani dovrà fare i conti con la Cgil, la Fiom e i milioni di lavoratori da esse rappresentati, davvero poco inclini a pagare il conto di una crisi che non hanno provocato, ma solo subìto. Di Pietro, con la sua fiducia condizionata, e Vendola, che ha la fortuna di star fuori dal Parlamento, sono pronti ad approfittarne. E poi c’è l’aspetto mediatico, fondamentale in un Paese in cui i media sono quelli che sono. Se la grande stampa, per ora, scioglie inni e ditirambi al governissimo che fa benissimo, le tv sono sotto il controllo pieno e incondizionato di B. Che, grazie alle sue tv, ai suoi Vespa, Minzolingua e Ferrara, farà di tutto per ascriversi gli eventuali meriti del governo tecnico e per scaricare le misure impopolari sulle solite sinistre affamatrici e vampiresche. Per questo B. è maestro nel fare lo gnorri, nell’atteggiarsi a vittima e nel rigirare frittate: riesce a fingersi all’opposizione anche quando governa (la guerra in Libia l’ha approvata la sua maggioranza, ma agli occhi della gente è parsa una robaccia della sinistra cattiva e dell’Europa cattivissima). Almeno in questo, Monti e i suoi grigi ministri dovranno imparare da B.: tagliare subito, drasticamente, i costi, i privilegi e le illegalità delle caste e delle cricche, mettendo all’ordine del giorno subito una draconiana legge sul conflitto d’interessi (Passera permettendo); e solo dopo imporre sacrifici ai cittadini comuni e spiegarli col disastro ereditato dal governo B. (altro che non andare in tv, come qualche sciocchino ha auspicato). In caso contrario, nel giro di pochi mesi, il governo tecnico ci restituirà B. e Bossi come nuovi. Un finale che non sappiamo dire se sia più tragico o più comico.

di Marco Travaglio, IFQ

9 novembre 2011

L’opposizione dirà sì a “lacrime e sangue”?

I toni alti non li so fare, ma i due bassi dell’Alleluja li posso cantare io. Dove lo fanno?”. Il segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani, scherzava ieri pomeriggio in Transatlantico sull’appuntamento che circolava in Rete in caso di dimissioni del premier, Silvio Berlusconi. La sera, aveva meno voglia di ironizzare: “Le dimissioni ci sono, adesso è necessario che si formalizzino il prima possibile”. In mezzo una legge di stabilità che potrebbe spaccare le opposizioni, scenario non previsto tra quelli ipotizzati ieri all’interno del Pd. La mattinata era infatti cominciata bene per Bersani, con la fiducia dei Radicali e una regia perfetta della mancata votazione in aula – uniti Pd, Udc, Fli, Idv e fuoriusciti Pdl – che aveva smascherato senza più alcun dubbio la debolezza numerica della maggioranza. Anche il partito di Antonio Di Pietro, restio a non pronunciarsi contro il rendiconto, aveva annunciato, dopo la riunione dei capigruppo d’opposizione, di seguire la linea condivisa.

TUTTI IN AULA quindi, al fine di assicurare il numero legale e l’approvazione del provvedimento, ma con le tessere alzate in segno di “non voto”. Alla fine i numeri gli danno ragione: 321 contro 308 fedeli a Berlusconi. “Vada al Quirinale e rassegni le dimissioni – ha detto il segretario del Pd, l’unico a prendere parola dopo il voto, davanti a Berlusconi – se lei non lo facesse le opposizioni considererebbero iniziative ulteriori perché così non possiamo andare avanti”. L’iniziativa annunciata era una mozione di sfiducia da presentare già stamattina alla capigruppo e da votare entro tre giorni. Ma non è servita.    Poco dopo, uscendo dall’aula, Bersani si è consultato col Capo dello Stato, al quale ha rimesso ogni decisione. É stato Giorgio Napolitano, infatti, a costringere il premier all’annuncio di un passo indietro, perché le opposizioni senza un voto contrario con più di 308 consensi non l’hanno obbligato a dimettersi. Questo dimostra che è ancora difficile immaginare una maggioranza per un governo tecnico o di unità nazionale, invocato da Fli e Udc, meglio lasciare che Berlusconi firmi la manovra “lacrime e sangue” richiesta dall’Europa per poi valutare le possibilità. Le “ampie condivisioni” sperate sono molto lontane.

“Vogliamo vedere il maxi-emendamento e poi ci pronunceremo – ha detto Antonio Di Pietro al Fatto – la stabilità finanziaria è diversa dalla stabilità sociale. La loro idea di stabilità è quella di macelleria sociale e noi non glielo permetteremo. Faremo una forte opposizione nel merito. E per quanto riguarda il metodo – ha precisato Di Pietro – riteniamo queste dimissioni false e ipocrite perché conosciamo il soggetto e fino a quando non le vediamo, e diventeranno irrevocabili, sono carta straccia”. Perché in dieci giorni è capace di fare di tutto.

Ma Bersani guarda avanti: “Le dimissioni sono una svolta e aprono una fase nuova”. E sulla legge di stabilità è possibilista: “Ci riserviamo un esame rigoroso del contenuto dell’annunciato maxi-emendamento alla legge di stabilità per verificare le condizioni che ne permettano, anche in caso di una nostra contrarietà, una rapida approvazione”.    Insomma, le castagne dal fuoco le deve togliere Berlusconi. Che nel frattempo aveva dichiarato a tutti i tg della sera “dopo di me c’è solo il voto”. La replica è arrivata in un baleno: “Il Pd ritiene sconcertante che con le sue prime dichiarazioni il presidente del Consiglio, battuto alla Camera e dimissionario, cerchi di condizionare un percorso che è pienamente nelle prerogative del Capo dello Stato e del Parlamento”.

ANCHE SE all’interno dei democratici c’è una frattura insanabile tra chi chiede un governo di transizione (come Veltroni), e chi si mostra, almeno apparentemente , a favore delle elezioni (come Bersani), possibilista su un esecutivo di transizione “ma non guidato da Letta o Alfano, che significherebbe continuazione”. I dubbi, tra i fedelissimi del segretario, ci sono: se si andasse a votare a marzo la campagna elettorale potrebbe coincidere col processo Penati e le dichiarazioni del pm di Monza, Walter Mapelli, di ieri – il sistema Sesto arriva fino alla direzione Pd – suona come un avvertimento. L’ostacolo potrebbe essere anche più ingombrante delle primarie, che a casa Bersani non sono viste di buon occhio. Mentre Vendola guarda al futuro dalla Cina e Renzi sta scaldando i motori.

di Caterina Perniconi, IFQ

8 luglio 2011

Indro e B. opposizione fatale

È in libreria “Ve lo avevo detto”, volume che raccoglie gli articoli dedicati da Indro Montanelli a Silvio Berlusconi dal 1994 al 2001. Qui di seguito, ampi stralci della prefazione di Massimo Fini    Non intendo qui lodare Montanelli, a spese di Berlusconi.

Sarebbe troppo facile, troppo comodo adesso che il Faraone è morente e Indro vive nell’aura eterna dei Martiri della libertà di stampa. E non sarebbe nemmeno giusto. Le cose sono più complesse.    È difficile immaginare due personaggi più diversi, antipodi. A cominciare dalla statura, che nel caso di Berlusconi non è un dettaglio ma una componente essenziale di quell’inferiority complex da cui ha ricevuto la spinta per raggiungere il successo.

UOMO DI stile l’uno, non solo e non tanto nel vestire ma di modi e di tratto, principe del kitsch l’altro. Pessimista esistenziale il primo, ottimista senza freni inibitori il secondo. Un uomo che insegue sogni, come riconosce lo stesso Montanelli, almeno nei primi articoli di questa raccolta. E senza sogni non si va da nessuna parte. Il problema sorge quando il distacco fra sogno e realtà diventa così ampio da essere incolmabile e allora si passa direttamente al neurodeliri, che è la storia, per esempio, dell’Hitler degli ultimi giorni, nel bunker, quando muoveva sulle carte geografiche le inesistenti armate di Wenk. Da una parte un conservatore, ripiegato nostalgicamente, nel periodo di cui stiamo trattando, su un passato più immaginario e mitico che reale, dall’altra un uomo costantemente proiettato nel futuro. Ha preso un abbaglio colossale chi, compreso Montanelli, ha scambiato Berlusconi per un conservatore. È invece un innovatore. Un costruttore. E come tutti i costruttori ha bisogno di distruggere tutto ciò che incontra sul suo cammino per poter edificare il nuovo. Che poi tutto ciò che ha costruito, nell’edilizia, nel calcio, in politica, si sia rivelato peggiore di quello che ha distrutto è un altro discorso. Moderato l’uno, estremista o, per essere più precisi, un energumeno l’altro.

QUESTI DUE uomini apparentemente incompatibili si sono incrociati per vent’anni, quelli della direzione di Montanelli al Giornale, e attraverso di loro si sono incrociate due Italie. Un’Italia vecchia, ottocentesca, liberale, l’Italia della grande borghesia e dei notabili, passabilmente ipocrita, bacchettona, morente e l’Italia nascente di un ceto medio indifferenziato, privo di una vera ideologia, di valori, di etica, apertamente e disonesta, tendenzialmente delinquenziale. Questo ceto medio non l’ha creato Berlusconi, anche se con le sue televisioni lo ha potenziato, ma l’ha capito perfettamente perché ne faceva parte. Anzi lo ha anticipato. Era già postmoderno prima che nascesse la postmodernità.    Montanelli invece questa Italia nuova, prima di disprezzarla, non l’ha assolutamente capita nemmeno negli effetti positivi che ebbe alle origini. (…). Il fatto è che Indro Montanelli ha cominciato a morire con la morte della Prima Repubblica. Quello era il suo mondo, il suo habitat naturale, dove poteva esercitare nel suo modo magistrale, ma senza correre troppi rischi, l’arte in cui era insuperabile, quella del “bastian contrario”. Avendo l’aria di contrastarla, in realtà la sosteneva (“Turatevi il naso”). Dissolti i principali uomini della Prima Repubblica, scomparso il comunismo, Montanelli ha perso i suoi fondamentali punti di appoggio, i suoi bersagli polemici.

IL MONDO in cui aveva vissuto per tanti anni gli è crollato sotto i piedi. E politicamente, lui pur intellettualmente così fine, non ha capito più nulla. Anche il fallimento della Voce è dovuto in gran parte al disorientamento montanelliano. Rimase invece, Montanelli, un punto di riferimento etico imprescindibile, tanto più indispensabile quanto più Berlusconi, in un crescendo rossiniano, veniva massacrando, oltre alle leggi e alle Istituzioni, tutti i principi e i fondamenti dello Stato liberale e democratico.    Montanelli non aveva capito la nuova Italia, ma non aveva capito nemmeno, in profondità, chi era veramente Silvio Berlusconi, pur avendolo frequentato da vicino per quasi vent’anni. Perché il loro non fu un normale rapporto tra Editore e Direttore. Sono stati amici. Probabilmente Indro, depresso cronico, era attratto dalla prorompente vitalità di Silvio, dal suo straripante e contagioso entusiasmo. Lo trattava con l’indulgenza che si riserva a un fanciullo considerandolo in fondo irresponsabile, perdonandogli tutto a cominciare dalle sesquipedali bugie ritenute un’irrefrenabile e innocente espressione del suo superego infantile. Quando Montanelli afferma che Berlusconi crede sinceramente alle proprie menzogne dice una verità. È una delle forze del Cavaliere, uno così è imbattibile, incontrastabile, indistruttibile. (…)    In un articolo del 12 dicembre del 1993, per il Giornale (Fratelli separati), quando i rapporti fra i due sono già ai ferri corti perché il Cavaliere ha deciso di “scendere in campo” e Indro ne capisce tutte le implicazioni, Montanelli scrive: “Il gioco politico richiede due qualità di cui lui è totalmente sprovvisto: la doppiezza e il cinismo”. Invece cinismo e doppiezza sono la cifra più autentica di Silvio Berlusconi. (…) Montanelli nei vent’anni in cui frequentò Berlusconi, e anche oltre, non si è mai posto seriamente la domanda di come questo ragazzo di 27 anni, apparentemente senz’arte né parte, avesse potuto accumulare in pochi anni una così immensa ricchezza. (…). Non si chiese mai a chi appartenessero quelle due misteriose finanziarie svizzere, dai nomi impronunciabili, che avevano dato al giovane Berlusconi sette miliardi dei primi anni Settanta per cominciare l’avventura di Milano 2.

FORSE GLI faceva comodo non approfondire troppo in un momento di grave difficoltà psicologica, dopo essere stato costretto, nel modo più infame, a lasciare il Corriere di cui era stato la prima firma per 37 anni, e mentre varava la traballante navicella del Giornale. Ma io, che l’uomo l’ho un po’ conosciuto, preferisco pensare che in Montanelli, oltre a una buona dose di narcisismo e di infantilismo (che sono le due sole cose che lo accomunano a Berlusconi) ci fosse, nonostante tutta la sua esperienza, un fondo di ingenuità. Quella che manca, e non sono del tutto sicuro che sia un bene, a uno dei suoi più accreditati e affeziona-ti discepoli, Marco Travaglio. E per molto tempo ancora Montanelli volle illudersi che di Berlusconi ce ne fossero due. Uno era quello che aveva conosciuto lui, simpatico, cazzaro, sostanzialmente innocente, l’altro era il mascherone, sconciato, liftato, aggressivo, violento che appariva ormai ogni giorno in Tv e sulla scena politica, rovinato dal servilismo degli scherani, dei saprofiti, delle sanguisughe che erano accorsi a frotte per succhiargli il sangue e la sua enorme energia.    ALLA FINE dovette rendersi conto che di Berlusconi ce n’era stato sempre uno solo. Uno che non c’entrava niente con la destra, tantomeno con la destra liberale, prezzoliniana, cui si ispirava Indro, uno che quando affermava che “bisogna fare gioco di squadra” in realtà intendeva dire che la squadra doveva giocare solo per lui. E vennero gli articoli più duri, più sferzanti, più irridenti, iconoclasti, che spesso stingevano nella pura invettiva, scritti soprattutto per il Corriere della Sera. Ne ricordo uno degli ultimi, di un Montanelli esasperato, vicino alla morte, che aveva una chiusa di una volgarità che non gli apparteneva. Definiva Berlusconi “un piazzista che se un giorno si mettesse a produrre vasi da notte, farebbe scappare la voglia di urinare a tutta l’Italia”. Ma si sbagliava anche questa volta. Dopo la sua morte, Berlusconi ha continuato a venderci pitali, e molto peggio, per altri dieci anni. E ora che la voce di Indro, come quella del Tenco di De André, “canta nel vento” e torna a essere ascoltata, è ormai troppo tardi. Tutto quello che poteva accadere è già accaduto.

di Massimo Fini, IFQ

4 maggio 2011

Pronto, chi non parla?

Aprile andiamo, è tempo di precisare. Precisa venerdì Palazzo Chigi: “In merito a quanto riportano erroneamente alcune agenzie di stampa, il Presidente Silvio Berlusconi si è ben guardato dall’esprimere un pronostico sullo scudetto al Milan anche per evidenti ragioni scaramantiche”. Ecco, che si sappia: si è ben guardato. Precisa lunedì il Quirinale: “In questi giorni sono stati attribuiti al Presidente della Repubblica in modo del tutto arbitrario interventi relativi alle mozioni sulla Libia…”. Sono stati, ma da chi? Mistero. “… È stata pubblicata la notizia – semplicemente inventata – di una telefonata intercorsa in proposito tra il Presidente e il Segretario del Pd”. Pubblicata e inventata da chi? Mistero. “…Facendo riferimento alla telefonata che non c’è stata, il vice direttore de Il Fatto Quotidiano ha imbastito una polemica dai toni provocatori nei confronti del Capo dello Stato al di là delle posizioni da lui assunte nelle sedi appropriate…”. Oh, finalmente il nome di un colpevole: a imbastire la polemica è stato il vicedirettore del Fatto, per giunta usando “toni provocatori” e, non bastasse, senza l’autorizzazione preventiva dell’ufficio stampa del Quirinale. “Napolitano striglia Travaglio: inventata la telefonata al Pd”, titola Libero che, come sempre, ha capito tutto: il colpevole è quel putribondo figuro del vicedirettore del Fatto. “L’ira di Napolitano tirato per la giacca da Travaglio & Co”, rilancia Il Giornale, sempre sulla notizia. Spettacolare il pezzo di Repubblica: “Una risentita nota del Colle smentisce telefonate con Bersani… Poche righe molto secche… Si era parlato di un intervento su Bersani…”. Si era parlato da parte di chi? Ma di Repubblica, naturalmente, che sabato scorso rivelava: “La telefonata forse più difficile da quando è segretario del Pd, Pier Luigi Bersani l’ha avuta con Napolitano che sulla Libia ha chiesto alle forze politiche ‘senso di responsabilità’…”. Cioè nessun nuovo voto sulla guerra in Libia, anche se ne frattempo la posizione del governo italiano è passata dal “non bombarderemo mai” al “bombardiamo eccome”. È la telefonata che – apprendiamo lunedì – non c’è mai stata. E meno male che il Fatto l’ha citata riprendendola da Repubblica, altrimenti il Presidente non l’avrebbe mai smentita (lui, si sa, legge sempre e solo il Fatto) e tutti sarebbero rimasti convinti che c’era stata. Per sempre. A cominciare dai vertici del Pd, che avevano una gran voglia di votare una mozione contro i bombardamenti, ma sapevano di non poterlo fare proprio a causa di quella telefonata che davano tutti per vera. Tant’è che alcuni la usavano per sostenere il no alla mozione anti-guerra (Rosi Bindi: “Non possiamo lasciare solo Napolitano”; Luigi Zanda: “Noi siamo napoletaniani”) e altri proponevano addirittura di ignorarla (“Franceschini: “Una cosa sono le preoccupazioni del capo dello Stato, un’altra la nostra iniziativa politica per mettere in difficoltà il governo”). Un caso di autosuggestione collettiva che bastava poco a stroncare sul nascere: era sufficiente che sabato pomeriggio il Quirinale dettasse due righe di smentita a Repubblica, o che lo facesse Bersani. Invece, inspiegabilmente, nulla di tutto ciò. Forse al Quirinale Repubblicanon arriva. O forse Bersani, avendo letto su Repubblica che Napolitano l’aveva chiamato, si era convinto che la telefonata fosse davvero avvenuta. O magari, visto che non gli telefona mai nessuno, l’aveva lasciata credere per fare bella figura. Sia come sia, per due giorni l’equivoco ha dilagato dall’Alpi al Lilibeo, impedendo al Pd di alzare le barricate contro la guerra. Chissà che avrebbero combinato i leader pidini alla Camera se avessero saputo che Napolitano non aveva chiesto nulla a Bersani, anzi non gli aveva proprio telefonato perchè lui, nell’ordine: adora essere “lasciato solo”, con buona pace della Bindi; non ha “preoccupazioni”, con buona pace di Franceschini; e, con buona pace di Zanda, non vuol vedere “napoletaniani” nel raggio di migliaia di chilometri, sennò s’incazza di brutto. A saperlo prima, il Pd avrebbe persino potuto, con rispetto parlando, “mettere in difficoltà il governo”.

di Marco Travaglio, IFQ

29 aprile 2011

Il berlusconismo, una dittatura della minoranza

Sondaggio elettorale diffuso martedì scorso a Ballarò

Nella vita tutto mi sarei aspettato, ma non di rimpiangere la “maggioranza silenziosa” democristiana. Quel ventre molle della Prima Repubblica, che inghiottiva ogni slancio ideale nelle acque del calcolo politichese. Eppure quanto civile rispetto alla rumorosa minoranza dei berluscones. Minoranza, sì. Perché la storia del berlusconismo maggioritario, addirittura plebiscitario, è una menzogna propagandistica. Una delle peggiori e quindi più fortunate.

Facciamo due conti veri. Secondo i sondaggi, compresi i suoi, a votare il Pdl oggi andrebbero circa dieci milioni di italiani. Su 48 milioni di elettori: un cittadino su cinque, o quasi. Per fare un paragone, la Dc degli anni Settanta aveva 14 milioni di voti su quaranta milioni di aventi diritto. Quella degli anni Ottanta, in piena crisi, era scesa a 13 milioni di voti su 42 milioni. Sempre uno su tre. Con tutte le tv, i miliardi e il potere accumulato nei più lunghi governi della storia repubblicana, Berlusconi può contare su un seguito del venti per cento reale. Il suo governo è il più minoritario della storia repubblicana. Si regge su una coalizione quotata dai più ottimisti intorno al 41-42 per cento dei voti validi, quindi un terzo del corpo elettorale. Oltre a mantenersi al potere solo in virtù di una vergognosa e ridicola campagna acquisti di parlamentari.

Nonostante questo, il berlusconismo si comporta come se avesse l’ottanta per cento dei consensi. Occupa ogni angolo della Rai, teorizza e pratica uno spoil system da banda della Magliana, fabbrica leggi ad personam per il capo, mira a stravolgere la Carta costituzionale. Non bastasse, colpisce con sistematica violenza le categorie considerate nemiche e “di sinistra” anzitutto gli insegnanti e i magistrati. Sarebbe un regime anche se godesse di un consenso enorme. Ma è un populismo con sempre meno popolo alle spalle. Si tratta dunque di una dittatura della minoranza. Resa possibile da una legge elettorale che è una porcheria, da un illegittimo monopolio televisivo, dall’intolleranza e dall’arroganza dei propri elettori. Più un quarto elemento, il più grottesco, ma decisivo,  che è l’assoluta insipienza delle opposizioni, al limite del masochismo.

Alle prossime elezioni, se si svolgessero domani, le opposizioni, pure concordi nel considerare il berlusconismo un’assoluta emergenza democratica, riuscirebbero nell’impresa di presentarsi divise in quattro poli. Un centro a guida Casini, un centrosinistra con Bersani, Vendola e Di Pietro, più i grillino con Grillo e i post comunisti con Di liberto. Con il risultato di ottenere il 60 per cento dei voti e consegnare la maggioranza, il governo, il Quirinale nelle mani del 40 per cento fedele al fenomeno di Arcore.

di Curzio Maltese, Il Venerdì

20 aprile 2011

E D’Alema confessò: non è importante vincere le elezioni

“Ho perso la speranza”. Allarga le braccia a un certo punto, Bruno Manfellotto, direttore dell’Espresso, che modera il dibattito tra Paolo Flores d’Arcais e Massimo D’Alema, ieri pomeriggio all’Alpheus di Roma. In effetti, difficile trovare punti di mediazione tra un esponente di punta della società civile e un pezzo grosso della politica-politica italiana. E se il Lìder Maximo arriva a dare dello “stalinista” al suo interlocutore, l’altro lo ripaga ricordando la bicamerale come l’inizio della “no opposizione”. “Non condivido la sua analisi”, ammette alla fine D’Alema (“nonostante la mia simpatia per Paolo”). E la parola “condivisione” a chi ha assistito al dibattito sembra un obiettivo molto lontano. L’occasione dell’incontro era la presentazione del numero di Micromega dedicato a “Berlusconi e il fascismo”. In realtà l’oggetto diventa il ruolo della sinistra (anzi delle sinistre) di fronte al berlusconismo. Fa fresistenza D’Alema. “Se si fosse capito che le liste civiche sono essenziali non saremmo arrivati a questo, perché Prodi avrebbe avuto anche al Senato quei 50 voti di vantaggio che gli avrebbero consentito di governare senza ricatti. É necessaria dunque una coalizione ampia con quante più liste civili possibili”, attacca il direttore di Micromega. Risponde l’altro: “Non mi pare di ricordare che nel 2006 abbiamo escluso qualche lista civica. Direi che abbiamo accettato tutto, anzi troppo”. E poi “anche una lista civica, nel momento in cui si presenta alle elezioni, diventa una formazione politica. E se non ha una disciplina politica diventa pericolosa. Una parte grande della sinistra italiana non è stata educata alla prova del governo. Io a combattere con un senatore Rossi o un senatore Turigliatto di turno sulla politica estera non mi ci voglio più trovare”. Poi, sposta il discorso: “Dobbiamo mettere insieme un’alleanza ampia non per vincere le elezioni, ma per governare” (anche se a chi gli aveva chiesto cosa pensasse delle affermazioni di Asor Rosa aveva replicato che “per liberarsi di Berlusconi sarà sufficiente il voto”).    PERCHÉ “il ventre è sempre grande, Berlusconi è il prodotto della società italiana”. Non si lascia inchiodare D’Alema da Manfellotto che gli chiede tempi e strumenti per mandare a casa il Caimano: “I tempi sono quelli costituzionali, a meno che il governo non cada”. Strategie? “Non ho nessun piano segreto. E pure se ce l’avessi, certo non ve lo direi”. È a questo punto che il dibattito s’impenna. S’infervora Flores, assume toni da comizio: “Si parla del dopo Berlusconi come se fosse un dato ovvio. Ma se vince le prossime elezioni ce lo troviamo al Quirinale”. Attacca senza mezzi termini: “Il regime è tale perché l’opposizione non fa nulla”. Ribadisce la gravità degli attacchi ai magistrati e ricorda l’importanza di ripristinare reati come falsa testimonianza e falso in bilancio. Propone di nuovo l’Aventino dei parlamentari, si lamenta del fatto che in occasione del baciamano di Berlusconi a Gheddafi il centrosinistra non abbia riempito le città di manifesti. Sbuffa D’Alema, mantiene la calma. Ricorda con il suo sorriso più sprezzante che la politica non si “fa con i manifesti”. Strappa risate e applausi alla platea. Ci va giù pesante: “È tipico dello stalinismo dire che il tuo avversario ha vinto perché uno dei tuoi ha tradito”. Si lancia in un’analisi teorico-sociale quando parla dell’etica della classe dirigente italiana che è manchevole. Se la prende con la stampa borghese che mentre si vota la prescrizione breve disquisisce della responsabilità dei politici. Pur non risparmiando gli affondi: “Berlusconi con una mossa estremamente disinvolta, che dimostra che siamo governati da gente improbabile, ha cancellato il nucleare, che costituiva il 50% del suo programma, perché temeva che il referendum abrogativo potesse avere un effetto trainante su quello sul legittimo impedimento”. E poi, è vero, “il paese può tenere pure con lui presidente del Consiglio, ma il bunga bunga al Quirinale comporterebbe la disgregazione della convivenza civile”.    Flores non ci sta. E a questo punto ricorda la Bicamerale (“avrei voluto parlare del futuro, non del passato”), come inizio dell’opposizione che non si oppone. Quasi non vuole rispondere D’Alema. Poi fa un sospiro profondo (d’altra parte era palesemente arrivato col ramoscello d’ulivo) e propone: “Voglio parlare di contenuti. Tu hai una rivista molto importante, Micromega. Io ho Italianieuropei”. Finisce così, con la tregua delle riviste. Mentre D’Alema se ne va, qualcuno lo insegue urlandogli: “Puzzi di muffa”.

di Wanda Marr, IFQ

15 aprile 2011

“Oltre”, pure troppo

Con qualche rara eccezione, i libri dei politici non lasciano traccia alcuna se non nella foresta amazzonica. Ora, per dire, ne è uscito uno di Violante, ovviamente pubblicato da un editore del gruppo Mondadori, Viaggio verso la fine del tempo-Apocalisse di Lilith, che si stenta a crederlo ma è scritto in versi, o forse va spesso a capo per sembrare più lungo. La buonanima di Bondi, al confronto, era un dilettante. Intanto sta per uscire un libro-intervista di Bersani, la sua opera prima (e si spera anche ultima), che ha almeno il pregio di essere in prosa. Il titolo Per una buona ragione è civettuolo e intrigante quanto la campagna pubblicitaria che lo ritrae in bianco e nero e in maniche di camicia sotto il sepolcrale slogan “Oltre”. Da alcune anticipazioni, apprendiamo che il segretario Pd sostiene, accanto a cose giuste e condivisibili, tre tesi piuttosto bizzarre. 1) “Abbiamo un governo che non rispetta la divisione dei poteri e, negli anni, non sono mancate invasioni di campo anche da parte di alcuni magistrati… La politica riconquisti l’autorevolezza per dire ai magistrati di rispettare con rigore i confini del proprio campo”. 2) “Non mi sento affatto un giustizialista. Anzi, considero il giustizialismo un atteggiamento contrario ai nostri valori”. 3) “Purtroppo in questi anni la cultura delle garanzie e le garanzie stesse si sono assottigliate. E quando si indebolisce la cultura delle garanzie si ferisce anzitutto la democrazia”. 1) Quanto all’“invasione di campo” dei magistrati, è curioso sentir ripetere dal leader del primo partito di opposizione uno slogan tipicamente berlusconiano. L’accusa a imprecisati rappresentanti del potere giudiziario di calpestare il potere legislativo e/o esecutivo è gravissima: equivale a un golpe. Dunque va provata. Può darsi che Bersani abbia scoperto dei magistrati a invadere il campo della politica (si spera che la scoperta sia recente, altrimenti verrebbe da chiedergli perché non l’abbia denunciata nei sette anni in cui era al governo e poteva attivare il ministro della Giustizia a esercitare l’azione disciplinare). Se è così, dovrebbe essere così gentile da dire chi sarebbero, quando e in quali inchieste o processi l’avrebbero fatto. Così il Csm potrebbe accertare se l’accusa è fondata o no, gli interessati potrebbero difendersi e si verrebbe finalmente a capo di una diceria che corre da destra a sinistra da vent’anni senza mai un nome o una prova. 2) Il termine “giustizialismo” ha sempre indicato il partito del dittatore Perón nell’Argentina degli anni ‘40-‘50. Poi, inspiegabilmente, venne usata dal partito degli imputati e dei condannati per marchiare d’infamia chi invoca una legge uguale per tutti, anche per i ricchi e i potenti, e dunque una magistratura indipendente. Cioè chi chiede il rispetto della Costituzione che lo stesso Bersani ad Annozero ha definito “la più bella del mondo”. Vuol essere così cortese, il segretario Pd, da spiegarci che cosa intende per giustizialismo? Non risponda, per favore, che si riferiva a chi, ai tempi di Mani Pulite, agitava cappi alla Camera e a chi assediava il Parlamento al grido di “Arrendetevi, siete circondati”, perché nessuno nel centrosinistra ha mai fatto cose del genere: il cappio lo sventolò un leghista e l’assedio lo organizzarono i missini. 3) Quali “garanzie” sarebbero venute meno? A noi risulta che da 17 anni destra e sinistra non fanno altro che varare, in tema di giustizia, leggi scritte da onorevoli avvocati su misura per gli imputati colpevoli. E non risponda che per la gran parte le ha fatte B., perché tra il 2006 e il 2008 il centrosinistra governò, ma non ne cancellò nemmeno una. Ci sarebbe poi una domanda supplementare. Dopo mesi di agonia, grazie a B. e alla piazza che l’han costretto a fare un po’ di opposizione, il Pd si stava leggermente rianimando nei sondaggi. C’era proprio bisogno di sgonfiare quel vagito di entusiasmo che stava rinascendo negli elettori con tre tesi fasulle e tipicamente berlusconiane? A furia di andare “Oltre”, si arriva ad Arcore.

di Marco Travaglio, IFQ

1 aprile 2011

L’opposizione manda sotto la maggioranza Tramonta l’ipotesi Aventino: dobbiamo logorarli in aula

“Se ci fossimo ritirati sull’Aventino, il processo breve l’avrebbero approvato in due ore. Questo dovrebbe capirlo anche il Fatto Quotidiano”. Massimo D’Alema, mentre cammina per il Transatlantico, ha il consueto ghigno polemico, ma sprizza soddisfazione. La giornata di ieri viene letta come la dimostrazione plastica che se l’opposizione fa l’opposizione e sta “saldamente” in aula la maggioranza (che i numeri ce li ha a stento, come è sempre più evidente) va in difficoltà. Quella di ieri è cronaca: la maggioranza prima si vede respingere il verbale della seduta di lunedì (quella del “vaffanculo” di La Russa per intendersi) e poi si trova costretta a chiedere il rinvio alla prossima settimana. E dunque, il lìder Maximo sembra uscire in qualche modo vincitore dall’ultimo scontro interno, quello con Rosy Bindi (“Scontro? Sempre esagerati”, dice lui). Martedì nel pieno caos della   giornata, la presidente dei Democratici aveva proposto di abbandonare l’aula in blocco, provocando la reazione ironico-contrariata di D’Alema (“Cosa vuoi? Che mi tolga gli occhiali e vada a menarli?”). Ma l’ipotesi di Aventino o addirittura di “dimissioni” (proposta del senatore Ignazio Marino) aveva poi cominciato a farsi strada. Quanto meno come possibilità.   demenziale”, tira corto Livia Turco. I sorrisi nel Pd per una volta si sprecano. E l’apparato si sente legittimato dal successo della giornata. “Sull’Aventino ci stanno già le tende”, ironizza il responsabile Giustizia, Andrea Orlando. “Se ci dimettiamo tutti, come facciamo ad avere la garanzia che non ci subentrino i non eletti? E poi, non è detto che il Parlamento non possa funzionare pure a metà”. Rischi, certamente. Ma è pur vero che quando gli si fa notare che il Parlamento è totalmente bloccato e che l’incidenza dell’opposizione è minima ammette: “Certo, è questo il vero problema”. “Dobbiamo combattere fino all’ultima goccia di sangue”, è addirittura epico Roberto Giachetti, che ieri si è fatto notare in prima linea nella battaglia. È stato lui che si è reso conto (insieme   al collega dell’Udc, Galletti), in mattinata, che la maggioranza era largamente assente, lui che ha proposto il voto sul processo verbale che ha mandato gli avversari nel panico, li ha costretti a discutere e, una volta andati   sotto, a riscriverlo. Ancora, è stato Giachetti che ha chiesto il rinvio in Commissione del processo breve. Richiesta – bocciata per soli due voti – che ha costretto la maggioranza, conscia di non poter garantire continuativamente la presenza in aula, a formulare una controproposta e a chiedere il rinvio del provvedimento alla prossima settimana. Insomma, ieri è stato il giorno della tattica parlamentare, della lotta punto su punto, della guerra di trincea.   arroganza parlamentare avete fatto la richiesta di inversione dell’ordine del giorno sul processo breve e dopo 24 ore c’è una resa incondizionata del centrodestra sullo stesso provvedimento”. Magari si vince una battaglia, ma niente di più. A farlo notare è di nuovo Ignazio Marino: “L’attività parlamentare è stravolta”. Il quale dunque ripropone: “Dobbiamo dimetterci tutti”. Più per la piazza che per il Parlamento, Marino ieri mattina era presente al sit-in di Montecitorio. Insieme a una Rosy Bindi più pasionaria che mai. La quale   peraltro ha dichiarato in un’intervista a Vanity Fair che sarebbe disponibile a candidarsi leader del centrosinistra se il suo partito fosse d’accordo. La Bindi ieri era andata a salutare i manifestanti dopo aver detto a Repubblica che, davanti alla “dittatura della maggioranza”, c’è la necessità di una “reazione straordinaria”. Poi, dopo la giornata di ieri, insiste sulla piazza, ma sull’A-ventino cambia idea. O forse si rettifica: “Non ci sono tentazioni ‘aventiniane’ e il partito non è diviso. Non ho proposto di abbandonare il Parlamento, anche se andrebbe ricordato che in altre occasioni siamo usciti dalle aule parlamentari senza che questo   provocasse polemiche”. Quella vincente sarà la strategia di Giuseppe Fioroni? “L’Aventino l’abbiamo fatto una volta e non è finita bene. Dobbiamo continuare così: dimostrare che a Berlusconi l’unica cosa che interessa sono le sue leggi. Far vedere fino in fondo chi è il nostro primo ministro”. Che “cosa ha da rispondere il segretario alla Bindi”, lo chiede Arturo Parisi. Lui, Pierluigi Bersani ribadisce la sua linea: “Presidieremo sia l’aula che le piazze”. Mentre propone alle opposizioni di dar vita a un Osservatorio comune per fronteggiare “l’oscuramento” che il governo si appresterebbe a mettere in atto specie nella Rai.

 

   IERI IL CLIMA nel Pd tendeva però decisamente più verso le barricate in aula. “È una discussione

 

   PRIMA della ripresa dei lavori dell’aula, alle 15, per quando era prevista la richiesta di rinvio in commissione, circolava un messaggio tra i Democratici, mostrato orgogliosamente da Walter Verini: “Ore 14.55 precise tassativa presenza in aula senza eccezione alcuna”. Il risultato dello sforzo dell’opposizione lo sintetizza il capogruppo del Pd, Dario Franceschini intervenendo in Aula: “In questi due giorni abbiamo assistito a uno spettacolo indecoroso. Prima con un atto di

 di Wanda Marra, IFQ

19 gennaio 2011

L’opposizione lo lasci solo

Continuare a discutere se Berlusconi possa ancora governare è privo di senso. Si prenda un paese occidentale a caso e si immagini se un Obama o un Sarkozy, una Merkel o un Zapatero, avrebbero potuto restare al loro posto un minuto di più. L’Italia è oggi nelle mani di un videocrate stramiliardario e psichiatricamente borderline, che è a sua volta nelle mani dei suoi ruffiani e delle sue troie. Una democrazia che sopporta questo non è più una democrazia. Il problema non è perciò più il discutere ma l’agire. Una opposizione anche non all’altezza del ruolo, ma ancora non definitivamente sorda ai valori scolpiti nella nostra Costituzione, e non totalmente dimentica del sangue che è costato alla generazione della Resistenza conquistarla, non può più partecipare, in nessuna forma e sotto nessun alibi, a una farsa di “vita istituzionale” che sta portando il paese alla tragedia.      Siamo in uno stato di eccezione, di eversione governativa sistematica, sostenuta dalla potenza di fuoco dell’asservimento mediatico al regime, e con gesti di eccezione è dunque necessario, anzi improcrastinabile, che l’opposizione parlamentare risponda. Uscendo da un Parlamento che il Puttaniere ha già trasformato nel suk dei voti comprati all’incanto, e riunendosi separatamente e pacificamente in una Pallacorda che rappresenti quanto ancora resta dell’Italia civile, per provare a salvarla e ricostruirla.    Solo con un gesto simbolico eccezionale è pensabile che una parte del ceto politico possa sottrarsi, almeno “in articulo mortis”, alla complicità omissiva e corriva con un potere che ormai è ridotto solo e inequivocabilmente a un impasto di criminalità, corruzione, violenza ricattatoria, hybris di menzogna, fetida suburra. Senza questo gesto di rottura, che consenta di sventolare di nuovo a testa alta la bandiera della Costituzione, l’opposizione rischia di compiere il passo che ancora divide la mediocrità più ottusa dal tradimento.      Da due secoli e mezzo democrazia liberale significa “governo limitato” e “balance of powers”, come insegnavano i Padri fondatori degli Usa. Ad ogni minuto che il Puttaniere ancora trascorre a Palazzo Chigi, diventa più arduo impedire la morte annunciata – per decomposizione – della nostra democrazia costituzionale. L’oltraggio quotidiano, l’aggressione, la guerra totale che il Puttaniere ha dichiarato alla “legge eguale per tutti” e ai magistrati che ancora l’onorano, esige da ogni cittadino, e più che mai da chi se ne pretende “rappresentante”, quell’“ora basta!” che ha ritardato fin troppo.

di Paolo Flores d’Arcais – IFQ
27 dicembre 2010

Opposizione: Tutte le volte che non c’erano

La maggioranza in questa legislatura è stata battuta per 72 volte tra Camera e Senato nonostante numeri che fino a pochi giorni fa erano decisamente tranquillizzanti. Resta però che, viste le endemiche assenze del centrodestra soprattutto a Montecitorio, le opposizioni avrebbero potuto decisamente fare di più: sono un paio di centinaia le votazioni che si sono concluse con uno scarto inferiore ai venti deputati, una trentina addirittura con 5 voti o meno. Questo tipo di “favori” possono però discendere da due motivi assai diversi: una spaccatura nella linea politica dei gruppi parlamentari o la cara vecchia sciatteria. Al primo tipo possono essere attribuite le decine di assenti del Pd al voto di sfiducia contro Roberto Calderoli di mercoledì, come pure i voti sempre mancanti contro i vari decreti Milleproroghe o il “salvataggio” di Nicola Cosentino dalla prima mozione di sfiducia presentata dall’allora capogruppo democratico Soro. Era il gennaio 2009 e il risultato fu che due deputati del Pd votarono contro, oltre venti si astennero, altrettanti erano assenti e ben 47 uscirono dall’Aula prima del voto (all’appello mancarono anche 7 IdV). Un altro caso di disfacimento politico dell’opposizione, nell’ottobre scorso, si verificò quando la maggioranza mise in frigo il ddl che sopprimeva le province per non far agitare la Lega: la sospensiva passò per 8 voti con 22 assenti Pd, 4 dipietristi e un Udc. Famose, e inspiegabili, sono invece le 55 assenze dell’opposizione (quasi tutte democratiche) che consentirono allo scudo fiscale di Tremonti di scampare ad una pregiudiziale di   costituzionalità alla Camera (finì 267 a 215). Poi ci sono i casi di pura disorganizzazione. Sul decreto Abruzzo, ad esempio, l’emendamento Lolli-Turco che creava una “tassa di scopo” per la ricostruzione fu bocciato per una manciata di voti: la minoranza registrò 54 assenti, tra cui proprio l’ex ministra della Salute. La legislatura, peraltro, era già iniziata male: il decreto Alitalia passò alla Camera per 23 voti con 24 assenti tra Pd, Idv e Udc. A febbraio di quest’anno, invece, la legge su Protezione civile e rifiuti in Campania fu approvata in Senato con 25 voti di maggioranza e una trentina di assenti tra le opposizioni, così come – era fine aprile – un emendamento che estendeva gli ammortizzatori sociali ai lavoratori ex-Eutelia e Phonemedia-Raf fu battuto per 6 voti a Montecitorio: dodici furono gli assenti (6 Pd e 6 Idv). Un avvertimento metodologico: da questi conti sono esclusi i parlamentari in missione, altrimenti la situazione sarebbe anche peggiore.

di Marco Palombi – IFQ

12 novembre 2010

Max, nun ce provà

Il Banana, da tempo bollito, sembra davvero cotto a puntino. Ma non è la prima volta. Lo sembrava già il 22 dicembre 1994, quando Bossi gli rovesciò il governo e Fini tentò invano di trattenerlo (oggi le parti in commedia si sono invertite). Emarginato dal governo Dini, dal quale si era sdegnosamente tenuto fuori, ribattezzato dal Senatur “il mafioso di Arcore”, “Berluskaz”, “Berluskaiser”, “palermitano che parla meneghino” e, forse profeticamente, “trafficante di droga”, il Cainano pareva morto e sepolto. Provvide poi D’Alema a resuscitarlo con la Bicamerale, promuovendolo padre ricostituente e lasciando toccare la Costituzione a uno che non dovrebbe avvicinarsi nemmeno al Codice della strada. La liquidazione di Prodi, che aveva osato battere B. e portare l’Italia in Europa, per rimpiazzarlo con un bel governo D’Alema appoggiato dal ribaltone dei voltagabbana eletti a destra e passati a sinistra al seguito di Cossiga, Mastella e Buttiglione, completò l’opera. E regalò a B. la sua seconda resurrezione nel 2001. Dopodiché, come vaticinato da Montanelli, il vaccino di B. anti-B. funzionò a meraviglia: nel dicembre 2005 gli italiani erano talmente disperati da esser pronti a tutto, persino a votare centrosinistra. I sondaggi davano Prodi 10 punti sopra B. Bastava che l’Unione stesse ferma e zitta e magari, per sicurezza, pagasse a D’Alema un volo di sola andata per le isole Andamane, ed era fatta. Invece Max restò sul suolo patrio e ricominciò a trafficare: nel gennaio 2006, a   quattro mesi dal voto, uscirono le sue telefonate e quelle di Fassino con Giovanni Consorte, indagato per la scalata illegale di Unipol a Bnl. Risultato: i 10 punti di vantaggio si assottigliarono a zero virgola. La vittoria annunciata si mutò in pareggio e Prodi dovette governare con 2 seggi in più al Senato, esposto ai ricatti dei partiti che lo costrinsero a varare un governo di 103 elementi, a nominare Mastella (dicesi Mastella) alla Giustizia e a non cancellare nemmeno una legge vergogna. Intanto però Prodi restava a galla e B, che aveva puntato tutto sulla spallata al Senato tentando l’acquisto di alcuni senatori coi soliti sistemi (soldi e gnocca), fu sfiduciato via via da tutti gli alleati: Casini, Bossi, poi Fini che, quando lo vide delirare sul predellino della sua auto, lo fulminò: “Siamo alle comiche finali”. Provvide poi Veltroni, col “dialogo sulle riforme insieme”, a resuscitarlo un’altra volta, condannando Prodi a morte sicura. Così, il 12 aprile 2008, il Cainano risorse per la terza volta. Ma durò un anno: nell’estate 2007 pareva di nuovo bollito, grazie al fuoco amico di Veronica, D’Addario, veline candidate, Noemi, Spatuzza e Fini. Stavolta, si pensò, nemmeno D’Alema lo può salvare. E invece no, gente di poca fede. Mentre B. era dipinto in tutto il mondo come un puttaniere ricattabile dal primo Tarantini che passa, il braccio destro di Max in Puglia, Sandro Frisullo, astutamente infilato nella giunta Vendola, si fece arrestare in quanto utilizzatore finale delle escort scartate da Palazzo Grazioli. Pari e (è il caso di dirlo)   patta. Quest’estate, giunto alla rottura definitiva con Fini, il Cainano pareva di nuovo alla canna del gas: D’Alema propose subito un bel governo tecnico con tutti dentro. Ora insiste con la strana idea della convocazione al Copasir, che all’apparenza pare un dispetto a B, ma potrebbe rivelarsi un’altra ciambella di salvataggio: la questione non è dare più sicurezza al premier o indagare sulla permeabilità delle case del premier, ma cambiare premier. C’è poco da investigare, i fatti sono alla luce del sole. Cosa può aggiungere l’audizione di B. alle immagini e alle testimonianze su escort e papponi che entrano ed escono dalle sue ville, con le scorte e i carabinieri di piantone costretti a dirigere il traffico? Forse stavolta D’Alema è in buona fede, ma l’abitudine potrebbe giocargli brutti scherzi. Chi vuol bene a lui e al Paese, gli suggerisca di tenersi a debita distanza da B. Visti i precedenti, c’è pure il caso che (magari a sua insaputa) lo salvi un’altra volta.

di Marco Travaglio IFQ

12 novembre 2010

Silvio tra Ruby e Nadia.Ma nonostante tutto il PD non prende voti.

Il problema alla fine è sempre lo stesso, la mancanza di un’alternativa. Per quanto Berlusconi e la sua maggioranza siano al capolinea, per quanto tutto il mondo si chieda perché l’Italia continui a farsi governare da un caso umano, il fatto è che il Pd da questo tracollo dell’avversario non guadagna un voto. Anzi, ne perde sempre di più. Oggi i sondaggi segnalano il partito di Bersani sotto la soglia del 25 per cento. Franceschini aveva il 26 quando Berlusconi girava ancora l’Italia come l’umo dei miracoli, e fu considerato un risultato catastrofico. Da allora vi sono stati la rottura con Fini, il ribaltone in Sicilia, il boom di disoccupati, il fallimento di tutte le promesse di riforme e un’infinita serie di scandali fra il grottesco e il disperato. E il principale partito d’opposizione ha perso altri voti.

È un fenomeno mai visto in nessuna democrazia occidentale. Di solito, quando un sistema di potere va in crisi, e questo berlusconiano è ormai alle comiche finali, l’opposizione è pronta a prendere in mano il governo con nuove elezioni. È la via più diretta e naturale. Qui in Italia invece l’oggettiva debolezza del Pd impone una serie di arabeschi, da un governo tecnico non si sa bene guidato da chi a una pazzesca proposta di alleanza elettorale da Fini a Vendola, al cui confronto l’Unione era un patto d’acciaio.

Non è esattamente la loro specialità, ma è venuta l’ora per il gruppo dirigente del Pd di farsi venire qualche idea. Magari di sinistra. Visto che a sinistra perdono milioni di voti. Da dove cominciare? C’è l’imbarazzo della scelta. Ma il primo punto è la lotta alla precarizzazione dei giovani. Se perfino il governatore di Bankitalia Draghi sostiene che la scarsa produttività e la ridotta crescita del sistema italiano si spiegano con l’esclusione di un paio di generazioni dalle certezze del lavoro regolare, forse il maggior partito del centrosinistra può trovare il coraggio di invertire una rotta disastrosa.

Da anni gli economisti del Pd ci raccontano che la legge Biagi è cosa buona e giusta e moderna. Ma se il risultato di queste meravigliose riforme del lavoro è il 24 per cento di giovani disoccupati, non sarà il caso di farsi qualche domanda?

Berlusconi non si manda a casa con la questione morale, che peraltro Di Pietro è assai più efficace nello sbandierare, ma con una visione alternativa dell’Italia. In tutto, nel lavoro e nelle tasse, nel ruolo della scuola e nella laicità dello Stato, nell’integrazione e nella giustizia. Il Pd ha pochissimo tempo per elaborare e comunicare agli elettori queste nuove idee di sinistra, e quel poco lo sta sprecando nelle solite astutissime trame di palazzo di D’Alema, che al pari delle precedenti e altrettante astute trame, falliranno.

di Curzio Matese – Il Venerdì

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