Posts tagged ‘Nucleare’

10 giugno 2011

Ragazzi anti-atomo strateghi del porta a porta

Il comitato “vota si per fermare il nucleare”, si trova proprio davanti ai palazzi del potere: governo e parlamento. La sede degli antinuclearisti è però assai modesta: una stanza nella redazione di una rivista. Non ci sono capi né capoccia, solo una coordinatrice, Maria Maranò di Legambiente. “Il comitato è formato da 80 tra associazioni, sindacati, Ong. Ma a realizzare questo immane lavoro sono stati i singoli volontari che hanno lavorato all’organizzazione degli eventi e gli altri che sono andati nelle strade a distribuire voloantini e a spiegare alla gente l’alternativa al nucleare”.

NELLA PICCOLA stanza si respira aria di allegra spossatezza. C’è anche una stagista tedesca, Ingrid, che ha portato il pathos teutonico contro il nucleare in questo scorcio tipicamente romano. “Noi non percepiamo nulla dal comitato, io continuo a essere pagata da Legambiente che ha aderito al comitato”, spiega Maria. Al contrario del comitato per l’acqua, questo non è stato promotore del referendum e dunque non avrà i rimborsi elettorali. Qualora si arrivasse al quorum. Nemmeno qua sono entrati i partiti. “La nostra campagna per fermare il nucleare si è costruita su due pilastri: l’informazione che io chiamo ‘corpo a corpo’ – dice una giovane volontaria – perché è stata fatta fermando per strada la gente e internet perché    attraverso facebook abbiamo potuto raggiungere milioni di persone”. Per una mezz’ora al comitato si aggirano solo donne. Poi dall’ascensore esce un gruppo di ragazzi, che indossano magliette nere con la scritta : “mai più nucleare”. Luca è stanco ma contento: “Ho svolantinato tutto il giorno, la gente mi sembrava davvero interessata, non possiamo gettare la spugna proprio adesso che siamo in dirittura di arrivo. Non voglio avere un peso del genere sulla coscienza”.

MA LUCA non voterà perché non ha ancora compiuto 18 anni. “Proprio perché io non posso votare sto facendo di tutto per incentivare chi può. Saranno proprio i minorenni a dover convivere con le conseguenze del nucleare se non si arrivasse al quorum”. Ragazzi responsabili come Luca ne sono passati molti dal comitato. “Sì, sono davvero sorpresa per questa partecipazione. Non immaginavo che così tanti giovani si rendessero disponibili per distribuire adesivi, spillette e soprattutto parlare con il prossimo per far conoscere i danni del nucleare”. Maria Maranò mentre parla controlla le notizie che arrivano sulla pagina facebook del comitato e quindi mostra orgogliosa la mappa dei 200 comitati regionali e comunali che si sono costituiti in questi mesi. “Penso che di molti non conosciamo nemmeno l’esistenza”, spiega Antonio, mentre entra nella stanza per prendere gli ultimi 4 pacchetti di volantini. “Ne abbiamo distribuiti 400mila solo a Roma, ogni tanto sale qualcuno, privati cittadini che ce li chiedono per distribuirli in giro”. Secondo i promotori c’è stato negli ultimi mesi un risveglio della coscienza civica degli italiani. Nessuno però si spinge a fare previsioni. “Comunque vada questa partecipazione ha cambiato lo spirito del paese e ha fatto sentire molta gente meno sola”. Italo Calvino scriveva: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà, se ce n’è uno , è quello che è già qui, l’inferno che formiamo stando tutti insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno , e farlo durare, e dargli spazio”. Durante questa campagna referendaria molti hanno imparato che l’inferno si può almeno evitare.

di Roberto Zunini, IFQ

8 giugno 2011

Professor Battaglia esperto in strafalcioni

Uno dei sostenitori dell’energia nucleare più in vista sui mezzi di comunicazione italiani è il prof. Franco Battaglia, docente di Chimica ambientale all’università di Modena ed editorialista de Il Giornale.    A Porta a Porta, Annozero, Exit e Otto e mezzo, il professore ha portato le sue tesi, generalmente drastiche, senza compromessi: “Zero morti nella popolazione intorno a Chernobyl”, “Chernobyl è una colossale mistificazione mediatica”, “Nessuna conseguenza sanitaria da Fukushima”, “Fukushima aiuterà la ripresa nucleare”, “Eolico e foto-voltaico sono una colossale truffa”, “L’uomo non c’entra proprio nulla col riscaldamento globale”, “I referendum sono una cosa antidemocratica” e “La Merkel mente”. Generalmente sono interventi che lasciano allibiti gli astanti (“Ma è un film?” si domandava esterrefatto Angelo Bonelli dei Verdi ad Anno-zero) e provocano lo scherno del pubblico televisivo, come si vede da una semplice ricerca sul web. Oltre alle tesi infondate e senza senso, gli interventi e gli scritti del prof. Battaglia sono costellati da numerosi errori. Quando cita un numero, quasi sicuramente è sbagliato. Ad Annozero ha affermato con decisione che “il fotovoltaico incide nel mondo per lo 0.001%”, commettendo un errore del 15.000%, ossia sottostimando la produzione fotovoltaica mondiale di 150 volte. Il dato sulla produzione fotovoltaica europea era sbagliato invece “solo” di 50 volte. Secondo il blog scientifico climalteranti.it  , che si diverte a collezionare gli strafalcioni del professore modenese, il record è stato raggiunto in un articolo su Il Giornale del primo dicembre scorso, in cui è riuscito a sbagliare in una sola frase 6 numeri su 7.

MA COME può essere che un docente universitario proponga, spesso con una notevole arroganza intellettuale, numeri sballati e tesi che a volte sembrano palesemente insensate? La spiegazione è semplice. Se si consultano i database delle riviste scientifiche, risulta che il prof. Franco Battaglia non ha alcun lavoro pubblicato su riviste scientifiche internazionali che trattano temi legati in qualche modo alle strategie energetiche, all’ambiente o ai cambiamenti climatici. La sua produzione scientifica ha riguardato, in anni passati, per lo più argomenti di chimica fisica teorica; sulle tematiche relative a clima ed energia, nulla. È autore invece di molti articoli su quotidiani, nonché di due libri, che hanno avuto la prefazione di… Silvio Berlusconi e Renato Brunetta. In una recente puntata di Otto e mezzo ha rinfacciato all’eurodeputata dei Verdi Monica Frassoni di avere “una formazione tecnica in un altro campo, non nel campo dell’energetica”, senza dire di essere esattamente nelle medesime condizioni. Non frequentando il mondo della ricerca scientifica sulle tematiche energetiche, è probabile che Battaglia non sia a conoscenza del fatto che sulle più prestigiose riviste internazionali si discute da anni sul ruolo importante che potranno avere nei prossimi decenni le energie rinnovabili e che l’energia nucleare non sarà così determinante. Alcuni esempi possono aiutare.

L’IMPORTANTE lavoro “ADAM comparison” pubblicato su “The Energy Journal” nel 2010, realizzato da 16 studiosi di 6 diversi centri di ricerca europei, ha confrontato i mix tecnologici proposti dai modelli economico-energetici-ambientali di diversi gruppi di ricerca, concludendo che l’energia nucleare non è indispensabile per soddisfare la richiesta energetica mondiale e per ridurre drasticamente le emissioni di gas climalteranti. La recente sintesi del “Rapporto speciale sulle energie rinnovabili ” dell’IPCC, il Comitato Onu sul clima, a cui hanno partecipato una cinquantina di esperti europei, ha concluso che fino all’80% dell’energia può essere soddisfatta da fonti rinnovabili entro il 2050. Anche in base a questa crescente evidenza sul contributo importante che potranno dare le energie rinnovabili, la Commissione europea ha da poco definito la “Roadmap al 2050”, che prevede entro 40 anni il settore della produzione elettrica sarà quasi completamente decarbonizzato, e certo senza prevedere un ruolo significativo dell’energia nucleare in Europa. Franco Battaglia però ha già scritto che le politiche europee sono dovute al fatto che “l’Europa non conosce le leggi della fisica”, ai “burocrati di Bruxelles” che “non hanno niente di meglio da fare”.

di Stefano Caserin, IFQ

2 maggio 2011

Nucleare? L’Abruzzo non ha ancora detto “no”

Nonostante il sisma dell’Aquila di due anni fa, e nonostante Kukushima, l’Abruzzo è ancora tra le pochissime Regioni italiane a non aver detto ufficilamente “no” all’ipotesi di ospitare una centrale nucleare. Anzi, la maggioranza di centrodestra ha da poco bocciato una risoluzione dell’Idv che chiedeva di dichiarare l’Abruzzo “zona denuclearizzata”. Il caso ha voluto che il Consiglio rigettasse la proposta  proprio qualche giorno prima della tragedia giapponese. “È una decisione irresponsabile” ha accusato Antonio Saia del Pdci. “La sismicità della Regione non impedisce la realizzazione di impianti” replica l’assessore Gianfranco Giuliante.

Ma le polemiche continuano, tanto che il governatore Gianni Chiodi è dovuto intervenire di persona per assicurare che non sono previste centrali. E in futuro?

di R.Bian.,  Il Venerdì

29 aprile 2011

Referendum: strategie di comitati e partiti per raggiungere il quorum

Parola d’ordine: fare casino. Picchetti, appelli, manifestazioni, una rivolta liquida e atomizzata per evitare che acqua e nucleare cadano nell’oblio necessario a proteggere dalle intemperie popolari il legittimo impedimento.

I COMITATI non mollano la presa e rispondono con la mobilitazione di massa alle belle dichiarazioni del premier: il referendum è un passaggio inutile, normeremo le materie in oggetto quando gli italiani avranno dimenticato Fukushima e la furia anti business sui beni primari. Comunicazione diffusa urbi et orbi da tg e titoloni di giornali. “Il portinaio della mia Facoltà l’altra settimana m’ha accolto così: prof, le hanno annullato il referendum eh?” dice Ugo Mattei, docente di diritto civile all’Università di Torino e co-estensore dei quesiti sull’acqua. “Dal 5 aprile è scattata la par condicio e in tutti i talk è vietato parlare di referendum. Le tribune ad hoc dovrebbero partire tra tre giorni, ma la Commissione di Vigilanza Rai ancora non ha deciso come gestirle – insiste il prof -. È pure vero che prima del decreto ammazza-referendum nessuno si filava più l’argomento: Berlusconi, con tutti i suoi maneggi, potrebbe ottenere un effetto boomerang. Chissà che il grande comunicatore stavolta non abbia combinato un pasticcio convincendo tanta gente in più a far lo sforzo di andare a votare”.

NEL DUBBIO, l’agitazione continua. Su http://www.fermia  moilnucleare.it   il calendario è già al completo fino al giorno del voto: dalla catena umana di Sessa Aurunca all’occupazione temporanea di suolo pubblico a Grosseto, l’Italia intera è pervasa da movimenti di protesta. “E meno male – aggiunge Andrea Filippi, responsabile Cgil per l’energia -. Il premier si affaccia ogni giorno alla finestra per dire che il popolo lo ama: in questo caso invece sta facendo di tutto per evitare un passaggio democratico. Ormai è chiaro che vuole sfiancare l’appuntamento sia per salvare il legittimo impedimento che per lasciar mano libera al governo sugli affari di municipalizzate e centrali nucleari. Speriamo la gente tenga botta. Perché convincere 25 milioni di persone a mettere quelle quattro ‘x’ mica è tanto facile”.    Eppure ci si prova, invadendo qualche punto nevralgico. Stamattina un coordinamento di comitati presidierà la sede Rai di piazza Mazzini con striscioni e megafoni per spiegare ad alta voce come stanno le cose. Nel pomeriggio la compagnia si sposterà in via Regina Margherita per vivacizzare l’assemblea degli azionisti Enel. Perché il sospetto diffuso tra i referendari è che gli interessi economici si saldino clamorosamente con quelli di tutela della vita giudiziaria del premier. “La politica del governo è un disatro – ha sintetizzato ieri Di Pietro -. Per mandare a casa questi soggetti ci sono due possibilità: il voto alle comunali, ma soprattutto il referendum”.    Conferma Bersani: “La nostra campagna elettorale parlerà proprio di queste cose qua. È indecente che si stia tentando di scansare il giudizio degli italiani raccontandogli bugie”. Deliri belli e buoni secondo l’autorevole parere di Peppino Calderisi, capogruppo Pdl in commissione Affari Costituzionali alla Camera: “Se tutte le norme oggetto di un quesito referendario sono abrogate da nuove disposizioni, il referendum raggiunge il suo obiettivo. E il referendum non ha più corso, perchè il quesito rimane senza oggetto. Il dibattito in corso è pertanto surreale”.    Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, non si spaventa: “Compiamo ora 25 anni, sappiamo come reggere sul lungo periodo. Il trucco messo su da Berlusconi è inaccettabile, e la gente ha capito visto che tre italiani su quattro non vogliono il nucleare. Dobbiamo solo tenere duro, comunque vada a finire la trafila tecnico legislativa. Tanto, se non è stavolta che vinciamo, sarà un’altra: non ci fermeranno mai”.    Ieri Nichi Vendola è riuscito a portare in piazza a Bari Annie Le Strat, vicesindaco di Parigi con delega alla gestione del sistema idrico, sistema a suo tempo privatizzato e recentemente restituito al controllo pubblico. “In Italia c’è una grande capacità di mobilitazione dell’opinione pubblica detto fiduciosa Le Strat -. Il referendum sull’acqua pubblica ci sarà, e io verrò a Torino nei giorni del voto per sostenere questa battaglia. Che non ha eguali in Europa”.

di Chiara Paoli, IFQ

27 aprile 2011

“Il Quirinale non firmi l’emendamento truffa”

Il filosofo greco Aristotele ripeteva che “il vantaggio dei bugiardi è quello di non essere creduti quando dicono la verità”. È ciò che deve aver sperato Silvio Berlusconi, ieri, confessando di fronte a Nicolas Sarkozy che il nucleare “è il futuro” e che il referendum votato all’indomani del disastro di Fukushima poteva affossarlo definitivamente.

MA LE ASSOCIAZIONI    impegnate nella battaglia referendaria, purtroppo per lui, lo hanno capito. “Finalmente Berlusconi dice la verità” ha dichiarato il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, “ci ha spiegato come la moratoria e l’emendamento con il quale la maggioranza intende far saltare il quesito referendario sul nucleare siano soltanto un raggiro per impedire agli italiani di decidere democraticamente del loro futuro energetico. Il premier spera che tra un paio d’anni l’emotività scatenata dall’incidente di Fukushima si sia placata. Ma gli italiani hanno buona memoria”.

IL COMITATO “Vota sì al referendum” ha organizzato ieri due manifestazioni per ricordare le vittime di Chernobyl nel giorno del 25esimo anniversario e per protestare contro l’uso dell’energia atomica, una davanti all’ambasciata ucraina e una di fronte a quella giapponese. “Berlusconi radioattivo”, “il passo è breve da Chernobyl a Fukushima”, “gli italiani non dimenticano” e “Berlu-truffa”, sono stati gli slogan gridati e srotolati su striscioni e bandiere dal popolo anti-atomo che ha definito quello di Berlusconi un “esproprio della democrazia”.    Le associazioni che costituiscono il comitato hanno chiesto “una scelta di chiarezza ai futuri sindaci e presidenti di province”, in una lettera in-dirizzata ai candidati alle amministrative di maggio, affinché si “pronuncino prima delle elezioni”. E maggiore chiarezza la chiede anche il Wwf, ma al governo: “La volontà dei cittadini non può essere ignorata. O si mette una pietra tombale sul nucleare oppure si va al voto con il referendum”.    Infatti la maggioranza ha inserito la moratoria nucleare all’interno di un decreto-omnibus approvato dal Senato e in arrivo alla Camera. Che poi finirà sul tavolo del presidente della Repubblica. “A questo punto ci appelliamo a Napolitano affinché non firmi il decreto nel quale è stata inserita la norma ‘truffa’ sul nucleare” ha dichiarato il capogruppo dell’Idv alla Camera, Massimo Donadi, secondo il quale il governo avrebbe fatto un passo indietro solo per evitare il referendum che avrebbe imposto uno stop più lungo all’opzione nucleare e, contemporaneamente, rischiava di affossare la legge sul legittimo impedimento, “unico vero interesse” di Berlusconi.

“IO SPERO che la Cassazione tenga conto di questo atteggiamento – ha spiegato Donadi – quando dovrà decidere di nuovo sul quesito e sono certo che gli italiani non si faranno abbindolare così facilmente , ma verranno a votare in massa”. La campagna referendaria, infatti, continua e il comitato anti-nucleare, ha annunciato che da ora in poi la battaglia diventerà “un corpo a corpo con la democrazia ” e le iniziative si moltiplicheranno: “Saremo in piazza, faremo catene umane, e ci posizioneremo davanti alle centrali per sbugiardare la ‘balla atomica’ che ci stanno raccontando”.

di C.Pe. IFQ

22 aprile 2011

Referendum last minute su acqua e nucleare

Il governo ce la sta mettendo tutta. Ma, per ora, i referendum sono vivi e vegeti.    Dopo aver invaso la stampa nazionale al grido di “il quesito sul nucleare ormai non serve più”, il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani ha puntato un nuovo obiettivo: l’acqua. Nella lunga intervista concessa ieri ai microfoni di Radio anch’io, il passaggio – benché liquido – non è passato inosservato: “Anche su questo tema di grande rilevanza probabilmente sarebbe meglio fare un approfondimento legislativo”.

GIUSTE DUNQUE le preoccupazioni dell’Idv Massimo Donadi, che da qualche giorno paventava manovre sul quesito anti privatizzazione: “Ancora non è chiaro cosa abbiano in mente – spiega Donadi -, potrebbe trattarsi di un’altra moratoria last minute: dopo il nucleare, l’acqua. Ma noi teniamo duro, puntando soprattutto sulla sentenza 68/1978 della Corte Costituzionale”. Sentenza che, come spiega il costituzionalista Gaetano Azzariti, dice grosso modo così: la modifica legislativa inter-venuta nel corso del procedimento referendario non è in grado di impedire lo svolgimento del referendum qualora l’abrogazione non colpisca i principi ispiratori della complessiva disciplina preesistente oppure i contenuti normativi essenziali dei singoli precetti.

PIÙ SEMPLICE la spiegazione di Alessandro Pace, docente di diritto costituzionale e curatore dei quesiti per l’Idv: “O il governo cancella in tutto e per tutto il nucleare dal futuro italiano, o noi andiamo avanti”. Tecnicamente la questione si gioca tra una legge e un decreto legge: l’emendamento-blitz del governo interviene abrogando (parzialmente) la legge 99/2009 che delegava il governo a decidere dove costruire le centrali e i siti di stoccaggio, mentre il referendum si concentra sul decreto legge 112/2008, norma precedente e più sistematica nel concepire il rilancio del nucleare. Dunque, secondo i comitati, la consultazione popolare serve a bloccare la norma quadro, mentre l’emendamento governativo interviene su specifici aspetti logistico-gestionali consentendo di sospendere momentaneamente il progetto per ripartire col-l’entusiasmo atomico al momento giusto.

MA, ALLA FINE, chi decide se il referendum si farà davvero? L’Ufficio centrale della Cassazione, cui toccherà l’arduo compito di interpretare le reali conseguenze dell’intervento legislativo già approvato al Senato e ancora in attesa di trovare posto nell’affollato calendario della Camera (già prenotatissima per la prossima settimana). “Senza l’ok finale del Parlamento, l’alta corte non potrebbe comunque pronunciarsi – spiega Azzariti -. Oltretutto il referendum , se andasse a buon fine, impedirebbe alle Camere di approvare per i successivi cinque anni una norma contraria alla volontà espressa dai cittadini”.    Un bel rischio, che il ministro Romani esorcizza con litanie costanti: il referendum sull’atomo non s’ha da fare, l’Agenzia per la Sicurezza dovrà occuparsi solo di scorie radiattive, e sull’acqua mente spudoratamente chi racconta agli italiani che privatizzando spenderanno di più. “Il movimento che ha portato alla firma di 1 milione 400 mila persone fa paura al governo” commenta Rossella Miracapillo del Movimento Consumatori. “Questa modalità di inventarsi un emendamento all’ennesimo omnibus per non far pronunciare gli elettori è lesiva della democrazia” rincara Susanna Camusso, segretaria Cgil.

FORSE LA QUESTIONE vera è sempre la stessa: il legittimo impedimento. “Strano che il governo non s’inventi una moratoria pure su quello, vero?” ironizza Donadi. Aggiungendo: “Ormai è chiaro che, acqua o nucleare che sia, Berlusconi ha un solo interesse: far fallire i referendum e continuare a schivare i processi. Ma chissà che a palazzo Grazioli abbiano fatto le pentole e non i coperchi”. Per ora, il pentolone radioattivo continua a bollire.

di Chiara Paoli, IFQ

22 aprile 2011

Chernobyl 25 anni dopo, ma per le scorie è solo un istante

Quanto sono lunghi venticinque anni per le scorie radioattive? Meno di una frazione di millisecondo, rispetto ai tempi più che biblici della “mezza vita” nucleare, il tempo necessario perché le radiazioni contenute nei rifiuti di una centrale nucleare si riducano a metà in modo naturale. La mezza vita degli isotopi del plutonio 239, spiega un tecnico, è di 24.000 anni, che salgono a quasi 16 milioni per lo iodio 129 e addirittura a 4 miliardi e mezzo di anni per l’uranio 238.    DAL DISASTRO di Chernobyl un quarto di secolo è passato, ma nessuno può quantificare realisticamente gli effetti della più catastrofica esplosione nucleare dopo le bombe di Hiroshima e Nagasaki. “Leggere o sentir parlare di Chernobyl è una cosa, ma venirci di persona è diverso”, dice Ban Ki-moon, il primo segretario generale nella storia delle Nazioni Unite che si è spinto all’interno della zona proibita del disastro. È così. Vedere Chernobyl lascia un segno indelebile. Prypiat, la città satellite dell’atomo sorta per volere dei pianificatori socialisti, allo scopo di ospitare gli oltre 30 mila tecnici che lavoravano nell’impianto maledetto, oggi è popolata solo di fantasmi, a parte le sentinelle chiuse dentro le garitte di cemento e i pochi veicoli che a intervalli fanno un giro di perlustrazione. A Chernobyl, nel primo cerchio della “zona di esclusione” comprendente il reattore nucleare, oggi si vive sottoterra, con indumenti di protezione speciali e all’interno di massicce strutture di cemento. Fuori, sulla piazza della Cultura, restano le scritte scolorite inneggianti al vecchio dogma di Lenin “il comunismo è il potere socialista più l’elettrificazione”, con i carrozzini invasi dalle erbacce di uno spettrale lunapark, con la ruota panoramica arrugginita. “Gli incidenti nucleari – avverte il segretario generale dell’Onu parlando a Kiev – non conoscono confini. È il momento di chiederci se abbiamo veramente calcolato tutti i rischi e i costi. Dobbiamo tenere presente l’interesse mondiale, e non soltanto quello di qualche singolo paese”. Anche Yukiya Amano, direttore generale dell’Aiea, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’energia atomica, mentre annuncia la convocazione in giugno di una conferenza ministeriale sulla sicurezza degli impiantii, ribadisce il concetto: “i livelli di sicurezza attuali devono essere rafforzati a livello internazionale”.    A CHERNOBYL il cosiddetto “sarcofago” di cemento costruito in gran fretta intorno alla centrale dopo l’esplosione del 26 aprile 1986, per cercare di contenere le radiazioni che minacciavano di raggiungere le acque del Dniepr, è in realtà una specie di mostruosa pietra tombale, non certo a tenuta stagna e che con gli assestamenti del terreno vacilla. Da più di vent’anni sono in corso, con i contributi non solo dell’Ucraina ma della comunità mondiale, i lavori per costruire una nuova copertura. Ma la data per completare l’opera, annunciata in origine per il 2010, continua a subire sempre nuovi ritardi. Si spera, ora, grazie anche a un contributo appena promesso dall’Unione Europea di 110 milioni di euro, di completare il secondo sarcofago entro il 2015, con un costo però più che triplo rispetto al preventivo iniziale, che dovrebbe raggiungere i 750 milioni di euro. Ma può bastare questo per concludere, come si è fatto con leggerezza più volte anche nel recente passato, che “il nucleare oggi è sicuro” e che il problema è risolto? La risposta, mentre non solo in Ucraina (dove dopo il disastro è stato necessario evacuare 91.000 persone e si continuano a registrare, a venticinque anni di distanza, preoccupanti incidenze di casi di cancro della tiroide provocati da emissioni di iodio radioattivo) ma anche in Russia e in Bielorussia si continua a temere per la salute di 7 milioni di persone, è contenuta tutta in una sola parola: Fukushima. Anche se Tokyo minimizza il pericolo e sostiene che la radioattività, dopo il picco attuale, diminuirà nelle prossime settimane, la compagnia giapponese Tepco, responsabile dell’impianto devastato dal terremoto e dallo tsumani, ha appena portato il livello di allarme da 5 a 7: lo stesso di Chernobyl. “Prima di sottovalutare i pericoli non dimentichiamo una cosa”, avverte Donato Kiniger Passigli, funzionario internazionale che ha lavorato a lungo per l’Ocha, l’agenzia dell’Onu per i disastri. “A Chernobyl l’inquinamento radioattivo è stato 200 volte quello di Hiroshima e Nagasaki”

di Renzo Cianfanell, IFQ

20 aprile 2011

Scorie radioattive, resuscita la Sogin

Il sasso nello stagno lo ha lanciato Giulio Tremonti, facendo emergere un inatteso dietro le quinte sul fronte dell’ultimo, encomiabile, tentativo di Berlusconi di azzoppare il referendum sul legittimo impedimento attraverso l’azzeramento di quello sul nucleare. Ebbene, il titolare dell’Economia ha rilanciato l’idea di calcolare i costi futuri che deriveranno dallo smantellamento delle vecchie centrali nucleari e la loro messa in sicurezza, per avere un’idea più chiara dell’impatto sulle casse dello Stato.    “È stata fatta davvero una contabilità del nucleare? – si è chiesto Tre-monti – sono stati contabilizzati i costi del decommissioning? Esiste il calcolo del rischio radioattivo?”. Domande che danno quasi tutte come risposta “no”. Tranne una: i costi dello smantellamento delle centrali esistenti sono più che noti. E gli italiani li pagano da anni, attraverso la bolletta elettrica (punto A2), in una specifica voce che poi va a sovvenzionare la Sogin, la Spa a totale partecipazione statale che ha come scopo proprio quello di mettere in sicurezza e quindi smantellare le centrali di Trino, Caorso, Latina-Borgo Sabotino e Garigliano di Sessa Aurunca. Queste centrali hanno prodotto più di 100 mila metri cubi di spazzatura radioattiva, con tempi di decadimento che vanno da qualche mese o anno a centinaia di migliaia di anni (il plutonio). Ora, smaltire tutto questo ci costerà 4,5 miliardi di euro che la Sogin spenderà da qui al 2020 quando il programma sarà terminato. C’è un fatto, però. Sempre intorno a quell’anno, gli impianti francesi e britannici cominceranno a restituirci – ben impacchettate – le scorie derivanti dal riprocessamento del combustibile esaurito delle centrali. E a quel punto sarà dunque necessario avere già pronti dei depositi di scorie radioattive specifici. Che ora non ci sono.

NON È infatti un caso se nell’emendamento al decreto Omnibus, che oggi sarà approvato al Senato per svuotare il referendum sul nucleare, è stata lasciata intonsa la parte del programma che disciplina la localizzazione (e costruzione) del cosiddetto “Deposito nazionale e del parco tecnologico”, luoghi dove verranno stoccati i rifiuti nucleari anche “degli impianti a fine vita” e “del mantenimento in sicurezza degli stessi”. Insomma, la Sogin che fino ad oggi, con l’indirizzo pro nucleare del governo era destinata a sicura chiusura dopo aver svolto il proprio compito con scadenza 2020, adesso riacquista smalto con la questione della costruzione dei depositi di scorie. E si tratta della gestione di una marea di denaro, fatta non solo di introiti derivanti dai contributi dei cittadini, attraverso le bollette, ma anche della gestione degli appalti che inevitabilmente dovranno essere assegnati per la costruzione dei depositi e della messa in sicurezza delle aree limitrofe.    Sempre nell’emendamento presentato ieri dal governo si legge infatti che la Sogin spa, “tenendo conto dei criteri indicati dall’Aiea e dall’Agenzia per il nucleare, definirà una proposta di Carta Nazionale delle aree potenzialmente idonee alla localizzazione del parco tecnologico”, nonché alla “realizzazione del parco stesso”.

ECCO, se davvero il governo avesse deciso di fare marcia indietro sul nucleare, tutti questi dettagli sulla Sogin sarebbero stati inutili, così come i nostri problemi di smaltimento dei rifiuti radioattivi si sarebbero chiusi nel 2020, con buona pace della stessa Sogin che, a quel punto, non sarebbe servita più. E sarebbe stata chiusa, come voleva fare Scajola nel 2008. E invece no. E non solo per il fatto che questa società è sempre stata al centro di appetiti politici e affaristici ben superiori alla sua realtà industriale, come d’altra parte accade a tutte le società con forti sovvenzioni pubbliche continue. Con l’escamotage dell’emendamento, il collettore Sogin proseguirà dunque la propria attività, ma in modo più specifico. Se, com’è probabile, il governo ripresenterà una nuova normativa sul nucleare, superato lo scoglio dell’inabissamento del referendum, la Sogin potrà anche gestire i contributi economici destinati ai “territori circostanti” al cosiddetto “Parco Tecnologico”. Ancora denaro pubblico per una società. A questo punto, davvero una gallina dalle uova d’oro.

di s.n. IFQ

20 aprile 2011

Il gioco delle tre truffe

Fino a un mese fa, chiunque azzardasse qualche pallida critica, qualche tenue perplessità, qualche timida riserva sul ritorno al nucleare veniva bollato da un ampio fronte di giornali, politici ed “esperti” come un vecchio rottame nemico della Modernità. E non solo dagli house organ del Cainano, ma anche da quelli della banda larga dei costruttori che già pregustavano la pappatoia degli appalti per le nuove centrali atomiche. Ancora all’indomani del disastro in Giappone, il Messaggero (gruppo Caltagirone) ospitava un profetico commento di Oscar Giannino, quello che pare una comparsa del Marchese del Grillo con il cocchio dorato che l’attende fuori dagli studi televisivi: “Tentare di dimostrare che il nucleare non possiamo permettercelo è dimostrazione di crassa ignoranza tecnologica”. Da oggi c’è da giurare che nessuno di quelli che vengono eufemisticamente chiamati “giornalisti e intellettuali di destra” (in realtà dipendenti a libro paga di B.) oserà più dire una mezza parola pro nucleare. Anzi, diventeranno tutti antinuclearisti convinti e accuseranno di “crassa ignoranza tecnologica” chi fosse a favore. Così come per l’Iraq e l’Afghanistan erano guerrafondai e oggi per la Libia sono pacifisti. Così come sulla morale sessuale erano puritani e bigotti (addirittura “atei devoti”), per poi trasformarsi in sfrenati libertini quando si è dimostrato che il premier è un puttaniere e “utilizza” minorenni. In attesa di vedere Giannino col berretto del Sole che ride, Ferrara con le mutande verdi, Belpietro appeso all’altare della patria avvolto nella bandiera di Greenpeace, Olindo Sallusti sulla goletta verde di Legambiente con Rosa Santanchè nella scialuppa di salvataggio, la retromarcia su Fukushima segnala le catastrofiche condizioni in cui versa il premier. Lui, ovviamente, del nucleare se ne infischia: non distingue una centrale da un palo della lap dance. Ciò che lo angoscia sono i referendum: non quelli sul nucleare e l’acqua pubblica (è talmente liberaleliberistaliberalizzatore che non ha mai privatizzato nemmeno un canile), ma quello sul legittimo impedimento. Quel diavolo di Di Pietro gli ha infilato proprio lì un cuneo mica male: fra due mesi, dopo vent’anni di leggi ad personam, i cittadini potranno finalmente decidere se la legge è uguale anche per B. o no. Un referendum sull’imputato B. che, al contrario di quel che cianciano i soliti idioti, lo colpisce nel suo unico vero tallone d’Achille: i processi. L’unico attacco che teme davvero, perché gli fa perdere consensi e lo manda fuori di testa, è quello giudiziario: infatti non dorme la notte all’idea che il 12-13 giugno si raggiunga il quorum e il legittimo impedimento venga raso al suolo. Infatti ha relegato i referendum in periodo vacanziero, a costo di sperperare 350 milioni con la rinuncia all’election day, nella speranza che gl’italiani andassero al mare. Ma l’emozione per la catastrofe di Fukushima è tale da garantire che il quorum si raggiungerà per tutti e tre i quesiti, compreso quello che lo riguarda ad personam. Ed ecco, ieri, la mossa da giocatore delle tre carte: una leggina che sospende il piano nucleare per un anno, così il referendum sull’atomo salta, gli altri due mancano il quorum, e poi da settembre, fra il lusco e il brusco, quando nessuno ci penserà più, si riesumano le centrali. Una truffa al cubo. Ricapitolando. Tre anni fa B. truffa una prima volta i cittadini che nell’87 avevano detto No al nucleare, annunciando una raffica di nuove centrali. Di Pietro raccoglie le firme di quasi un milione di cittadini per cancellare quel piano criminale e lui B. li truffa una seconda volta, assieme ai milioni di italiani che avrebbero votato Sì a cancellare per sempre dall’Italia la fonte energetica più vecchia, inquinante e pericolosa del mondo. Fra qualche mese li trufferà per la terza volta, facendo rientrare dalla finestra il nucleare appena espulso dalla porta. Per salvare una legge ad personam, la numero 40, ne fa un’altra, la numero 41. È troppo sperare, oltre ai soliti moniti, che non venga firmata?

di Marco Travaglio, IFQ

23 marzo 2011

Matteo Renzi, vacci tu a Fukushima!

Matteo Renzi, il sindaco di Firenze (PD, quota Margherita), oramai è una scheggia impazzita, anzi una particella di cesio radioattivo impazzita.

Va ad Arcore da Silvio come fosse una escort, si schiera con Marchionne e chissenefrega degli operai, la sua idea di rottamazione dei politici è solo ed esclusivamente anagrafica, a Firenze sta coprendo la città con una colata di cemento e quando Saviano lascia Mondadori sdegnato lui prontamente lo sostituisce perché Mondadori non olet.

L’ultima è che mentre perfino Cicchitto è diventato prudente sul nucleare lui invece si schiera a favore: “bisogna deideologizzare la discussione”. Sembra di sentir parlare Chicco Testa…

Propongo che Renzi vada a risciacquare i panni in… Fukushima.

di GennaroCarotenuto.it

 

 

18 marzo 2011

“All’Italia mazzette sull’atomo”

In un cablo segreto spedito a Washington, l’ambasciatore americano rivela che ‘alti ufficiali’ dell’esecutivo di Berlusconi avrebbero preso tangenti per comprare tecnologie e centrali francesi.

All’inizio è solo un timore, poi si trasforma in più di un sospetto: la rinascita del nucleare in Italia è condizionata dalle tangenti. Un’ipotesi circostanziata, messa nero su bianco in un rapporto del 2009 per il ministro dell’Energia di Obama, Steven Chu. Negli oltre quattro mila cablo dell’ambasciata americana di Roma la parola corruzione compare pochissime volte e in termini generici. Quando invece si parla delle nuove centrali da costruire, allora i documenti trasmessi a Washington diventano espliciti, tratteggiando uno scenario in cui sono le mazzette a decidere il destino energetico del Paese.

Nel momento in cui il devastante terremoto giapponese obbliga il mondo a fare i conti con i rischi degli impianti e lo spettro di una colossale contaminazione, i documenti ottenuti da WikiLeaks che “l’Espresso” pubblica in esclusiva permettono di ricostruire la guerra nucleare segreta che da sei anni viene combattuta in Italia.

Uno scontro di Stati prima ancora che di aziende, per mettere le mani su opere che valgono almeno 24 miliardi di euro e segneranno il futuro di generazioni. Francesi, russi e americani si danno battaglia su una scacchiera dove si confondono interessi industriali, politici e diplomatici: cercano contatti nel governo, nei ministeri, nei partiti e nelle aziende. Per riuscire a conquistare quello che appare il mercato più ricco d’Europa. E lo fanno – secondo i dossier statunitensi – senza esclusione di colpi.

LA FENICE ATOMICA

Gli americani cominciano a muoversi nel 2005, quando con una certa sorpresa scoprono che l’energia nucleare sta risorgendo dalle ceneri del referendum del 1987. Per gli Usa si tratta di un’occasione unica: lo strumento per allontanare l’Italia dalla dipendenza nei confronti del gas russo, l’arma più potente nelle mani di Vladimir Putin. La questione diventa quindi “prioritaria” per l’ambasciata di Roma, che si muove verso due obiettivi: convincere i politici a concretizzare il programma atomico e far entrare nella partita i colossi americani del settore. Complici il prezzo sempre più alto degli idrocarburi, i rincari delle bollette e le promesse di sicurezza dei reattori più avanzati, gli italiani sembrano sempre meno ostili al nucleare. E il governo di Silvio Berlusconi non mostra dubbi su questa scelta. Più difficile – scrivono nel 2005 – convincere il centrosinistra che “si oppone largamente all’idea. Comunque, i nostri contatti sostengono che, anche se dovesse tornare al governo, il rinnovato impegno dell’Italia nei programmi nucleari non si fermerà”.

La componente verde della maggioranza di Romano Prodi si oppone a ogni programma. Il ministro Pier Luigi Bersani invece apre alle sollecitazioni statunitensi e nel 2007 spiega all’ambasciatore che “l’Italia non è fuori dalla produzione di energia nucleare, l’ha solo sospesa”, per poi riconoscere che “carbone pulito e nucleare probabilmente giocheranno un ruolo importante nell’assicurare i bisogni del futuro”. Lo stesso Bersani che in questi giorni, dopo la crisi nipponica, è stato pronto a condannare “il piano nucleare del governo”.

Lo scontro più feroce però è quello che avviene per costruire i futuri impianti: almeno sei centrali, ciascuna del costo di circa 4 miliardi. Si schierano aziende-Stato, che sono diretta emanazione dei governi e godono dell’appoggio di diplomazie e servizi segreti. In pole position i francesi di Areva, quasi monopolisti nel Vecchio continente dove hanno aperto gli unici cantieri per reattori di ultima generazione: hanno 58 mila dipendenti e 10 miliardi di fatturato l’anno. E anche i russi, che nonostante Chernobyl continuano a esportare reattori in Asia, cercano di partecipare alla spartizione della torta. Negli Usa ci sono Westinghouse e General Electric che “sono interessate a vendere tecnologia nucleare all’Italia, ma si trovano a dover affrontare una dura competizione da parte di rivali stranieri i cui governi stanno facendo una pesante azione di lobbying sul governo italiano”.

di Stefania Maurizi – IFQ

16 marzo 2011

I sacrificati di Fukushima. Cinquanta tecnici in lotta con la centrale.

“Noi restiamo nella centrale”. Sanno benissimo a che cosa vanno incontro: saranno contaminati dalle radiazioni. E poi ci sono le esplosioni che da un momento all’altro potrebbero spazzarli via. Però rimangono, a lottare contro i sei reattori impazziti. Sono i cinquanta tecnici della Tepco che si sono offerti di restare per scongiurare la fusione, la catastrofe per il Giappone. A Fukushima I lavorano ottocento operai. La gran parte è stata evacuata, ma la Tepco ha lanciato un appello ai tecnici: “Chiediamo a cinquanta di voi di restare”. E loro hanno fatto un passo avanti. No, non per una promozione, per un premio, perché è inutile nasconderselo: chi resta oggi a Fukushima non avrà il tempo di godersi niente. Chi resta lo fa dimenticando se stesso. Lo fa per la propria famiglia e il Giappone devastato. È un attimo, il tempo di scrivere il proprio nome sul registro della Tepco. E poi basta: una volta entrati a Fukushima I, tornare indietro è impossibile. Il corpo in poche ore assorbirà più radiazioni che in anni e anni.   Come gli elicotteristi di Chernobyl: erano aviatori impegnati sul fronte afghano, ottennero di tornare in patria in cambio di questa missione. Scaricarono dal cielo tonnellate di cemento per coprire il nucleo. Ci riuscirono, ma dopo sofferenze atroci morirono tutti. I tecnici Tepco, però, hanno scelto liberamente. Potevano salvarsi. Inutile, però, ripensarci una volta superati i cancelli di Fukushima. Non serve guardare i contatori geiger appesi alla cintura con le lancette impazzite. E non c’è il tempo, dentro la centrale, per ascoltare gli ingegneri nucleari che dai comodi studi della televisione avvertono: “Il livello della radioattività rischia di uccidere in poche ore chi è rimasto a Fukushima I”.    ORMAI È UN ALTRO MONDO quello fuori, la campagna brulla intorno alla centrale sembra a portata di mano, ma è lontana una vita. I tecnici indossano tuta bianca e respiratore, ma più che per proteggersi lo fanno per la disciplina che non riescono a scrollarsi di dosso. Di fronte a una fusione a pochi passi, sono nudi. Così continuano la battaglia. Fino a ieri con loro c’erano i soldati e gli esperti americani. Adesso sono soli.   Bisogna prima di tutto presidiare la sala controllo, anche se l’enorme pannello degli strumenti toglie la speranza: centinaia di spie accese, tutti i livelli fuori scala, nessuno ormai fa più caso agli allarmi. Sono tre giorni che la centrale scivola verso il disastro: sabato l’esplosione al reattore 1, domenica al reattore 3. Lunedì al 2: le barre di   uranio sono rimaste esposte, senz’acqua di raffreddamento, e la fusione è cominciata. Poi ecco un boato, il fumo che ha avvolto tutto e si è portato via la vita di sei persone, cinque soldati e un tecnico di trent’anni. Ma ormai tutti e sei i reattori (anche i tre già spenti al momento del terremoto) sono fuori controllo. È come una nave che affonda, ma l’equipaggio non l’abbandona.    “BISOGNA POMPARE l’acqua nei reattori”, sono le istruzioni. Facile a dirsi, ma l’acqua non c’è più, evaporata, se la sono bevuta tutta le barre incandescenti. Non resta che il mare, ma le pompe e i motori sono fuori uso, ridotti a un groviglio. Nei corridoi della centrale deserta risuonano voci, un’altalena di speranze e terrore: “Le barre del 2 sono scoperte, c’è rischio di fusione”. Ma i tecnici ci provano, rubano ogni litro disponibile: “Abbiamo riportato trenta centimetri d’acqua”. L’illusione dura un attimo: “Il liquido è evaporato, la fusione è cominciata”. Ma i cinquanta tecnici restano. Le famiglie da lontano possono solo guardare le immagini alla televisione. I teleobiettivi inquadrano quei puntini bianchi che si muovono senza sosta tra i reattori.

di Ferruccio Sansa – IFQ

16 marzo 2011

Allarme atomico evacuato Giannino

Prima vittima italiana del disastro nucleare giapponese: da cinque giorni non si hanno più notizie di Oscar Giannino, editorialista di Panorama, Messaggero, Gazzettino, Mattino, Radio 24. Precisamente da sabato, quando sulla prima pagina del quotidiano romano del costruttore Caltagirone è apparso un suo commento dal titolo definitivo: “Nucleare sicuro, è la prova del nove”. Sdegnato contro chi osava “diffondere e amplificare notizie sull’allarme nucleare”, il variopinto esperto sentenziava: “Orbene, se allo stato degli atti una prima cosa si può dire, è che proprio la terribile intensità del fenomeno abbattutosi sul Giappone ci consegna una nuova conferma del fatto che, in materia di sicurezza di impianti nucleari, i passi in avanti compiuti negli ultimi decenni sono stati notevolissimi, tali da reggere nella realtà dei fatti, senza creare pericoli per ambienti e popolazioni” ecc. Insomma “le procedure automatiche d’arresto dei reattori si sono subitaneamente attivate” e “le centrali hanno tenuto”. Ergo “tentare di dimostrare che il nucleare non possiamo permettercelo è dimostrazione di crassa ignoranza tecnologica”.   Purtroppo quel crasso ignorante tecnologico del premier Naoto Kan non legge il Messaggero: infatti ha intimato ai residenti nel raggio di 30 km da Fukushima di evacuare di corsa o di barricarsi in casa. Nel frattempo il Giannino ha fatto perdere le sue tracce: fonti non confermate lo segnalano tutto fosforescente col costumino fucsia nel reattore 2, mentre fa l’aerosol e i tuffi nella vasca di raffreddamento. Il Messaggero lo rimpiazza prontamente con Alberto Clò (“Dal nucleare non si può prescindere”) ed Ennio Di Nolfo (guai a “trarre conclusioni frettolose e improvvisate. Sarebbe un esercizio futile”). Questi giganti del pensiero andrebbero spediti immantinente in Giappone come motivatori delle popolazioni in fuga. Uno abita sotto una centrale, la sente esplodere tre volte a notte, vede uscirne simpatici funghi atomici e sarebbe quasi tentato di turarsi il naso e darsela a gambe. Ma ecco sull’uscio il professor Di Nolfo, giunto appositamente dall’Italia per ammonirlo: “Alt! Niente frettolose o improvvisate conclusioni, sarebbe esercizio futile. Faccia un bel respiro e si rilassi col Messaggero”. Dove si segnalano altri titoli memorabili: “Le emozioni influenzano le scelte dell’Occidente”, “Un incidente che frena il Rinascimento Nucleare”.   Già, perché al confronto la Firenze di Lorenzo il Magnifico era Neanderthal. Del resto, rassicurano gli esperti del Messaggero, le centrali italiane prossime venture avranno “un sistema ridondante di sicurezza”, con ben “quattro sistemi di raffreddamento” (più Oscar Giannino che succhia la mentina e soffia aria fresca); “il rischio che la nube giapponese arrivi in Italia è davvero remoto, vista la distanza molto elevata” (ma va?); e comunque anche in Giappone è tutto sotto controllo, anche se il governo giapponese non lo sa: “Nessuna fuoriuscita dal nocciolo, solo fughe radioattive di lieve entità”, per giunta “indotte dai tecnici degli impianti per far uscire il vapore in eccesso”. Due scoreggine, non di più. Intanto il Pompiere della Sera, che ha tra i suoi azionisti i costruttori Ligresti e Toti, ci regala un ardito calcolo di Massimo Nava: “È scientifico che il rischio zero non esista. Ma in Francia nessun grave incidente è avvenuto in 1450 anni (dato ottenuto moltiplicando 58 reattori per 25 anni di funzionamento medio ciascuno)”. Moltiplicando poi per Pi greco, si può desumere che nessun grave incidente nucleare s’è verificato in 4553 anni, a partire dal 2542 a.C., quando i fenici s’insediarono nel Mediterraneo. Sono soddisfazioni. Del resto   Il Tempo del costruttore Bonifaci – “non possiamo chiudere tutte le centrali francesi” che stanno a due passi da noi: dunque tanto vale farcene qualcuna in casa. È logica pura: siccome ho un vicino piromane che potrebbe incendiare la casa, la incendio prima io. Così lo frego.

di Marco Travaglio – IFQ

4 marzo 2011

Il Popolo delle porcate

Legittimo impedimento, il no all’election day costerà 350 milioni. E ci provano con la nuova salva-Caimano

La prossima volta che un esponente del governo, si lamenterà di quelle poche migliaia di euro spese per intercettare le ospiti delle notti di Arcore, gli si potrà ricordare di quella volta che, in una sola mattinata, l’esecutivo a guida Pdl scelse di buttare dalla finestra tra i 300 e i 350 milioni di euro, decidendo di spezzettare i due turni delle amministrative dalle consultazioni referendarie su acqua, nucleare e legittimo impedimento.    È stato il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, a rompere gli indugi e a confermare ieri mattina una notizia che girava nel-l’aria da giorni: per i referendum proporrà al Consiglio dei ministri la data del 12 giugno. Così che i cittadini di molte grandi città in cui si tengono le amministrative tra metà e fine maggio   (vanno al voto, tra le altre, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Cagliari, Reggio Calabria, Savona, Varese, Caserta, Latina, Ancona e Trieste), potranno essere chiamati al voto il 15-16 maggio,   il 29 maggio (per l’eventuale ballottaggio) e il 12 giugno. Un bel successo che dà conto del timore che l’uomo “eletto dal popolo” per governare abbia oggi di quello stesso popolo.

LE OPPOSIZIONI hanno buon gioco a smontare l’ipotesi del governo con i due elementi dello spreco di risorse e dell’opportunità politica.    Il leader Idv Antonio Di Pietro, che già il 16 febbraio aveva scritto a Maroni immaginando che il responsabile dell’Interno avrebbe indicato proprio la data del 12   giugno (“una strategia volta ad annullare i referendum puntando sul mancato raggiungimento del quorum, è perfettamente lecita quando messa in opera dalle forze politiche, ma è del tutto inaccettabile se praticata dal governo, che ha il preciso dovere di agevolare e incentivare la partecipazione dei cittadini a ogni consultazione elettorale”, gli scrisse), non smobilita. Il portavoce dell’Idv, Leoluca Orlando, forte delle oltre 10 mila adesioni piovute sul sito  iovotoil29maggio.it   annuncia già per questa domenica manifestazioni in tutta Italia. E si fanno sentire anche gli altri leader politici che hanno aderito all’idea dell’election day, ben consci che il “plebiscito” contro Berlusconi possa portare a condurre una battaglia all’arma bianca anche sulle amministrative, oltre che sul referendum. Rosy Bindi   chiede alla ministra Mara Carfagna di condurre una campagna per unificare le elezioni e mettere i milioni così risparmiati nel fondo per gli asili nido, non rifinanziati. Il segretario del suo partito Pier Luigi Bersani attacca a testa bassa la Lega Nord, ironizzando   sull’idea che il Carroccio sia “risparmioso” a intermittenza. Quando c’è da festeggiare l’Unità d’Italia non ci sono soldi, quando c’è da rimontare i seggi elettorali si trovano. Il finiano Fabio Granata si dice “deluso da Maroni”. Beppe Grillo, più pratico, suggerisce: “Tutti gli italiani devono chiedere 5-10 euro pro capite per il mancato election day”.

MA SE la consultazione referendaria deve essere portata il più lontano possibile (il termine ultimo per indire la consultazione   è fissato per legge al 15 giugno), la maggioranza è in fibrillazione anche per le scelte con cui scudare il premier sotto processo.    Ieri è stata resa nota e subito dopo impallinata pubblicamente, la proposta sulla prescrizione breve presentata dal Pdl Luigi Vitali. La norma, a onta del grido d’allarme lanciato sulla corruzione dalla Corte dei conti meno di dieci giorni fa, prevede che in presenza di imputato incensurato o ultrasessantacinquenne, il giudice sia obbligato ad applicare le attenuanti generiche, con susseguente diminuzione anche dei tempi della prescrizione. È questa una vecchia proposta che Forza Italia provò a lanciare in Parlamento nel 2001. Tra le norme contenute in questa rivisitazione ad personam della procedura penale c’è   quella che renderebbe inutilizzabili tutti gli atti di indagine nel caso in cui il pm non abbia esercitato l’azione penale o non abbia richiesto l’archiviazione per tempo. Norma che, spiega Donatella Ferranti, tra le più attente al tema tra le deputate democratiche   , porterebbe a cancellare il processo Ruby.

MENTRE VITALI annuncia una conferenza stampa per la prossima settimana, il Pdl va in agitazione. Tanto che alle 8 di sera arrivano tre quasi-smentite. La prima è una nota di Niccolò Ghedini, l’avvocato di Berlusconi che presiede la famigerata Consulta Giustizia del Pdl: “La proposta depositata dall’onorevole Vitali è di sua esclusiva iniziativa e non concordata. Chiederemo a Vitali di ritirare immediatamente quella parte di ddl che potrebbe offrire strumentali polemiche in particolare per ciò che riguarda la prescrizione”. Il ministro Angelino Alfano, che il prossimo 10 marzo porterà in Consiglio dei ministri una riforma della Giustizia che prevede separazione delle carriere e un Csm doppio, spiega che la proposta Alfano   non sarà presa in considerazione. Berlusconi afferma di non saperne niente. Ma c’è chi è già pronto a scommettere che la proposta diventerà un emendamento da far passare in aula dentro il processo breve.

di Eduardo Di Blasi – IFQ

Gli ordini del Viminale Amministrative il 15 e 16 maggio, referendum forse il 12 giugno 

9 novembre 2010

Anche gli Usa scartano i reattori Epr

I costi della tecnologia che l’Italia sta comprando sono sempre più incerti e i difetti evidenti.

Il reattore nucleare Epr in America, almeno per ora, non si farà: è economicamente insostenibile. La nuova mazzata alla tecnologia con la quale la Francia puntava a rilanciare la sua industria nucleare e che l’Italia vuole importare arriva da Constellation Energy, gruppo insieme al quale Electricité de France (Edf) ha ottenuto nel 2008 la licenza per un impianto da 1600 megawatt a Calver Cliffs, sulla costa del Maryland. L’Epr (European pressurized reactor) è il reattore con il quale il governo e l’Enel hanno deciso di avviare il rinascimento nucleare italiano. La decisione di Constellation Energy smentisce con evidenza le pretese di quanti sostengono che il nucleare italiano si reggerà sull’iniziativa privata, senza costi caricati su contribuenti e consumatori.    La rinuncia di Constellation Energy è stata resa nota con una lettera inviata al dipartimento Usa per l’Energia. Si comunica, in sostanza, che le garanzie statali sui finanziamenti da 7,5 miliardi di dollari necessari a costruire l’impianto sono ritenute insufficienti. Per   il colosso pubblico Edf, primo operatore nucleare al mondo, e soprattutto per Are-va, il gruppo tecnologico, anch’esso pubblico, che ha brevettato la tecnologia, è un colpo durissimo. Quello che al governo italiano è stato venduto come un gioiello hi tech si sta infatti rivelando un fallimento, con costi   fuori controllo e gravi problemi di sicurezza. Problemi che stanno mettendo fuori dal mercato il reattore prima ancora che un solo esemplare sia consegnato.    Il primo Epr che dovrebbe entrare in funzione è quello finlandese di Olkiluoto 3, in Finlandia. Avviato nel 2005, avrebbe dovuto essere consegnato nel maggio 2009 ma ha finora accumulato un ritardo di tre anni e un aumento dei costi da 2,5 a 5,5 miliardi di euro. A far lievitare le spese, oltre a problemi a livello di cantiere (strutture costruite prima di ottenere le autorizzazioni, saldature   non a norma, qualità scadente del calcestruzzo), sono gli adeguamenti in corso d’opera al progetto, soprattutto a causa dei numerosi rilievi mossi alla sicurezza, sia da parte del governo finlandese sia dalle autorità internazionali. Nel novembre scorso, le agenzie per la sicurezza nucleare di   Francia, Finlandia e Gran Bretagna hanno pubblicato una nota congiunta per evidenziare uno dei principali difetti: la mancata indipendenza tra il sistema di controllo e quello di sicurezza. Se va fuori uso il primo potrebbe non funzionare neanche l’altro. Quest’estate è intervenuta anche la Nuclear regolatory commission (Nrc) statunitense. In una lettera inviata ad Areva il 2 luglio scorso l’Nrc ha espresso perplessità, oltre che sulla mancanza di indipendenza dei sistemi di controllo e di sicurezza, anche sulla loro complessità. Poi ha riscritto alla società, accusandola   di non aver fornito risposte adeguate.    Prima ancora della rinuncia di Constellation Energy, i problemi dell’ Epr hanno fatto perdere diversi affari all’industria nucleare transalpina. Nel dicembre scorso il tandem Edf Areva ha perso una commessa da, 20 miliardi di dollari ad Abu Dhabi, in favore dei più economici reattori proposti dalla Corea del Nord. Solo sei mesi prima a un mega ordine di reattori Epr aveva rinunciato il Canada, mentre nel 2008 aveva cancellato l’ordine di un Epr un’altra società Usa e nel 2007 aveva rinunciato a un’offerta già lanciata il Canada.    La delusione Oltralpe è arrivata a un livello tale che Edf, che con Areva già aveva rapporti difficili, ha cominciato a prendere le distanze dal partner tecnologico e avrebbe iniziato a lavorare su due nuovi progetti, da mettere in concorrenza con gli Epr. Areva nel primo semestre di quest’anno ha registrato utili dimezzati rispetto allo stesso periodo del 2009 e secondo l’agenzia di rating Standard & Poor’s, che quest’estate ha declassato il debito della società, le cose non possono che peggiorare.

di Marco Maroni IFQ

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