Posts tagged ‘D’Alema’

11 ottobre 2012

“Massimo invecchia male, è triste e bilioso”

Un amore sfiorito, scivolato verso un acronimo che suona crudele e ingrato: GD. Che sta per Grande Distruttore. Questo oggi è Massimo D’Alema per il suo ex spin doctor Claudio Velardi. Di buon mattino, ieri Velardi sul sito The Front Page aveva previsto tutto: “Ha parlato con la Stampa, poi magari farà qualche mezza smentita”. Velardi, di professione lobbista, senza più l’ufficio a Palazzo Grazioli, segue la contesa nel Pd con un diario giornaliero, Il Primario, e D’Alema è appunto GD.    D’Alema minaccia Renzi.    Non ha senso fare un’intervista politica su D’Alema.    Perché?    Non ha più nulla di politico. E lo dico con un affetto antico che sconfina nella tenerezza e nella pena.    Addirittura.    La via che ha imboccato è una deriva triste e biliosa. Ormai siamo nella psicologia.    Faccia il profiler.    È del tutto evidente che odia Renzi.    E Renzi odia lui.    No, Renzi è un giovane scaltro che utilizza D’Alema per fare cassetta. Ma non se ne frega nulla di lui.    E D’Alema se n’è fatta una malattia.    La malattia di D’Alema è la politica. Una passione morbosa.    Un’ossessione.    Non è in pace con se stesso. D’Alema viene dal Pci, non ha un altro mestiere da fare. Questo è il loro problema.    Il loro?    Sì, il loro, di D’Alema e tanti altri del Pd. La loro tragedia è questa: non hanno un altro lavoro e hanno già 60 anni. In 20 anni hanno consumato la loro età migliore al potere.    Invecchiano male.    Si sono consumati al punto tale che l’opinione pubblica li percepisce come ottantenni. E loro continuano a pensare che la politica sia la cosa più importante della vita.    L’amore per la polis.    Una cazzata. Non sono capaci di stare da soli con se stessi. E D’Alema è il più ingenuo di tutti.    Il più ingenuo?    Sì, è uno che si espone. Arriva persino a usare argomenti giustizialisti contro Renzi. Non è un paraculo come altri del Pd.    Chi?    Indovini?    Veltroni.    Veltroni non ha detto una parola su Renzi e Bersani. Lascia che il male assoluto sia D’Alema. E Massimo ci è cascato.    Un vero ingenuo.    Non è quel furbacchione che voi dipingete. Ha carisma, è vero, e perciò si parla sempre di lui. Ma è uno che si fida, come la storia delle interviste a Geremicca della Stampa.    Racconti.    Geremicca è amico mio e suo. Nel Duemila D’Alema premier disse a lui che il centrosinistra avrebbe vinto alle regionali per 10 a 5. In caso contrario si sarebbe dimesso.    Vinse il centrodestra 8 a 7.    E noi andammo a casa per un pezzo di Federico. La storia si è ripetuta oggi. Colloquio poi smentita. Tutto previsto    Vi sentite ancora?    Non più, ma mi fa male vederlo incattivirsi così.    Lei ha scritto: “Salviamo il soldato D’Alema”.    Aveva deciso di non ricandidarsi. Un bel gesto, finalmente un atto di furbizia. Tutta la corte dei miracoli sarebbe stata costretta a tirarsi fuori.    Ci ha ripensato.    È la paura del vuoto. Gli altri suoi colleghi della Terza Via, da Clinton a Blair, girano il mondo a fare conferenze, guadagnando palate di soldi. Lui è costretto a fare polemiche con Renzi e poi a smentirle per non apparire provinciale.    Renzi vincerà?    Può vincere o perdere, ma vincerà comunque domani. L’anagrafe conta.    Non c’è scampo.    Tutto il sistema politico italiano sta invecchiando male.    Berlusconi come D’Alema.    Il Cavaliere sa perfettamente di essere finito.    Lavoravate nello stesso edificio, Palazzo Grazioli.    A 40 anni volevo un lavoro per non vivere più di politica.    Lobbista.    Lobbismo trasparente e lecito.    Un lavoro lei ce l’ha, D’Alema    no.    Ed è questo il problema vero. E ha solo 60 anni.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

Claudio Velardi    LaPresse

13 ottobre 2011

Sono forse io, compagni?

Ci sono giorni così, in cui ci capita di invidiare persino il Riformista. Per esempio ieri. Aprendo il samiszdat arancione pimpantemente diretto da Emanuele Macaluso, abbiamo scoperto una pepita d’oro: un’intera pagina, sei colonne di piombo, a firma Massimo D’Alema, appetitosamente intitolate “Socialdemocrazia: eclisse o rilancio?”. Slurp. Il distico che lo precedeva era ancor più civettuolo: “L’on. Massimo D’Alema ci ha fatto pervenire il testo integrale dell’intervento pronunciato a un recente convegno del Pd. Lo pubblichiamo perché riteniamo possa essere utile all’apertura di un dibattito”. Eh no, non ce la si può cavare così. Vogliamo sapere tutto. Come, quando, e soprattutto perché l’on. Massimo D’Alema “fa pervenire” i suoi testi integrali solo al Riformista? Tramite piccioni viaggiatori? O a mezzo di missi dominici a cavallo? O consegna i plichi personalmente? O magari incarica un autista della Fondazione Italianieuropei? O forse, trattandosi pur sempre di un vice-conte della Santa Sede, si serve di apposite guardie svizzere? E chi, nella redazione arancione, ha avuto l’onore di ricevere nelle proprie mani la sacra reliquia per poi ostenderla e portarla in processione come si conviene alla Particola di Nostro Signore? In attesa trepidante di qualche lume, cogliamo fior da fiore. “… La vera questione, che appassiona le stesse forze socialiste e socialdemocratiche, è piuttosto quella di come promuovere una nuova strategia o una nuova identità (tema, quest’ultimo, su cui il dibattito europeo è molto più prudente) in grado di creare le condizioni per una nuova stagione progressista…”. Suvvia, chi non ha incontrato sull’autobus o sulla metro o nel vagone ristorante di un Freccia rossa almeno un socialista/socialdemocratico che s’appassionava onanisticamente alla nuova strategia/identità del progressismo, pur se su quest’ultimo tema il dibattito europeo è molto più prudente? Preso tristemente atto della “sconfitta dell’homo socialdemocraticus”, la Volpe del Tavoliere ammette che “la destra ha mostrato una grande attitudine, che la sinistra con la sua ideologia ha perduto: ha saputo parlare al cittadino europeo medio”, al contrario del “modello socialdemocratico in crisi culturale, filosofica, antropologica”. E chi è che più di ogni altro, nella nostra sinistra, non ha saputo parlare agl’italiani? Il suo nome e volto aleggiano in tutte e sei le colonne di piombo, senza però materializzarsi mai. Il viceconte Max si consola con “la recente vittoria in Danimarca” di una “coalizione verdi-liberali”: e chi è che in Italia rifugge come la peste bubbonica le culture liberali e ambientaliste? Noi un’idea ce l’avremmo. Intanto “in Germania una coalizione rosso-verde è la proposta politica più forte”: e chi è che in Italia, ai rosso-verdi, preferisce Piercasinando? Noi un’idea ce l’avremmo. “In Francia il Partito socialista ha adottato le primarie aperte” infatti “governa largamente le amministrazioni locali e regionali”: e chi, nel Pd, si oppone allo spasimo alle primarie? Noi un’idea ce l’avremmo. Ora occorre una grande “coalizione con il pensiero liberale di sinistra, i movimenti ambientalisti e di ispirazione cattolica”. Cioè l’Ulivo. E chi, in Italia, ha avversato con tutte le sue forze l’Ulivo? Noi un’idea ce l’avremmo. A un certo punto, pare quasi che l’abbia anche D’Alema. È quando, tomo tomo cacchio cacchio, si domanda: “Cosa significa non commettere gli errori del passato?”. Magari, si spera, uscire dalla Bicamerale politica e mentale, dai giochetti di casta, dal partito degli affari, delle banche, delle autostrade, dal penatismo e dal tarantinismo, prosecuzioni sfigate del berlusconismo con gli stessi mezzi. In una parola: uscire dal dalemismo. Invece D’Alema, per non ripetere gli errori del passato, vuole ripartire “dal primato della politica”, cioè dagli errori del passato. Bravo Max, avanti così. E ora, per la gioia di grandi e piccini, il Riformista apre il dibbbattito. Già transennate le edicole.

di Marco Travaglio, IFQ

7 settembre 2011

Il vice-conte Max alla corte di papa Ratzinger

Ammirando la squisita eleganza di Massimo D’Alema, ci chiedevamo da anni da dove gli venisse tutta quella spocchia. La risposta l’abbiamo trovata in Vaticano dove dal 2006 custodiscono con perfidia il segreto di averlo nominato nobile. Non conte, come chiedeva lui, ma vice. Il vice-conte Max. Per l’esattezza: Nobiluomo. In sigla latina NH, tutto maiuscolo. Per le plebi: Eccellenza.

A forza di scalare riservatamente i privilegi del potere, quel lieto evento ce lo aveva tenuto nascosto. É invece il più commovente, il più istruttivo, venendo lui dalla piccola borghesia comunista, e perciò persuaso che l’accuratezza di un paio di scarpe, o l’investimento societario in una barca a vela, fossero indispensabili per frequentarlo. Figuriamoci un titolo nobiliare. Intriso dall’ambitissimo borotalco papale. Al punto – raccontano i maligni – da molestare il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, per ottenere quella preziosa nomina: telefonate , perorazioni, inchini. Fino a ottenerla. E poi a esibirla il 20 novembre dell’Anno Domini 2006. La storia si compie durante il secondo governo Prodi. D’Alema è ministro degli Esteri. Sta preparando, per il neo eletto presidente Napolitano , la sua prima visita di Stato in Vaticano. É l’occasione che aspettava per farsi nominare conte, si è incapricciato.

Un titolo    per distinguersi

I MONSIGNORI gli spiegano che conte è troppo, lo vieta il regolamento che dispensa nobiltà con scala millimetrica e conte può diventarlo solo il titolare del Quirinale, cioè Napolitano. E allora cosa? Gli offrono la qualifica di Nobiluomo, di regola riservata agli ambasciatori. Vada per Nobiluomo. Che poi sarebbe un mezzo conte che è sempre meglio di un doppio nulla. Quando finalmente arriva il corteo d’auto dello Stato italiano in visita a quello Pontificio, il suo sogno radioso si è compiuto. Il presidente Giorgio Napoletano incede per primo tra le alabarde schierate e tutti i pennacchi pettinati. Lui segue con passo cadenzato, i baffi, l’involucro di un frac da cerimonia con i reverse a punta di lancia, il petto in fuori. E sul petto tre placche, due vecchie, una nuova. La prima dell’Ordine Cileno, ottenuta l’anno prima a Santiago. La seconda della Legion d’Onore concessagli dal governo Francese . E finalmente la terza, lo stellone di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano che emana i santi bagliori della nobiltà pontificia.    L’anno prima il ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, che accompagnava l’allora presidente, Carlo Azeglio Ciampi, nella prima visita di Stato a Benedetto XVI non ha ricevuto un bel niente, a parte la benedizione. D’Alema invece ce l’ha fatta. Oro zecchino emana il suo viso nelle molte foto di quel giorno.

È il definitivo addio dal suo passato di giovane pioniere temprato dalle nevicate moscovite, dai tetri Comitati centrali, dal fil di ferro dell’ideologia che gli ha tenuto dritta l’andatura e salda la cornice dello specchio che lo precede. Si è lasciato alle spalle le plebi della politica, i Fassino , i Bersani, il detestato Veltroni che si nutrono di chiacchiere ornamentali e onori in spiccioli.    Lui vola assai più alto. Si è scrollato di dosso le trattorie dei compagni, i pedalò della Romagna, il vino cattivo delle feste popolari, il fiato amaro delle lotte intestine, dai tempi in cui il grande Luigi Pintor veniva radiato e irriso, fino al siluramento di Romano Prodi, rovesciato nel 1998 e rimpiazzato a Palazzo Chigi per finalmente respirare l’ossigeno del potere in compagnia di quei due capolavori di Velardi & Rondolino, scelti con cognizionedicausa.Si trattò di un immenso sforzo. Per cosa? Niente di cui andar fieri: il bombardamento alla Serbia, più qualche affaruccio telefonico. L’avventura naufragò. E in quel naufragio lo stratega raddoppiò la sua impazienza. Che finì per sfigurarlo persino nella sua celebrata intelligenza, nel suo fiuto diventato infallibile a sbagliarle tutte, ma sempre credendo fermamente nel contrario. Convinto della propria intrinseca superiorità. E tuttavia incompreso.

La ricompensa    del cardinale

È STATO certamente il Cavaliere di Arcore a irretirlo nel vortice, anche psicologico, che gli ha dissolto la vecchia identità del militante intelligente, smagrito dal rigore, per trasformarlo – tempo unadozzinad’annidi rancori, recriminazioni e regate – in questo nobiluomo vaticano, il malinconico vice conte Max.

È da allora che D’Alema cominciò a concedersi in sogno quello che la realtà ostinatamente gli negava. A pretendere un risarcimento al suo narcisismo ferito. A ostentare consumi per non sentirsi consumato. A nutrire quella spocchia tanto necessaria agli insicuri. Perché sempre gli mancava qualcosa. Una corona, un trono, o almeno un pennacchio da esibire. Fino a quella aristocratica intuizione. Si trattava di scegliere il miglior giacimento di placche. Per questo ha chiesto aiuto al cardinale che alla terza risata – come un diavolaccio che gli compra l’anima – l’ha fatto Nobiluomo.

di Pino Corrias, IFQ

2 agosto 2011

Gli indignati con la tessera

La nuova protesta dei militanti che assedia i dirigenti del Pd

Indignandos, contestatori, incazzati, insomma. C’è di nuovo il rischio della bufera per i dirigenti del centrosinistra italiano? La domanda sorge spontanea dopo quello che è successo a Fermo a Nicola La-torre, chiamato a rispondere per sé (e per il Pd) da una platea in cui faceva bella mostra un signore con un cartello: “Sono un elettore di centrosinistra, ma mi vergogno di essere rappresentato da questo Pd”. Un episodio, si potrebbe dire. Eppure ci sono molti segnali che dovrebbero far riflettere i dirigenti dell’opposizione.

IL PRIMO è quello che è successo il 14 luglio alla Festa democratica di Roma, dove Massimo D’Alema era intervistato dal giornalista di Repubblica Massimo Giannini: un gruppo di ragazzi ha raccontato su Facebook di essere andato alla festa con l’obiettivo di fare una domanda al líder maximo e di essere stati placcati dalla vigilanza del partito. Loro sotto il palco provavamo a prendere la parola, e l’ex ministro degli Esteri che indicava Giannini con un sorriso vagamente teso: “Le domande le fa lui!”.

E che dire di quello che è successo a Bersani? Il 5 luglio alla Festa democratica de L’Aquila, il segretario del Pd è stato contestato dai No Tav. Un enorme striscione bianco diceva: “Noi con i territori, voi con gli speculatori”. Bersani aveva provato a interloquire: “Guardate che quella proposta è stata discussa e votata in tutte le sedi… Guardate che si tratta di un tunnel che corre per 50 km sotto la montagna…”. Macché: grida, strepiti e tante domande incalzanti.

Terzo episodio, questa volta al Nord. Alla Festa democratica di Seriate, di nuovo durante un comizio di Massimo D’Alema, di nuovo i No Tav. Un gruppo di giovani, il 28 giugno interviene distribuendo volantini, e dopo aver aperto uno striscione contesta la linea tenuta dal Pd, che ha sempre ribadito che la Tav è una priorità del centrosinistra. Si sfiora la rissa, un gruppo di sostenitori del Pd che si scaglia contro i contestatori, tentando di strappare lo striscione. Qualcuno tenta di oscurare con le mani la telecamera di chi riprendeva la scena, consapevole che le contestazioni hanno un doppio effetto: uno immediato, sui presenti e uno postumo, sugli utenti della rete.

Un altro episodio stupefacente si è verificato a Siena dove Rosy Bindi aveva esordito così: “Vi porto il saluto del Partito democratico…”. Non aveva ancora finito che dalla platea si era levata una selva di fischi: “Parla tu, ma lascia perdere il Pd”. E lei, con la consueta grinta: “Dovreste essere contenti che il Pd sia qui con un suo rappresentante”. Macché.

COSA UNISCE e cosa divide questi episodi? Nella storia della sinistra, fino a ieri, la contestazione era guerra di egemonia per il controllo della piazza. Ed era, come nell’ultimo caso, lotta con le ali estreme, di destra o di sinistra, contro formazioni organizzate e antagoniste. Il caso simbolo è la guerriglia a La Sapienza per il comizio del segretario Cgil Luciano Lama in pieno ’77 (il cartello che è passato alla storia: “Non L’ama proprio nessuno”) dove il servizio d’ordine del Pci e della Cgil dovettero lottare fisicamente contro la falange di autonomia. Oppure resta nella storia la contestazione ghandiana di Marco Pannella davanti a Botteghe oscure, interrotta da questo dialogo con un uomo della vigilanza del Bottegone: “Je dissi: ‘Te ne vai?’ Pannella ha risposto no, e io gli ho dato una pizza…”.    Già molto diverse, e molto più vandeane, nella forma e nella violenza della loro coreografia, furono le monetine tirate contro i sindacalisti nelle piazza incandescenti del 1993. Sergio D’Antoni finí un comizio in piazza San Giovanni con un labbro spaccato, Sergio Cofferati non volle interrompere il suo discorso e chiese solo di essere riparato da un compagno con un ombrello: “Sono abituato alla pioggia”, ironizzò.

ADESSO TUTTO cambia e a contestarti non è più un esterno, non è più un nemico. Adesso – esattamente come è successo a Zapatero in Spagna – c’è il rischio che a contestarti sia un pezzo del tuo popolo, una parte del mondo che ti gira intorno. A mordere il freno sono giovanissimi, forme di protesta nascono e si organizzano come gruppi di pressione sulla rete. Adesso, a contestarti non è qualcuno che ha idee diverse dalle tue, non è un uomo simbolo, come quello splendido provocatore che è stato Marco Pannella ai tempi in cui girava con il girocollo nero e con il medaglione zen al collo, adesso quello che grida è uno che dice di avere le tue stesse idee e spesso la tua stessa tessera. E pensa che tu stia tradendo la tua parte.    Ecco perché i dirigenti del Pd farebbero meglio a non sottovalutare. E a cominciare a rispondere, ad esempio, sulle grandi scelte e sulla questione morale, prima di essere costretti a farlo in piazza.

di Luca Telese, IFQ

La protesta della base del Pd alla festa del Fatto a Fermo (FOTO S. MENIN)

13 luglio 2011

Come si dice “inciucio” in politichese?

Sull’onda della “coesione nazionale” invocata dal capo dello Stato (e che allunga una tradizione di appelli di altri inquilini del Colle, dalla “pacificazione nazionale” alla “conciliazione nazionale”), tornano le formule in politichese del “governo tecnico” (D’Alema) e del “governo d’emergenza” (Bindi). Tra Prima e Seconda Repubblica c’è un vasto campionario per dare dignità etimologica a quelle che in genere sono manovre di potere nel Palazzo.

EMERGENZA

L’espressione usata dalla presidente del Pd Rosy Bindi è stata già lanciata alla fine di giugno dal leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini. In questa fase di crisi economica, il governo d’emergenza sarebbe sul modello ‘93 degli esecutivi di Amato e Ciampi.

TECNICO

Il governo tecnico si chiama così perché formato da professori ed esperti non eletti dal popolo sovrano. Nella Seconda Repubblica il governo tecnico per eccellenza è stato quello varato da Lamberto Dini dopo il ribaltone della Lega di Umberto Bossi alla fine del ‘94.

DECANTAZIONE

Formula tipica della Prima Repubblica: il primo governo di decantazione fu guidato dal democristiano Giovanni Leone nel 1963 in preparazione della nuova stagione di centrosinistra. Fu chiamato anche esecutivo balneare perché nacque in estate solo per approvare la legge di bilancio e gestire l’ordinaria amministrazione. Ad aprile un governo di decantazione post-berlusconiano è stato chiesto da Walter Veltroni del Pd e Beppe Pisanu del Pdl con una lettera al Corriere della Sera.

SALVEZZA NAZIONALE

Dal 2009 a oggi, il record di richieste per un nuovo governo di Palazzo appartiene a Casini, non a caso ex democristiano allievo di Arnaldo Forlani. Il capo dell’Udc ha proposto un governo di salvezza nazionale nell’autunno scorso, prima della mancata spallata del 14 dicembre, quando il Cavaliere è stato salvato dai Responsabili di Domenico Scilipoti. Salvezza nazionale oppure nuovo Cln antiberlusconiano. Il progetto prevedeva lo stesso Casini a Palazzo Chigi e Massimo D’Alema al Quirinale nel 2013. Una spartizione da autentici professionisti della politica.

SALUTE PUBBLICA

Altra formula dell’instancabile Casini, stavolta del maggio 2010. Il governo di salute pubblica prende il nome dal comitato che istituzionalizzò la rivoluzione francese e consegnò Danton e Robespierre alla storia. Il leader dell’Udc parlò di “governo di salute pubblica o di responsabilità nazionale”.

GOVERNISSIMO

In politichese, è l’esatto opposto del governo tecnico. Il governissimo prevede i partiti in prima fila in nome delle larghe intese. Tenne banco nell’estate di due anni fa, dopo le rivelazioni di Patrizia D’Addario sulle notti bianche di Palazzo Grazioli. A chiederlo fu D’Alema, che fu accusato dal centrodestra anche per la profezia della famosa “scossa in arrivo” un paio di giorni prima dello scandalo D’Addario.

ISTITUZIONALE

Si è meritato qualche riga nella lunga vigilia della fiducia del 14 dicembre scorso. Prevedendo una caduta di B. per lo strappo di Fli, venne ipotizzato un governo di transizione affidato a uno dei due presidenti del Parlamento, Renato Schifani (Senato) o il “traditore” Gianfranco Fini (Camera). Una transizione istituzionale, appunto. Una variante è costituita dal governo del presidente (della Repubblica) che pilota la crisi non solo nella forma ma anche nella sostanza, di concerto con il premier incaricato. A parlare di governo del presidente fu Rutelli quando venne bocciato il lodo Alfano dalla Consulta.

UNITÀ NAZIONALE

È la formula più classica da agitare nei momenti di crisi. Ovviamente sia Casini sia D’Alema hanno chiesto anche un governo di unità nazionale. Il concetto rimanda alla tragica solidarietà nazionale tra Dc e Pci, che si concluse con il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro. A sua volta la solidarietà nazionale basata sul concetto di compromesso storico fu preceduta da un governo della non sfiducia presieduto da Andreotti.

GROSSE KOALITION

Altro tormentone casinian-dalemiano, esportato dalla Germania nel 2005 quando i democristiani della Merkel e la Spd di Schroeder “pareggiarono” alle elezioni. Da allora è stato riproposto decine di volte in versione italiana. L’ultima all’inizio del 2011 dall’Udc.

MINORANZA

Il governo di minoranza è stata una delle ipotesi valutate dal premier prima del 14 dicembre: andare avanti con 306-308 voti alla Camera al posto dei previsti 316 (maggioranza assoluta). Poi sono arrivati i Responsabili.

di Fabrizio d’Esposito, IFQ

8 luglio 2011

Massimo D’Alema risponde, Marco Travaglio controreplica

Io e Italianieuropei. Niente da nascondere

Caro Direttore, non ho alcuna difficoltà a rispondere alle affermazioni e ai quesiti posti da Marco Travaglio nel suo articolo pubblicato ieri su Il Fatto. L’On. Cesare De Piccoli non è mai stato mio “luogotenente”, era europarlamentare dei Ds in Veneto e non risulta essere stato neppure rinviato a giudizio per alcuna tangente, né della Fiat né di nessun altro. Io non ho mai ricevuto alcun finanziamento illecito dal Cavallari. Il contributo, a mia memoria, fu registrato in bilancio, come dissi anche ai magistrati. I giudici decisero di non compiere gli accertamenti perché, come recita il decreto di archiviazione, “allo stato, peraltro, appare ultronea ogni altra indagine diretta a verificare, come nel caso dell’episodio riferito dall’On. D’Alema, in termini lievemente diversi da quelli esposti dal Cavallari, se i fatti di illecito finanziamento in favore di partiti o esponenti politici, denunciati dal presidente del CCR, possano essere sussunti nell’ambito di una diversa – e meno grave – fattispecie delittuosa (…), comunque depenalizzata dall’art. 32 L. 24 novembre 1981, n. 689”. Non fu pertanto accertato se vi fu un reato penale di illecito finanziamento oppure una irregolarità amministrativa, peraltro depenalizzata dalla legge. Mi rendo conto che l’accertamento sarebbe stato difficile da compiere dopo tanti anni ed essendo il Pci ormai sciolto.

Tuttavia di quel mancato accertamento la principale vittima sono stato io, perché è rimasta l’ombra di un sospetto infondato che poi più volte è stato usato contro di me.    Non mi sono trincerato dietro alcuna immunità europea. Non ne avevo bisogno anche perché la richiesta della Procura di Milano era di poter usare le intercettazioni nel procedimento contro un’altra persona e non contro di me. Il Parlamento europeo, a larghissima maggioranza e senza alcun mio intervento, ritenne la richiesta non motivata.

NON CAPISCO a quale titolo il senatore Alberto Tedesco venga definito mio “fedelissimo”. Oltretutto, all’epoca dei reati che gli vengono contestati, non era neppure membro del nostro partito, bensì leader di un movimento socialista pugliese che aveva sostenuto in modo determinante il Presidente Nichi Vendola nel corso della campagna elettorale per la Regione. Dalle migliaia di pagine relative alle indagini sulla sanità pugliese, depositate al Senato, si può constatare la mia totale estraneità da quelle vicende e che non c’è neppure una telefonata tra Tedesco e me. Conosco invece Sandro Frisullo da molti anni e sono rimasto stupito e addolorato per le vicende che lo hanno riguardato. D’altro canto egli si è dimesso immediatamente dalla giunta regionale e non è stato ricandidato alle elezioni. Vedremo alla fine, quando vi sarà la sentenza, quali sono state esattamente le sue responsabilità in vicende rispetto alle quali sono completamente estraneo.    Vorrei aggiungere che quella di collegarmi a fatti o inchieste che non mi riguardano attraverso espressioni fantasiose del tipo “luogotenente” o “fedelissimo”, quando non esiste alcun elemento concreto che mi chiami in causa, è una tecnica allusiva e diffamatoria.    Vincenzo Morichini, che conosco da tanti anni, non è e non è mai stato mio socio di barca. Ho acquistato una imbarcazione usata da lui nel 1994.    L’imprenditore Viscardo Paganelli ha dichiarato – come riportato dagli organi di informazione – di non aver mai concesso aerei per voli gratuiti. Abbiamo accettato l’invito di Morichini il quale, per quello che noi ne sappiamo, ha regolarmente pagato quei voli.    La Fondazione Italianieuropei svolge le proprie attività dal 1997. Non è l’ufficio attraverso il quale io svolgo la mia attività politica. È stata la prima fondazione di cultura politica finanziariamente indipendente: ogni anno raccoglie sul mercato le risorse finanziarie per portare avanti il proprio lavoro di ricerca e le proprie attività.    Ha un patrimonio complessivo pari ad 1.646.454 che è il frutto della capitalizzazione degli interessi attivi sul patrimonio e dei contributi versati negli anni da privati cittadini e da società.    Le ulteriori risorse finanziarie della Fondazione derivano dai versamenti ricevuti per contribuire alla realizzazione delle sue iniziative, dalla pubblicità e dalla vendita dei prodotti editoriali (la rivista “Italianieuropei” e altre pubblicazioni edite dalla società Solaris, controllata dalla Fondazione) distribuiti in edicola e in libreria. Un’altra forma di finanziamento è rappresentata dagli abbonamenti alla rivista. Le inserzioni pubblicitarie pubblicate sulla rivista prevedono pacchetti il cui costo varia da . 5.000 ad . 30.000 in base alle pagine acquistate annualmente.    In questi oltre dieci anni di attività i contributi alla Fondazione sono pervenuti da grandi aziende ma anche da piccole imprese e privati cittadini. Non si può rimproverare alla Fondazione Italianieuropei di aver accettato contributi da imprenditori che, successivamente, sono    stati oggetto di indagine. Sarebbe come chiedere a “Il Fatto” la garanzia che nessuna delle imprese che sottoscrivono contratti pubblici-tari con il quotidiano sarà mai oggetto di indagini. Si tratta cioè di una richiesta insensata.

LA PARMALAT ha stipulato un regolare contratto di pubblicità sulla rivista “Italianieuropei” nel 2002, ben prima che ci fosse alcun sospetto di indagine su Calisto Tanzi. Il contratto fu solo parzialmente onorato. Non abbiamo quindi querelato Tanzi, il che non avrebbe avuto alcun senso. Al seguito della crisi irreversibile dell’azienda, predisponemmo domanda di insinuazione al passivo in quanto creditori, ricevendo alla fine un piccolo risarcimento in azioni Parmalat.    La raccolta della pubblicità e dei contributi alle attività è svolta sia direttamente dalla Fondazione e dalla Solaris che attraverso una concessionaria ed altre società senza vincolo di esclusività.    Una di queste società era la SdB di Morichini. L’accordo con la SdB è stato siglato nel dicembre 2009 ed era finalizzato alla raccolta di contributi a valere per l’anno 2010. Il rapporto di collaborazione con la stessa è cessato al termine del 2010 e non è stato rinnovato.    I contributi raccolti sono stati regolarmente riportati in bilancio, secondo le modalità previste dalla legge. La Fondazione Italianieuropei è totalmente estranea ai rapporti intercorsi tra Morichini e gli imprenditori in questione. Escludo nella maniera più assoluta che imprenditori abbiano versato contributi dietro promessa, da parte della Fondazione Italianieuropei o mia, di favori o appalti. Se qualcuno ha fatto credere loro questo, li ha ingannati.    Le fondazioni legalmente riconosciute devono infatti iscriversi nel registro delle persone giuridiche istituito presso le Prefetture (D.P.R. 361/2000) ove devono depositare lo statuto e l’atto costitutivo e, successivamente, le eventuali modifiche apportate.    Le società di capitali, come la nostra controllata Solaris, sono tenute alla iscrizione dei bilanci annuali nel registro delle imprese.

LA FONDAZIONE Italianieuropei approverà nei prossimi giorni il bilancio 2010. Tale bilancio e i dati relativi saranno pertanto resi pubblici in base alle procedure previste dalla normativa vigente. Infatti si tratta di    dati pubblici, ma che    contengono anche    dati sensibili ai    sensi del D.Lgs. 196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali), in quanto dai finanziamenti si potrebbe desumere l’orientamento di chi ha elargito il contributo .    Per quanto ci riguarda abbiamo più volte sollevato, e continuiamo a farlo anche adesso, l’esigenza di regolare le modalità di finanziamento delle fondazioni ad esempio attraverso sistemi di incentivazione fiscale per i donatori, codici di autoregolamentazione, comitati etici e sistemi di trasparenza e controllo oltre a quelli già previsti.    D’altro canto, le indagini che sono in corso da parte della Magistratura, alla quale rinnovo la mia piena fiducia, non potranno che confermare l’assoluta correttezza e trasparenza del nostro operato.

di Massimo D’Alema, IFQ

 

Grazie per la risposta. Ma non basta

Ringrazio l’on. pres. Massimo D’Alema per le cortesi risposte alle nostre obiezioni: dovrebbe essere normale che un politico risponda a un giornale, ma in Italia è un’eccezione. Gli rinnoviamo però l’invito per un’ampia intervista nella redazione del Fatto, perché restano molti punti da chiarire.

1) Cesare De Piccoli, come tutti sanno in Veneto, nel ’93 era un dalemiano di ferro: lo scrive anche il gup veneziano Vincenzo Santoro nel decreto di archiviazione che il 17 febbraio 2000 dichiara il suo reato “estinto per sopraggiunta prescrizione”. Si trattava di una tangente di 200 milioni di lire pagata nel ’92 su un conto svizzero dell’ex Pci da Ugo Montevecchi, manager della Fiat Engineering. De Piccoli chiese di essere prosciolto nel merito, ma il gup rispose picche, visto “l’assai dettagliato tenore delle dichiarazioni rese da Montevecchi, il quale ha riferito di avere eseguito i summenzionati versamenti a favore della corrente veneta del Pds, vicina alle posizioni dell’on. Massimo D’Alema, e di cui era esponente l’on. De Piccoli, beneficiario finale delle erogazioni. La narrazione del Montevecchi trova obiettivi elementi di riscontro nel materiale probatorio”.

2) Anche sul finanziamento di 20 milioni di lire da Francesco Cavallari a D’Alema a metà anni ‘80, il gup barese Concetta Russi archivia il caso il 25 giugno ’95, ma stabilisce che il “reato” c’era, ma è “estinto per intervenuta prescrizione”: “Le accuse formulate dal Cavallari ai politici appaiono intrinsecamente attendibili… Uno degli episodi di illecito finanziamento riferiti dal Cavallari (un contributo di lire 20 milioni in favore del Pci) ha trovato sostanziale conferma, pur nella diversità di taluni marginali elementi circostanziali, hinc et inde riferiti, nella leale dichiarazione dell’on. Massimo D’Alema, segretario regionale pro tempore del Pci”.

3) Immunità europea sul caso Unipol. Non è vero che i giudici di Milano (il gip Clementina Forleo su richiesta della Procura) chiedessero di usare le intercettazioni D’Alema-Consorte per “usarle nel procedimento contro un’altra persona”, cioè Consorte: volevano usarle per indagare proprio su D’Alema per eventuale concorso nell’aggiotaggio contestato al patron di Unipol. Il Parlamento europeo negò loro l’autorizzazione a usarle, anche con i voti dei rappresentanti italiani del Pdl, della Lega e del Pd. Così come fece il Senato italiano nel caso analogo di Nicola Latorre.

4) Se Alberto Tedesco non è un dalemiano, perché Nichi Vendola racconta che gli fu suggerito come assessore alla Sanità proprio da D’Alema, senza che D’Alema l’abbia mai smentito? E perché il Pd pugliese, sul quale D’Alema esercita un discreto peso, fece in modo che approdasse al Senato nel seggio liberato da Paolo De Castro, altro dalemiano (e membro del comitato scientifico della fondazione Italianieuropei), nel frattempo candidato al Parlamento europeo?

5) Se abbiamo scritto che Vincenzo Morichini era “socio di barca” di D’Alema è perché è arcinoto che la barca “Ikarus” acquistata a metà degli anni ‘90 da D’Alema era intestata ai suoi amici Morichini e De Santis.

6) Se anche Morichini ha pagato i voli a D’Alema sul bimotore di Paganelli, il problema resta, perché non li ha pagati D’Alema, e nemmeno il Pd. Eppure D’Alema li usò anche per fare campagna elettorale nel 2008, il che fa di quei voli offerti da Morichini e/o da Paganelli una forma di finanziamento elettorale che sfugge alla legge che impone massima trasparenza sui fondi usati per l’attività politica. Il guaio raddoppia se si pensa che Morichini, mentre pagava i voli a D’Alema sugli aerei di Paganelli, brigava per favorire Paganelli all’Enac per la rotta dell’Elba tramite il responsabile Pd per i Trasporti, quel Pronzato che ora è in carcere per una tangente versata da Paganelli a lui e a Morichini.

7) Tanzi non ha parlato solo di pubblicità sulla rivista di Italianeuropei, ma anche di finanziamenti a D’Alema tramite Minniti: per questo, volendo, poteva essere querelato per calunnia da D’Alema e Minniti, sempreché avesse detto il falso.

8) Il parallelo fra gli inserzionisti pubblicitari del Fatto e i finanziatori di Italianieuropei non sta in piedi: il Fatto è un quotidiano edito da privati (e, com’è noto, quasi privo di pubblicità) e i suoi inserzionisti sono noti a chi lo legge ogni giorno; Italianieuropei è una fondazione presieduta da D’Alema, negli anni presidente Ds, presidente del Consiglio, presidente della Bicamerale, presidente del Copasir, europarlamentare e deputato. E i deputati, diversamente dai privati, devono documentare da chi vengono finanziati, direttamente o indirettamente. Aggiungo che, nell’ultima annata della rivista Italianieuropei, non ho trovato pagine pubblicitarie di Omega (Piccini) né di Rotkopf (Paganelli).    9) Non dubito che i finanziamenti di Italianieuropei siano tutti iscritti a bilancio né che D’Alema ignorasse i secondi fini di alcuni finanziatori di Italianieuropei “ingannati” da qualche suo fedelissimo. Ma pubblicare l’elenco completo su Internet sarebbe un’operazione di minima trasparenza, che nessuna legge sulla privacy può impedire. Soprattutto ora che due di questi finanziatori, Piccini e Paganelli, sono finiti in carcere per corruzione. I parlamentari inglesi pubblicano sul sito della Camera dei Comuni non solo i loro finanziatori (come dovrebbero fare anche i parlamentari italiani), ma persino le pezze d’appoggio dei loro rimborsi spese: è troppo pretendere che ciò avvenga anche in Italia?

di Marco Travaglio, IFQ

 

 

7 luglio 2011

Cinque Dalemmi

On. pres. Massimo D’Alema, sarà un caso, ma è dai tempi di Mani Pulite che, ogni volta che scoppia uno scandalo, salta fuori il Suo nome o quello di un Suo amico. La prima è nel ‘93, con la tangente Fiat al Suo luogotenente veneto De Piccoli. Nel ‘94 tocca a Lei per il finanziamento illecito di 20 milioni (anni ‘80) dall’imprenditore malavitoso Cavallari. Nel 2004 Calisto Tanzi racconta ai pm di aver finanziato anche Lei e la Sua fondazione Italianieuropei, tramite gli elemosinieri Parmalat, Romano Bernardoni e Sergio Piccini: “Bernardoni s’è occupato della sponsorizzazione della fondazione Italianieuropei che non ho seguito direttamente. D’Alema attraverso Minniti è stato invece finanziato da Piccini”. Lei nega i finanziamenti, ma ammette la sponsorizzazione, il cui interesse per Parmalat sfugge ai più: “La Solaris Srl, editrice del bimestrale Italianieuropei, ha stipulato contratti annuali di acquisto di pagine pubblicitarie sulla rivista col gruppo Parmalat. Contratti da lire 50 milioni per il 2002, euro 25.822 per il 2003 e euro 26 mila per il 2004. La società ha percepito solo l’importo relativo al 2002”. Però, curiosamente, non ha querelato Tanzi per calunnia. Nel 2006 escono le Sue esultanti telefonate a Consorte, poi arrestato per la scalata illegale a Bnl e Lei si trincera dietro l’immunità europea. Nel 2009-2010 i Suoi fedelissimi in Puglia, Frisullo e Tedesco, finirono l’uno in carcere e l’altro in Senato giusto in tempo per sfuggire alla galera. Negli ultimi 15 giorni, un arresto via l’altro: Vincenzo Morichini, ex amministratore Ina-Assitalia, Suo socio di barca e responsabile della raccolta fondi di Italianieuropei, arrestato per una tangente di 40 mila euro da Riccardo Paganelli per favorire la sua Rotkopf Aviation ad aggiudicarsi i collegamenti aerei per l’Elba; Franco Pronzato, ex consigliere di Bersani, cda Enac e responsabile Trasporti Pd (plateale conflitto d’interessi), arrestato per aver ricevuto da Paganelli metà della tangente (20 mila euro) per agevolare Rotkopf; Paganelli arrestato per mazzette in cambio di favori da Enac, dice di aver finanziato con 30mila euro Italianeuropei e di averle prestato il suo aereo per cinque voli del valore di 6 mila euro l’uno; Pio Piccini, fratello dell’elemosiniere di Tanzi e amministratore di Omega, arrestato per bancarotta fraudolenta, confessa di aver pagato Morichini perché gli facesse ottenere da Finmeccanica l’appalto delle intercettazioni e di aver finanziato pure lui Italianieuropei con30 mila euro. Un mese fa il Fatto ha chiesto alla Sua fondazione l’elenco dei finanziatori. Nessuna risposta. Ora, con l’aggravarsi del caso, ci permettiamo d’insistere e La invitiamo in redazione per un’intervista che soddisfi alcune nostre curiosità, condivise – ne siamo certi – da molti Suoi elettori. 1) Come ha potuto la Sua fondazione accettare contributi da un personaggio chiacchierato come Piccini, poi arrestato per bancarotta dopo aver gettato sul lastrico 6 mila lavoratori di Omega? 2) Piccini e Paganelli dicono di aver finanziato Italianieuropei per essere favoriti in gare e appalti: non crede di dover restituire i contributi prima che L’accusino di far politica con soldi sporchi? 3) Francesco Cossiga, dopo aver volato gratis con Parmatour, restituì a Parmalat l’importo dei viaggi: non dovrebbe farlo anche Lei con i 30 mila euro dei passaggi aerei da Paganelli e Morichini? 4) Lo sa che, mentre Lei vola sul bimotore di Paganelli, gli elbani continuano a viaggiare in traghetto perché i maneggi sull’appalto Enac hanno bloccato la linea aerea Firenze-Pisa-Elba? 5) Posto che i parlamentari devono dichiarare le loro fonti di finanziamento; che Lei svolge la Sua attività politica tramite la fondazione Italianieuropei; che le indagini ne hanno svelato tre finanziatori – Tanzi, Piccini e Paganelli – tutti finiti in galera; non è il caso di rendere pubblica la lista completa, nella speranza che comprenda anche qualche incensurato? In attesa di un Suo cortese riscontro, porgiamo distinti saluti.

di Marco Travaglio, IFQ

20 aprile 2011

E D’Alema confessò: non è importante vincere le elezioni

“Ho perso la speranza”. Allarga le braccia a un certo punto, Bruno Manfellotto, direttore dell’Espresso, che modera il dibattito tra Paolo Flores d’Arcais e Massimo D’Alema, ieri pomeriggio all’Alpheus di Roma. In effetti, difficile trovare punti di mediazione tra un esponente di punta della società civile e un pezzo grosso della politica-politica italiana. E se il Lìder Maximo arriva a dare dello “stalinista” al suo interlocutore, l’altro lo ripaga ricordando la bicamerale come l’inizio della “no opposizione”. “Non condivido la sua analisi”, ammette alla fine D’Alema (“nonostante la mia simpatia per Paolo”). E la parola “condivisione” a chi ha assistito al dibattito sembra un obiettivo molto lontano. L’occasione dell’incontro era la presentazione del numero di Micromega dedicato a “Berlusconi e il fascismo”. In realtà l’oggetto diventa il ruolo della sinistra (anzi delle sinistre) di fronte al berlusconismo. Fa fresistenza D’Alema. “Se si fosse capito che le liste civiche sono essenziali non saremmo arrivati a questo, perché Prodi avrebbe avuto anche al Senato quei 50 voti di vantaggio che gli avrebbero consentito di governare senza ricatti. É necessaria dunque una coalizione ampia con quante più liste civili possibili”, attacca il direttore di Micromega. Risponde l’altro: “Non mi pare di ricordare che nel 2006 abbiamo escluso qualche lista civica. Direi che abbiamo accettato tutto, anzi troppo”. E poi “anche una lista civica, nel momento in cui si presenta alle elezioni, diventa una formazione politica. E se non ha una disciplina politica diventa pericolosa. Una parte grande della sinistra italiana non è stata educata alla prova del governo. Io a combattere con un senatore Rossi o un senatore Turigliatto di turno sulla politica estera non mi ci voglio più trovare”. Poi, sposta il discorso: “Dobbiamo mettere insieme un’alleanza ampia non per vincere le elezioni, ma per governare” (anche se a chi gli aveva chiesto cosa pensasse delle affermazioni di Asor Rosa aveva replicato che “per liberarsi di Berlusconi sarà sufficiente il voto”).    PERCHÉ “il ventre è sempre grande, Berlusconi è il prodotto della società italiana”. Non si lascia inchiodare D’Alema da Manfellotto che gli chiede tempi e strumenti per mandare a casa il Caimano: “I tempi sono quelli costituzionali, a meno che il governo non cada”. Strategie? “Non ho nessun piano segreto. E pure se ce l’avessi, certo non ve lo direi”. È a questo punto che il dibattito s’impenna. S’infervora Flores, assume toni da comizio: “Si parla del dopo Berlusconi come se fosse un dato ovvio. Ma se vince le prossime elezioni ce lo troviamo al Quirinale”. Attacca senza mezzi termini: “Il regime è tale perché l’opposizione non fa nulla”. Ribadisce la gravità degli attacchi ai magistrati e ricorda l’importanza di ripristinare reati come falsa testimonianza e falso in bilancio. Propone di nuovo l’Aventino dei parlamentari, si lamenta del fatto che in occasione del baciamano di Berlusconi a Gheddafi il centrosinistra non abbia riempito le città di manifesti. Sbuffa D’Alema, mantiene la calma. Ricorda con il suo sorriso più sprezzante che la politica non si “fa con i manifesti”. Strappa risate e applausi alla platea. Ci va giù pesante: “È tipico dello stalinismo dire che il tuo avversario ha vinto perché uno dei tuoi ha tradito”. Si lancia in un’analisi teorico-sociale quando parla dell’etica della classe dirigente italiana che è manchevole. Se la prende con la stampa borghese che mentre si vota la prescrizione breve disquisisce della responsabilità dei politici. Pur non risparmiando gli affondi: “Berlusconi con una mossa estremamente disinvolta, che dimostra che siamo governati da gente improbabile, ha cancellato il nucleare, che costituiva il 50% del suo programma, perché temeva che il referendum abrogativo potesse avere un effetto trainante su quello sul legittimo impedimento”. E poi, è vero, “il paese può tenere pure con lui presidente del Consiglio, ma il bunga bunga al Quirinale comporterebbe la disgregazione della convivenza civile”.    Flores non ci sta. E a questo punto ricorda la Bicamerale (“avrei voluto parlare del futuro, non del passato”), come inizio dell’opposizione che non si oppone. Quasi non vuole rispondere D’Alema. Poi fa un sospiro profondo (d’altra parte era palesemente arrivato col ramoscello d’ulivo) e propone: “Voglio parlare di contenuti. Tu hai una rivista molto importante, Micromega. Io ho Italianieuropei”. Finisce così, con la tregua delle riviste. Mentre D’Alema se ne va, qualcuno lo insegue urlandogli: “Puzzi di muffa”.

di Wanda Marr, IFQ

1 aprile 2011

L’opposizione manda sotto la maggioranza Tramonta l’ipotesi Aventino: dobbiamo logorarli in aula

“Se ci fossimo ritirati sull’Aventino, il processo breve l’avrebbero approvato in due ore. Questo dovrebbe capirlo anche il Fatto Quotidiano”. Massimo D’Alema, mentre cammina per il Transatlantico, ha il consueto ghigno polemico, ma sprizza soddisfazione. La giornata di ieri viene letta come la dimostrazione plastica che se l’opposizione fa l’opposizione e sta “saldamente” in aula la maggioranza (che i numeri ce li ha a stento, come è sempre più evidente) va in difficoltà. Quella di ieri è cronaca: la maggioranza prima si vede respingere il verbale della seduta di lunedì (quella del “vaffanculo” di La Russa per intendersi) e poi si trova costretta a chiedere il rinvio alla prossima settimana. E dunque, il lìder Maximo sembra uscire in qualche modo vincitore dall’ultimo scontro interno, quello con Rosy Bindi (“Scontro? Sempre esagerati”, dice lui). Martedì nel pieno caos della   giornata, la presidente dei Democratici aveva proposto di abbandonare l’aula in blocco, provocando la reazione ironico-contrariata di D’Alema (“Cosa vuoi? Che mi tolga gli occhiali e vada a menarli?”). Ma l’ipotesi di Aventino o addirittura di “dimissioni” (proposta del senatore Ignazio Marino) aveva poi cominciato a farsi strada. Quanto meno come possibilità.   demenziale”, tira corto Livia Turco. I sorrisi nel Pd per una volta si sprecano. E l’apparato si sente legittimato dal successo della giornata. “Sull’Aventino ci stanno già le tende”, ironizza il responsabile Giustizia, Andrea Orlando. “Se ci dimettiamo tutti, come facciamo ad avere la garanzia che non ci subentrino i non eletti? E poi, non è detto che il Parlamento non possa funzionare pure a metà”. Rischi, certamente. Ma è pur vero che quando gli si fa notare che il Parlamento è totalmente bloccato e che l’incidenza dell’opposizione è minima ammette: “Certo, è questo il vero problema”. “Dobbiamo combattere fino all’ultima goccia di sangue”, è addirittura epico Roberto Giachetti, che ieri si è fatto notare in prima linea nella battaglia. È stato lui che si è reso conto (insieme   al collega dell’Udc, Galletti), in mattinata, che la maggioranza era largamente assente, lui che ha proposto il voto sul processo verbale che ha mandato gli avversari nel panico, li ha costretti a discutere e, una volta andati   sotto, a riscriverlo. Ancora, è stato Giachetti che ha chiesto il rinvio in Commissione del processo breve. Richiesta – bocciata per soli due voti – che ha costretto la maggioranza, conscia di non poter garantire continuativamente la presenza in aula, a formulare una controproposta e a chiedere il rinvio del provvedimento alla prossima settimana. Insomma, ieri è stato il giorno della tattica parlamentare, della lotta punto su punto, della guerra di trincea.   arroganza parlamentare avete fatto la richiesta di inversione dell’ordine del giorno sul processo breve e dopo 24 ore c’è una resa incondizionata del centrodestra sullo stesso provvedimento”. Magari si vince una battaglia, ma niente di più. A farlo notare è di nuovo Ignazio Marino: “L’attività parlamentare è stravolta”. Il quale dunque ripropone: “Dobbiamo dimetterci tutti”. Più per la piazza che per il Parlamento, Marino ieri mattina era presente al sit-in di Montecitorio. Insieme a una Rosy Bindi più pasionaria che mai. La quale   peraltro ha dichiarato in un’intervista a Vanity Fair che sarebbe disponibile a candidarsi leader del centrosinistra se il suo partito fosse d’accordo. La Bindi ieri era andata a salutare i manifestanti dopo aver detto a Repubblica che, davanti alla “dittatura della maggioranza”, c’è la necessità di una “reazione straordinaria”. Poi, dopo la giornata di ieri, insiste sulla piazza, ma sull’A-ventino cambia idea. O forse si rettifica: “Non ci sono tentazioni ‘aventiniane’ e il partito non è diviso. Non ho proposto di abbandonare il Parlamento, anche se andrebbe ricordato che in altre occasioni siamo usciti dalle aule parlamentari senza che questo   provocasse polemiche”. Quella vincente sarà la strategia di Giuseppe Fioroni? “L’Aventino l’abbiamo fatto una volta e non è finita bene. Dobbiamo continuare così: dimostrare che a Berlusconi l’unica cosa che interessa sono le sue leggi. Far vedere fino in fondo chi è il nostro primo ministro”. Che “cosa ha da rispondere il segretario alla Bindi”, lo chiede Arturo Parisi. Lui, Pierluigi Bersani ribadisce la sua linea: “Presidieremo sia l’aula che le piazze”. Mentre propone alle opposizioni di dar vita a un Osservatorio comune per fronteggiare “l’oscuramento” che il governo si appresterebbe a mettere in atto specie nella Rai.

 

   IERI IL CLIMA nel Pd tendeva però decisamente più verso le barricate in aula. “È una discussione

 

   PRIMA della ripresa dei lavori dell’aula, alle 15, per quando era prevista la richiesta di rinvio in commissione, circolava un messaggio tra i Democratici, mostrato orgogliosamente da Walter Verini: “Ore 14.55 precise tassativa presenza in aula senza eccezione alcuna”. Il risultato dello sforzo dell’opposizione lo sintetizza il capogruppo del Pd, Dario Franceschini intervenendo in Aula: “In questi due giorni abbiamo assistito a uno spettacolo indecoroso. Prima con un atto di

 di Wanda Marra, IFQ

11 gennaio 2011

D’Alema e i suoi peccatucci

In attesa che dica qualcosa di sinistra a cena da comuni amici, Massimo D’Alema non la smetteva più di citare Gianfranco Vissani, il cuoco dei risotti. Diceva: “Vissani pensa che…”. Oppure “Un giorno Vissani spiegava che…”. Fino a quando uno dei commensali, di nobile casato, proprietario di molte cose, ma non di un buon carattere, lo rimproverò dicendogli: “Massimo, ai miei tempi i cuochi stavano in cucina e basta”.
Sarà un karma. Ma D’Alema inciampa sempre nelle questioni di stile. Più si sente arrivato e più sembra un arrivista. Va a St. Moritz e si fa trovare in compagnia di un palazzinaro, quel Dante Mazzitelli autore del pregevole ecomostro dell’Hotel Fuenti, per di più con scarpe da 29 euro, una sciarpa di lana vergine, un vecchio giaccone. Sembra Verdone quando imita Sordi sulla neve. Così che il multi miliardario Berlusconi, che sembra sempre di più Pozzetto quando imita Boldi, ha buon gioco a redarguirlo sulle spese, anche se lui, in una serata ad Arcore con pupe & docce fredde può spendere quello che D’Alema neanche si sogna in un mese, e per di più in contanti. Sognando un’altra vita D’Alema commette peccatucci in questa. Nessuno gliene chiederebbe conto se nel suo lavoro vero, la politica, ne azzeccasse almeno una.

di Pino Corrias – IFQ

28 dicembre 2010

Dalemoni colpisce ancora

Siccome gli amici si vedono nel momento del bisogno, appena le rivelazioni di Wikileaks hanno messo in imbarazzo B. si attendeva ad horas il soccorso rosso, anzi rosè, dell’inseparabile D’Alema, che tanto ha dato negli anni alla causa berlusconiana (i 20 milioni in nero presi da un imprenditore malavitoso, il pellegrinaggio a Mediaset “grande risorsa del Paese”, la Bicamerale, il ribaltone anti-Prodi, la “merchant bank” di Telecom, le bombe sulla Serbia, il “facci sognare” a Consorte che scalava Bnl, la Bicamerale a luci rosse di Giampi Tarantini). E infatti puntualmente è arrivato: alla vigilia di Natale, Wikileaks ha diffuso il cablo del 2008 con cui l’ex ambasciatore americano Spogli riferiva a Washington quel che gli aveva confidato Max nel luglio 2007: “La magistratura è la più seria minaccia per lo Stato italiano”. Il tutto mentre B. ripeteva che la magistratura è la più seria minaccia per lo Stato italiano. D’Alema ha risposto che l’ambasciatore l’ha “frainteso”, il che accade regolarmente anche a B. Per carità, può darsi che quel giorno del luglio 2008 D’Alema non abbia detto che la magistratura è una minaccia per lo Stato e che Spogli abbia frainteso anche lui (Max, come quasi tutti i ministri degli Esteri italiani, non parla inglese). Ma sarebbe molto strano, perché D’Alema ha sempre detto pubblicamente e privatamente che la magistratura è una minaccia per l’Italia. Quando indaga sui politici, s’intende. E non perché sia diventato comunista, ma perché è sempre stato comunista. E i comunisti non conoscono la divisione dei poteri: per loro esiste un solo potere, quello politico, anzi partitico. Ciò   che va bene al partito va bene al Paese. Se la magistratura si fa gli affari suoi, ok. Ma se indaga sui politici, non va più bene. Nel 1993, in piena Tangentopoli, D’Alema definiva il pool Mani Pulite “il soviet di Milano”. Nel 1996, a cena con Flores d’Arcais (che lo raccontò al Corriere nel 2000), gli confidò che “tutta Mani pulite è stata fin dall’inizio un complotto contro il Pds. Borrelli, D’Ambrosio e Colombo si sono fatti subornare, strumentalizzare da quei reazionari di Davigo e Di Pietro”. Poi, in perfetta coerenza, da presidente della Bicamerale approvò la bozza Boato che pareva copiata dal Piano della P2: separazione delle carriere e dei Csm, discrezionalità dell’azione penale, controllo parlamentare sulle priorità delle Procure. Nel giugno 2007, quando la Procura di Milano e il gip Forleo trasmisero alla Camera – per chiedere l’autorizzazione a usarle – le intercettazioni di Consorte che parlava con lui, Fassino e Latorre della scalata illegale di Unipol a Bnl, D’Alema illustrò in varie interviste il suo pensiero. Breve antologia: “Che monnezza, che imbarbarimento… È uno schifo, la magistratura s’è comportata in modo inaccettabile. Forse l’abbiamo difesa troppo. Ma ora dobbiamo reagire… è una violazione della legge perpetrata dagli stessi magistrati… io non vedo alcuna ragione di giustizia, dev’esserci dell’altro sotto… il metodo delle intercettazioni è distorsivo per sua natura… apre lo spazio a ogni forma di giustizialismo e di barbarie… facciamo conferenze sulla giustizia in Afghanistan, ma dovremmo occuparci del nostro sistema… questa gogna mediatica finisce per destabilizzare la politica… si vuole indebolire il sistema   politico… scandalismo, uso illegittimo di materiali riservati, indagini illegali… siamo fuori dallo Stato di diritto… la Forleo fa saltare per aria il sistema democratico…”. Poi, grazie anche al soccorso azzurro, la Camera passò la patata bollente al Parlamento europeo che, destra e sinistra insieme, proibì ai giudici l’uso delle telefonate. Intanto il Csm silurava la Forleo. Ora, può darsi che D’Alema abbia detto a Spogli che era grato ai magistrati per le indagini su Unipol. Purtroppo però in pubblico disse il contrario. E si sa come son fatti quei sempliciotti degli americani: quando uno dice una cosa, pensano che l’abbia detta. Tanto il problema non è loro. D’Alema è tutto nostro.

di Marco Travaglio – IFQ

12 novembre 2010

Max, nun ce provà

Il Banana, da tempo bollito, sembra davvero cotto a puntino. Ma non è la prima volta. Lo sembrava già il 22 dicembre 1994, quando Bossi gli rovesciò il governo e Fini tentò invano di trattenerlo (oggi le parti in commedia si sono invertite). Emarginato dal governo Dini, dal quale si era sdegnosamente tenuto fuori, ribattezzato dal Senatur “il mafioso di Arcore”, “Berluskaz”, “Berluskaiser”, “palermitano che parla meneghino” e, forse profeticamente, “trafficante di droga”, il Cainano pareva morto e sepolto. Provvide poi D’Alema a resuscitarlo con la Bicamerale, promuovendolo padre ricostituente e lasciando toccare la Costituzione a uno che non dovrebbe avvicinarsi nemmeno al Codice della strada. La liquidazione di Prodi, che aveva osato battere B. e portare l’Italia in Europa, per rimpiazzarlo con un bel governo D’Alema appoggiato dal ribaltone dei voltagabbana eletti a destra e passati a sinistra al seguito di Cossiga, Mastella e Buttiglione, completò l’opera. E regalò a B. la sua seconda resurrezione nel 2001. Dopodiché, come vaticinato da Montanelli, il vaccino di B. anti-B. funzionò a meraviglia: nel dicembre 2005 gli italiani erano talmente disperati da esser pronti a tutto, persino a votare centrosinistra. I sondaggi davano Prodi 10 punti sopra B. Bastava che l’Unione stesse ferma e zitta e magari, per sicurezza, pagasse a D’Alema un volo di sola andata per le isole Andamane, ed era fatta. Invece Max restò sul suolo patrio e ricominciò a trafficare: nel gennaio 2006, a   quattro mesi dal voto, uscirono le sue telefonate e quelle di Fassino con Giovanni Consorte, indagato per la scalata illegale di Unipol a Bnl. Risultato: i 10 punti di vantaggio si assottigliarono a zero virgola. La vittoria annunciata si mutò in pareggio e Prodi dovette governare con 2 seggi in più al Senato, esposto ai ricatti dei partiti che lo costrinsero a varare un governo di 103 elementi, a nominare Mastella (dicesi Mastella) alla Giustizia e a non cancellare nemmeno una legge vergogna. Intanto però Prodi restava a galla e B, che aveva puntato tutto sulla spallata al Senato tentando l’acquisto di alcuni senatori coi soliti sistemi (soldi e gnocca), fu sfiduciato via via da tutti gli alleati: Casini, Bossi, poi Fini che, quando lo vide delirare sul predellino della sua auto, lo fulminò: “Siamo alle comiche finali”. Provvide poi Veltroni, col “dialogo sulle riforme insieme”, a resuscitarlo un’altra volta, condannando Prodi a morte sicura. Così, il 12 aprile 2008, il Cainano risorse per la terza volta. Ma durò un anno: nell’estate 2007 pareva di nuovo bollito, grazie al fuoco amico di Veronica, D’Addario, veline candidate, Noemi, Spatuzza e Fini. Stavolta, si pensò, nemmeno D’Alema lo può salvare. E invece no, gente di poca fede. Mentre B. era dipinto in tutto il mondo come un puttaniere ricattabile dal primo Tarantini che passa, il braccio destro di Max in Puglia, Sandro Frisullo, astutamente infilato nella giunta Vendola, si fece arrestare in quanto utilizzatore finale delle escort scartate da Palazzo Grazioli. Pari e (è il caso di dirlo)   patta. Quest’estate, giunto alla rottura definitiva con Fini, il Cainano pareva di nuovo alla canna del gas: D’Alema propose subito un bel governo tecnico con tutti dentro. Ora insiste con la strana idea della convocazione al Copasir, che all’apparenza pare un dispetto a B, ma potrebbe rivelarsi un’altra ciambella di salvataggio: la questione non è dare più sicurezza al premier o indagare sulla permeabilità delle case del premier, ma cambiare premier. C’è poco da investigare, i fatti sono alla luce del sole. Cosa può aggiungere l’audizione di B. alle immagini e alle testimonianze su escort e papponi che entrano ed escono dalle sue ville, con le scorte e i carabinieri di piantone costretti a dirigere il traffico? Forse stavolta D’Alema è in buona fede, ma l’abitudine potrebbe giocargli brutti scherzi. Chi vuol bene a lui e al Paese, gli suggerisca di tenersi a debita distanza da B. Visti i precedenti, c’è pure il caso che (magari a sua insaputa) lo salvi un’altra volta.

di Marco Travaglio IFQ

14 ottobre 2010

SERVIZI “Segreto di Stato fabbrica d’impunità”

Abu Omar, Telecom, Magdi Allam: come si ostacolano le indagini.

Accade spesso in Italia, nei momenti di tensione politica o di “scontro” tra esecutivo e potere giudiziario, che l’attenzione si concentri sul ruolo dei nostri Servizi di informazione. C’è chi li ritiene sospettabili di attività illegali “a prescindere” da ogni prova, c’è chi invoca sempre e comunque una speciale immunità per loro sulla base di discutibili segreti di Stato e c’è pure chi ritualmente chiede che il Copasir eserciti i poteri di controllo conferitigli dalla legge. Da ultimo, ciò è avvenuto in relazione alle notizie acquisite all’estero sull’ormai nota casa di Montecarlo affittata al “cognato” del Presidente Fini e alla “sorveglianza” cui sarebbe stato sottoposto l’on. Bocchino.   Può essere utile chiarire quali sono i Servizi, le loro competenze, i contenuti del segreto di Stato, come dovrebbe operare il Copasir e perché non funziona. La materia è regolata dalla legge di riforma n. 124 approvata a larghissima maggioranza nell’agosto 2007, in pieno caso Abu Omar, l’egiziano sequestrato a Milano nel febbraio 2003, illegalmente trasferito in Egitto e lì torturato per ottenere informazioni. Il Tribunale di Milano ha condannato 23 americani, ma ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di 5 italiani appartenenti al Sismi per il segreto di Stato apposto dai governi Prodi e Berlusconi. E’ in corso il processo d’appello che riguarda anche due ex appartenenti al Sismi condannati a 3 anni per favoreggiamento personale. La legge del 2007 (che ha cancellato la precedente vecchia di 30 anni), come ogni buona riforma italiana, ha modificato anzitutto le denominazioni dei due Servizi “segreti”: il Sismi (Servizio per le informazioni   e la sicurezza militare) ed il Sisde (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica) oggi si chiamano rispettivamente Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna) e Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna). Il primo dipende dal ministro della Difesa, il secondo dall’Interno.

NEI SETTORI di rispettiva competenza, la ricerca ed elaborazione di tutte le informazioni utili è affidata all’Aise in vista della difesa dell’indipendenza, integrità e sicurezza della Repubblica dalle minacce provenienti dall’estero e all’Aisi per difendere la sicurezza interna della Repubblica e le istituzioni democratiche…da ogni minaccia, attività eversiva e aggressione criminale o terroristica. Oltre ad altre funzioni, ad entrambi i servizi è poi affidato il compito di individuare e contrastare le attività di spionaggio contro l’Italia e gli interessi nazionali; ma, mentre l’Aise opera al di fuori del territorio nazionale, l’Aisi lo fa all’interno di   esso. La legge prevede poi modalità di controllo politico sull’attività dei servizi affidato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir),equivalente del vecchio Copaco. Ma qual è la materia che può essere coperta dal segreto di Stato? La legge 124/07 lo dice chiaramente all’art. 39: “Sono coperti dal segreto di Stato gli atti, i documenti, le notizie, le attività e ogni altra cosa la cui diffusione sia idonea a recare danno all’integrità della Repubblica, anche in relazione ad accordi internazionali; alla difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento, all’indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e alle relazioni con essi, alla preparazione e alla difesa militare dello Stato”. Definizione che appare   in linea coi principi fondanti di ogni democrazia, cui non è certo estranea la necessità di tutelare la sicurezza dello Stato.    Eppure l’utilizzo del segreto di Stato negli ultimi decenni – non solo in Italia – è stato spesso causa di tensione tra l’esecutivo, chiamato a tutelare l’integrità e ’indipendenza dello Stato, e il potere giudiziario, garante delle esigenze di giustizia. Ma, come si vedrà, il problema non è la definizione legislativa del segreto di Stato, ma la sua applicazione e finanche la sua dilatazione amministrativa con atti privi di forza di legge. Basti ricordare che il Presidente Prodi emanò nell’aprile 2008 un Dpr che prevede la possibile estensione del segreto alla “tutela   di interessi economici, finanziari, industriali, scientifici, tecnologici, sanitari e ambientali”, sebbene ciò fosse stato escluso nel dibattito parlamentare dal testo della legge poi approvata: ciò che era uscito dalla porta rientrò dalla finestra. Ecco allora la necessità di seri controlli sull’apposizione del segreto di Stato – che spetta al Presidente del Consiglio – per assicurare un punto di equilibrio tra interessi parimenti essenziali: la sicurezza dello Stato e la tutela giurisdizionale dei diritti.    I controlli istituzionali sul segreto di Stato possono definirsi di due tipi: quello giudiziario-costituzionale e quello politico.      Il primo riguarda la risoluzione dei contrasti tra Magistratura ed Esecutivo: se l’Autorità Giudiziaria ritiene che il segreto di Stato sia stato apposto dal Presidente del Consiglio fuori dai casi previsti dalla legge (ad esempio, è vietato apporlo su notizie, documenti o cose relativi a fatti di terrorismo o eversivi dell’ordine costituzionale nonché su altre materie) o al di fuori delle procedure previste o che esso non sussista sulle notizie e sugli atti che si intendono utilizzare, ricorre alla Corte Costituzionale sollevando conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Altrettanto può fare   il Presidente del Consiglio quando ritenga che l’A.G. abbia violato le sue prerogative utilizzando notizie coperte dal segreto. La Corte Costituzionale, cui non può essere opposto il segreto, ne deciderà il fondamento o i limiti, risolvendo i conflitti e dando indicazioni all’A.G. per il prosieguo delle attività di competenza.    Il secondo tipo di controllo è quello politico e spetta al Parlamento   attraverso il Copasir, presieduto per prassi da un membro dell’opposizione politica. E’ composto da 5 deputati e 5 senatori, nominati dai Presidenti dei due rami del Parlamento in proporzione al numero dei componenti dei gruppi parlamentari, garantendo comunque la rappresentanza paritaria di maggioranza e opposizioni.

E’ PREVISTO che i provvedimenti di conferma dell’opposizione del segreto di Stato all’Autorità Giudiziaria siano trasmessi dal Presidente del Consiglio al Copasir che valuterà le ragioni dell’opposizione e investirà il Parlamento ove la ritenga infondata. Il Parlamento potrà a sua volta valutare la responsabilità politica del Presidente del Consiglio, fino alla crisi di fiducia nei suoi confronti; ma in nessun caso   la sua decisione originaria potrà essere revocata o modificata dal Comitato e neppure dallo stesso Parlamento, restando così impregiudicato il segreto .    Ma perchè l’attività di controllo del Copasir (e prima del CopaCo) sull’apposizione del segreto di Stato ha sin qui deluso le aspettative di molti commentatori? E’ utile ricordare qualche fatto recente. Ad esempio, a oltre quattro   anni di distanza dall’opposizione del segreto di Stato nel caso Abu Omar da parte del Presidente Prodi, il Copasir presieduto dagli on. Rutelli (prima) e D’Alema (dopo) non ha ancora espresso le dovute valutazioni (al pari del precedente Copaco, all’epoca presieduto dall’on. Scajola), nonostante il clamore suscitato dalla vicenda a livello internazionale e l’invito rivolto al Governo italiano da Parlamento europeo e Consiglio d’Europa a rimuovere quel segreto apposto in un palese caso di violazione dei diritti umani. Forse quella vicenda non è stata ritenuta di grande interesse o di particolare urgenza, diversamente del caso (giugno 2009) delle fotografie di personalità di vario genere immortalate durante la loro permanenza a Villa Certosa, proprietà di Silvio Berlusconi. In questo caso il Copasir ha agito con immediatezza e zelo, sentendo a palazzo San Macuto, in rapida successione, i vertici dell’Aisi e dell’Aise e il sottosegretario Gianni Letta, anche per   verificare l’ipotesi del possibile coinvolgimento nella vicenda di servizi deviati, italiani o stranieri. Sempre a proposito del caso Abu Omar, va sottolineato che il Copasir è stato presieduto negli ultimi due anni e mezzo, in successione, da due parlamentari – gli on. Rutelli e D’Alema – che, entrambi da vicepremier del governo Prodi, avevano approvato la   decisione di sollevare conflitto di attribuzione contro la Procura e il Gip di Milano per supposte violazioni del segreto di Stato. Una scelta che entrambi avevano pubblicamente condiviso, sicchè appare anomalo che potessero poi partecipare, in funzione di garanti delle prerogative politiche del Parlamento (così si può definire il ruolo di Presidente del Copasir), alla valutazione della correttezza   dell’apposizione di quel segreto. Se ne sono meravigliati anche molti membri della Commissione Diritti Umani e Affari Legali del Consiglio d’Europa quando il 17 settembre, in un meeting a Tbilisi (Georgia), hanno appreso la circostanza esprimendo la convinzione che il controllo politico per evitare l’abuso del segreto di Stato deve ’essere affidato a una commissione sganciata dall’esecutivo. Per inciso, a quell’importante meeting era presente un solo componente italiano della Commissione, l’on. Renato Farina, mentre erano assenti sia il membro titolare che quello supplente del Pd.

MA ANCHE altri episodi suscitano le critiche degli accademici e degli osservatori più attenti. Sono forti le preoccupazioni circa la possibile estensione a macchia d’olio del segreto di Stato, già verificatasi in casi di reati comuni. Ci si vuol riferire al processo pendente a Perugia, a carico di due ex funzionari del Sismi, accusati di peculato all’esito di una perquisizione effettuata nel 2006 in una base romana del servizio; a quello pendente a Milano (“processo Telecom”) a carico di varie persone per associazione per delinquere, corruzione ed altro; e perfino al processo pendente a Milano a carico di Magdi Cristiano Allam, accusato di diffamazione nei confronti dell’imam di una moschea di Fermo. In questi casi, gli imputati e un testimone hanno opposto il segreto di Stato in sede di esame. Il Presidente del Consiglio, interpellato dal giudice, l’ha confermata e come la legge prevede deve averne sicuramente informato il comitato di controllo. Ma non risulta che il Copasir abbia adottato le determinazioni   che gli competono . Si può affermare, in definitiva, che il problema dell’effettività del controllo parlamentare sulle questioni coinvolgenti il segreto di Stato non è in Italia un problema di qualità della legge, ma solo di prassi e volontà politica. Proprio per tale ragione, però, l’uso del segreto di Stato rischia di essere percepito dai cittadini non come strumento di tutela della sicurezza della nazione, ma come mezzo che oggettivamente finisce con l’ostacolare la giustizia e distribuire impunità. Le preoccupazioni aumentano ove si consideri la relazione presentata nella scorsa estate dalla Commissione Granata nominata nel 2008 dal Governo Berlusconi per studiare una nuova disciplina del segreto di Stato. La Commissione intanto s’è detta convinta che la legge 2007 permetta già ora al Presidente del Consiglio di autorizzare i Servizi a effettuare intercettazioni preventive “sotto l’usbergo delle garanzie funzionali”, malgrado l’art.15 della Costituzione preveda che la limitazione di ogni forma di comunicazione “può avvenire soltanto per atto motivato dell’Autorità Giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge”. Ma la relazione contiene anche un’interpretazione restrittiva   dei divieti di apporre il segreto di Stato su certe materie e proposte tali da favorirne ulteriori dilatazioni fino a coprire tutti gli accordi tra i servizi di informazione dei vari Stati, a prevedere che il segreto di Stato vincoli non solo, come ora dice la legge, pubblici ufficiali, pubblici impiegati e incaricati di pubblico servizio, ma “chiunque ne sia venuto a conoscenza”, e a estendere oltremisura la durata del segreto . Silenzio della Commissione, invece, su altre possibili modifiche legislative di cui si sente la necessità: come la previsione del divieto di un’apposizione tardiva del segreto di Stato (dopo, cioè, l’avvenuta pubblicità delle notizie che si intendano preservare), l’obbligo per il Copasir di riferire entro un termine breve alle Camere ove ritenga infondata l’opposizione del segreto e, per rendere effettivo il controllo politico, la “separazione” del Copasir dall’Esecutivo, vietando che ne possano far parte membri dei precedenti governi   , integrandone la composizione con esperti nominati dal Capo dello Stato o affidandone la presidenza a personalità super partes. Diversamente, il Copasir continuerà a essere tirato in ballo non tanto per esigenze di sicurezza dello Stato, quanto come supposto arbitro di scontri politici ed espressione delle logiche di governo: di qui, in particolare, sembra trarre origine la richiesta del Pdl di sostituire come membro del Comitato l’on. Briguglio, come se la legge, anziché prevedere eguale rappresentanza a maggioranza e opposizione, prevedesse una presenza di politici fedeli al premier.

di Armando Spataro Procuratore aggiunto della Repubblica a Milano IFQ

Il sequestro Abu Omar, rapito a Milano nel febbraio 2003, illegalmente trasferito in Egitto e torturato

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