Se i mercenari sono “perbene”

Certi pregiudizi appartengono al passato: le Nazioni Unite ammettono che da 20 anni i loro Caschi blu sono contractors, angeli custodi in tuta leopard, soldati di nessuno che sparano per tutti, professionisti come le puttane che con garbo giornalistico ribattezziamo escort. Oggi con una bandiera, domani con un’altra, sempre con l’alibi di una pace sventolata dietro l’innocenza di soldati blu con nome, cognome e una patria alla quale la retorica dei cappellani militari attribuisce il sacrificio delle vite perdute all’idealismo di chi ha imparato a fare la guerra nei cortili delle caserme. Ma sono solo paraventi di interessi che escludono la pietà. Perché i mercenari restano veri protagonisti con rigide specializzazioni. Obbediscono per motivi economici trascurando ogni tentazione etica e sociale. Appartengono a holding raffinate non solo nelle armi: spionaggio e manipolazione delle informazioni grazie all’aiuto di contractors senza divisa, tanti giornalisti che in ogni paese guadagnano da vivere distribuendo notizie travestite da analisi o scoop. Potremmo definirli “derivati” di strategie delle quali restano inconsapevoli. Sanno solo ciò che devono ripetere come pappagalli. Ne conosco almeno tre, biglietto da visita “esperto di problemi militari”. È la denuncia di qualche ora fa di Lou Pigeot, direttrice del Global Policy Forum di New York. Negli anni delle guerre di bassa intensità, l’Onu ha raddoppiato l’uso delle agenzie armate. Milioni di dollari in crescita. Non solo protezione in Iraq, Egitto, Libia, Nigeria, Sierra Leone, insomma posti dove diplomazie e affari vivono sotto il ricatto della paura. L’Halliburton dell’ex vicepresidente Usa Cheney o la Dyn Corp scatenata in Bosnia da Bill Clinton, famosa per strategie che non trascuravano l’arma “invincibile” delle violenze sessuali (film Whistleblower, “La verità nascosta”, 2010 ); non solo la Dyn Corp nasconde nelle carceri di paesi insospettabili prigionieri da interrogare senza l’intralcio dei difensori dei diritti umani, anche le imprese della G4S inglese vengono passate al microscopio per controllare se le Nazioni Unite hanno autorizzato mostruosità inimmaginabili in chi rappresenta la buona volontà del mondo. L’Onu resta un ottimo cliente al quale si aggiungono le Olimpiadi di Londra. Si immaginava di affidarne la tutela agli esperti di sua maestà rimpatriati dall’Afghanistan, ma subito messi da parte: non sanno, non capiscono, grande delusione. Meglio i professionisti che vanno per le spicce. Adesso tocca alla Siria. Russia e Cina da una parte; Stati Uniti, Inghilterra e Francia dall’altra giocano a dama nel Palazzo di Vetro. Assad sta staccando Latakia e la regione aluita dal vecchio paese che ormai non controlla. Missili e cannoni trasferiti nel segreto di chi si prepara ad abbandonare Damasco. Le pipeline del petrolio che dai deserti Iraq-Iran arrivano nel Mediterraneo resteranno sotto il controllo di un dittatore gestito dalla corruzione del suo clan, setta sciita, da 40 anni al governo con l’arroganza di una corruzione dal familismo etnico senza pari. Nessuno dei 5 paesi del Consiglio di sicurezza vuol lasciare lo zampino nella trappola che sta scoppiando. E le agenzie dei contractor e i paesi filtro come il Qatar sono al lavoro per improvvisare una transizione che non sarà indolore. Ma è un dolore che non sfiora le nostre democrazie. Combattenti indefiniti perfezioneranno o impediranno la secessione mentre si allarga l’avvilimento del povero Ban Ki-Moon, segretario Onu. Ha ordinato un’inchiesta. Né lui, né il successore sapranno come andrà a finire perché i mercenari sono l’appendice indistruttibile dell’industria pesante, armi che non risentono delle economie senza fiato. Del resto, come spiegare agli operai delle fabbriche di morte che non fabbricare missili può aiutare la pace? Il lavoro continua a rendere liberi: quel vecchio slogan appeso nei lager di Hitler.

di Maurizio Chierici, IFQ

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