Lo zio di Mubarak

Dunque non eravamo pazzi, noi del Fatto, a occuparci con tanto rilievo e in beata solitudine delle telefonate Quirinale-Mancino sulla trattativa Stato-mafia. Se il Presidente della Repubblica interpella addirittura la Consulta, alla vigilia del ventennale della strage di via D’Amelio, vuol dire che il caso esiste ed è enorme. Naturalmente per noi lo scandalo è il contenuto delle telefonate, almeno quelle ormai note del suo consigliere D’Ambrosio (che fanno sospettare il peggio anche su quelle ancora segrete di Napolitano): un florilegio di abusi di potere e interferenze in un’indagine in corso su richiesta di un potente ma privato cittadino. Per il Colle invece lo scandalo è che siano state intercettate e non siano state distrutte subito dopo. Insomma, come già B., D’Alema, Fassino & C. per le loro intercettazioni indirette, il Capo dello Stato guarda il dito anziché la luna: se la prende col termometro anziché con la febbre. Il guaio è che la legge non prevede alcuno stop né alcuna immediata distruzione per le intercettazioni indirette del Presidente. Il quale, fatto salvo il caso di messa in stato d’accusa per alto tradimento o attentato alla Costituzione, è equiparato a qualunque parlamentare: se Tizio, intercettato, chiama il Presidente o un onorevole qualsiasi e gli comunica “ho appena strangolato mia moglie”, la telefonata è utilizzabile senz’alcuna autorizzazione nei confronti di Tizio per processarlo per uxoricidio. È per usarla contro l’interlocutore coperto da immunità che occorre il permesso delle Camere. Se poi la telefonata è irrilevante, come i pm giudicano i due colloqui Mancino-Napolitano, si fa l’udienza dinanzi al Gip e, davanti alle parti che possono ascoltare tutti nastri, si distruggono quelli che tutti ritengono inutili. L’abbiamo sostenuto a proposito delle bobine di B. “ascoltato” sulle utenze di Cuffaro, di Saccà, delle Olgettine, della D’Addario, o di quelle di D’Alema e Fassino sul cellulare di Consorte. E lo ripetiamo oggi per quelle di Napolitano, a maggior ragione. Perchè qui non si parla di sesso o attricette, ma di trattative fra lo Stato e Cosa Nostra. Perché qui delle telefonate di Napolitano non è uscita una sillaba (Macaluso si dia pace: se le avessimo, le avremmo già pubblicate). E perché, diversamente da B., D’Alema, Fassino & C., Napolitano non si limita a criticare i pm. Ma li trascina dinanzi alla Consulta, bloccando di fatto le indagini sulla trattativa e accusandoli di un reato gravissimo (la violazione di sue imprecisate “prerogative”), con un conflitto di attribuzioni anti-magistrati mai visto neppure ai tempi dei peggiori presidenti democristiani. Scalfaro, uno dei migliori, fu intercettato dai pm di Milano nel ’93 sul telefono di un banchiere e si guardò bene dallo strillare o dal sollevare conflitti, anche quando la telefonata finì sui giornali: non aveva nulla da nascondere, lui. L’anno scorso B. sollevò il conflitto contro i giudici di Milano, precipitando il Parlamento nella vergogna con la barzelletta di Ruby nipote di Mubarak e delle chiamate in questura per evitare incidenti con l’Egitto. Fu respinto con perdite e risate, così come si era visto bocciare i lodi Schifani e Alfano. Da allora si sperava che i politici si fossero rassegnati all’eguaglianza davanti alla legge. Invece, anziché pubblicare le sue telefonate per dimostrare che non c’è nulla di scorretto, Napolitano invoca la legge bavaglio per bloccarne la diffusione, tra gli applausi di politici, intellettuali e giornali che, quando la reclamava B., mettevano online le sue intercettazioni indirette e lanciavano campagne a base di post-it gialli. Poi sguinzaglia i giuristi e le penne di corte. Infine scatena l’Avvocatura dello Stato e la Corte, citando l’incolpevole Luigi Einaudi per rivendicare resunte “prerogative”: tanto Einaudi non può smentirlo, solo rivoltarsi nella tomba. È l’evoluzione della specie: dalla nipote di Mubarak allo zio di Mubarak.

di Marco Travaglio, IFQ

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