Il vero conflitto è fra la legge e Napolitano

Napolitano si è scritto un decreto con il quale solleva il conflitto di attribuzione con la Procura di Palermo avanti alla Corte costituzionale. Vi si dice: le intercettazioni tra me e Mancino sono irrilevanti nel processo penale come riconosciuto esplicitamente dal procuratore Messineo; dunque devono essere distrutte e ciò deve essere fatto di iniziativa della Procura; ma la Procura non lo fa; sia la Corte costituzionale a ordinarglielo. Un po’ di sano conflitto di interessi, merce già vista.    In effetti, secondo l’art. 37 legge 87/1953, il conflitto tra poteri dello Stato (in questo caso Procura e Presidente della Repubblica) è risolto dalla Corte costituzionale quando “insorge tra organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono e per la delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri da norme costituzionali”. Insomma, Napolitano vuole che la Procura distrugga le intercettazioni senza indugio; la Procura spiega che, per farlo (cosa a cui non è contraria, ha già detto che esse non hanno rilevanza penale), bisogna seguire la procedura prevista dalla legge. Sia la Corte a dire chi ha ragione. Che Napolitano non veda di buon occhio il nostro giornale è cosa nota; probabilmente non lo legge nemmeno perché gli dà fastidio; ed è del tutto legittimo che ciò accada. Ma certo i suoi consiglieri se lo leggono, eccome. E dunque l’articolo apparso l’11 luglio su questo giornale (in cui si spiegava quale era la procedura per ottenere la distruzione di queste intercettazioni) se lo sono letto di sicuro. Sicché, ammesso ma assolutamente non concesso che i consiglieri giuridici di Napolitano non la conoscessero, dopo quella data ne sono stati edotti.

EPPURE, oggi, Napolitano usa lo stesso strumento che ha usato B. quando un Parlamento per cui mancano gli aggettivi sollevò conflitto avanti alla Corte costituzionale sostenendo che era ragionevole ritenere che Ruby fosse la nipotina di Mubarak, che la sua interferenza in un procedimento giudiziario non poteva avere rilevanza penale, essendo stata svolta nel quadro delle sue attribuzioni istituzionali e che dunque la Procura non poteva incriminarlo. B. venne respinto con perdite. Non è ragionevole pensare che l’esito del conflitto sollevato da Napolitano sarà diverso. Il punto è che qui ci sono due profili: uno tecnico e l’altro politico. Di quello tecnico Il Fatto ha già spiegato tutto. L’intercettato è Mancino; Napolitano non è mai stato intercettato; le sue conversazioni sono qualificate dalla legge e dalla giurisprudenza come intercettazioni indirette; potrebbero essere utilizzate, se avessero rilevanza penale, previa autorizzazione; ma rilevanza penale non hanno quindi possono essere distrutte; per farlo occorre che la parte interessata, cioè Napolitano, lo chieda al pm; questi trasmetterà la richiesta al giudice con il suo parere (che, in questo caso, sarebbe favorevole); il giudice convocherà avanti a sé il pm e i difensori degli imputati e ascolterà le loro considerazioni; poi deciderà. Perché questa procedura? Perché il pm è la parte che sostiene l’accusa. Quindi bisogna sentire le ragioni della difesa; che potrebbe ritenere che quelle telefonate, contrariamente al parere del pm, servono per dimostrare l’innocenza dell’imputato e quindi non devono assolutamente essere distrutte; anzi debbono essere acquisite al fascicolo del dibattimento come prova a difesa. Sicché la decisione sulla distruzione non può essere presa dal pm senza contraddittorio, sarebbe un arbitrio. Ci va il confronto delle ragioni dell’accusa e della difesa e poi la decisione del giudice. Elementari garanzie di difesa. Che, evidentemente, secondo Napolitano e i suoi consiglieri, non valgono in presenza di interessi “superiori”; in base alla nuova (in realtà già vista) categoria delle garanzie a corrente alternata.    E qui si apre il secondo profilo, quello davvero preoccupante. Perché Napolitano non fa mistero delle ragioni che lo hanno indotto a questa improvvida (bisogna essere rispettosi con la Presidenza della Repubblica) iniziativa.

DICE IL DECRETO da lui firmato: “Comportano lesione delle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica, quantomeno sotto il profilo della loro menomazione, l’avvenuta valutazione sulla rilevanza delle intercettazioni ai fini della loro eventuale utilizzazione… la permanenza delle intercettazioni agli atti del procedimento e l’intento di attivare una procedura camerale che – anche a ragione della instaurazione di un contraddittorio sul punto – aggrava gli effetti lesivi delle precedenti condotte”. In linguaggio più comprensibile: se le mie conversazioni intercettate sono valutate dal giudice ai fini della loro rilevanza nel processo; se fino alla decisione restano negli atti; se si procede nel contraddittorio delle parti e dunque se altri ne vengono a conoscenza; tutto ciò mi pregiudica.    Napolitano non spiega perché, ma è cosa facile da intuire: al momento queste intercettazioni non sono mai venute fuori; si capisce che esistono per via del casino che ha fatto la Presidenza della Repubblica, ma nessuno ne conosce il contenuto. Se il riserbo feroce mantenuto dalla Procura di Palermo dovesse essere vanificato da eventuali indiscrezioni di altre parti (il giudice? Il cancelliere? Gli avvocati? L’acquisizione illecita del provvedimento del giudice?) allora sì che siamo nei guai. Perché il contenuto di quelle intercettazioni diverrebbe pubblico (quale giornale rinuncerebbe a pubblicare una notizia del genere? Il Fatto certamente no). E chissà cosa si sono detti Mancino e Napolitano: a giudicare dalla preoccupazione di quest’ultimo, forse non si è parlato della fioritura prematura dei mandorli. Ecco perché Napolitano vuole che le sue conversazioni con Mancino vengano sotterrate: non le deve conoscere nessuno. E dunque la Procura le bruci subito. E chi se ne frega del codice di procedura penale.    Un mio ex collega (che scrive anche sul Fatto on line, Marco Imperato) cita sempre, nelle sue mail, una bellissima frase: “Mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi ci governa”. Ma come sapeva, Flaiano, che ci sarebbero arrivati tra capo e collo prima B. e adesso Napolitano?

di Bruno Tinti, IFQ

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