Scene di caccia a Campo dei Fiori Alcol, droga, schiamazzi e botte

Ore 18 del venerdì, inizia il rito. Rasoio in mano per gli inesperti o i frettolosi, depilatore elettrico per i più rodati. Via i peli, non quelli superflui, “ma proprio tutti. Ce fanno schifo: coprono il muscolo e i tatuaggi. Meglio la pelle liscia”. Inutile chiedere oltre. Nel frattempo hanno già in mano le pinzette per le sopracciglia. Sistemate anche quelle. Si chiamano Luca il Secco, Giuseppe per gli amici Peppe, Gabriele detto Lele o Teschio (“a seconda della confidenza”) e Davide er Moviola. Hanno tra i 16 e i 20 anni, vivono nella borgata romana. “Aspetta, nun me interrompe. Famme finì che è tardi”. Questione di scaletta, di ritmo, di serata che deve partire da lontano. Di adrenalina pronta a salire per conquistare Roma a colpi di alcol, droga, botte o quello che capita. Le conseguenze? “Boh”. Di ciò che capita attorno neanche se ne accorgono, dello stupro di martedì a l’australiana non sanno nulla. “Noi non vogliamo tutta la città, a noi ce basta il centro”. Meglio correggere il tiro: non tutto il centro, a loro interessa un quadrilatero composto da Campo de’ Fiori, Piazza Navona, piazza delle Coppelle e piazza del Fico. L’appuntamento è li. Impreciso. Variabile.

L’OBIETTIVO è vagare, alternare un pub a una sosta improvvisata. Una birra a un cicchetto da due euro. Il complimento a una ragazza a uno sguardo di sfida. “Capita. A noi ‘sti stranieri ce fanno schifo, pensano de fa’ come cazzo je pare”. Non sia mai. I quattro “pischelli” fanno i duri. Ci provano, almeno. Si aiutano con l’abbigliamento, studiato al dettaglio: magliette aderenti, o camicie aperte, pantaloni attillati, scarpe da ginnastica. Ma il fisico segaligno non gli dà grandi chance. Basta camminare per capire chi sono quelli (realmente) pericolosi: hanno il casco a scodella poggiato sull’avambraccio, nell’altra mano una perenne birra in bottiglia di vetro. I ristoratori non possono lasciar-le ai clienti. “No, no le portiamo da casa. Alcune volte le riempiamo con qualche cocktail. Tanto per non spendere soldi e far salire la serata”. Droghe? Ovvio, impossibile farne a meno. Dopo la depilazione scatta anche la “prima cannetta, o una botta di coca. Ultimamente costa de più – spiega Peppe –. Ma dipende sempre che serata voi fa’. Comunque, sì. Dove la troviamo? Ovunque, anche qua dietro se vòi”. Andiamo a vedere. A 80 metri da due pattuglie fisse è possibile acquistare erba, fumo o polvere bianca. Per la marijuana sono 20 euro, e un sacchetto finisce immediatamente in mano.    Dall’alto arriva dell’acqua. Almeno crediamo sia acqua. “Capita spesso – racconta un buttafuori – Qui abitano politici, professionisti, imprenditori. Gente coi soldi. E ogni tanto je rode pe’ ‘sto casino. Ma io a uno gli ho detto: ‘Vòi fa’ a cambio co’ casa mia?’ Non ha risposto…”. Così la ribellione dei piani alti passa da sistole e secchi di liquidi riversati sulla testa di chi schiamazza. Superfluo telefonare alle forze dell’ordine.

POCO DOPO arriva una signora. Sicuramente grande di età, impossibile definire i suoi “anta”. L’approssimazione del rossetto sulle labbra denuncia anche qualche problema supplementare. La conoscono in molti. A una certa ora della notte, quasi ogni notte, improvvisa uno spogliarello in un locale. “Ce fa ride”, dicono. “La prendemo per culo”.    “Perché non ce fai entrà?” ghigna al buttafuori un 25enne a capo di altri quattro. “Perché siete troppi”. “Ma il locale è mezzo vòto!”. “Vatte a fa’ un giro”. Questione di business. “Gli italiani consumano meno e rompono le palle alle ragazze, poi provocano gli stranieri. Quest’ultimi bevono uno sproposito, gli facciamo pagare quello che vogliamo e poi li cacciamo fuori”. Ecco l’arcano. Altro che il pub crawl, il giro a 20 euro per i locali della città. “Iniziano così, ma finiscono in un altro modo”. L’altro modo può anche essere la rissa. Uno sguardo, una mano in faccia, una bottiglia spaccata in testa. Il casco torna utile, agli italiani. Si ricomincia il giro. Gli argomenti sono i tatuaggi (si commentano quelli degli altri), le botte date (sempre date, mai ricevute), le bravate, qualcuno si è fatto un paio di giorni in galera, le ragazze e il calcio. Dietro piazza Navona c’è un gruppo con il pallone tra i piedi: hanno improvvisato un campo da calcio. Le ragazze sono sui gradoni della chiesa. I ragazzi a torso nudo mostrano le loro capacità con i piedi e la lingua (gli insulti sono un obbligo). “So’ quelli de Cento-celle”, ipotizza il Teschio. “Nun me stanno molto simpatici, nun c’hanno le palle come noi de Torbella”. Parte il coro. “Torbella pre-sen-te!”. Non accade nulla. Altre volte è bastato meno per definire i padroni del territorio e magari finire all’ospedale.

Ci andiamo comunque, in ospedale. Santo Spirito, dietro San Pietro. Sei infermieri prendono un po’ di aria. Ascoltano Claudio Lolli che canta “vecchia piccola borghesia, fai più rabbia, schifo o malinconia…”. Attendono il via alla nottata. Per loro parte alle due “quando ci consegnano i primi ragazzi. Attenzione però, non parliamo solo di borgatari. Qui il problema è trasversale e tocca tutte le classi sociali”. Quindi anche i figli della vecchia e piccola borghesia.

di Alessandro Ferrucci, IFQ

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