Bavaglio tecnico, che idea

Ideona: una legge bavaglio sulle intercettazioni. Siccome non l’aveva ancora avuta nessuno, se ne sentiva proprio la mancanza. Ieri ci ha pensato la ministra della Giustizia Paola Severino, al Festival del giornalismo. Lì la Guardasigilli ha detto anche cose pregevoli: la cronaca giudiziaria deve riportare “non solo le voci dei magistrati, ma anche quelle della difesa”; e i danni subiti dall’accusato poi assolto sono ingigantiti dalla lunghezza dei processi, che allontana a dismisura il momento del giudizio definitivo. Purtroppo, come tutti i suoi predecessori, la Severino non fa nulla né spiega come intende abbreviare i tempi. Eppure le soluzioni sono semplici: ridurre il contenzioso (Davigo e Sisti, in Processo all’Italiana edito da Laterza, spiegano come si fa) e le fasi del giudizio, che in Italia sono almeno cinque: indagini preliminari, deposito atti, udienza preliminare, primo grado, appello e Cassazione. Basta abolire il deposito atti e l’appello (fuorché in presenza di prove nuove) e rendere convenienti i riti alternativi (patteggiamento e abbreviato) bloccando la prescrizione al rinvio a giudizio, per dimezzare i tempi della giustizia e liberare enormi risorse finanziarie e umane. Sulla cronaca giudiziaria e sulla pubblicazione di atti d’indagine e intercettazioni, la Severino una soluzione la indica: ma è quella sbagliata. La stessa già battuta (fortunatamente con scarso successo) dal centrosinistra col ddl Mastella e dal centrodestra col ddl Alfano: “Filtrare” e “limitare” le notizie pubblicabili durante l’inchiesta perché “è nelle fasi interlocutorie delle indagini che più di frequente avviene la diffusione della notizia”. Dunque il pm o il gip dovrebbero “escludere le notizie che non sono rilevanti e attengono esclusivamente alla sfera personale delle persone interessate dal provvedimento, anche quando il provvedimento viene consegnato alle parti”, cioè non è più segreto. Nel 2012, in piena comunicazione globale, siamo ancora lì a spaccare il capello in quattro per distinguere fra notizie pubbliche e pubblicabili, e fra giornali e blog (che, per la Severino, “fanno più danni dei giornali”). Una follia e una sciocchezza. Una follia perché, una volta notificati gli atti (si spera completi) agli avvocati, questi non hanno alcun dovere di mantenere il segreto, nemmeno sulle notizie non penalmente rilevanti, anzi hanno spesso l’interesse a farle trapelare. Una sciocchezza perché ciò che non è rilevante per il pm o per il gip può esserlo, e molto, per il giornalista e per i lettori, cioè per i cittadini elettori. Al magistrato interessano i reati, al cittadino (e dunque al cronista che ha il dovere di informarlo) anche le questioni etiche, deontologiche, politiche e persino personali, se si parla di un personaggio pubblico che magari predica bene e razzola male. Altro che “secretare informazioni che metterebbero in crisi le indagini” e “intercettazioni non rilevanti per il procedimento” per “salvaguardare la sfera personale”. La secretazione delle notizie a fini investigativi è già prevista dal Codice. Quanto alla sfera personale dell’indagato o, ancor di più, del non indagato, è già protetta dalla legge sulla privacy, che prevede sanzioni penali. Esempio: Bossi non è indagato, ma se il suo tesoriere tiene la sua famiglia allargata a libro paga coi “rimborsi elettorali”, gli elettori lo devono sapere. E devono sapere se Formigoni, non indagato, si fa pagare le vacanze da un faccendiere che ingrassa grazie all’amicizia con lui nella sanità convenzionata. La ricetta per garantire una cronaca equilibrata non è dunque filtrare e secretare, ma al contrario fornire ai cronisti tutte le carte dell’inchiesta non coperte da segreto, e anche delle indagini difensive. Intercettazioni comprese. Spetta poi al cronista pubblicare quelle di interesse pubblico e lasciar perdere le altre. Se sbaglia o diffama o viola la privacy, paga. Ma almeno ha il quadro completo dei fatti. E, se qualcuno ha paura dei fatti, sono affari suoi: male non fare, paura non avere.

di Marco Travaglio, IFQ

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