Legge Lega-Pdl-Violante

Ma sì, forse è meglio così. Ben venga il voto della Camera sull’emendamento leghista che costringerà i magistrati a pagare di tasca propria i “danni” a ogni persona indagata e poi assolta. Ben venga perché, anche se fosse approvato anche dal Senato e diventasse legge, non entrerebbe mai in vigore, visto che è contrario alla Costituzione e alla normativa europea: serve soltanto a spaventare i magistrati che si lasciano spaventare. Ben venga perché ci sveglia dal sogno che basti un governo tecnico per ripulire una politica marcia dalle fondamenta e cancellare vent’anni di berlusconismo bipartisan. Ben venga perché così è chiaro a tutti che, sulla giustizia e sulla tv, continua a comandare B. E che il Parlamento che dovrebbe “fare le riforme”, cambiare la legge elettorale, combattere corruzione, mafia ed evasione è sempre quello che dichiarò Ruby nipote di Mubarak, varò una dozzina di leggi ad personam e salvò dal carcere Cosentino (due volte), Tedesco e Milanese. Ben venga perché costringe il governo Monti a uscire dalla comoda e ambigua “continuità” col precedente e a scegliere non fra destra e sinistra (etichette giurassiche), ma fra i due partiti trasversali che si fronteggiano da tempo immemorabile: quello dell’impunità e quello della legalità. Per fortuna, mentre il Parlamento si arrocca a difesa dei suoi delitti come quello spazzato via vent’anni fa da Mani Pulite, il partito della legalità cresce: lo testimoniano le oltre 16 mila firme raccolte in poche ore dalla legge del Fatto sulla responsabilità giuridica dei partiti dopo il caso Lusi. Ora la ministra Severino non può cavarsela con frasette alla vaselina per deplorare l’“intervento spot” che “rende poco armonioso il quadro complessivo”, auspicare “qualche miglioramento in seconda lettura”, previa “riflessione sul tema per riaprire il dialogo”, e annunciare “una seconda fase” (la solita, mitologica “fase 2”). Prendersela soltanto col Pdl e con la Lega è troppo facile: erano anni che tentavano di farla pagare (nel vero senso della parola) ai giudici per le indagini sui loro leader-lader. Ieri, fra i 261 sì alla porcata padan-berlusconiana, si annidavano – nascondendo la mano grazie al voto segreto avventatamente concesso da Fini – almeno 50 deputati dell’altro fronte (Pd, Udc, Fli e Idv). Del resto i partiti maggiori (Pdl, Pd e Lega) e qualcuno minore (tipo l’Api di Rutelli) hanno a che fare con la giustizia e, nel segreto dell’urna, non è parso vero a qualche furbastro di assestare una bella legnata ai magistrati, o almeno di metter loro paura. L’idea malata e somara che l’errore giudiziario scatti ogni qual volta un cittadino finisce sotto inchiesta o sotto processo o agli arresti e poi venga assolto, dunque debba pagare direttamente il magistrato, accomuna trasversalmente la gran parte del mondo politico e di quello intellettuale retrostante. Proprio in questi giorni l’Unità, tornata a essere l’organo ufficiale del Pd, s’è lanciata in una delirante campagna in difesa di Ottaviano Del Turco, arrestato nel 2008 per tangenti, poi rinviato a giudizio e ora a processo. Anticipando la sentenza, l’Unità ha deciso che Del Turco è innocente a prescindere. Poi l’ha intervistato per fargli chiedere “un atto riparatore dalla politica” per un’assoluzione che non c’è. Poi ha interpellato Violante, il quale ha sostenuto che siccome “non si è trovato il denaro”, Del Turco    dev’essere per forza innocente (uno come lui i    soldi non li farebbe mai sparire). E s’è portato    avanti col lavoro, dimenticando che gli arresti e i    rinvii a giudizio non li fa il pm, ma il gip e il gup: “Se Del Turco dovesse risultare innocente, è chiaro che il magistrato inquirente dovrebbe risponderne direttamente”. E certo: siccome i processi servono a stabilire se uno è innocente o colpevole, se tutti gli assolti potessero rivalersi sul pm, non si troverebbe più un pm disposto ad aprire un’indagine. Un’idea talmente demenziale che Polito l’ha subito elogiata sul Corriere. E ieri, Lega e Pdl l’hanno tradotta in legge. Per una questione di Siae, la chiameremo “legge Violante”.

di Marco Travaglio, IFQ

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