Comandano loro. Sulle manovre ora decide l’Europa

Nuove regole trasferiscono la politica economica a Bruxelles

Forse un giorno gli storici ricorderanno la data di ieri come il giorno in cui è nata l’Europa politica e gli Stati nazionali hanno esaurito la loro funzione. “Dobbiamo metterci in testa che senza una governance economica più forte in Europa è impossibile sostenere la moneta unica”, perde un po’ del suo aplomb europeo il presidente della Commissione José Barroso mentre, nella sala del palazzo Berlaymont a Bruxelles, annuncia che la sovranità in materia di politica economica passa a livello europeo.

DECIDERÀ tutto la Commissione, con il Consiglio europeo (quello che riunisce i capi di Stato e di governo) concedendo un piccolo ruolo anche al Parlamento (europeo, ovviamente): sarà la Commissione o un organo terzo a dire se gli Stati stanno mentendo sulle previsioni di crescita – come a lungo ha fatto l’ex ministro Giulio Tremonti –, se le misure di bilancio sono conformi alle esigenze del Paese, se vanno riscritte e come, se uno Stato deve ricevere aiuto dal fondo Efsf o per altre vie. Perché “abbiamo visto che i Paesi tendono ad aspettare fino all’ultimo momento prima di chiedere aiuto, con il risultato che la situazione degenera”, spiega il commissario agli Affari economici Olli Rehn, che presto avrà i superpoteri che derivano dalla carica tutt’altro che formale di “mister Euro”, guardiano della moneta unica.

Partito Mario Monti, finite le celebrazioni dei fasti di una Commissione ridotta all’ombra di quella dei tempi di Super Mario, Barroso e Olli Rehn celebrano la vigilia del meeting a Strasburgo di Angela Merkel e Nicolas Sarkoxy (più Monti) cercando di stabilire che in futuro tutte le decisioni che contano in politica economica passeranno da Bruxelles. In due documenti presentati ieri si stabiliscono regole che riguarderanno anche l’Italia. Ogni anno i Paesi della Ue dovranno presentare a Bruxelles la politica di bilancio. Se alla Commissione non piace, la devono riscrivere, cioè fatte a livello europeo e non addomesticate dai singoli ministeri nazionali. I Paesi in crisi che non rispettano gli impegni presi si vedranno tagliati i fondi europei (tipo quelli che in Italia arrivano per lo sviluppo del Mezzogiorno). “Ma avete la legittimità democratica sufficiente per assumervi queste responsabilità ?”, chiede un giornalista in conferenza stampa. Bar-roso si inerpica in un discorso sulla democrazia rappresentativa e su come anche organismi che non rispondono a nessuno, come la Bce e in parte la Commissione, siano democratici se nominati da soggetti democraticamente eletti. Poi conclude: “La democrazia non è più possibile se limitata all’interno di uno Stato, va integrata con a livello dell’Unione. Oppure siamo nelle mani degli speculatori finanziari che non sono soggetti ad alcun vincolo democratico”. Chissà se Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, che già hanno sfasciato il patto di Stabilità violandolo senza sanzioni tra il 2003 e il 2006, sono disposti a farsi dettare il bilancio da Barroso e Rehn.

DI CERTO la cancelliera tedesca, per ora, sembra preoccuparsi più della gestione di questa crisi anziché di come prevenire quelle future. “È straordinariamente riduttivo che la Commissione Ue suggerisca gli Eurobond. Con la socializzazione del debito non si risolve il problema. La Bce non può stampare moneta per salvare l’euro, e i Paesi in difficoltà dovranno rispettare gli obiettivi fissati per il risanamento dei loro conti pubblici”, ha detto ieri la cancelliera davanti al Bundestag. In un colpo solo, ha detto che la Banca centrale europea non deve sostenere senza limiti gli Stati in crisi, che Spagna, Grecia, Portogallo, Italia e Irlanda devono rassegnarsi a sacrifici, riforme e recessione senza più aiuti dall’esterno e ha affossato per l’ennesima volta gli Eurobond. Sotto questa etichetta vanno tutti i tentativi di trovare un sistema di garanzie europeo ai debiti nazionali più fragili. Ieri, con una precisa scelta di tempi, Barroso ha presentato il “green paper” sugli “Stability bond”, cioè il primo documento ufficiale che introduce un tema di cui si discute a livello accademico da anni. Soltanto mettendo in comune una parte dei debiti pubblici nazionali si può sperare di ridurne i rendimenti ormai arrivati, per molti Stati inclusa l’Italia, a livelli proibitivi. La Germania non vuole, perché sa bene che significa il bis di quanto fatto con l’euro: regalare un po’ della propria forza agli altri.

“È UN DOVERE della Commissione aprire il dibattito, un anno fa tutti si opponevano al rafforzamento del fondo Salva Stati Efsf e all’ipotesi di un intervento nel mercato secondario del debito, poi si sono convinti”, dice Barroso. E non è escluso che abbia ragione, visto che ormai la crisi del debito si è avvitata in una tale spirale che ieri è stata proprio la Germania, cioè il Paese più solido di tutti, a non riuscire a vendere il proprio debito all’asta perché paga rendimenti all’1,98 per cento, sotto l’inflazione. E prestare soldi alla Germania significa rimetterci per gli investitori. Qualcosa deve cambiare in fretta, o perfino Berlino rischia di andare in crisi di liquidità.

di Stefano Feltri, IFQ

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