Archive for novembre, 2011

25 novembre 2011

Se una donna su tre è vittima di violenze

Non sono tanti a saperlo o a ricordarselo. Ma il 25 novembre è la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. È stata l’Assemblea Generale dell’Onu a istituirla il 1999, invitando i governi, le organizzazioni internazionali e le ong ad organizzare ogni anno incontri ed eventi per sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti di questo dramma.

Perché è assurdo che, ancora oggi, tante donne siano capro espiatorio dell’aggressività maschile. E che in molti non ci facciano nemmeno più caso, come se si trattasse di un problema minore, che concerne solo alcuni Paesi, determinati ambienti sociali, poche persone insomma. E invece no! Nonostante i progressi nel campo dell’uguaglianza  di diritti dei due sessi, il rapporto che gli uomini intrattengono  con il mondo femminile resta estremamente complesso. E la violenza che subiscono le donne continua ad essere uno dei più grandi flagelli contemporanei. Secondo il Consiglio d’Europa, sono proprio le violenze fisiche, sessuali e psicologiche che subiscono le donne una delle cause principali della mortalità femminile e negli Stai membri. In Italia, secondo gli ultimi dati dell’Istat, una donna su tre è vittima della violenza di un uomo, almeno una volta nella propria vita. Chi sono allora questi uomini violenti? Perché non si riesce ancora a far prendere coscienza a molte persone della gravità del problema?

Grazie a numerosi studi sociologici, oggi sappiamo che “l’uomo violento” non è più solo un pazzo, un mostro, un malato; un uomo che proviene necessariamente da un contesto sociale povero e incolto. L’uomo violento può essere di buona famiglie avere un buon livello di istruzione. Non conta il lavoro che si fa o la posizione sociale che si occupa, ma l’incapacità ad accettare l’alterità e l’autonomia femminile. Si tratta per lo più di uomini che diventano violenti per paura di perdere il potere  sulla donna. E che percepiscono il proprio atteggiamento come “normale”: fa parte del copione della virilità cui in genere aderiscono profondamente. Anche se la maggior parte delle volte sono uomini insicuri e che hanno poca fiducia in loro stessi. Uomini che, invece di cercare di capire cosa esattamente non funzioni nella propria vita, accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Talvolta fino al punto di trasformare la vita delle donne che li circondano – mogli, madri, sorelle o figlie – in un incubo. Come racconta la filosofa americana Susan Brison in un bellissimo libro autobiografico, la violenza che una donna subisce dall’uomo distrugge l’essere stesso di chi le subisce, perché elimina ogni valore, distrugge ogni riferimento logico. È proprio questo il messaggio del 25 novembre: fa capire che è estremamente difficile, per una donna che subisce violenze e umiliazioni, parlare di ciò che ha vissuto o continua a vivere.

Le parole mancano, si balbetta, non si riesce a spiegare esattamente ciò che è successo. Ci vogliono anni per poter riuscire ad integrare questi “pezzi di vita” all’interno di un racconto coerente. Soprattutto quando l’autore è il padre o il marito. Per poterlo fare, c’è bisogno che qualcuno ascolti veramente, senza pregiudizi e senza diffidenza, anche quando i ricordi paiono incongrui e l’atteggiamento nei confronti dei carnefici sembra ambivalente. Certo, non si potrà  mai definitivamente eliminare l’ambiguità profonda che ogni essere umano si porta dentro. Nessuno di noi è immune dall’odio, dall’invidia, dalla volontà di dominio. Ma il carisma e l’autorità non hanno mai bisogno di utilizzare la prevaricazione e la violenza. Al contrario. La vera autorità è sempre calma senza per questo essere debole.

di Michela Marzano, La Repubblica

24 novembre 2011

Le donne ancora discriminate nel lavoro

L’Italia non vuole saperne di eliminare un’odiosa diseguaglianza: a parità di qualifica e impiego, nonostante i passi avanti fatti negli ultimi anni anche per merito della legislazione in tema di quota rosa, le donne italiane continuano a ricevere stipendi più bassi degli uomini.

A rilanciare per l’ennesima volta il dato è un’analisi svolta dalla II Commissione Politiche del Lavoro e Sistemi Produttivi del Cnel, che ha esaminato posizione professionale e redditi di oltre 10mila lavoratori.

Donne discriminate: situazione e possibili soluzioni

La denuncia sulla diversità di trattamento economico tra uomini e donne è ben documentata. Nella sua relazione, il CNEL ha registrato, su un campione di 10mila lavoratori, una differenza di retribuzione compresa tra il 10 e il 18%.

La ricerca, curata dal Dott. Rustichelli dell’ISFOL, comunica anche, con precisione statistica, che il differenziale retributivo di genere misurato sul salario orario è pari al 7,2%.

Nello specifico, risultano maggiormente penalizzate le donne meno scolarizzate, con punte di differenziale che arrivano fino al 20%, mantenendosi in ogni caso oltre il 15% se si è in possesso della licenza media.

Difficile, anche la situazione delle giovanissime (8,3% di penalizzazione rispetto ai coetanei) e le lavoratrici mature  (12,1%), mentre il gap tende a ridursi nella fascia di età compresa tra 30 e 39 anni (3,2%).

A livello geografico, l’area in cui si riscontrano le minori differenze è il Sud; guardando, invece, i dati scomposti per professione, si nota una marcata differenza di genere nelle retribuzioni medie orarie degli operai specializzati (20,6%), degli impiegati (15,6%) nonché dei legislatori, dirigenti e imprenditori (13,4%).

Particolarmente penalizza, rispetto agli omologhi di sesso maschile, sono le donne impiegate in professioni non qualificate con una differenza retributiva del 17,5%.

I fattori che generano il gap sono molteplici: fattori culturali, stereotipi di genere, mancanza di politiche per la conciliazione che costringe le donne a uscire dal mercato del lavoro, impedendone la continuità lavorativa e limitando le eventuali opportunità di carriera.

Borsaitaliana.it

24 novembre 2011

Lo stupro come tattica di guerra

La risoluzione ONU 1820, approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel giugno 2008, definisce tattica di guerra l’uso deliberato della violenza sessuale e la perpetrazione di tale reato strumento di minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale.

Il precedente è costituito da una sentenza del Tribunale Internazionale Criminale per il Rwanda del 23 settembre 1998: già in questa sede lo stupro fu definito crimine di guerra. Il preambolo della risoluzione 1820 ricorda che lo Statuto di Roma, l’atto costitutivo della Corte Penale Internazionale, include al suo interno uno svariato elenco di violenze sessuali. Anche questo costituisce un precedente importante per la traduzione dei colpevoli di fronte alla Corte Internazionale. A tutt’oggi se ne parla spesso, soprattutto nei fatti di cronaca: le violenze sessuali sono all’ordine del giorno, tra le notizie dei telegiornali e le righe dei quotidiani. Stupri perpetrati da immigrati su cittadine italiane o su loro connazionali, magari poi barbaramente uccise. Prostitute vittime di violenze, perché poco protette. Ma lo stupro non è solo fatto di cronaca, non costituisce solo argomento di informazione e di denuncia in materia di sicurezza nazionale. Ha radici storiche: dalla fondazione di Roma, che poggia su uno stupro di massa come il ratto delle Sabine, alle premesse dell’Iliade, con Achille adirato con Agamennone per la sottrazione della schiava preferita. Abbiamo testimonianze di stupri perpetrati in Renania nel primo dopoguerra dalle truppe di colore francesi contro le donne tedesche, o ancora di violenze sessuali commesse dalle truppe fasciste e tedesche contro le donne a nord della Linea Gotica tra il 1943 e il 1945. Se lo stupro in periodo di pace è spesso descritto come una violenza perpetrata contro le donne per soddisfare un istinto irrefrenabile dell’uomo, è chiaro che in periodo di guerra quest’istinto sia più difficile da espletare. A questo proposito vennero anche previsti dei bordelli accanto agli accampamenti militari. Nonostante l’accettazione di tale situazione, rimane deprecabile la considerazione di questo reato ritenuto “normale”, perché necessario a reprimere un desiderio altrimenti inappagabile. In un’Africa dilaniata dalle guerre civili e dalle lotte fratricide, l’uso sistematico delle violenze sessuali è uno dei metodi bellici più utilizzati in questi conflitti ataviche ed estenuanti, all’interno delle quali a farne le spese è soprattutto una popolazione civile già al limite delle condizioni economiche, sanitarie e di sopravvivenza. Ce lo dimostra anche l’esperienza della delegazione di tre eurodeputati, guidata da Jürgen Schröder del partito popolare europeo e democratici europei (PPE-DE), recatasi l’1 aprile 2008 nella Repubblica Democratica del Congo per sette giorni. In questo stato, pare che la situazione sia migliorata dopo la firma degli accordi di pace siglata nel gennaio scorso. “Lo stupro è stato uno strumento di guerra, ma dopo gli accordi di pace la situazione è cambiata”, dichiara l’eurodeputato tedesco. “Ora lo stupro è un segno di ordinaria criminalità perpetrato per lo più da fazioni ribelli, dai componenti dell’esercito regolare e anche dalla popolazione civile”.
Secondo le cifre del piano d’azione umanitario del 2008, gli stupri perpetrati nel 2007 in Congo ammontano a 30.000. Drammatica anche la situazione in Sudan, dove è alta l’incidenza di stupri contro donne ed adolescenti: da ottobre 2004 a febbraio 2005, sono state curate quasi 500 vittime di violenze in numerose località del Darfur occidentale e meridionale, il 28% delle quali dichiarano di essere state violentate da più persone e ripetutamente. Appare chiaro che il numero di denunce non corrisponda al numero effettivo delle violenze.  Le donne hanno raccontato di essere state percosse con bastoni, fruste o asce prima, durante e dopo lo stupro. Al momento dell’aggressione, alcune delle donne stuprate si trovavano in evidente stato di gravidanza, dal quinto all’ottavo mese. La maggioranza delle superstiti degli stupri e delle violenze sessuali raccontano a che le aggressioni avvengono quando le donne lasciano la relativa sicurezza dei villaggi e dei campi profughi per portare avanti le attività indispensabili per la sopravvivenza delle famiglie, come cercare legna per il fuoco o l’acqua. Costrette alle prestazioni sotto minaccia armata, in Darfur come in altre zone di guerra, lo stupro è utilizzato come strumento di guerra e per destabilizzare e minacciare una parte della popolazione civile. Le vittime di stupri spesso non vengono curate, ma emarginate, stigmatizzate, a volte persino messe in prigione. Non bisogna dimenticare quanto le violenze sessuali siano un fattore determinante per la diffusione di malattie, quali l’HIV . In questo panorama non è solo il continente africano ad essere teatro di violenze: in Kosovo ad esempio, dove è stata istituita la Kosovo Women’s Initiative atta a diminuire la distinzione tra sessi attraverso la formazione professionale e la scolarizzazione, durante la guerra sono state violentate 20mila donne, in maggioranza musulmane.

Il documento dei Quindici, approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, chiede la cessazione delle violenze sessuali contro i civili nelle zone di guerra, minacciando i colpevoli di condurli di fronte alla Corte Penale Internazionale de l’Aja. Al dibattito hanno preso parte sette donne ministro. Oltre alla Rice, hanno parlato il ministro degli Esteri del Sudafrica, Nkosazana Dlamini Zuma, il vice primo ministro croato Jadranka Kosor, il procuratore generale britannico Patricia Scotland e il segretario di stato agli Esteri francese Rama Yade. La risoluzione definisce il reato di stupro una tattica di guerra «per umiliare, dominare, instillare paura, cacciare e/o obbligare a cambiare casa i membri di una comunità o di un gruppo etnico». Il Segretario delle Nazioni Unite è chiamato a stilare un rapporto che elenchi i paesi dove l’uso della violenza sessuale sia stata sistematicamente utilizzata contro i civili, utile anche a rispondere a questa guerra silenziosa. La risoluzione è stata sponsorizzata da 30 paesi, tra cui l’Italia. Sono i Quindici a definire il ruolo chiave delle donne nella risoluzione pacifica dei conflitti e nel mantenimento della sicurezza. Importante la risoluzione se guardata in funzione di una generale condanna, rivolta purtroppo anche a soldati arruolati per missioni di pace nei contingenti ONU: secondo un rapporto Onu del 1999, sarebbero gli stessi funzionari civili delle Nazioni Uniti a commettere violenze. La relatrice del rapporto, Radhika Coomaraswamy, ha riferito di abusi sessuali di “brutalità inimmaginabile”, illustrando una mappa delle violenze che spazia dai Balcani all’Africa Australe, dal Sud Est Asiatico all’America latina. Tra gli episodi documentati ce n’è uno che riguarda il Kosovo e risale al 1999 (ci sono anche i fatti addebitati ai militari italiani in missione in Somalia negli anni tra il 1992 e il 1995).

Definire lo stupro come reato sessuale, tuttavia, non è sufficiente: bisogna appropriarsi della cultura di molti popoli, all’interno dei quali la donna è ancora vista in una posizione inferiore agli occhi dell’uomo; bisogna capire come la violenza sessuale sia prima la violazione di un diritto individuale, e in quanto tale dovrebbe essere inclusa nel panorama generale dei diritti dell’uomo. Un sistema giuridico appropriato e una seria rivalutazione del ruolo della donna devono essere il contesto basilare in cui far valere il principio dell’inviolabilità della persona.

di Alessia Chiriatti, CrimeList

24 novembre 2011

Mutilata. La testimonianza di Khady Koita contro l’infibulazione

Incontriamo l’autrice di “Mutilata”, storia autobiografica su una violenza subita da una donna senegalese all’età di sette anni. Oggi Khady Koita è presidente di Euronet, l’organismo europeo che combatte le mutilazioni genitali femminili. La pratica atroce della mutilazione dei genitali femminili non sopravvive solo in Africa, dove la subiscono milioni di donne, ma anche in Italia. Sono, infatti, almeno 5.000 le bambine a rischio nonostante la nuova legge preveda pene severe. Lo riferisce ‘Donna Modernà spiegando che nel mondo, e soprattutto in Africa, ci sono tra i 100 e i 140 milioni di donne con mutilazioni genitali, infibulazione compresa, e che ogni anno 2 milioni di bambine subiscono la stessa sorte. “Tutte le comunità africane sanno che le mutilazioni genitali non si fermano alle frontiere. Anche in Europa ci sono donne e ragazze costrette a subirla”, ha spiegato Waris Dirie, ex modella infibulata a 4 anni. In Italia le stime parlano di 5-6 mila bambine a rischio e quasi 38 donne infibulate su 100 non hanno ancora deciso se faranno vivere lo stesso dramma alle loro figlie oppure no, dato che arriva dal Centro di medicina preventiva delle migrazioni dell’istituto San Gallicano di Roma. Da Korazym.org, una testimonianza per non abbassare la guardia.
“Mutilata” è la storia della tragica violenza subita da una bambina senegalese di soli sette anni, Khady. Una violenza che accomuna molte donne e che, secondo la tradizione africana,dovrebbe aumentare la fertilità femminile, garantire la purezza e la verginità delle ragazze e delle spose. Una violenza che in Africa prende il nome di Salindè ovvero ‘’purificazione per accedere alla preghiera” ma che in Italia è meglio conosciuta sotto il nome di infibulazione (parziale o totale asportazione dei genitali femminili esterni con parziale chiusura dell’area vaginale). Il libro, uscito da poco in Italia, racconta la vera storia di Khady, la sua convivenza con il dolore ed il percorso verso la consapevolezza della brutalità del rito. Khady, infatti, oggi ha 47 anni e nella sua vita ha trovato il coraggio, violando una delle ‘regole’ non scritte della sua gente, di abbandonare il marito che la picchiava e di divorziare, per schierarsi apertamente contro l’infibulazione, tanto da divenire presidente di Euronet, l’ organismo europeo che combatte le mutilazioni genitali femminili. Khady, però, ha voluto andare oltre affinché la sua testimonianza valesse anche per tutte quelle donne che non riescono a ribellarsi e che continuano a soffrire. L’incontro con l’autrice avviene nella hall di un hotel, a Roma. La attendo seduta in un salottino insieme ad un’interprete. Khady infatti parla francese. Arriva puntuale, vestita con un elegante bouba marrone. E’ una bella donna. I suoi occhi neri lasciano intravedere una vena di imbarazzo. Non penso di chiederle della sua esperienza. Il libro è pieno di pagine che trasmettono emozioni e dettagli dei particolari. Le domando se conosce la situazione delle
donne che praticano l’infibulazione in Italia, quali sono i modi migliori per accostarsi al problema e come agiscono le associazioni. Lei risponde: “In Italia ci sono molte donne somale ed il 98% di loro sono mutilate. Il nostro lavoro mira ad accendere la speranza affinché le figlie di queste donne non subiscano la stessa violenza. ‘In Italia lavoriamo con varie associazioni. A Roma c’è l’Associazione delle donne somale e Aidos che, però, lavora soprattutto sull’Africa. A Firenze collaboriamo con Nosotras e con l’Unicef e anche a Torino sono presenti altre associazioni. Il loro lavoro sul campo è molto intenso. Infatti si tratta di associazioni che intervengono non solo per quel che riguarda il problema delle mutilazioni sessuali, bensì sulla vita quotidiana delle donne. In Italia, inoltre, esiste una legge che regola il problema delle mutilazioni. Non è una legge semplice, è ricca di direttive che l’accompagnano. Spero solo non rimanga una di quelle leggi chiusa nei cassetti ma che venga applicata. Ancora non ho avuto la possibilità di incontrare donne dell’associazione italiana, la rete infatti non aveva abbastanza fondi per fralo. Quest’anno però spero di riuscire a fare il giro delle associazioni italiane per parlare delle varie situazioni e cercare di affrontare i problemi insieme”. Uno dei fili conduttori del libro e’ il camminare, che per Khady e’ anche una metafora della spinta a non arrendersi. “Da quando avevo sette anni ho camminato da Thies (la sua citta’ in Senegal) a New York passando per Roma Parigi e Londra. Non ho mai smesso di camminare, soprattutto dal giorno in cui le nonne sono venute a dirmi: oggi bambina mia ti purifichiamo”, scrive Khady nel suo libro, “Mutilata”. Khady non ha mai smesso di camminare. Non ha mai smesso di lottare contro questa pratica “assurda”: “E’ un vero sopruso aver tenuto le donne africane legate a questo rito che non ha assolutamente a che vedere con la religione. La vera ragione di questo atto e’ soltanto la volonta’ degli uomini di dominare e il principale obiettivo che ci prefiggiamo oggi e’ quello di informare. Informare dal punto di vista religioso e mettere a conoscenza tutte le donne delle conseguenze negative, sia mediche che psicologiche. Il problema risiede alla base della nostra educazione secondo la quale una donna non sposata non e’ nulla. La realtà invece dimostra che le cose sono molte diverse. Sono tantissime oggi le donne che lavorano in Africa riuscendo a far mangiare tutta la famiglia. In Africa per fortuna le cose stanno cambiando. Molte famiglie iniziano a considerare le bambine al pari dei bambini. La famiglia è molto importante nella nostra cultura. Per me, anche a distanza di cinque mila chilometri, ha rappresentato la salvezza. Il messaggio che vorrei fare arrivare alle donne che leggono il mio libro e’ l’importanza della solidarietà femminile. Spesso infatti, anche a causa della poligamia, sono le donne che lottano contro altre donne. Neri, bianchi, gialli verdi, la violenza contro le donne esiste ovunque, in tutte le culture ed in tutti gli strati sociali. Tutte le donne dovrebbero avere diritto alla salute, all’istruzione e all’integrità fisica e morale del loro corpo. Solidarietà dovrebbe essere la parola chiave, solidarietà tra donne ma non solo. Bisogna parlare soprattutto con i giovani, sono loro la prossima generazione che può cambiare le cose. Khady considera il suo libro uno strumento di riflessione e di dialogo: “Spero che questo libro diventi uno strumento di dialogo e di riflessione e non un mezzo di polemica. Le donne devono andare avanti nonostante la sofferenza, devono ingoiare la vergogna, il pudore e lavorare su se stesse. Ma questo non basta. E’ importante l’aiuto da parte di qualcuno che conosca sia la cultura d’origine che quella d’accoglienza e faccia da ponte tra le due. E’ per questo che le associazioni sono fondamentali ma hanno bisogno di aiuti economici”.

di Laura Muzzi

Associazione Amici di Lazzaro – http://www.amicidilazzaro.itinfo@amicidilazzaro.it – 340 4817498
Centro Studi Amici di Lazzaro – Materiali e ricerche

http://www.korazym.org/news1.asp?Id=16861

24 novembre 2011

Nelle campagne della Cina la risposta alla povertà è la tratta delle spose

Scapoli disperati, famiglie disposte a tutto e misere province dove si muore di fame. Così molte ragazze vengono rapite e vendute al miglior offerente. Diventando delle schiave.

La polizia della provincia dell’Hebei, la regione che abbraccia il distretto di Pechino, annuncia soddisfatta il frutto dell’ultima operazione contro la “tratta delle spose”: nel giro di pochi giorni avrebbe restituito la libertà a oltre duecento donne destinate a matrimoni forzati. Mentre nel resto del mondo centinaia di ragazze sono spinte con l’inganno o la violenza nel florido mercato della prostituzione, in Cina da anni si registrano casi di ragazze sequestrate e vendute, come spose alle famiglie di scapoli disperati.

La rete d’azione dei trafficanti ormai consente lo di procacciarsi spose-schiave anche all’estero: in Vietnam, Cambogia, Mongolia e Corea del Nord. Un mercato sempre più fiorente, a seguito del boom economico che ha trasformato le province rurali di un tempo in distretti industriali. Secondo il tariffario più aggiornato, una sposa può costare tra duecento e tremila dollari, secondo l’età, lo stato di salute e l’avvenenza.

Nello Hebei, che oggi è tra le dieci aree industrializzate più ricche della nazione, la polizia rende noto di aver sgominato centinaia di organizzazioni criminali negli ultimi due anni, oltre ad aver liberato oltre tremila tra donne e bambini da famiglie fittizie. Ma mentre la stampa locale riferisce che le spose liberate vengono “aiutate a tornare a casa”, le organizzazioni per i diritti umani, inclusa l’agenzia Onu per i diritti dei rifugiati, diffondono il timore che le donne vadano incontro ad altri problemi. Alcune di loro si trovano in Cina perché volevano fuggire dalla Corea del Nord, dopo aver speso fino a 500 dollari per farsi portare oltre il confine. AL rientro, si teme che vengano accusate di tradimento verso il regime e punite duramente. La nazione, infatti, non brilla per apertura e liberalità. Per questo il Comitato per i diritti umani in Corea del Nord, che ha sede in America, ha chiesto alle autorità cinesi che alle vittime della tratta sia data la possibilità di richiedere asilo politico, e che i figli nati in Cina ottengano la cittadinanza cinese.

Secondo le organizzazioni, nelle regioni dove è alta la domanda di spose a pagamento, all’anagrafe sono registrati fino a 14 maschi per ogni femmina. Uno squilibrio notevole, che contraddistingue le ultime generazioni. Mentre la stampa internazionale si interroga sulla sorte dei milioni di bambine che mancano all’appello (mai registrate all’anagrafe), le famiglie cinesi fanno i conti col problema di sistemare i loro figli. Tutti maschi.

di Gaetano Prisciantelli, Il Venerdì

24 novembre 2011

Violenza contro le donne, è pandemia In Italia 651 omicidi in cinque anni

Sei donne su dieci, in tutto il mondo, hanno subito aggressione sessuale nel corso della loro vita, quasi sempre ad opera di mariti e familiari. La violenza domestica è una realtà quotidiana per oltre seicento milioni di donne. Domani la giornata internazionale contro la violenza fissata dall’Onu.

Sebbene in 125 paesi esistano leggi che penalizzano la violenza domestica, e l’uguaglianza tra uomini e donne sia garantita in 139, sei donne su dieci, in tutto il mondo, hanno subito violenza fisica e sessuale nel corso della loro vita, quasi sempre a opera di mariti e familiari. Lo ha sottolineato Michelle Bachelet, direttore di UN Women, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, che si celebra in tutto il mondo il 25 novembre.

“La violenza contro le donne ha la portata di una pandemia  -  sottolinea  nel suo messaggio l’ex presidente cileno, che chiede ai governi di intervenire in modo deciso. – Oggi due paesi su tre hanno leggi specifiche che puniscono la violenza domestica, e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite indica nella violenza sessuale una tattica deliberata di guerra, eppure le donne continuano ancora a essere vittime di abusi. E questo non per mancanza di consapevolezza, ma perché manca la volontà politica di venire incontro ai bisogni delle donne e di tutelare i loro diritti fondamentali”.

“Quando ero ragazzina in Cile c’era un detto, quien te quiere te aporrea, chi ti vuole bene ti picchia. E’ sempre stato così, sospiravano le donne; ma oggi questa violenza non può più essere considerata inevitabile e va identificata per quello che è, una violazione dei diritti umani, una minaccia alla democrazia, alla pace e alla sicurezza, un pesante fardello per le economie nazionali. E invece è uno dei crimini meno perseguiti nel mondo”.

Seicentotre milioni di donne vivono in paesi nei quali la violenza domestica è considerata un fatto strettamente privato. Oltre 60 milioni di bambine vengono costrette a sposarsi, e sono tra i 100 e i 140 milioni le donne che hanno subito mutilazioni genitali; mancano all’appello, in tutto il mondo, 100 milioni di bambine che non sono venute al mondo perché vittime della pratica dell’aborto selettivo; almeno 600mila donne ogni anno sono vittime della tratta a sfondo  sessuale.  Tutto questo in un mondo in cui due su tre adulti analfabeti sono donne, in cui ogni 90 secondi, ogni giorno, una donna muore durante la gravidanza o per complicazioni legate al parto, nonostante esistano conoscenze e risorse per rendere il parto sicuro.

E da noi? E’ di pochi mesi fa la sentenza di un tribunale italiano che riconosce le attenuanti a un uomo che aveva stuprato una ragazza minacciandola con un’ascia, in quanto la vittima “sapeva che l’uomo aveva un debole per lei”. Ed è di questi giorni la notizia dell’assalto al tribunale di Velletri messo a segno da parenti e amici di tre ventenni, tutti italiani, condannati a 8 anni e sei mesi per lo stupro di una ragazza minorenne. Tutto questo in un paese in cui i femminicidi accertati sono stati negli ultimi cinque anni 651 (92 nei primi nove mesi di quest’anno).

In occasione della mobilitazione internazionale, AIDOS, Associazione italiana donne per lo sviluppo, si unisce alla richiesta di Amnesty International, che esorta l’Unione Europea e tutti i membri del Consiglio d’Europa a firmare e ratificare la Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica del Consiglio d’Europa. La Convenzione, adottata dalla Commissione dei Ministri del Consiglio d’Europa a Istanbul nel maggio 2011, è un trattato internazionale giuridicamente vincolante che contiene norme per la protezione delle vittime e il preseguimento dei colpevoli. La Convenzione, aperta agli stati membri del Consiglio d’Europa, all’Unione Europea e a qualunque paese la voglia adottare, entrerà in vigore con il deposito della decima ratifica. Fino ad ora la Convenzione ha ricevuto la firma solo di 17 paesi e dell’Unione Europea, e nessuna ratifica.

“Affinché le donne si possano sentire sicure per strada, in ufficio e nelle loro case, Stati e Unione Europea devono potenziare tutte le misure per eliminare la violenza contro le donne, inclusa la prevenzione, la protezione, il procedimento giudiziario e il risarcimento. Il primo passo è aderire alla Convenzione, mettendo in primo piano il problema della violenza contro le donne”, dice Nicolas Beger, Direttore dell’ufficio istituzioni europee di Amnesty International.

“È inaccettabile- sottolinea Daniela Colombo, Presidente di AIDOS -  che ogni giorno in Europa 5 donne subiscano tuttora violenza. È prioritario che gli Stati del Consiglio d’Europa e l’Unione Europea ratifichino al più presto la Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e pongano in atto misure per eliminare la violenza tra le mura domestiche, che costituisce la parte più consistente di tutte le violenze ai danni delle donne”.

Molte le iniziative indette per celebrare la dodicesima edizione della Giornata internazionale. Il Nobel per la pace Shirin Ebadì, a Roma per la presentazione del libro “Tre donne una sfida. Da Kabul a Khartoum, la rivoluzione rosa di Shirin Ebadì, Fatima Ahmed, Malalai Joya”, della giornalista Marisa Paolucci, patrocinato da Telefono Rosa,  incontrerà gli studenti delle scuole romane al Teatro Quirino (un recente sondaggio ha rivelato che il 65 per cento dei ragazzi delle scuole superiori ignora il significato del termine stalking).

di Emanuela Stella, Repubblica.it

24 novembre 2011

“Equitalia, forte coi deboli debole coi forti”

Esce oggi nelle librerie “Resistere a Equitalia”, il nuovo saggio su uno degli spaccati più dolorosi dell’eredità del ventennio berlusconiano; il rapporto “malato” di Equitalia verso i contribuenti. All’interno, anche un “manuale” per difendersi ad armi (quasi) pari dalle cartelle pazze e non farsi pignorare case, auto, moto…

Siamo tutti vittime di Equitalia. Perché ognuno di noi, talvolta “a sua insaputa”, tanto per dirla con l’ex ministro Claudio Scajola, ha qualche piccola pendenza con il fisco. Solo che ora quella multa non pagata, quella rata dell’immondizia mai arrivata oppure quel conto dell’Iva sbagliato dal commercialista può diventare qualcosa che ti cambia la vita. Per sempre. E non in meglio. Siamo sull’orlo di un’emergenza nazionale anche sul fronte dell’ordine pubblico. Equitalia è il braccio armato dell’Agenzia delle Entrate, che dopo riforme e aggiustamenti successivi, ha trovato oggi la forma della perfetta macchina da guerra lanciata contro l’evasione fiscale. Dal 1 ottobre 2011, infatti, il governo ha varato una serie di misure che ha messo nelle mani degli uomini di Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate e in predicato di diventare sottosegretario alle Finanze, un potere pressoché illimitato nella riscossione del credito. Peccato che questo potere sia tutto mirato solo alla riscossione del piccolo debito dei cittadini contribuenti, mentre si mostra assai meno severo nell’usare le nuove armi contro i veri evasori fiscali: i noti “furbetti delle tasse” che per far ritornare i capitali nascosti nei paradisi fiscali, o anche semplicemente dalla Svizzera, hanno preteso “scudi” e assicurazioni sul futuro che in nessun altro Paese un governo si sarebbe mai abbassato anche solo a promettere.

ECCO, l’impietosa fotografia della realtà di questi ultimi anni del ventennio berlusconiano ci regala l’immagine di una macchina fiscale che per precisa scelta politica preferisce colpire il comune cittadino ma non andare a mettere mani, occhi e orecchi della Guardia di Finanza, nelle tasche e nei conti di imprenditori (grandi e piccoli), faccendieri, politici e banchieri o anche solo degli allevatori difesi da Bossi che non voleva saperne di fargli pagare le multe sulle quote latte. Insomma, c’è un Paese di serie A e uno di serie B anche per il fisco, come ha testimoniato prima un’inchiesta di Report e dopo del Fatto, che ha mostrato un elenco di politici di An, Pd ed ex Forza Italia ai quali era stato dispensato un trattamento “di favore”. Nei giorni caldi dell’ultima manovra economica (quella di fine agosto 2011, per intenderci), ha destato perplessità in Europa e scandalo tra gli addetti ai lavori sentir almanaccare il governo sul fatto che molte delle misure di salvaguardia dell’Italia dalla voragine del debito pubblico sarebbero arrivate dalla lotta all’evasione fiscale. E, nel medesimo tempo, scoprire che gli stessi autori della manovra non riuscivano a ottenere da Berlusconi il via libera per realizzare un accordo con la Svizzera, sul modello di quello già siglato da Germania e Gran Bretagna, per imporre una tassa fissa ai propri cittadini titolari di conti nelle riservate banche elvetiche. Tuttavia noi preferiamo pensare che si voglia davvero rendere la battaglia contro l’elusione totale fiscale una priorità in un Paese che segna un tasso di evasione impressionante. Purché si cambi registro rispetto a quanto accade oggi. L’equità fiscale, ne siamo convinti, è possibile. Ma in questo quadro, con i morsi della speculazione che hanno reso più fragile la stabilità delle nostre banche e il tessuto connettivo economico del Paese, chi comanda non ha pensato neppure un minuto ad alzare il piede dall’acceleratore innestato sulla macchina di Equitalia. Fino a colpire il bene più prezioso e più intimo di ognuno di noi: la casa.

LO SCOPO di questo libro è fornire una lettura politica di quello che sta avvenendo e, nel contempo, dare ai milioni di “scippati d’Italia” qualche arma in più per combattere, se non proprio a pari livello, almeno con maggiore consapevolezza, la battaglia per i propri diritti. Che non si fanno valere con la violenza contro i dipendenti di Equitalia. Come la rivolta che abbiamo visto esplodere spontanea, in una mattina di ottobre, proprio davanti alla sede di Equitalia di Trastevere, a Roma, quando i dipendenti all’uscita della pausa pranzo sono stati colpiti da lanci di uova e sassate da gente indiavolata, un’“intifada” che si sta espandendo a macchia d’olio, un po’ in tutta Italia, ma di cui, peraltro, si trovano notizie solo nelle cronache locali dei quotidiani, quasi si trattasse di episodi privi di significato politico. Si viene poi a scoprire che la presidente di Equitalia Nomos di Torino è risultata essere anche presidente di una società immobiliare che compra prevalentemente case ipotecate (sulla vicenda è stata presentata una interrogazione parlamentare da parte di un deputato dell’Udc, il 23 febbraio 2010), o che alcuni impiegati di Equitalia, in Puglia, si servivano di timbri e documenti falsi per estorcere denaro ai contribuenti sotto minaccia di cartelle esattoriali, ipoteche e quant’altro («La Repubblica Bari», 22 settembre 2011). Ma di chi è la colpa di questo? Sentir proporre da Attilio Befera, il 10 ottobre 2011, un “encomio” per quei cittadini che risultassero in regola con tutte le tasse, come incentivo a mettersi a posto con l’Erario, dà perfettamente l’idea di cosa pensano nel quartier generale del fisco dell’intelligenza degli italiani. Ed è una cosa che offende, come vedersi pignorare la prima casa per una multa dimenticata in un cassetto e trovarsi senza armi per poterla difendere da uno Stato diventato inflessibile. Ma solo – e sempre – con qualcuno.

di Elena G. Polidori, IFQ

Una protesta dei cittadini davanti alla sede di Equitalia di Cosenza (FOTO ANSA)

24 novembre 2011

Francia, la malata riluttante

Indicatori economici verso il rosso, clima sociale in perenne fibrillazione e, a complicare le cose, le presidenziali in vista. La Francia dubita e tentenna, i sondaggi dicono unanimi che la gente teme per il potere d’acquisto e le élites guardano in cagnesco Moody’s, che minaccia di cancellare una delle sue fatidiche tre A. I meccanismi e i parametri finanziario-capitalistici inoltre, da queste parti più che altrove, fanno venire l’orticaria, gridare alla perdita di sovranità, denunciare la logica del “tout economique” e dell’”ultraliberismo”, invocare improbabili redistribuzioni di ricchezza. La crisi è del debito, ma in Francia il suo impasto, alla vigilia della madre delle battaglie elettorali, è molto politico. Economisti e banchieri su quella benedetta terza A hanno già messo una croce: parlano e agiscono come se fosse già stata abrogata e sostituita da un più realistico AA+. I politici sono più reticenti: difficile per Sarkozy, al governo dal 2002, presidente dal 2007 e candidato alla propria successione, ammettere di aver tolto le briglie al suo deficit di bilancio fino a fargli superare il 7 per cento e di aver accumulato un debito pubblico pari all’85 per cento del PIL. E anche il famoso “spread” comincia a trovar posto nelle conversazioni al bistrot e non solo nelle riunioni di governo: da ottobre si allarga, la forbice con i tassi d’interesse tedeschi sfiora i due punti. La terza A, nei fatti, è già svanita. Non sono percentuali da capogiro come quelle italiane, ma il trend è quello, visibile e tangibile. Tanto più che nessuno scommette seriamente su una ripresa della crescita a breve termine. Se per il quarto trimestre di quest’anno l’Insee prevede un rotondo 0 per cento, la sfera di cristallo degli analisti non mostra segni di miglioramento per il 2012, al massimo uno 0,7 per cento. Ne patiranno soprattutto le cifre dell’occupazione.

PER NICOLAS SARKOZY, che oggi incontrerà a Strasburgo Angela Merkel e Mario Monti, è essenziale rinviare le scelte portatrici di “lacrime e sangue” a dopo le elezioni presidenziali. Ma non puo’ neanche starsene con le mani in mano ad osservare la situazione degradarsi di giorno in giorno. Eccolo allora varare o proporre alcune misure tampone: accelerare i tempi di applicazione della riforma delle pensioni (che fissa a 62 anni l’età della quiescenza), aumentare l’Iva in settori portanti come la ristorazione… Sei mesi di ossigeno, questo il suo obiettivo immediato. E soprattutto, in questi sei mesi, un grande attivismo sul piano europeo e internazionale. Interessante l’analisi che ne faceva nei giorni scorsi Le Monde: Sarkozy il neogollista al cospetto di Merkel la federalista e di Monti il liberale. Il neogollista vorrebbe un’unione politica ristretta alla sola eurozona, fermamente guidata dai capi di governo, con buona pace della Commissione. Gli piace l’idea di pochi ma buoni, e che decidano all’unanimità e non a maggioranza, come invece vuole ogni buon federalista. Merkel gli obietta che questa non è l’Unione europea, ma un suo surrogato a uso e consumo francese, visto che la zona euro è priva di Commissione, di Parlamento, di Corte di giustizia. In una parola, non ha nulla di federale. Quanto a Monti, si può immaginare che non sia certo contrario a una maggiore integrazione politica, ma a patto che vi sia maggiore concorrenza sul mercato dei 27 membri dell’Ue, e quindi meno aiuti pubblici alle aziende in crisi e non, ai quali invece Sarkozy indulge volentieri. Se Angela Merkel è sicuramente felicissima che Mario Monti abbia rimpiazzato Silvio Berlusconi, Nicolas Sarkozy sarà più guardingo. Berlusconi a volte gli faceva comodo: “Non è un problema, alla fine dice sempre di sì a tutto”, confidavano i diplomatici francesi nei corridoi dei vertici. Mario Monti, si sa, non è della stessa pasta. Ciò detto, è improbabile che i tre oggi a Strasburgo parlino di filosofia politica comunitaria. Sul tappeto urgono altri problemi più pedestri, ma non meno importanti.

di Gianni Marsilli, IFQ

24 novembre 2011

Comandano loro. Sulle manovre ora decide l’Europa

Nuove regole trasferiscono la politica economica a Bruxelles

Forse un giorno gli storici ricorderanno la data di ieri come il giorno in cui è nata l’Europa politica e gli Stati nazionali hanno esaurito la loro funzione. “Dobbiamo metterci in testa che senza una governance economica più forte in Europa è impossibile sostenere la moneta unica”, perde un po’ del suo aplomb europeo il presidente della Commissione José Barroso mentre, nella sala del palazzo Berlaymont a Bruxelles, annuncia che la sovranità in materia di politica economica passa a livello europeo.

DECIDERÀ tutto la Commissione, con il Consiglio europeo (quello che riunisce i capi di Stato e di governo) concedendo un piccolo ruolo anche al Parlamento (europeo, ovviamente): sarà la Commissione o un organo terzo a dire se gli Stati stanno mentendo sulle previsioni di crescita – come a lungo ha fatto l’ex ministro Giulio Tremonti –, se le misure di bilancio sono conformi alle esigenze del Paese, se vanno riscritte e come, se uno Stato deve ricevere aiuto dal fondo Efsf o per altre vie. Perché “abbiamo visto che i Paesi tendono ad aspettare fino all’ultimo momento prima di chiedere aiuto, con il risultato che la situazione degenera”, spiega il commissario agli Affari economici Olli Rehn, che presto avrà i superpoteri che derivano dalla carica tutt’altro che formale di “mister Euro”, guardiano della moneta unica.

Partito Mario Monti, finite le celebrazioni dei fasti di una Commissione ridotta all’ombra di quella dei tempi di Super Mario, Barroso e Olli Rehn celebrano la vigilia del meeting a Strasburgo di Angela Merkel e Nicolas Sarkoxy (più Monti) cercando di stabilire che in futuro tutte le decisioni che contano in politica economica passeranno da Bruxelles. In due documenti presentati ieri si stabiliscono regole che riguarderanno anche l’Italia. Ogni anno i Paesi della Ue dovranno presentare a Bruxelles la politica di bilancio. Se alla Commissione non piace, la devono riscrivere, cioè fatte a livello europeo e non addomesticate dai singoli ministeri nazionali. I Paesi in crisi che non rispettano gli impegni presi si vedranno tagliati i fondi europei (tipo quelli che in Italia arrivano per lo sviluppo del Mezzogiorno). “Ma avete la legittimità democratica sufficiente per assumervi queste responsabilità ?”, chiede un giornalista in conferenza stampa. Bar-roso si inerpica in un discorso sulla democrazia rappresentativa e su come anche organismi che non rispondono a nessuno, come la Bce e in parte la Commissione, siano democratici se nominati da soggetti democraticamente eletti. Poi conclude: “La democrazia non è più possibile se limitata all’interno di uno Stato, va integrata con a livello dell’Unione. Oppure siamo nelle mani degli speculatori finanziari che non sono soggetti ad alcun vincolo democratico”. Chissà se Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, che già hanno sfasciato il patto di Stabilità violandolo senza sanzioni tra il 2003 e il 2006, sono disposti a farsi dettare il bilancio da Barroso e Rehn.

DI CERTO la cancelliera tedesca, per ora, sembra preoccuparsi più della gestione di questa crisi anziché di come prevenire quelle future. “È straordinariamente riduttivo che la Commissione Ue suggerisca gli Eurobond. Con la socializzazione del debito non si risolve il problema. La Bce non può stampare moneta per salvare l’euro, e i Paesi in difficoltà dovranno rispettare gli obiettivi fissati per il risanamento dei loro conti pubblici”, ha detto ieri la cancelliera davanti al Bundestag. In un colpo solo, ha detto che la Banca centrale europea non deve sostenere senza limiti gli Stati in crisi, che Spagna, Grecia, Portogallo, Italia e Irlanda devono rassegnarsi a sacrifici, riforme e recessione senza più aiuti dall’esterno e ha affossato per l’ennesima volta gli Eurobond. Sotto questa etichetta vanno tutti i tentativi di trovare un sistema di garanzie europeo ai debiti nazionali più fragili. Ieri, con una precisa scelta di tempi, Barroso ha presentato il “green paper” sugli “Stability bond”, cioè il primo documento ufficiale che introduce un tema di cui si discute a livello accademico da anni. Soltanto mettendo in comune una parte dei debiti pubblici nazionali si può sperare di ridurne i rendimenti ormai arrivati, per molti Stati inclusa l’Italia, a livelli proibitivi. La Germania non vuole, perché sa bene che significa il bis di quanto fatto con l’euro: regalare un po’ della propria forza agli altri.

“È UN DOVERE della Commissione aprire il dibattito, un anno fa tutti si opponevano al rafforzamento del fondo Salva Stati Efsf e all’ipotesi di un intervento nel mercato secondario del debito, poi si sono convinti”, dice Barroso. E non è escluso che abbia ragione, visto che ormai la crisi del debito si è avvitata in una tale spirale che ieri è stata proprio la Germania, cioè il Paese più solido di tutti, a non riuscire a vendere il proprio debito all’asta perché paga rendimenti all’1,98 per cento, sotto l’inflazione. E prestare soldi alla Germania significa rimetterci per gli investitori. Qualcosa deve cambiare in fretta, o perfino Berlino rischia di andare in crisi di liquidità.

di Stefano Feltri, IFQ

24 novembre 2011

La Cassazione conferma 2 anni a Brancher

Non c’è pace per Aldo Brancher, deputato del Pdl ed ex ministro, sia pure per soli 17 giorni, dell’ultimo governo Berlusconi. Mentre il suo nome finiva nell’inchiesta romana su Enav e Finmeccanica, la Cassazione depositava la sentenza definitiva di condanna per appropriazione indebita aggravata e ricettazione (oltre 800 mila euro), emessa dai giudici di Milano. La Suprema corte, nelle motivazioni, dedica anche ampi passaggi all’ex ministro per la semplificazione, il leghista Roberto Calderoli, archiviato. Era accusato di aver preso 100 mila euro in contanti da Fiorani, tramite il collega pidiellino.    Brancher se l’è cavata con due anni e 4 mila euro di multa (quindi niente carcere), grazie alla scelta del rito abbreviato che prevede lo sconto di un terzo della pena. Era finito sotto processo per un filone d’indagine legato al tentativo di scalata all’Antonveneta da parte dei cosiddetti furbetti del quartierino. Scrive la Cassazione: gli ex vertici della Bpl , Fiorani e Gianfranco Boni, insieme a Brancher, hanno commesso “appropriazione di denaro in danno della società offesa (la banca, ndr), mascherata da contestuali operazioni fittizie(…)”. È emerso “con chiarezza che i dirigenti di Bpl avevano disposto arbitrariamente(…) di denaro della banca distraendolo in favore proprio e dei coniugi Brancher”. Anche la moglie del deputato, Luana Maniezzo, è stata processata, per competenza a Lodi, e a ottobre ha beneficiato della prescrizione.    Quando nel luglio 2010 Brancher ha scelto il rito alternativo, ha salvato se stesso e pure il carroccio. Quindi l’asse Bossi-Berlusconi, fondamentale per l’allora premier, alle prese con Fini il “traditore”.

INFATTI, nei mesi scorsi, in momenti di tensione tra il Senatur e il Cavaliere, alle riunioni di Arcore si è rivisto proprio Brancher.    Il rito abbreviato prevede un processo “allo stato degli atti”. Il deputato, dunque, ha evitato la testimonianza del suo grande accusatore, Fiorani e quella politicamente imbarazzante del suo ex coimputato, Calderoli. L’episodio in cui è coinvolto l’esponente leghi-sta, però, lo valorizza la Cassazione nel passaggio in cui concorda con i giudici milanesi sulla credibilità dell’ex banchiere . “È stato posto in rilievo che Fiorani, nel corso di due interrogatori, aveva dichiarato che nel febbraio/marzo 2005, Brancher, a Roma, gli aveva detto che egli e il sen. Calderoli avevano bisogno di 200.000, per le spese della campagna elettorale. Al ritorno a Lodi egli aveva detto a Spinelli (Silvano Spinelli, factotum di Fiorani, ndr) che vi era la necessità di preparare quella somma in contanti, dando per scontato che li avrebbe prelevati dalla ‘cassa nera’ (…). Brancher e Calderoli nel giorno fissato, si erano presentati nel suo ufficio. Spinelli, era nei pressi dell’ufficio del Fiorani con una busta gialla contenente la somma di 200.000 euro; quindi, vi era stato un dialogo tra il Fiorani, Brancher e Spinelli, nel corso del quale quest’ultimo aveva consegnato la busta al Brancher. Costui, ricevuta la busta, aveva raggiunto il Calderoli che si trovava in un’altra sala, ma Fiorani aveva sottolineato di non avere assistito alla divisione della somma tra loro due, ma aveva potuto notare che il Calderoli era visibilmente entusiasta, tenendo, in seguito, un accalorato discorso in favore della BPL”. Ancora la Cassazione sottolinea che i giudici di primo e secondo grado hanno trovato riscontro a quel racconto “in quanto riferito da Spinelli che aveva ricordato sostanzialmente l’episodio negli stessi termini”. Come i giudici di merito, anche la Cassazione ritiene che l’unico interrogatorio di Calderoli, davanti al pm Eugenio Fusco, non inficia la deposizione di Fiorani, nonostante l’ex ministro parli di un breve incontro di un quarto d’ora: “Il sen. Calderoli aveva ovviamente esercitato il suo diritto di difesa rispetto ad un’accusa che lo vedeva come destinatario finale di una somma di illecita provenienza e non doveva quindi sorprendere il fatto che avesse reso una versione che escludeva anche solo la possibilità che il collega parlamentare avesse potuto ricevere denaro a lui asseritamente in parte destinato”.    La sola parola di Fiorani (Brancher non si è mai fatto interrogare) ha portato il pm Fusco a chiedere l’archiviazione per Calderoli, confermata dal gup.

A QUESTO proposito, la Cassazione sembra rimarcare come quella decisione fosse processualmente inevitabile, ma non ha nulla a che vedere con la veridicità del racconto di Fiorani: “È stato, ancora, opportunamente evidenziato come l’archiviazione nei confronti del Calderoli fosse stata pronunciata perché l’esistenza dell’accordo di suddivisione (dei 200 mila euro, ndr) derivava solo dalle dichiarazioni dell’on. Brancher riferite da Fiorani e non certo perché quest’ultimo non era stato ritenuto attendibile in relazione al verificarsi del fatto. E’ stato altresì sottolineato come, proprio dai documenti prodotti dalla difesa del senatore Calderoli e in particolare dagli articoli dedicati dai quotidiani all’evento, emergeva che il parlamentare si era trattenuto presso i locali della BPL, con l’on. Brancher e altri, per circa un’ora e non per i 15 minuti indicati dal senatore”. E Calderoli incassa un’altra smentita.

di Antonella Mascali, IFQ

Condanna Aldo Brancher in aula 

24 novembre 2011

Pontecagnano un aeroporto per pochi intimi

L’aeroporto di Salerno (o Pontecagnano) è il più comodo d’Italia. Anche se via Olmo è Comune di Bellizzi, anche se il cartello indica destra (sbagliato!) anziché sinistra (corretto!), anche se costeggi una discarica abusiva, anche se l’asfalto è un maglione bucato. L’aeroporto di Salerno è adorabile: parcheggi senza monetine e senza maledire. È accogliente: panchine bianche e larghe, cestini per i rifiuti, carta, cartone, plastica, vetro e misto. È moderno: c’è la scritta enorme Costa d’Amalfi. Peccato che sia completamente deserto.    Cinque minuti a mezzogiorno, t’aspetti traffico, valigie, confusione. E invece avverti soltanto un rumore sordo, due colpettini a bassissima quota: due pacchi di patatine, non unte non fritte, che il custode compra per sé. E mentre sgranocchia, spiega: “Fra 5 ore c’è un volo per Milano oppure domani mattina”. E poi basta, niente. Capodichino (Napoli) è lontano un’ora di autostrada. Vuoi mettere, però, l’ebbrezza di sorvolare la statale Litoranea piena di puttane notte e giorno? “Pure i principi William e Kate volevano atterrare qui!”, racconta fiero Carmine Maiese, persona cortese, presidente del consiglio di amministrazione. E lei? “Ho chiesto: che mezzo avete?”. E quindi? “Nulla. Troppo grande per noi. Rischiavano di schiantarsi con la nostra pista di un chilometro e mezzo”. Che la Regione giura di raddoppiare con 50 milioni di euro.

LA PISTA, benedetta: una striscetta ridicola per il trasporto civile, perfetta per i privati e i paracadutisti. In provincia di Salerno, un paio di curve da Pontecagnano, vola addirittura Alitalia. E come fa? “C’è un accordo”, risponde sconsolato Maiese. Una convenzione strampalata sia per l’aeroporto di Salerno che per la compagnia di bandiera. Il Consorzio Salerno-Pontecagnano, cioè 18 soci fra Provincia, Comune e Camera di Commercio, stacca un assegno di 3,5 milioni di euro l’anno, Alitalia incassa il contributo pubblico e garantisce un servizio 5 giorni a settimana con un vettore di 30 posti: andata a Milano all’alba e ritorno, ancora a Milano e rientro in serata. L’esterofilia è durata sei mesi con una rotta settimanale per Barcellona e Bucarest. Un gioco a perdere: “Nessuno ci guadagna. Perché la tratta costa 5 mila euro – riflette Maiese – e l’aereo conta 15 o 20 persone al massimo”. Come il custode che scopre le patatine nel distributore automatico, facilissimo : trovare un biglietto a 100 euro è un affare se il pezzo medio oscilla fra 200 e 250.    Forse l’Aeroporto di Salerno vanta un primato mondiale: ogni giorno ci sono più dipendenti che passeggeri. Il presidente, preciso: “Eh, spese abbondanti: 50 assunti, 3 squadre di vigili del fuoco, 3 gruppi di sorveglianza. Cento, più o meno”. Semplice intuire che sia un’azienda disastrata, e giovane anche: gran debutto Salerno-Milano il 12 maggio di 3 anni fa.

NON ARRIVA il fallimento perché la cattiva politica è una tassa puntuale per i cittadini: bilancio 2010, passivo di 2,4 milioni di euro; nel 2011, peggio, 3,2 milioni. E così sempre, al ritmo di 2 milioni se l’annata è positiva. Con sofferte e sincere scuse ai cittadini, una società (pubblica) avrebbe licenziato se stessa. A Salerno, però, vogliono l’aeroporto. Come Napoli, più di Napoli, abbasso Napoli. E dunque Edmondo Cirielli (Pdl), il presidente della Provincia, annuncia trionfante vagonate di euro: “Cento milioni! Per il nostro aeroporto, ci pensate? La Regione ha sbloccato i fondi”. Piano. Una delibera regionale, una settimana fa, promette 50 milioni di euro per un progetto vecchio di tre anni: espropriare il terreno (ovviamente privato, perlopiù serre contadine), allungare la pista, sfondare il capannone e farne tre. E poi, semmai, di nuovo 50 milioni per asfaltare le strade e scavare gallerie. La matematica di Cirielli è ineccepibile: se la somma fa il totale, direbbe Totò, siamo esattamente a cento. Maiese gongola: “Non possiamo vivacchiare con milioni di euro sprecati, dobbiamo investire: la pista è l’unica possibilità”. L’unica, certo. E se l’investimento va male? “Nooo. Noi dobbiamo avere un milione di passeggeri per creare mille posti di lavoro”. Di posti, per adesso, ne avete cento: “Quando costruisci una casa mica ti chiedi se funziona? Se non ti piace, la vendi. Basta con la politica che ragiona per i fatti suoi. Noi vogliamo Boeing e Airbus”. Aerei giganti che planano sui centri abitati? “Credo sia distante un chilometro. Come Napoli, che fa?”. A dire il vero: 200 metri. “Sono case agricole”. Non avete paura che l’aeroporto sia inutile? “Nooo. Sai che bello per i vip imbarcarsi per New York con i bagagli a Salerno?”.    Ennesimo rumore sordo, cambio di custode, stavolta sceglie salatini integrali. Almeno si risparmia sui grassi.

di Carlo Tecce, IFQ

L’ingresso dell’aeroporto Salerno-Costa d’Amalfi (ANSA)

24 novembre 2011

Il barone di Monthausen

Il barone di Munchausen era noto per spararle grosse. Raccontava di un suo viaggio sulla luna, di una cavalcata su una palla di cannone e soprattutto di com’era uscito illeso dalle sabbie mobili, in groppa al suo cavallo, afferrandosi per i capelli e tirandosene fuori. Insomma, di aver saltato più alto di se stesso. Questo paradosso ben si attaglia all’avventura di Mario Monti, chiamato a saltare più alto della classe politica che gli ha dato la fiducia dopo averla data ai governi che ci hanno trascinati nelle sabbie mobili, soprattutto l’ultimo. Visti i livelli raggiunti dalla corruzione e dall’evasione, dovrà fare leggi anti-corruzione e anti-evasione, ma soprattutto farle approvare da quei partiti che da 17 anni non ne hanno mai voluto sapere (dal 1999 si sono alternati tre governi di centrosinistra e due di centrodestra, ma nessuna maggioranza ha mai neppure tentato di ratificare la convenzione anti-corruzione siglata a Strasburgo nel 1999 dai tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa, Italia compresa). Viste le dimensioni del conflitto d’interessi che infesta tutta la vita istituzionale, le autorità “indipendenti”, le tv, i giornali, le banche, le borse, le aziende pubbliche e private, il mercato degli appalti, lo sport, le università e purtroppo anche il governo Monti ( agoravox.it   pubblica un’inquietante inchiesta sui potenziali conflitti dei nuovi ministri, e speriamo non aumentino con i sottosegretari, visti certi nomi che circolano), urge una legge sul conflitto d’interessi; ma chi mai la voterà, visto che i partiti sono gli stessi che non l’hanno mai voluta fare, troppo impegnati a creare conflitti d’interessi? Stesso discorso per l’ormai improcrastinabile potatura di caste e cricche, premessa indispensabile per rendere digeribile l’amara medicina dei tagli alle pensioni e allo stato sociale. Solo un governo tecnico ha qualche speranza di costringere la politica a ridurre i suoi costi e a rinunciare ai suoi privilegi. Ma il paradosso è che poi quei tagli tecnici dovranno passare sotto le forche caudine del Parlamento politico, dove caste e cricche pullulano e ingrassano. Se poi perfino un galantuomo come Monti sente l’esigenza di ringraziare pubblicamente, nel suo discorso d’insediamento, un signore, Gianni Letta, che non è nemmeno parlamentare, che ha passato la vita a difendere gli interessi di Berlusconi e che dalle indagini emerge come il santo protettore di Bertolaso (inquisito per corruzione), Bisignani (che sta patteggiando per la P4) e Guarguaglini (indagato per corruzione), nonché del generale Pollari e di altri gentiluomini di campagna, bè, altro che saltare più in alto di se stesso. L’Espresso rivela il ruolo di Letta anche in un altro mega-scandalo, molto trascurato dalla grande stampa anche perché investe un grande inserzionista pubblicitario della grande stampa: il caso della Menarini farmaci, accusata di aver truffato 860 milioni allo Stato col solito trucco dei rimborsi per medicinali a prezzi gonfiati. L’azienda, nella campagna elettorale del 2008, finanzia con 400 mila euro a 54 candidati del Pdl, tutti eletti. Un anno dopo passa all’incasso, tentando di piazzare un emendamento che dispensi i propri utili dai tagli delle Regioni. E mobilita l’amica Maria Angiolillo, tenutaria del salotto più esclusivo e trasversale di Roma, la quale, come risulta dalle intercettazioni del Nas, spalanca alla Menarini le porte dei ministeri, in particolare del solito Letta. Faceva tenerezza, ieri, la scena del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà, ex presidente dell’Antitrust, allievo e successore di Letta, che incontra Guarguaglini, protetto di Letta, per discutere dell’affare Finmeccanica, dove persino Giovanardi si vanta di aver piazzato un amico segnalandolo a Letta. Fortuna che ora, a vigilare su tutti i conflitti d’interessi, c’è l’avvocato Pitruzzella, ex socio di Schifani, che ha pure scritto un libro con Cuffaro. Siamo in buone mani.

di Marco Travaglio, IFQ

23 novembre 2011

La foto rubata e l’orrore nazista

Nel 1942 nella Varsavia occupata dai nazisti un impiegato delle poste membro della Resistenza aprì una lettera che un soldato tedesco aveva inviato a casa.    All’interno c’era una foto. L’impiegato postale ne rimase talmente sconvolto che decise di farla avere a un coraggioso 16enne di nome Jerzy Tomaszewski, tra i cui compiti rientrava quello di trasmettere a Londra tutte le prove delle atrocità commesse dai tedeschi in Europa orientale.

Tomaszewski inviò a Londra un duplicato della foto e trattenne l’originale. Jerzy Tomaszewski è ancora vivo e, a oltre 60 anni di distanza, ha consentito alla fotografa, documentarista e scrittrice Janina Struk (Ndt, autrice, tra l’altro dello stupendo “Photographing the Holocaust: Interpretations of the Evidence”) di vedere il prezioso e terribile documento da cui la Struk ha ricavato una copia perfetta.

MA LASCIAMO che sia la stessa Struk a descrivere la fotografia apparsa nell’agghiacciante nuovo libro “Private Pictures” che raccoglie le foto personali scattate dai soldati stessi dalla guerra anglo-boera fino all’invasione dell’Iraq nel 2003. “Non lontano dalla cittadina di Ivangorod in Ucraina – scrive Janina Struk – un soldato tedesco punta l’arma contro una donna col figlioletto in braccio. Il piede della donna è sollevato da terra come se stesse tentando di fuggire o come se fosse stata appena colpita dal proiettile. Sulla sinistra dell’inquadratura si intravedono quelli che sembrano altri due fucili puntati nella sua direzione e sulla destra si vedono tre o quattro persone accovacciate accanto a un oggetto che non si riesce a distinguere. Ai piedi del soldato giace un altro corpo. Sul retro della foto c’è una scritta a mano in tedesco: ‘Ucraina 1942, Operazione Ebrei, Ivangorod’”. La foto era destinata a diventare una delle immagini più drammatiche e convincenti dell’Olocausto nazista continuamente messo in discussione dai negazionisti. Nella maggior parte delle pubblicazioni la foto è ritagliata in modo da mostrare solamente la donna e il soldato che punta il fucile contro di lei.    Nel suo libro Janina Struk si chiede per quale ragione i soldati sentono il bisogno di immortalare la loro crudeltà con la macchina fotografica. Circolano innumerevoli foto di soldati tedeschi che sghignazzano accanto a nemici impiccati o che si affollano intorno alle fosse comuni per assistere all’esecuzione di ebrei, commissari sovietici, ostaggi, uomini e donne. Ho studiato con particolare attenzione questa foto scattata a Ivangorod. Riesco persino a immaginare cosa possono essersi detti i soldati tedeschi in quel drammatico momento. “Ehi, Hans, lì alla tua sinistra stanno ammazzando degli ebrei. Prendi la macchina fotografica. Guarda quella donna. Sbrigati!”. Ovviamente, la tradizione continua. Basta dare uno sguardo ai video realizzati dai soldati americani in Iraq dove si vedono le loro vittime assassinate. Ho ingrandito la foto scattata in Ucraina nel 1942 per poterne osservare ogni benché minimo dettaglio. Poi ho telefonato a Janina Struk. Le ho detto che anche l’“altra persona” distesa ai piedi del soldato è una donna. Da quello che si vede aveva i capelli pettinati con la scriminatura al centro. Cadendo a terra le braccia sono finite entrambe sul lato destro del corpo. Indossa una gonna da cui spunta la gamba sinistra. “Ci sono quattro uomini in tutto”, le ho detto. Tre hanno un berretto di panno e indossano un giubbotto e il quarto indossa un cappotto pesante.    Guardando attentamente la foto si potrebbe avere l’impressione che il soldato stia sparando ai quattro uomini e che a colpire la donna con il bimbo in braccio sia in realtà uno degli altri due fucili che si intravedono sulla sinistra dell’immagine. Ma la cosa che mi ha colpito è stato il terreno sulla destra della foto.    Janina Struk parla di “un oggetto che non si riesce a distinguere” sulla destra della foto. A me sembra un’asta di legno. In quel punto vedo della terra smossa. Il paletto era forse un segno? “Scavate la vostra fossa fino a questo punto”. Sarà stato questo l’ordine dei soldati tedeschi alle vittime ? Dietro all’asta di legno si scorge una pala in tutto e per tutto identica a quelle che ho visto in molte altre foto che ritraggono esecuzioni sommarie e fosse comuni.    Incredibilmente quando la foto apparve in un libro pubblicato dopo la guerra nella Polonia comunista, un giornale di destra della Germania occidentale, il “Deutsche Soldaten Zeitung”, se ne uscì con il titolo “Attenti alle falsificazioni”. L’uomo che punta il fucile contro la donna che tiene in braccio il figlioletto non indossa l’uniforme tedesca e nemmeno il fucile è tedesco, scrisse il giornale. Un certo professor Otto Croy accusò i polacchi di aver falsificato la foto a scopo di propaganda.

PER FORTUNA poi si fece avanti un ex membro dell’Einsatzgruppen di Hitler, cioé a dire delle squadre speciali che avevano assassinato un milione di ebrei in Ucraina. Il soldato della foto indossa la divisa dell’Einsatzgruppen – dichiarò il testimone – e imbraccia il fucile in dotazione a quelle formazioni. Servono altre prove? Anni dopo fu allestita a Dresda una mostra fotografica sulle atrocità commesse dai nazisti in Europa orientale e in quella circostanza un vecchio fissò a lungo quelle foto spaventose. Poi scoppiò a piangere. E mentre usciva di corsa dalla sala della mostra urlò: “Sono io… quello sono io”.  di Robert Fisk

Copyright The Independent – Traduzione di Carlo Antonio Biscotto, IFQ

Ucraina 1942, Operazione Ebrei, Ivangorod

 

23 novembre 2011

Gip senza scorta, sit in dei colleghi

Per la prima volta, non era mai accaduto prima, a fare da scorta al giudice Marina Tommolini, vittima di gravi minacce ignorate dalle istituzioni, ci sono i colleghi dei tribunali di Teramo, Giulianova e de L’Aquila. Un commando di camorristi, questa l’ipotesi più accreditata, ha bruciato la sua auto e quella del maresciallo Spartaco De Cicco suo amico personale e vicino di casa. Poi, visto che alla gip non era stata affidata alcuna tutela, alcuni giorni dopo, intorno alle 18:30, due persone con l’intento di minacciarla sono entrate nella sua abitazione di Martinsicuro. Ma neppure questo ennesimo grave episodio è bastato a farla proteggere. Solo ieri il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica ha deciso che i carabinieri sorveglieranno la sua casa, ma solo di notte e che avrà diritto a una tutela a confine, e non è una battuta: tutte le mattine la sua auto verrà seguita da una pattuglia fino ai confini comunali, da dove proseguirà sola per 50 chilometri fino al Tribunale di Teramo; nel pomeriggio verrà ripresa in consegna dal punto dove è stata lasciata. Non osiamo pensare cosa sarebbe accaduto se si fossero mobilitati i colleghi della Corte d’appello de L’Aquila, Armanda Servino e Aldo Manfredi e il giudice al Tribunale di Teramo nella sezione distaccata di Giulianova, Giovanni Cirillo con in testa il presidente del Tribunale di Teramo Giovanni Spinosa. “Quando ho appreso il fatto erano le nove di sera, sono bastate alcune telefonate per far scattare una mobilitazione spontanea di grande valore umano”, dice il presidente Spinosa. Un sit-in di solidarietà, certamente, ma anche di protesta verso un comportamento degli organi preposti ad intervenire difficile da definire. Marina Tommolini è una donna di 48 anni, forte e tenace, se c’è un ruolo che non le si addice è quello della vittima.    “Hanno colpito me e il maresciallo De Cicco per colpire le istituzioni che rappresentiamo” le sue uniche parole. A tormentarla è il timore che venga minacciata la serenità degli anziani genitori che quel giorno, quando i due hanno scavalcato il cancelletto del vicino e sono entrati nella sua casa, erano appena usciti. Intanto la camorra, che nel teramano così come a Pescara, prosegue nella sua attività di riciclaggio aprendo negozi, bar lussuosi, centri commerciali, ha raggiunto il suo obiettivo: inviare un messaggio preciso: “Qua comandiamo noi”. Ne è sicuro Giovanni Cirillo, che presiede la Corte d’assise e svolge anche, a causa dell’organico insufficiente, come è accaduto quest’estate, la funzione di gip: ”È un segnale molto preoccupante che vede lo Stato lontano. Chi di dovere era a conoscenza da giorni della drammatica situazione subita dalla collega e l’ha lasciata sola. Ha avuto una tutela solo dopo la nostra protesta, ma non l’auto di scorta che deve arrivare dal ministero, dicono”. Mentre al maresciallo dei reparti investigativi, nulla. A sostenere che la Camorra sta conquistando pezzi di territori al centro Italia è un magistrato che ha lavorato molti anni alla Procura di Salerno e conosce molto bene il fenomeno: “Non è stata una cosa pensata e fatta così alla meglio, ma organizzata. Sono stati visti sei uomini scendere da due auto al rifornimento di benzina, hanno riempito le taniche di benzina e sono ripartiti. Benzina con cui hanno incendiato le macchine della collega e del maresciallo”.    L’allarme dato da alcuni passanti ha evitato che le fiamme si propagassero. Ma c’è dell’altro, continua il dottor Cirillo: “Hanno fatto tutto questo pur sapendo che vi erano indagini in corso anche sul loro conto visto che alcuni erano già stati sentiti”. Una sfida lanciata a uno Stato che non solo fatica a proteggere i suoi servitori quando vengono minacciati, ma che deve fare i conti con la mancanza di mezzi per una efficace lotta alla criminalità organizzata, al di là dei proclami: pattuglie ferme perché non ci sono i soldi per la benzina, fotocopiatrici fuori uso per mancanza di carta e di inchiostro, poliziotti che non ricevono gli straordinari, procure sguarnite per carenza di organico. Sono solo alcuni dei colori che dipingono un quadro triste e sconsolante di uno Stato che sempre più spesso si trova a subire mostrando di essere incapace di reagire e di agire.

di Sandra Amurri, IFQ

23 novembre 2011

Angela Napoli: “Reggio, comune da sciogliere”

Non c’è più tempo da perdere: nel rispetto di tutte le norme e di tutto il garantismo possibile, bisogna valutare la possibilità dello scioglimento per mafia del Comune di Reggio Calabria”. Angela Napoli, membro della Commissione parlamentare antimafia e da poco eletta coordinatrice regionale di Fli in Calabria, ha appreso da poco la notizia che il Viminale ha già avviato le procedure chiedendo al prefetto della città dello Stretto una ampia relazione . “Ho presentato una interpellanza ai ministri di Interno, Giustizia e Tesoro. Il livello di infiltrazione è ormai documentato dalla vicenda Multiservizi, la società di Comune e privati dove la famiglia Tegano era uno dei soci più forti. Ma c’è anche altro, tanto altro”.    Onorevole, sarà travolta    da attacchi e polemiche.    Li aspetto, conosco i loro metodi. Qui non è più questione di lotta politica e di schieramenti, il livello di infiltrazione della ‘ndrangheta nella vita politica e nelle istituzioni è provato da inchieste giudiziarie e condanne. Cosa deve succedere ancora?    Ci dica cosa è già successo.    Qui c’è un signore, Zumbo, che viene arrestato perché informava i mafiosi su inchieste e arresti. È un uomo che è stato in contatto con settori dei servizi segreti, ha gestito beni sequestrati ai mafiosi, è stato collaboratore di importanti uomini politici della maggioranza che governa la Regione. Sua moglie è stata arrestata per la vicenda mafia e Multiservizi, c’è bisogno d’altro? Sul Comune grava un buco di bilancio di 170 milioni di euro e, sullo sfondo, c’è la tragica vicenda del suicidio della dottoressa Fallara. L’ex consigliere comunale Marcianò, oggi alla Provincia, è tra i protagonisti dell’inchiesta “Meta” per i suoi rapporti con il clan Alvaro di Sinopoli. Un altro consigliere comunale viene fotografato in compagnia di un picciotto di mafia mentre si trastulla con un revolver, per un altro viene chiesto il rinvio a giudizio per aver favorito l’assunzione in una società del Comune della parente di un imprenditore accusato di mafia. Mi fermo per chiedermi cos’altro deve succedere perché lo Stato faccia tutto quello che deve fare per capire chi comanda a Reggio?    Chi comanda, onorevole?    Un sistema di mafia, massoneria e affari, con l’intervento, quando è necessario di servizi segreti deviati. Si approfondisca la vicenda del tritolo trovato anni fa in un ufficio del Comune quando sindaco era Scopelliti, ci si chieda chi dirigeva il centro del Sismi, ad esempio.    Ogni volta che si parla di    mafia e politica in Calabria, il governatore Scopelliti va su tutte le furie e accusa i giornalisti di lavorare per conto di lobby e di essere una cricca.    Una cricca fatta da Stampa, Fatto Quotidiano e Sole 24 ore, sarebbe una cosa veramente ridicola. Scopelliti farebbe bene a chiedere che si accertino i fatti. Io non l’ho votato e per le elezioni regionali non sono andata al seggio perché non mi piacevano i candidati. Un anno fa hanno arrestato Santi Zappalà, altri nomi erano chiacchierati, eppure non si volle fare pulizia.    Chi è Giuseppe Scopelliti?    Un ragazzo che ho cresciuto ai tempi del Fronte della Gioventù. Devo dire che la sua prima esperienza da sindaco non la giudico negativamente. I problemi sono arrivati dopo, quando si è attorniato di persone che pensavano solo agli affari, quando si è fatto risucchiare nelle nebbie del sistema Reggio. Un tumore che divora tutte le istituzioni, dalla magistratura alle forze dell’ordine, dall’università alla Regione. Qui Scopelliti ha riprodotto lo stesso schema, con gli stessi uomini e gli stessi dirigenti che aveva con sé al Comune. Altro che modello Reggio, ha vinto il sistema Reggio.

di Enrico Fierro, IFQ

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