La fattoria dei maiali

C’è qualcosa di più fastidioso che avere una finestra affacciata su un porcile? Sì, averci la porta d’ingresso. Da una finestra al massimo può entrare il tanfo, ma se non chiudi bene la porta rischi di trovarti a tu per tu con i porci. Il che non sarebbe poi così terribile, se si trattasse di maiali veri, sensibili creature utili in vita e in morte. Ahimè, i suini che ruzzano nel porcile Italia sono grottesche chimere, nate dal mostruoso incrocio di un Porcellum e una tenia. Il loro truogolo è il pastone politico dei telegiornali e di loro non si butta niente perché si rischierebbe una denuncia per inquinamento ambientale. Visti da troppo vicino ispirano paura, ribrezzo e depressione paralizzante. Per osservare il patrio brago senza soccombere ci vuole una finestra in posizione abbastanza elevata da metterci al riparo dagli schizzi, ma non tanto da farci sfuggire le differenze tra anziani verri come Dell’Utri e Carboni e promettenti lattonzoli come Renzo Bossi. Andrea Aloi ci propone di sbirciarli dal suo davanzale, quello di una    Finestra sul porcile. Cinquanta atti unici contro l’Italia moderna (Aliberti, euro 15). L’osservatorio di Andrea è situato al piano nobile, quello della satira. Genere che l’autore padroneggia come nessuno, essendo stato, insieme a Michele Serra e a Piergiorgio Paterlini, cofondatore di Cuore, il settimanale che ha cambiato la scrittura satirica, e, in modo ancor più profondo, quella giornalistica.

LA “RESISTENZA umana” di cui il foglio verde era organo e bandiera è stata un’intuizione di Aloi. Archiviata l’esperienza di Cuore, di cui fu anche direttore, Andrea ha guidato per diversi anni il Guerin Sportivo, nel generoso tentativo di ripianare, almeno in parte, l’enorme debito che Cuore aveva con la stampa sportiva, inesauribile fonte di materia satirica. Last but not least, è uno degli uomini più colti e divertenti sulla faccia della Terra, come ben sa chi ha la fortuna di conoscerlo di persona. Aloi è rimasto uno dei pochi a non essersi convertito alla satira puntiforme, fatta di singole battute dalla geometria perfetta come fiocchi di neve e altrettanto durevoli. Gioco troppo facile per lui, che se ricevesse un euro ogni volta che qualcuno cita “Scatta l’ora legale, panico tra i socialisti”, (un’altra sua battuta. poi diventata il più celebrato fra i titoli cuoreschi), sarebbe milionario. E ad Andrea non è mai piaciuto vincere facile. Per questo, chiamato a proporre una rubrica al Misfatto, inserto satirico del Fatto Quotidiano, ha scommesso sul ritratto-invettiva, la misura ideale per la sua penna corrosiva e preziosa, con persistenti retrogusti di Gadda e Arbasino e sentori di Benni e Berselli.    Qualcuno dirà: sfottere Briatore citando Céline è snobismo culturale. No no, il vero snobismo culturale è sfottere Céline citando Briatore, e all’occorrenza Andrea Aloi saprebbe fare egregiamente anche questo. La Finestra sul porcile, chiusa un anno fa sulle pagine del Misfatto riapre, ampliata e ristrutturata, in questo libro. Più che una finestra, un vero e proprio palco di proscenio da cui goderci gli atti unici (alias, farse) di cui la politica e l’attualità italiana della Bunga Bunga Age sono un inesauribile cartellone. Cos’aspettate a battere le mani, a metter le bandiere sui portoni? Ecco “Marra, il riporto delle nebbie”, macchietta napoletana “dai lineamenti in slavina libera” ; a seguire “Uno due tre Ma-stella”, il “raccomandante Marcos della selva irpina”; non perdetevi lo scatenato “Yes we cancan” nel Moulin Rouge (rouge? Ma quando mai) di Walter Veltroni. Finale a crepapelle con Sandro Bondi, lo Humpty Dumpty della Wonderland delle Libertà, quello che dedicava ispirati haiku a Marcello (pardon, Marcetto) Dell’Utri.    E QUI ANCHE la vis comica aloiana si ritira per manifesta inferiorità. “Estratto senza additivi aggiunti di antropologia domestica”, così l’autore definisce il suo libro nell’introduzione, tradendo, oltre a un understatement tutto piemontese, un inguaribile donchisciottismo, altro nom de plume della “resistenza umana”. Fra scambiare un mulino a vento per un gigante ed Emanuele Filiberto per un anthropos non c’è poi tutta quella differenza. E allora, l’impietoso porcile del titolo? “Non si riferisce ai personaggi descritti”, chiarisce Andrea, “ma alla grufolante e claustrofobica Italia”. Sarà vero, ma c’è il sospetto che l’allusione al capolavoro hitchcockiano sia più di un calembour, esercizio di cui Aloi è maestro e cultore. Come il protagonista della Finestra sul cortile, anche noi siamo immobilizzati con Andrea davanti a una finestra. Inchiodati qui dall’amore per il Paese in cui abitiamo e anche dalla curiosità morbosa di vedere cosa succederà in questo sventurato casamento. Il film si conclude con Jeff-James Stewart che abbaglia il malvagio Thorwald-Raymond Burr con il lampo dei suoi flash: finirà con le ossa rotte, ma riuscirà a consegnare il cattivo alla giustizia. Sarebbe un bel finale anche per la Finestra sul porcile 2. Ossa rotte a parte.

di Lia Celi, IFQ

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