Archive for settembre, 2011

16 settembre 2011

Presa per il culo aggravata

Ci sono i reati e ci sono le aggravanti; l’omicidio è punito con la prigione non inferiore ad anni 21; se lo si fa per motivi abbietti c’è l’ergastolo. Mandare a puttane l’Italia non è reato (ma dovrebbe esserlo); se lo fai prendendo i cittadini per il culo, questa sarebbe un’aggravante. Fuor di metafora, la manovra costruita per salvare il paese contiene misure inefficaci e afflittive solamente per i poveri cristi. Dove prevede qualcosa di buono e giusto, è già pronta la retromarcia o l’escamotage per non cambiare niente: sia mai che perdiamo le prossime elezioni (copyright Crosetto e altri C; la rovina dell’Italia non è un problema ma la poltrona sì). Ecco due esempi. Debbo il primo a Fortunato Laudendi ( http://www.lagazzettadeglientilocali.it  ). Come tutti sanno, le Province sono enti inutili e costosi: sistemazione di politici, amici, clienti e parenti di politici; ghiotte occasioni di affari illeciti. Perciò si propone la loro eliminazione da una vita. Ora che non c’è una lira, B&C si erano decisi: aboliamole. Per carità, ci va tempo, ci va una legge costituzionale (vero) ma lo faremo; giuriamo che lo faremo. Solo che il presidente della Provincia di Treviso e presidente dell’Unione delle province del Veneto, Leonardo Muraro, nel corso di un convegno cui partecipavano Tremonti e Bossi, ha spiegato che, al posto delle province ci saranno “enti d’area vasta” con un presidente a elezione diretta e un consiglio composto da rappresentanti della regione di appartenenza e dai sindaci dei comuni compresi nel nuovo ente. Calderoli è d’accordo: “Ci sarà un ente intermedio tra Regione e Comune”. Insomma quello che B&C aboliscono è il nome di Provincia; per il resto, soldi, poltrone, clientelismi e affarucci vari resteranno al loro posto. Secondo esempio. B&C hanno detto ai cittadini che non solo loro sono chiamati a grandi sacrifici per il salvataggio del paese. Anche la politica contribuirà: tagliando gli enti inutili (come si è visto); e decurtando i redditi dei suoi adepti. E infatti l’originario art. 13 comma 2 della manovra diceva: l’indennità parlamentare (5.486 euro mensili più diaria e rimborsi spese – che non sono toccati – per altri 7.193 euro) è ridotta del 50 per cento per i parlamentari che svolgano qualsiasi attività lavorativa per la quale sia percepito un reddito uguale o superiore al 15 per cento dell’indennità medesima. Insomma qualche parlamentare avrebbe rinunciato a 2.743 euro al mese. Adesso però c’è un art. 13 tutto nuovo (emendamento del governo): la riduzione dell’indennità… si applica in misura del 20 per cento per la parte (di reddito derivante da attività lavorativa) eccedente i 90.000 euro e fino a 150 mila euro, in misura del 40 per cento per la parte eccedente i 150 mila euro. Insomma da una riduzione misera si passa – secondo i casi – a nessuna riduzione, a riduzione miserrima, a riduzione inferiore (40% e non 50%) a quella originariamente prevista. Il tutto in via provvisoria perché (questa è un’altra perla), dopo il 2013, non ci sarà nessuna riduzione. Insomma, questa gente pagherà, in media e mal contati, 30.000 euro per uno in 2 anni e poi tanti saluti. Eccoli i “tagli ai costi della politica”. Adesso: la presa per il culo, termine che pare essere stato sdoganato da B., funzionerà solo per gli italiani o anche per la Ue? E, se gli altri paesi non ci cascheranno, i soldi ce li daranno lo stesso? Se non in prigione (ma B. e qualche altro magari ci finiranno lo stesso) li mandiamo almeno in esilio?

di Bruno Tinti, IFQ

16 settembre 2011

La fattoria dei maiali

C’è qualcosa di più fastidioso che avere una finestra affacciata su un porcile? Sì, averci la porta d’ingresso. Da una finestra al massimo può entrare il tanfo, ma se non chiudi bene la porta rischi di trovarti a tu per tu con i porci. Il che non sarebbe poi così terribile, se si trattasse di maiali veri, sensibili creature utili in vita e in morte. Ahimè, i suini che ruzzano nel porcile Italia sono grottesche chimere, nate dal mostruoso incrocio di un Porcellum e una tenia. Il loro truogolo è il pastone politico dei telegiornali e di loro non si butta niente perché si rischierebbe una denuncia per inquinamento ambientale. Visti da troppo vicino ispirano paura, ribrezzo e depressione paralizzante. Per osservare il patrio brago senza soccombere ci vuole una finestra in posizione abbastanza elevata da metterci al riparo dagli schizzi, ma non tanto da farci sfuggire le differenze tra anziani verri come Dell’Utri e Carboni e promettenti lattonzoli come Renzo Bossi. Andrea Aloi ci propone di sbirciarli dal suo davanzale, quello di una    Finestra sul porcile. Cinquanta atti unici contro l’Italia moderna (Aliberti, euro 15). L’osservatorio di Andrea è situato al piano nobile, quello della satira. Genere che l’autore padroneggia come nessuno, essendo stato, insieme a Michele Serra e a Piergiorgio Paterlini, cofondatore di Cuore, il settimanale che ha cambiato la scrittura satirica, e, in modo ancor più profondo, quella giornalistica.

LA “RESISTENZA umana” di cui il foglio verde era organo e bandiera è stata un’intuizione di Aloi. Archiviata l’esperienza di Cuore, di cui fu anche direttore, Andrea ha guidato per diversi anni il Guerin Sportivo, nel generoso tentativo di ripianare, almeno in parte, l’enorme debito che Cuore aveva con la stampa sportiva, inesauribile fonte di materia satirica. Last but not least, è uno degli uomini più colti e divertenti sulla faccia della Terra, come ben sa chi ha la fortuna di conoscerlo di persona. Aloi è rimasto uno dei pochi a non essersi convertito alla satira puntiforme, fatta di singole battute dalla geometria perfetta come fiocchi di neve e altrettanto durevoli. Gioco troppo facile per lui, che se ricevesse un euro ogni volta che qualcuno cita “Scatta l’ora legale, panico tra i socialisti”, (un’altra sua battuta. poi diventata il più celebrato fra i titoli cuoreschi), sarebbe milionario. E ad Andrea non è mai piaciuto vincere facile. Per questo, chiamato a proporre una rubrica al Misfatto, inserto satirico del Fatto Quotidiano, ha scommesso sul ritratto-invettiva, la misura ideale per la sua penna corrosiva e preziosa, con persistenti retrogusti di Gadda e Arbasino e sentori di Benni e Berselli.    Qualcuno dirà: sfottere Briatore citando Céline è snobismo culturale. No no, il vero snobismo culturale è sfottere Céline citando Briatore, e all’occorrenza Andrea Aloi saprebbe fare egregiamente anche questo. La Finestra sul porcile, chiusa un anno fa sulle pagine del Misfatto riapre, ampliata e ristrutturata, in questo libro. Più che una finestra, un vero e proprio palco di proscenio da cui goderci gli atti unici (alias, farse) di cui la politica e l’attualità italiana della Bunga Bunga Age sono un inesauribile cartellone. Cos’aspettate a battere le mani, a metter le bandiere sui portoni? Ecco “Marra, il riporto delle nebbie”, macchietta napoletana “dai lineamenti in slavina libera” ; a seguire “Uno due tre Ma-stella”, il “raccomandante Marcos della selva irpina”; non perdetevi lo scatenato “Yes we cancan” nel Moulin Rouge (rouge? Ma quando mai) di Walter Veltroni. Finale a crepapelle con Sandro Bondi, lo Humpty Dumpty della Wonderland delle Libertà, quello che dedicava ispirati haiku a Marcello (pardon, Marcetto) Dell’Utri.    E QUI ANCHE la vis comica aloiana si ritira per manifesta inferiorità. “Estratto senza additivi aggiunti di antropologia domestica”, così l’autore definisce il suo libro nell’introduzione, tradendo, oltre a un understatement tutto piemontese, un inguaribile donchisciottismo, altro nom de plume della “resistenza umana”. Fra scambiare un mulino a vento per un gigante ed Emanuele Filiberto per un anthropos non c’è poi tutta quella differenza. E allora, l’impietoso porcile del titolo? “Non si riferisce ai personaggi descritti”, chiarisce Andrea, “ma alla grufolante e claustrofobica Italia”. Sarà vero, ma c’è il sospetto che l’allusione al capolavoro hitchcockiano sia più di un calembour, esercizio di cui Aloi è maestro e cultore. Come il protagonista della Finestra sul cortile, anche noi siamo immobilizzati con Andrea davanti a una finestra. Inchiodati qui dall’amore per il Paese in cui abitiamo e anche dalla curiosità morbosa di vedere cosa succederà in questo sventurato casamento. Il film si conclude con Jeff-James Stewart che abbaglia il malvagio Thorwald-Raymond Burr con il lampo dei suoi flash: finirà con le ossa rotte, ma riuscirà a consegnare il cattivo alla giustizia. Sarebbe un bel finale anche per la Finestra sul porcile 2. Ossa rotte a parte.

di Lia Celi, IFQ

16 settembre 2011

Il re è morto

Un giorno, in un paese di merda lontano lontano, morì il re. Ma non si poteva dire. La sua corte di servi, mignotte, papponi, ladri, stallieri, menestrelli, nani, avvocati, scribi e farisei, dipendeva in tutto e per tutto da lui e non era affatto certa che il successore continuasse a mantenerla. Così, a palazzo, si misero d’accordo per non far uscire la notizia. Il medico legale, chiamato a constatare il decesso del sovrano, fu murato vivo in un sottoscala col suo referto. La notizia trapelò presso qualche gazzetta del regno, ma gli editori erano tutti finanziati dal re o dalla corte e dunque fu agevole bloccare i necrologi. Le televisioni, poi, erano tutte nelle sue mani (a parte una, controllata da un’opposizione sfigata e inetta) e cantavano le sue lodi a reti unificate. Un notiziario era diretto da un vecchio biscazziere divenuto mezzano in tarda età. Un altro, il più visto, aveva alla guida una cantatrice calva che parlava con la zeppola, nota più per le note spese che per le note politiche, e appestava il regno con “editoriali” che superavano in cortigianeria quelli del biscazziere-mezzano. Descriveva, la cantatrice, un paese fiabesco, un Regno di Saturno dove tutti erano felici, ricchi, opulenti e goderecci, e ogni sera pregavano il Cielo che il re non li abbandonasse mai. Fu così che la gente continuò a credere che il sovrano fosse ancora vivo. A corte, i fedelissimi passavano le giornate a imbellettarne e profumarne il cadaverino per mascherare i vermi e la puzza e allontanare insetti e animali necrofagi. La luce del suo studio restava accesa giorno e notte, e una controfigura della sua statura (niente di che) sedeva alla sua scrivania per mostrarlo curvo sui destini della Nazione 24 ore su 24. I giornali continuavano a narrare le sue gesta, anche amatorie, descrivendolo come un simpatico e instancabile dongiovanni, in preda a una prorompente virilità: cantando con un misto di ammiccamenti e ammirazione le virtù delle sue favorite, comprese tra i 12 e i 18 anni, e sorvolando sui supporti meccanici (argani, pompe idrauliche, carrucole, catapulte, elisir di cialis e ghisa in polvere) di cui si avvaleva negli ultimi mesi di vita. La sua seconda moglie aveva cercato di mettere sull’avviso il popolo e le istituzioni: “Mio marito è molto malato, va con le minorenni, aiutatelo”, ma fu subito silenziata come traditrice disfattista e rinchiusa in un castello periferico. Il re era solito abusare del suo immenso potere per corrompere giudici, testimoni, gendarmi, ufficiali del fisco, politici lealisti e persino qualche oppositore, per accaparrarsene i servigi. Ma anche per sistemare in posti di alta responsabilità, a spese dei sudditi, i complici delle sue malefatte per ricompensarli o silenziarli. E ogni tanto i giudici lo chiamavano a risponderne in tribunale. Ma lui, essendo morto, non vi compariva mai: i suoi avvocati inventavano le scuse più fantasiose per giustificarne la latitanza, costretti persino a mandare per il mondo una controfigura delle stesse dimensioni, pittata e asfaltata di fresco, per mostrarlo vivo e vegeto. Fuori del palazzo stazionava ogni giorno una lunga fila di postulanti vocianti: tali Mora, Fede, Lavitola, Tarantini, seguiti da un’orda di procaci signorine che la stampa si ostinava a chiamare “escort”. Minacciavano rivelazioni sul sovrano. E i cortigiani, per evitare guai, s’affacciavano al balcone per rassicurarli che il re pensava sempre a loro ed elargire a ciascuno buste imbottite di denaro contante. La notizia del decesso giunse all’orecchio dei leader dell’opposizione, ma anch’essi, fatti due conti, preferirono avallare la versione ufficiale: per non prendersi la responsabilità di governare, fatica assolutamente impari alle loro possibilità, e per continuare a poltrire e a trafficare alla sua ombra, balbettando ogni tanto “il re si dovrebbe dimettere” (tant’è che si diffuse la voce che erano morti loro). Un giorno il Palazzo fu evacuato per una puzza improvvisa e irrespirabile. Qualcuno insinuò che fosse tanfo di cadavere. Ma il portavoce si affrettò a precisare: “Il re gode di ottima salute, infatti ha appena scoreggiato”.

di Marco Travaglio, IFQ

15 settembre 2011

Firenze è roba sua, Renzi rottama la sinistra

“Se Matteo Renzi possiede un cavallo, prossimamente ce lo ritroveremo in giunta a Firenze”. Questa è la battuta che gira nel capoluogo toscano dopo il rimpasto monocolore del sindaco-rottamatore che ormai si è conquistato il soprannome di “Caligola”.

Aveva annunciato “qualche aggiustamento” all’assemblea e invece Renzi ha realizzato una vera e propria ricomposizione, soprattutto politica: sette assessori su otto del Pd, ad eccezione di Giuliano da Empoli, tra i fondatori dell’Api di Francesco Rutelli e vicino alla Fondazione Italia Futura di Montezemolo. Sono rimasti fuori i socialisti di Riccardo Nencini e l’Italia dei Valori. Sel non è stata neanche considerata. Il tentativo di contattare il sindaco e sentire il suo parere è andato a vuoto, non siamo stati richiamati. E non siamo gli unici che chiedono spiegazioni: Renzi, che ormai ha abbandonato il ruolo di portabandiera dei “giovani” del Pd ed è impegnato nel tentativo di presentarsi come antagonista di Pier Luigi Bersani alle primarie, appare più come una mossa di strategia nazionale che locale. Del resto il democratico e cattolico Renzi non ha mai nascosto di preferire l’alleanza con l’Udc di Pier Ferdinando Casini – che ha incontrato a Firenze due settimane fa per parlare di amministrative – piuttosto che quella col partito di Antonio Di Pietro.    Nella giunta fiorentina entra Titta Meucci che ottiene due deleghe pesanti: urbanistica (finora rimasta nelle mani del sindaco) e ambiente. Resta fuori la socialista Elisabetta Cianfanelli e non viene reintegrata la poltrona destinata all’Idv.

“RENZI STA distruggendo il centrosinistra – spiega il segretario toscano dell’Italia dei Valori, Fabio Evangelisti – è un uomo solo al comando. A lui Firenze serve solo come ‘predellino’ verso la candidatura nazionale, della città non gli interessa più niente e la lascia ai suoi uomini”.    Sabato sera, durante l’intervento alla festa provinciale dell’Unità, Renzi ha dichiarato che l’Idv “non è un partito affidabile per governare”. Parole che hanno fatto infuriare Evangelisti: “Se il sindaco di Firenze davvero crede che l’Idv offra un sostegno a Berlusconi, vale la pena ricordargli che, senza bisogno di pellegrinaggi ad Arcore, siamo stati noi a raccogliere le firme e a promuovere i referendum contro il nucleare, il legittimo impedimento e in difesa dell’acqua pubblica, che hanno segnato il più grande schiaffo degli ultimi anni per le politiche del governo. Lui, invece, strizza l’occhio al genero di Caltagirone, magnate del cemento, degli inceneritori, socio di spicco di Acea. Della serie cosa non si fa per una poltrona in parlamento”.

La polemica contro Renzi era stata innescata anche dalla Cgil durante la manifestazione alla quale il giovane “rottamatore” non ha presenziato, definendosi più vicino alle posizioni di Sergio Marchionne. In piazza campeggiava un grande striscione che recitava “Renzi, il sindaco che la destra ci invidia”. E, forse, con la quale vuole allearsi. I fiorentini, come molti italiani, non gli hanno ancora perdonato la sua visita ad Arcore. E spesso per questo motivo viene fischiato durante le sue uscite pubbliche. Anche all’estero lo considerano un esperto di Berlusconi, tanto che il New York Times di martedì pubblicava un duro pezzo contro il premier e Renzi veniva coinvolto dal giornalista come opinionista. Su tutt’altre posizioni il presidente della Regione, Enrico Rossi, che si è schierato a favore di un accordo imperniato sull’asse Pd-Sel-Idv. “Se a Renzi certi temi o certe alleanze non vanno a genio – ha concluso Evangelisti – possiamo sempre rottamarlo, anzi farlo riciclare in altri lidi. Magari smetteranno di invidiarcelo, ma probabilmente ne guadagnerà la coalizione e, se corre a Roma, senz’altro anche la città di Firenze”. La risposta del sindaco? “Se vogliono andare, ciao!”.

POI È ARRIVATA la polemica col partito di Nichi Vendola: “Smentiamo che siano state conferite deleghe al consigliere di Sel, Eros Cruccolini, come riportato da alcuni organi di stampa – ha detto il coordinatore provinciale Lorenzo Falchi – abbiamo più volte richiesto un incontro al sindaco nei mesi passati, per discutere del governo della città, ma di fronte alla mancata volontà di confronto sui programmi e sulle idee per la seconda parte del mandato, abbiamo valutato, nel caso ci fosse stato richiesto, non utile e non possibile un impegno di Sel nella giunta”. Meglio fuggire, insomma, prima che la città venga ribattezzata Fi-Renzi.

di Caterina Perniconi, IFQ

15 settembre 2011

Cappellacci e la pubblicità al cemento (con i soldi pubblici)

Le insuperabili epistole di Totò alla malafemmina (“Siamo noi con questa mia a dirvi”, “chiudi la parente”) e di Benigni e Troisi a Savonarola? Superate. Perché nella lettera che il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci sta pubblicando un giorno sì e l’altro pure sul quotidiano l’Unione Sarda, la realtà vince su qualsiasi ispirazione cinematografica. Due pagine piene pagate con i soldi pubblici per spiegare ai cittadini che il piano paesaggistico regionale va cambiato e che è già pronto il nuovo. È un suo vecchio cruccio fin dai tempi della campagna elettorale: in Sardegna divieti di qua, divieti di là, non si vive, e soprattutto, non si costruisce più. E allora eccola, la sua disamina. Cappellacci inizia bucolico: “Il paesaggio è di tutti noi, ancora di più è in tutti noi”, come dimenticare “la vigna di nonno all’imbrunire”, che “lascia senza fiato”, in un nostalgico tensivo. Però. C’è il però.

“NON POSSIAMO bloccare l’evoluzione della vita. E con essa l’evoluzione del paesaggio”, scrive il Cappellacci darwiniano. “Ma vivere, ed evolvere, con le regole attuali non è possibile”. La maggior parte di queste regole, puntualizza, i sardi neanche le conoscono. “Ce ne accorgiamo – scrive accorato – quando pensiamo di chiudere una veranda perché in cameretta i ragazzi non ci stanno più”. E che nessuno insinui che il governatore vuole fare solo gli affari degli immobiliaristi che premono sulla costa, che vuole svendere ai privati uno dei pochi patrimoni naturali che sono rimasti. Che Cappellacci ambientalista è: “Ce ne accorgiamo quando dobbiamo rifare il tetto con tegole fotovoltaiche per risparmiare qualche euro salvaguardando l’ambiente”. Sembra di vederlo, Cappellacci, seduto alla scrivania, penna in mano, mentre pensa: “Che faccio, ce la metto la storia della bottiglietta d’acqua? Secondo me funziona”. E via: “Ce ne accorgiamo quando per trovare una bottiglia di acqua fresca sotto l’ombrellone dobbiamo tornare a prendere la macchina e cercare un bar da qualche parte ma non so dove”.    Non si capacita proprio come sia possibile non avere uno stabilimento ogni metro di costa, che la spiaggia incontaminata sarà pure bella, però vuoi mettere Rimini. “Ce ne accorgiamo – prosegue – quando leggiamo che i turisti non vengono più in Sardegna perché preferiscono gli alberghi con i servizi adeguati in Croazia piuttosto che in Marocco”. E poi, senza dimenticare ovviamente le case sarde che costano trent’anni di lavoro perché non se ne possono costruire di nuove, il climax: “Ce ne accorgiamo quando vediamo in tivù le immagini delle villette sequestrate perché totalmente abusive, perché quando tutto è vietato e non c’è nessuna direzione verso cui andare, prima o poi qualcuno sfonda il recinto”. Ha scritto proprio così: “Totalmente abusive”, e “uno prima o poi sfonda il recinto”. Come a dire: con queste leggi è normale che uno sia portato a delinquere, perché “le regole di oggi vietano e bloccano. Ma allora non sono regole: sono divieti e blocchi”.

ORA MEZZA Sardegna si sta chiedendo chi abbia scritto la lettera, se sia totalmente farina del suo sacco o se abbia assoldato un consulente, e quale delle due sia l’ipotesi peggiore, e questo è il lato comico. Se non fosse che la storia è serissima: “Dietro ci sono affari miliardari, interessi di immobiliaristi che hanno già l’ombra delle mani sulla costa e sul paesaggio e che non aspettano altro che il pronti via”, tuona Maria Paola Morittu di Italia Nostra. “Quanto è costata la lettera?”, si agitano le opposizioni, come se il problema fosse solo questo. Più lucido Gian Valerio Sanna, del Pd: “La lettera contiene un’apologia di reato. Ma la modifica del PPR era una promessa che lui deve ai suoi grandi elettori immobiliaristi e che in un anno e mezzo non era riuscito a fare”. Le due pagine portano in basso un inquietante “numero 1”. Per la serie: to be continued.

di Monica Raucci, IFQ

Abusivismo La lettera del governatore Cappellacci apparsa sull’Unione Sarda 

15 settembre 2011

Troppe escort “Erdogan non vuole più vederlo”

Schifati nel mondo. Da italiani brava gente a gente che fa vomitare. Le ossessioni sessuali di B., il giro di escort che avvolge la sua disordinata esistenza, hanno fatto il giro del pianeta provocando commenti catastrofici per l’Italia. Neppure i turchi ci vogliono più. Parola di Paolo Pozzessere, potentissimo direttore commerciale di Finmeccanica, il colosso pubblico per il quale lavorava anche Valter Lavitola, il faccendiere amico di Berlusconi. È il 14 giugno di quest’anno e Pozzessere si intrattiene al telefono con Debbie Castaneda. “Proprio ieri – dice con tono affranto – ho saputo una cosa bruttissima. Questa storia delle escort sta rovinando il presidente. Ero in Turchia e ho saputo che il presidente Erdogan non vuole più incontrarlo e avere rapporti con lui proprio per questo”. Recep Tayyp Erdogan, leader del paese porta d’Europa in Asia, non intende avere più a che fare col capo del governo italiano. Uno smacco, una vera e propria débâcle sul piano dei rapporti internazionali. Come se non bastassero le indiscrezioni sui giudizi pesantissimi rivolti ad Angela Merkel. “Berlusconi – dice ancora Pozzessere – non andrà lontano, e a me dispiace”. Non certo per adesione ideologica o simpatia politica . Il manager pensa a se stesso: “Ma quando mi ricapita di conoscere il presidente del Consiglio!”.

NEGLI ATTI depositati dalla Procura di Napoli c’è il racconto in diretta di una parte degli uomini e delle donne che vivono all’ombra del sistema di potere berlusconiano. Gente come Gianpi Tarantini, un cocainomane fallito che si accontenta delle briciole, faccendieri in ascesa come Valter Lavitola che sono già nel gioco grosso degli appalti miliardari di Finmeccanica e di altre società pubbliche che operano all’estero, ma vogliono di più, donne affascinanti come Debbie Castaneda che hanno la loro personale password per entrare dentro meccanismi importanti. Donna affascinante, già miss Colombia e amica del presidente Uribe, la Castaneda lavorava in Finmeccanica e aveva un filo diretto con Pozzessere. Parlano di tutto . “Il presidente sta messo proprio male – si sfoga Pozzessere nella telefonata del 14 giugno – ieri ha preso un’altra mazzata co’ sto cazzo di referendum. Secondo me a ottobre lo mandano a casa”. Debbie, però, pensa ai casi suoi, e soprattutto al suo nome che circola sui giornali. “Però poteva uscire senza dire un cazzo di me, o no?”. Pozzessere comprensivo: “Cara, nei casini ci stai sempre tu”.

POI I DUE continuano parlando dell’allegra compagnia che circonda Berlusconi. “Mi hanno detto che la Santanchè ha 4-5 milioni di debiti, si è rifatta casa e non ha pagato i fornitori”, pettegola Pozzessere. Categorica e spietata la bella Debbie: “Quella è stata sempre una stronza, Paolo. Con tutti”. Pozzessere prende fiato e spara pure lui: “Questa è gente di merda, e d’altronde è la stessa che circonda Berlusconi”. Vanno avanti così i due, con giudizi sul Circo Barnum che affolla il governo e il suo sottobosco. “Quella – dice l’ex modella sempre riferendosi alla Santanchè – ce l’ha messa Ignazio (La Russa, ndr) e poi hanno anche litigato”. Core ingrato, gente che scappa, clima da ultime giornate di Salò. Paolo Pozzessere tira un sospiro e poi fa una previsione: “Quando Berlusconi cadrà, credimi, tutta questa gente sparirà”. All’estero ci schifano, Erdogan non vuole che Berlusconi si faccia vedere ad Ankara e dintorni, tutto per colpa delle escort e degli scandali sessuali. Ma cosa è successo al Cavaliere? L’alto manager di Finmeccanica ha pochi dubbi: “È impazzito, da quando lo ha lasciato la moglie Veronica non ci sta più con la testa”. Su quali erano i rapporti tra Gianpi Tarantini e Berlusconi, se ne saprà di più oggi, quando a Bari tutti gli atti dell’inchiesta D’Addario-escort saranno resi pubblici. Tredici imputati ai quali vengono contestati non solo i reati legati al giro di escort, ma anche storie legate ad appalti pubblici.

di Federico Fierro, IFQ

15 settembre 2011

Ego nos absolvo

L’altra sera al Tg1 una minzolina bionda presentata come “nostra inviata” nel senso che la paghiamo noi, interrogava severamente il procuratore di Napoli, Lepore, come se fosse lui l’imputato. Il tono era quello del “come si permette di convocare il premier?”. L’alto magistrato tentava di difendersi come poteva, ma l’impressione che i telespettatori ne ricavavano era che fosse (lui) reticente. Non si batteva il petto, non si discolpava, non chiedeva scusa per aver osato tanto. Intanto, dalle nuove intercettazioni, oltre alla conferma che aveva ragione l’Espresso sulla telefonata in cui B. istiga Lavitola alla latitanza, si scopre che gli ha pure garantito l’assoluzione: “Vi scagiono tutti”. Ecco, oltre all’imputato, al testimone e al pagatore dei medesimi, ora fa pure il giudice (a quando il cancelliere?). Tanto la cosiddetta informazione l’ha già assolto, dando per scontato che la legge è uguale per tutti fuorché per lui. Il caso ultimo è da manuale: non la solita indagine per uno dei tanti reati commessi da B., ma l’evenienza del tutto inedita di un’inchiesta su un reato commesso ai suoi danni. Dunque lui, com’è sempre avvenuto in tutto il mondo, dev’essere sentito come testimone-parte offesa: obbligato a presentarsi, a parlare e dire la verità. E, siccome non deve difendersi da nulla, senz’avvocato. La legge parla chiaro: se il testimone non si presenta la prima volta per un impedimento (che dev’essere legittimo, non una missione all’estero inventata apposta per l’occasione), può rinviare di qualche giorno. Ma poi, se continua a scappare, lo vanno a prendere i carabinieri. Siccome però è un parlamentare, per l’accompagnamento coatto occorre il permesso della Camera. E la maggioranza, essendo roba sua nel senso che se l’è mezza nominata e mezza comprata, lo negherà. A quel punto, ai giudici non resterà che rivolgersi alla Consulta per sollevare conflitto di attribuzione contro il Parlamento della (ultima) vergogna. Intanto in carcere c’è un signore, Tarantini, che attende di sapere se i giudici che l’hanno arrestato sono competenti: per saperlo occorre sentire B. su modalità, ragioni e luoghi dei pagamenti. Ma questo, ai garantisti all’italiana, non interessa. Infatti, anziché chiamare le cose con il loro nome, si son messi a strologare sull’ennesimo “scontro fra giustizia e politica”. Come se un pm che convoca un teste per rispondere alle domande potesse esser messo sullo stesso piano di quel teste che, avendo la coscienza lurida, sfugge alla Giustizia al punto da piegare non solo il Parlamento, ma anche le massime istituzioni europee ai suoi porci comodi. L’altroieri i siti del Corriere e di Repubblica titolavano sul presunto “scontro”. Ieri il Pompiere, per cambiare un po’, titolava a tutta prima pagina “Sfida tra i pm e Berlusconi”, mentre il pompierino Massimo Franco deplorava la “nuova guerra”. Sugli house organ, scontro e guerra diventavano comicamente “Silvio prigioniero politico”, “Il ricatto dei pm”, “L’ultima minaccia dei pm” (il Giornale), “Vogliono arrestare Silvio” (Libero). Secondo Belpietro, “i pm durante l’interrogatorio tenteranno di far scattare le manette per falsa testimonianza” (non sa, il pover’uomo, che l’arresto in flagranza per false dichiarazioni, voluto da Falcone contro l’omertà delle vittime di mafia, fu abolito da destra e sinistra nell’estate ‘95). Il Corriere ipotizza addirittura che, per evitare l’inesistente “conflitto istituzionale”, il testimone B. venga sentito con la badante Ghedini al fianco. Unico caso al mondo di teste interrogato col difensore. Il cronista scrive giustamente che, “senza il sostegno del difensore”, l’interrogatorio avrebbe “conseguenze imprevedibili”. Oh bella, e quali? Forse il Corriere vuole comunicarci che un mentitore professionale non potrà che mentire ai pm? E allora perché non lo scrive in prima pagina, invece di farfugliare di “scontri”? Chi pensa che, caduto B., l’Italia tornerà alla normalità è un povero illuso: B. prima o poi passa. Ma questa informazione indecente resta.

di Marco Travaglio, IFQ

9 settembre 2011

Il ground zero della verità

Dieci anni di versioni ufficiali sull’11/9 hanno rafforzato la sindrome del complotto

   La sindrome del complotto fa parte della storia del carattere americano. E si spande, come molte altre ossessioni, o prodotti, americani, a vasta parte del emisfero settentrionale, e oltre. Nella ricorrenza dei dieci anni degli attentati dell’11 settembre 2001 la sindrome riprende forza ed è parte integrante delle rievocazioni storiche di quello che per tutto il mondo è l’11/9.    Chi coltiva il dubbio delle verità ufficiali tende a usare le parole e le espressioni che governi e regimi hanno coniato per motivare la loro politica e le loro scelte: tra queste la abusata “smoking gun”, la pistola fumante – espressione da Far West – la prova regina, parola-chiave del built up, della raccolta di indizi a carico di Saddam per sferrare l’attacco all’Iraq nel 2003, atto secondo della guerra globale al terrore post 11 settembre dopo l’Afghanistan dei Taliban e di Bin Laden.    MA NEL CASO degli scettici che dal giorno del crollo delle Torri Gemelle di Manhattan non hanno mai smesso di raccogliere indizi sulle verità nascoste e inconfessabili del potere americano, le pistole fumanti sparano un “fuoco amico” che colpisce il popolo americano, un’opera di cecchinaggio della realtà che vuole impedire ai comuni cittadini di capire e sapere come sono andate esattamente le cose.    Di queste pistole fumanti parla l’ultimo libro a cura di Giulietto Chiesa “Zero ²”, che raccoglie i saggi di diversi esperti e personalità del mondo non allineato alle verità ufficiali. Ogni pistola fumante analizza un aspetto – tecnico, psicologico, sociale – della menzogna edificata sul crollo del World Trade center e tutto quello che questi dieci anni di storia accelerata e senza sosta ha prodotto. Di fatto, per Chiesa, Ravera, Cardini, Fracassi, Modugno, per restare agli autori italiani del libro – edito da Piemme, Mondadori – (tra gli internazionali Gore Vidal o Thierry Meyssan, autore del bestseller “La spaventosa impostura”), un ordine mondiale studiato a tavolino da “Superclan” del potere – politico-economico – che guidano i destini di più o meno inconsapevoli e ignari cittadini.

LA MESSE di informazioni tecnico-scientifiche sull’impossibilità del crollo delle Torri Gemelle, sul tipo di ordigni usati per tirarle giù, sulle connivenze tra apparati militari e organizzazioni civili, la sterminata rete di disinformazione creata dalla Casa Bianca (ma anche da apparati “deviati”, si direbbe in Italia, dei servizi di sicurezza statunitensi) è impressionante e pare capace di trovare risposte a ogni falla, a ogni buco delle informazioni ufficiali. Fino a formare una verità parallela e speculare composta della stessa materia di quella fornita da Stati e organizzazioni governative. Di dare le risposte che i governanti “non possono – ma talvolta non sono in grado di – dare”, come ricordava Vittorio Zucconi di recente per cercare di spiegare questo bisogno di avere altre versioni e dimostrazioni di cosa accadde quella mattina di aria tersa sulla costa orientale degli Stati Uniti. Un bisogno di capire e sapere per costruire certezze che il potere non può garantire se non al prezzo di un’adesione quasi totale alle versioni fornite. Una necessità che si trasforma anche in uno strumento commerciale, decretando il successo di opere e persone che dimostrano verità alternative, finendo per far parte del grande business delle verità.    (S. C.) Ifq

9 settembre 2011

Rai, bavaglio a Freccero

Aveva detto alla Stampa che la Rai doveva essere presente con programmi di approfondimento per informare i cittadini, durante la più grave crisi economica degli ultimi anni. Per questo e per una battuta a Italia Oggi (“Se c’è Santoro vado a Sky gratis”), il direttore di Rai4 Carlo Freccero ha ricevuto una censura formale dal direttore generale Lorenza Lei. Missiva perentoria in cui si fa presente, alla fine: “Le rappresentiamo formalmente l’invito ad evitare di comunicare all’esterno prese di posizione personali e ad attenersi al più rigoroso rispetto della normativa dell’azienda… con l’avviso che in caso di ulteriori reiterazioni si valuterà ogni opportuna iniziativa anche per i profili disciplinare e risarcitorio”. Come dire, direttore avvisato: il primo passo di una trafila che prevede una multa e poi il licenziamento.    “Si fa appello a una circolare interna, relativa alle comunicazioni sulla Rai, che ha senso se io rivelo segreti industriali”, spiega Freccero. “Ma chi lavora in Rai è anche un operatore culturale, la Rai non è solo un’azienda che fa profitti, ma assolve a funzioni di servizio pubblico. La libertà d’espressione è una pre-condizione del nostro lavoro. Il servizio pubblico si fonda sull’essere al servizio dei cittadini. E poi l’editore della Rai è la politica: quindi occorre avere libertà d’espressione. Io ho sempre parlato e scritto sui giornali, non ho mai avuto problemi”. Contromisure? “Ho provato a parlare con Giorgio Van Straaten, consigliere del cda in quota opposizione. Mi ha detto che era d’accordo con la Lei: siamo come una tv commerciale, mi ha detto. Ma non mi stupisce. Ma soprattutto ho dato mandato a un avvocato: mi pare incostituzionale    vietare a qualcuno di manifestare il proprio pensiero”.

di Silvia Truzzi, IFQ

Carlo Freccero (FOTO DLM) 

9 settembre 2011

Castelli di cemento sul bagnasciuga

I posti barca ci saranno. Chissà se ci saranno gli yacht. In Toscana siamo arrivati a 24 mila ormeggi, ma toccheremo quota 30 mila. Il “partito dei porticcioli” unisce centrodestra, buona parte del centrosinistra e imprenditori. Nonostante le critiche di comitati, ambientalisti e tecnici che mettono in guardia sui rischi per le alluvioni, sui danni alle correnti, sulla distruzione della flora e della fauna. Sulle speculazioni immobiliari a ridosso dei moli.    Una febbre contagiosa che ha lasciato in stato comatoso la vicina Liguria, dove i posti barca sono 23 mila, uno ogni 47 abitanti, oltre 100 chilometri di moli per 300 di coste. Senza contare i 2 milioni di metri cubi di nuove case.    Adesso si passa alla Toscana. Per capire che cosa stia succedendo dalla Versilia in giù bisogna andare a Cecina, alla foce del fiume. Nicola Sangiovanni si affaccia alla veranda del suo ristorante e racconta: “Guardate questo paesaggio. Mi dispiace troppo pensare che il vecchio circolo dei pescatori, le dune della spiaggia, la pineta, tutto sarà messo in pericolo per un porticciolo. L’ennesimo”.

MA COME sarà il nuovo porto? Guardiamo le ricostruzioni al computer dei progettisti: 990 posti barca, 1.200 posti auto, 14 mila metri quadrati per la cantieristica, 5 mila di area espositiva, 2 mila per shopping e ristoranti, 10 mila per alberghi e case. Il paesaggio cambierà per sempre: un grande molo che si protende verso il largo, il porto che risale il fiume e “abbraccia” la pineta.    Le immagini degli architetti sono belle, cieli azzurri, costruzioni luminose. Ma la realtà spesso è diversa: milioni di tonnellate di cemento. Roberta De Monticelli, docente di Filosofia, da tempo si batte contro il porto. “La Regione Toscana ha già espresso parere favorevole durante la passata amministrazione (centrosinistra, ndr)”, spiega Anna Marson, assessore regionale all’Urbanistica e al Territorio. Su di lei, che non guarda troppo in faccia costruttori e sponsor politici, contavano i comitati. De Monticelli , però, non si arrende: “I progettisti non hanno tenuto conto di norme a tutela del paesaggio e dell’ambiente. Di più: la foce ricade nella riserva statale Tomboli di Cecina e nell’area naturale protetta del fiume Cecina”. Non solo: “C’è un conflitto di interessi. Il controllato è anche controllore. Il sindaco di Cecina ha sostenuto il progetto perché, dice, aiuterebbe turismo e cantieristica. Il Comune ha ceduto aree per la struttura. Uno sponsor del progetto non può sorvegliarne la corretta esecuzione”.

ITALIA NOSTRA in un dossier riporta le osservazioni di Riccardo Caniparoli, geologo e docente di Valutazione di Impatto ambientale. Che indica i pericoli: “L’erosione costiera, la distruzione dell’habitat, l’incremento di inquinamento delle acque”, senza contare i problemi per il traffico di migliaia di auto. Ma soprattutto “il rischio idraulico ed idrogeologico”. Chi vive in Toscana ricorda le devastanti alluvioni provocate dal cemento versato lungo i fiumi. Ma la memoria in Italia sparisce appena l’acqua si ritira.    Una vicenda non più soltanto locale. Intervengono nomi noti dell’ambientalismo, come Salvatore Settis: “A Cecina, su una costa già funestata da cementificazioni, si minaccia di cancellare dune e pinete per aggiungere un ‘porto turistico’ a quelli, semivuoti, a pochi chilometri di distanza”.    Stefano Benedetti, sindaco di Cecina (centrosinistra) che ha fortemente voluto il porticciolo, replica: “Il Consiglio comunale si è sempre espresso all’unanimità sul progetto. Non c’è mai stata in città alcuna manifestazione evidente di dissenso”. Ma l’impatto su un ambiente così delicato? “Il progetto ha superato i controlli, acquisito i pareri favorevoli di enti e istituzioni. È all’avanguardia per la tutela dell’ambiente”.

MA CECINA è l’ultimo tassello. C’è il contestatissimo progetto per il mega-porticciolo (mille posti) di Massa Carrara (avversato da Idv, parte di Sel e Fli) presentato per primo da Francesco Caltagirone Bellavista, gran signore dei porticcioli, a cominciare dagli scali imperiesi (Imperia e San Lorenzo) voluti da Claudio Scajola (l’ex ministro è indagato a Imperia insieme con Caltagirone per associazione a delinquere in un’inchiesta sul porto). Per non dire di Marina di Pisa. E poi Livorno, Follonica, San Vincenzo, Talamone e i mega-porti nelle regioni vicine: Fiumicino (diventerà il più grande d’Europa) e Civitavecchia, sempre realizzati da Caltagirone Bellavista con la benedizione di centrodestra e centrosinistra. A nord, alle foci del Magra, in Liguria, c’è il progetto Marinella: 900 barche. Nella società il Monte dei Paschi di Siena, la banca “rossa”. Nel cda in passato anche il tesoriere della campagna elettorale 2005 di Claudio Burlando (Pd), oggi governatore della Liguria, già ministro e padre della legge nazionale sui porticcioli, contestata dagli ambientalisti.

di Ferruccio Sansa, IFQ

Nel riquadro, il progetto del nuovo porto a Cecina. Nella foto grande, com’è oggi (FOTO FRANCESCO VILLA-LOGO)

9 settembre 2011

La dolcevitola

Gli pareva strano di non essere indagato. Ma come: lui, il massimo collezionista di reati della storia moderna e anche antica, scaduto a “parte offesa”? Dopo una vita passata a guadagnarsi accuse di strage, mafia, riciclaggio, corruzione giudiziaria e non, finanziamento illecito ai partiti, falso in bilancio, frode fiscale, appropriazione indebita, abuso d’ufficio, estorsione, prostituzione minorile, minaccia a corpo dello Stato, aggiotaggio, falsa testimonianza, calunnia e diffamazione, quando ormai per completare l’album gli mancavano solo il taccheggio al supermercato, l’immigrazione clandestina e l’abigeato, arriva dalle toghe rosse l’estremo oltraggio: un’indagine che, anziché accusarlo di aver commesso un reato, ipotizza che l’abbia subìto. Per molto meno, negli ambienti della mala, rischi di passare per frocio. Non sia mai. E così, appena ha saputo in anteprima dell’inchiesta di Napoli – la prima della storia in cui non figura come protagonista, ma come comparsa, per giunta vittima di un Gianpi e un Lavitola – ecco il colpo di reni per tornare l’imputato di un tempo: l’editto bulgaro telefonico a Lavitola, riparato a Sofia, per raccomandargli di restarsene all’estero. Consiglio che di lì a poco si rivelerà prezioso: Valterino scamperà al prevedibile mandato di cattura piovutogli sul capino nel giro di qualche giorno. Ma, sventuratamente, l’abile mossa ha fatto cilecca: come spiega Tinti qui a fianco, incitare alla latitanza non è reato (non lo è nemmeno la latitanza, che anzi è un diritto). Intendiamoci: B. non l’ha fatto apposta: era in assoluta buona fede, sinceramente convinto di delinquere un’altra volta, come ai bei tempi. Solo che non ce la fa più. Sarà l’età, o la mancanza di allenamento, o la lontananza dai vecchi complici Previti e Dell’Utri, o l’ansia da imputazione: ma non è più lui. Fino a pochi mesi fa commettere un reato gli riusciva facilissimo, naturale, come bere o respirare: ora invece, per quanti sforzi faccia, colleziona più fiaschi di una cantina sociale. Ma chi, come noi e le Olgettine, lo vorrebbe sempre in splendida forma, non deve disperare. L’ultima grande occasione si presenterà martedì, quando comparirà dinanzi ai pm di Napoli come testimone. Certo, “testimone” non è una bella cosa. Anche perché, in quella veste disonorevole, B. sarà interrogato senza avvocati, nudo come mamma Rosa l’ha fatto. E, senza Ghedini che gli dà i calcetti sotto il tavolo e alla mala parata lo porta via di forza, è capace di tutto: anche di confessare l’affondamento del Titanic e l’abbattimento delle Due Torri. L’ultima volta che gli capitò, nel ‘96, chiamato dagli avvocati di Dell’Utri a testimoniare nel processo di Torino per le false fatture di Publitalia, cercò di convincere i giudici che un po’ di evasione fiscale non ha mai fatto male a nessuno, anzi: quando ci vuole ci vuole. Risultato: Dell’Utri si beccò 3 anni di galera e, prudenzialmente, non lo chiamò più a testimoniare a suo favore, sennò gli davano l’ergastolo. Ora lo chiamano i pm di Napoli: vogliono sapere tutto sugli 800 mila euro passati a Tarantini (più affitto e stipendio mensile di 20 mila euro, tutto rigorosamente in nero, nell’ambito della rinata lotta all’evasione) e in parte trattenuti da Lavitola. I casi sono due: o il teste B. mentirà anche a verbale, perseverando nella barzelletta dell’elemosina “a una famiglia bisognosa”. Oppure – Dio non voglia – dirà la verità sulle orde di sanguisughe che lo stanno spolpando vivo a suon di ricatti e sui fondi riservati da cui attinge tutto quel contante per tacitare questo e quella. Nel primo caso, scatterebbe l’incriminazione per falsa testimonianza e ritroveremmo il formidabile imputato colpevole degli anni verdi (la prima imputazione fu proprio di falsa testimonianza sulla P2, a Venezia, nel 1989, e il primo processo non si scorda mai). Nel secondo, non lo riconosceremmo più e dovremmo rassegnarci alla sua ineluttabile fine. Forza Cavaliere, non ci deluda.

di Marco Travaglio, IFQ

8 settembre 2011

La vignetta di Altan

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8 settembre 2011

Se il gioco vince su tutto, ecco come lasciare perdere

Si parla poco dei rischi del gioco d’azzardo, forse perché garantisce ampi proventi allo Stato. Ma ormai sono circa 700 mila gli italiani che soffrono di dipendenza patologica dal gioco (carte, cavalli, slot machine, gratta&vinci, scommesse, lotto, bingo…). Che provocano quell’impulso irrefrenabile a tentare la fortuna ben oltre le proprie disponibilità economiche. E tre milioni sono le persone considerate a rischio. Di qualsiasi fascia sociale: un tempo il giocatore compulsivo era per lo più maschio, celibe, de mezz’età e media istruzione, oggi l’offerta di giochi è così diversificata che può compromettere chiunque, Anche le fasce più deboli: i giovanissimi, i pensionati, i disoccupati, gli immigrati.

Sintomi: si arriva a giocarsi la camicia per tentare di rifarsi delle perdite; si è posseduti da un’ossessione che fa trascurare gli affetti, il lavoro, gli amici. A livello profondo (parola di esperti), si tenta di sfuggire – con quel brivido – alla depressione; si cercano emozioni forti e perché si è incapaci di costruirsi una vita piena; e, effettivamente immaturi, si spera di ottenere dal gioco ciò che non si trova nelle relazioni intime…La cura è difficile, perché raramente il giocatore chiede aiuto: a farlo sono per lo più i famigliari, travolti dai debiti.

Sono nate, però, realtà terapeutiche sperimentali. Come l’Associazione San Benedetto di Livorno (www.associazionesanbenedetto.org): dopo le 16, quando chiude il suo centro diurno per i tossicodipendenti, accoglie e cura i giocatori patologici: con psicoterapie individuali e di gruppo, ma anche aiutandoli a pianificare la restituzione dei debiti. O l’Associazione Orthos (www.orthos.biz) , che propone invece un soggiorno di tre settimane nelle proprie strutture, a Siena o a Milano, per interrompere i comportamenti compulsavi e affrontare, con una psicoterapia di gruppo intensiva, gli aspetti problematici della personalità. (Dopo quei venti giorni, ci si incontra periodicamente per verificare i risultati). Non solo: ci sono altri centri di terapia in Italia. L’elenco è sul sito www.giocaresponsabile.it

di Antonella Barina, Il Venerdì

8 settembre 2011

Il popolo che processa i suoi governanti e torna a crescere

Quanto sarebbe bello se la lingua italiana trasformasse il pronome “noi” in un nome proprio. Come in islandese. Forse si riuscirebbe a far capire alle istituzioni l’ovvia equazione, che “noi” è uguale a tutti e, contemporaneamente, a ognuno. Che gli interessi dello Stato corrispondono alla collettività e a ciascun cittadino, non solo alle caste. Quelle più in alto nella scala gerarchica. E chi tradisce questo senso dello Stato viene perseguito: banchiere o politico che sia. Accade in Islanda, dove il Parlamento ha deciso di far perseguire dalla magistratura l’ex premier Geir Haarde – leader del Partito conservatore – per accertare le sue responsabilità nella bancarotta dello Stato di 3 anni fa.

FOSS’ANCHE “per non aver saputo comprenderla o impedirla” (i reati che potrebbero essergli imputati). Dopo aver giudicato e spedito in galera alcuni banchieri, l’Islanda vuole ora capire quanto i suoi politici siano stati negligenti o noncuranti.Seibanchierisonostati i responsabili dell’acquisto di titoli tossici, il capo del governo ha fatto il suo dovere? O, piuttosto, ha fatto finta di nulla, pur sapendo dell’attività spregiudicata degli istitutibancari?O,ugualmentecolpevole, è stato superficiale e noncurante? Haarde, premier dal 2006 al 2009, rischia 2 anni di carcere. Prima del tracollo finanziario del 2008, la “baia di vapore”, Rejkiavik, era da anni al primo posto nella lista delle città con la migliore qualità di vita. Un primato che non significava felicità, ma aiutava a raggiungerla. Tutta l’Islanda, non solo la capitale, fino ad allora , era considerata dai soloni dell’economia un Paese affidabile, in forte crescita, nonché un limpido paradiso finanziario – non come le Cayman o Santa Lucia. La politica economica dell’allora governo liberista di destra, era impegnata da tempo nell’ attrarre il più possibile i capitali stranieri. Proponendo agevolazioni fiscali per gli investimenti in tecnologie e nuove energie grazie anche alla sponda delle banche che erogavano generosi prestiti.

LA MESSE di capitali stranieri veniva poi investita secondo le, ormai ben note, regole della finanza creativa. Con le banche inglesi – una per tutte la Lehman – crollò anche l’impalcatura finanziaria dell’Islanda e la sua caduta generò il crollo di altre economie. Si innescò così il primo grande effetto domino. Il default dello Stato islandese ha dimostrato alla comunità internazionale che le conseguenze possono essere disastrose, per tutti.    La più grande isola europea dove abitano solo 300mila persone, è tuttora, uno dei Paesi con il reddito pro capite più alto – circa 39 mila euro all’anno – ma non è più considerata dagli economisti la terra della vita facile. I loro parametri però sono diversi da quelli dei comuni mortali.    Se la gente non è contenta, non è a causa della flessione della macroeconomia. Il malcontento è dovuto alla perdita del lavoro, che in questa isola ghiacciata e isolata, è una fonte di denaro ma soprattutto è un’opportunità. Per vivere con dignità e stabilire relazioni sociali. La cupezza attuale della quotidianità islandese è aumentata dalla perdita di fiducia nelle istituzioni. Ma per fortuna non c’è stata fuga nel qualunquismo. E, nelle prime elezioni dopo la bancarotta, tutti sono andati a votare. Per il partito socialdemocratico, allora all’opposizione.    Così, dal 2009, li governa Johanna Sigurdardottir, donna e lesbica. Da sempre impegnata per i diritti delle minoranze, era già stata ministro degli affari sociali. Ecco, quando si dice, trasformare una crisi in una opportunità. La ripresa dell’Islanda è ricominciata lentamente. Talvolta si inabissa ancora nelle acque gelate che la circondano, talvolta erutta dalla bocca del vulcano (con il fumo che scorso anno ha impedito all’Europa di volare per diversi giorni). Per poi essere risucchiata dai geyser. Certo è che la premier Sigurdardottir, che da ragazza faceva la hostess, ora ha 66 anni, ha ridato portanza alla sua comunità.    Che è tornata a frequentare le piscine geotermali, il passatempo preferito degli islandesi. Grazie all’acqua in perenne ebollizione nel sottosuolo e ai geyser, gli islandesi hanno sempre il riscaldamento gratis. Anche in questo caso, gli islandesi sono riusciti a fare di un problema, un vantaggio. La natura matrigna è diventata madre: il bradisismo, le strade che si rompono improvvisamente e impediscono la viabilità, i pericolosi geyser, sono stati trasformati in occasioni di lavoro, di divertimento, di benessere. La sessualità in confronto e accoglienza del diverso. La politica corrotta in riflessione sull’etica. In riscatto. In esempio. Dopo il buio, il sole a mezzanotte. E noi?

di Roberta Zunini, IFQ

8 settembre 2011

“Il processo lungo? Come le leggi razziali fasciste”

La legge sulle intercettazioni è di nuovo qui, dietro l’angolo. Dopo il tentativo di blitz di fine giugno, quando il capogruppo del Pdl, Fabrizio Cicchitto, tentò in ogni modo di farla approvare prima della pausa estiva, ecco che ora la legge sta per arrivare davvero in aula alla Camera. Il momento è propizio e il tempo è scaduto. Mentre il Csm fa a pezzi l’altra trovata del Cavaliere per salvarsi dagli scandali in corso, il processo lungo, la legge bavaglio sta per tornare al centro della scena. Subito dopo l’approvazione della manovra, per il Cavaliere si riproporrà l’emergenza tribunali. E, appunto, intercettazioni. Da Bari starebbero per irrompere quelle relative all’inchiesta Tarantini-Lavitola; per B. – che ieri le ha definite “un’indecenza” – quanto di peggio potesse capitargli sul fronte di una credibilità politica molto compromessa ma mai, ancora, come potrebbe essere dopo. Specie sul fronte internazionale. Meglio correre ai ripari.

IL DDL è infatti calendarizzato in aula a Montecitorio per l’ultima settimana di settembre. Il segretario pidiellino, Angelino Alfano, aveva giurato – in agosto – che la legge sulle intercettazioni sarebbe rimasta “dormiente” fino a dopo l’approvazione della manovra, ma ora si ricomincia. “Dobbiamo spazzare via le anomalie nell’uso delle intercettazioni” ha tuonato solo qualche giorno fa il neo Guardasigilli Nitto Palma. E anche la strategia è pronta. Dice Cicchitto (2 settembre): “La pubblicazione di intercettazioni telefoniche che consentono di rendere pubbliche conversazioni del tutto private anche del presidente del Consiglio, mettono in evidenza che è del tutto giustificata la collocazione nei prossimi lavori parlamentari”. In sostanza, al momento dell’arrivo in aula, il provvedimento sarà probabilmente blindato dalla 50esima richiesta di fiducia per evitare che qualsiasi modifica possa farlo tornare indietro nuovamente al Senato; i tempi sono importanti e se serviranno modifiche si potrà sempre intervenire in un secondo tempo. Il governo, anche su questo fronte, mostrerà grande fretta di mettere un bavaglio, soprattutto alla stampa. Fondamentale, per il Cavaliere, che le intercettazioni non siano pubblicate dai giornali o trasmesse da altri media e, vista l’emergenza “ad personam” incombente, la legge sulle intercettazioni potrebbe essere approvata in via definitiva già ai primi di ottobre. Per Berlusconi, sarebbe fondamentale non tanto per i processi che sono già in corso, quanto per quelli a venire; le carte da Bari si annunciano scottanti, su Napoli c’è ancora molto da indagare e non a caso i magistrati che conducono l’inchiesta sulla P4 lo ascolteranno martedì a Palazzo Chigi. Anche Tremonti è interessato alla faccenda e in Parlamento c’è, di fatto, un partito trasversale che in caso di fiducia si dimostrerà compatto.

INSOMMA, mettere il bavaglio alla stampa il più presto possibile per evitare che nuove rivelazioni mandino il governo a gambe in aria più di quanto non sia riuscita a fare la speculazione finanziaria. E per i processi in corso, avanti con il processo lungo, ieri salutato ancora da Antonio Di Pietro come “uno scempio del diritto”, dopo che il Csm aveva appena calcolato conseguenze di ”portata dirompente” sul sistema giustizia. Il ddl Lussana, passato anch’esso a fine luglio in Senato, a parere del Csm segnerà la ”morte del processo penale”, perché gli imputati che possono permettersi un buon avvocato non saranno mai condannati, ma si vedranno riconoscere un ”diritto alla prescrizione”. Esattamente quello che cerca Berlusconi, anche se alla Camera il ddl Lussana ha subito trovato nella presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno, un nemico giurato; il suo iter, dunque, non sarà certo “lampo”, ma ci sarà da evitare, per dirla con il primo presidente della Cassazione, di comportarsi “come all’epoca delle leggi razziali del fascismo, contro le quali mancò una reazione adeguata”. Toni allarmanti per nulla stemperati dal componente laico del Pd nel Csm, Claudio Giostra: “Il sistema imploderà, si va verso il baratro”.

di Sara Nicoli, IFQ

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