Indro e B. opposizione fatale

È in libreria “Ve lo avevo detto”, volume che raccoglie gli articoli dedicati da Indro Montanelli a Silvio Berlusconi dal 1994 al 2001. Qui di seguito, ampi stralci della prefazione di Massimo Fini    Non intendo qui lodare Montanelli, a spese di Berlusconi.

Sarebbe troppo facile, troppo comodo adesso che il Faraone è morente e Indro vive nell’aura eterna dei Martiri della libertà di stampa. E non sarebbe nemmeno giusto. Le cose sono più complesse.    È difficile immaginare due personaggi più diversi, antipodi. A cominciare dalla statura, che nel caso di Berlusconi non è un dettaglio ma una componente essenziale di quell’inferiority complex da cui ha ricevuto la spinta per raggiungere il successo.

UOMO DI stile l’uno, non solo e non tanto nel vestire ma di modi e di tratto, principe del kitsch l’altro. Pessimista esistenziale il primo, ottimista senza freni inibitori il secondo. Un uomo che insegue sogni, come riconosce lo stesso Montanelli, almeno nei primi articoli di questa raccolta. E senza sogni non si va da nessuna parte. Il problema sorge quando il distacco fra sogno e realtà diventa così ampio da essere incolmabile e allora si passa direttamente al neurodeliri, che è la storia, per esempio, dell’Hitler degli ultimi giorni, nel bunker, quando muoveva sulle carte geografiche le inesistenti armate di Wenk. Da una parte un conservatore, ripiegato nostalgicamente, nel periodo di cui stiamo trattando, su un passato più immaginario e mitico che reale, dall’altra un uomo costantemente proiettato nel futuro. Ha preso un abbaglio colossale chi, compreso Montanelli, ha scambiato Berlusconi per un conservatore. È invece un innovatore. Un costruttore. E come tutti i costruttori ha bisogno di distruggere tutto ciò che incontra sul suo cammino per poter edificare il nuovo. Che poi tutto ciò che ha costruito, nell’edilizia, nel calcio, in politica, si sia rivelato peggiore di quello che ha distrutto è un altro discorso. Moderato l’uno, estremista o, per essere più precisi, un energumeno l’altro.

QUESTI DUE uomini apparentemente incompatibili si sono incrociati per vent’anni, quelli della direzione di Montanelli al Giornale, e attraverso di loro si sono incrociate due Italie. Un’Italia vecchia, ottocentesca, liberale, l’Italia della grande borghesia e dei notabili, passabilmente ipocrita, bacchettona, morente e l’Italia nascente di un ceto medio indifferenziato, privo di una vera ideologia, di valori, di etica, apertamente e disonesta, tendenzialmente delinquenziale. Questo ceto medio non l’ha creato Berlusconi, anche se con le sue televisioni lo ha potenziato, ma l’ha capito perfettamente perché ne faceva parte. Anzi lo ha anticipato. Era già postmoderno prima che nascesse la postmodernità.    Montanelli invece questa Italia nuova, prima di disprezzarla, non l’ha assolutamente capita nemmeno negli effetti positivi che ebbe alle origini. (…). Il fatto è che Indro Montanelli ha cominciato a morire con la morte della Prima Repubblica. Quello era il suo mondo, il suo habitat naturale, dove poteva esercitare nel suo modo magistrale, ma senza correre troppi rischi, l’arte in cui era insuperabile, quella del “bastian contrario”. Avendo l’aria di contrastarla, in realtà la sosteneva (“Turatevi il naso”). Dissolti i principali uomini della Prima Repubblica, scomparso il comunismo, Montanelli ha perso i suoi fondamentali punti di appoggio, i suoi bersagli polemici.

IL MONDO in cui aveva vissuto per tanti anni gli è crollato sotto i piedi. E politicamente, lui pur intellettualmente così fine, non ha capito più nulla. Anche il fallimento della Voce è dovuto in gran parte al disorientamento montanelliano. Rimase invece, Montanelli, un punto di riferimento etico imprescindibile, tanto più indispensabile quanto più Berlusconi, in un crescendo rossiniano, veniva massacrando, oltre alle leggi e alle Istituzioni, tutti i principi e i fondamenti dello Stato liberale e democratico.    Montanelli non aveva capito la nuova Italia, ma non aveva capito nemmeno, in profondità, chi era veramente Silvio Berlusconi, pur avendolo frequentato da vicino per quasi vent’anni. Perché il loro non fu un normale rapporto tra Editore e Direttore. Sono stati amici. Probabilmente Indro, depresso cronico, era attratto dalla prorompente vitalità di Silvio, dal suo straripante e contagioso entusiasmo. Lo trattava con l’indulgenza che si riserva a un fanciullo considerandolo in fondo irresponsabile, perdonandogli tutto a cominciare dalle sesquipedali bugie ritenute un’irrefrenabile e innocente espressione del suo superego infantile. Quando Montanelli afferma che Berlusconi crede sinceramente alle proprie menzogne dice una verità. È una delle forze del Cavaliere, uno così è imbattibile, incontrastabile, indistruttibile. (…)    In un articolo del 12 dicembre del 1993, per il Giornale (Fratelli separati), quando i rapporti fra i due sono già ai ferri corti perché il Cavaliere ha deciso di “scendere in campo” e Indro ne capisce tutte le implicazioni, Montanelli scrive: “Il gioco politico richiede due qualità di cui lui è totalmente sprovvisto: la doppiezza e il cinismo”. Invece cinismo e doppiezza sono la cifra più autentica di Silvio Berlusconi. (…) Montanelli nei vent’anni in cui frequentò Berlusconi, e anche oltre, non si è mai posto seriamente la domanda di come questo ragazzo di 27 anni, apparentemente senz’arte né parte, avesse potuto accumulare in pochi anni una così immensa ricchezza. (…). Non si chiese mai a chi appartenessero quelle due misteriose finanziarie svizzere, dai nomi impronunciabili, che avevano dato al giovane Berlusconi sette miliardi dei primi anni Settanta per cominciare l’avventura di Milano 2.

FORSE GLI faceva comodo non approfondire troppo in un momento di grave difficoltà psicologica, dopo essere stato costretto, nel modo più infame, a lasciare il Corriere di cui era stato la prima firma per 37 anni, e mentre varava la traballante navicella del Giornale. Ma io, che l’uomo l’ho un po’ conosciuto, preferisco pensare che in Montanelli, oltre a una buona dose di narcisismo e di infantilismo (che sono le due sole cose che lo accomunano a Berlusconi) ci fosse, nonostante tutta la sua esperienza, un fondo di ingenuità. Quella che manca, e non sono del tutto sicuro che sia un bene, a uno dei suoi più accreditati e affeziona-ti discepoli, Marco Travaglio. E per molto tempo ancora Montanelli volle illudersi che di Berlusconi ce ne fossero due. Uno era quello che aveva conosciuto lui, simpatico, cazzaro, sostanzialmente innocente, l’altro era il mascherone, sconciato, liftato, aggressivo, violento che appariva ormai ogni giorno in Tv e sulla scena politica, rovinato dal servilismo degli scherani, dei saprofiti, delle sanguisughe che erano accorsi a frotte per succhiargli il sangue e la sua enorme energia.    ALLA FINE dovette rendersi conto che di Berlusconi ce n’era stato sempre uno solo. Uno che non c’entrava niente con la destra, tantomeno con la destra liberale, prezzoliniana, cui si ispirava Indro, uno che quando affermava che “bisogna fare gioco di squadra” in realtà intendeva dire che la squadra doveva giocare solo per lui. E vennero gli articoli più duri, più sferzanti, più irridenti, iconoclasti, che spesso stingevano nella pura invettiva, scritti soprattutto per il Corriere della Sera. Ne ricordo uno degli ultimi, di un Montanelli esasperato, vicino alla morte, che aveva una chiusa di una volgarità che non gli apparteneva. Definiva Berlusconi “un piazzista che se un giorno si mettesse a produrre vasi da notte, farebbe scappare la voglia di urinare a tutta l’Italia”. Ma si sbagliava anche questa volta. Dopo la sua morte, Berlusconi ha continuato a venderci pitali, e molto peggio, per altri dieci anni. E ora che la voce di Indro, come quella del Tenco di De André, “canta nel vento” e torna a essere ascoltata, è ormai troppo tardi. Tutto quello che poteva accadere è già accaduto.

di Massimo Fini, IFQ

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