D’Alema e i suoi peccatucci

In attesa che dica qualcosa di sinistra a cena da comuni amici, Massimo D’Alema non la smetteva più di citare Gianfranco Vissani, il cuoco dei risotti. Diceva: “Vissani pensa che…”. Oppure “Un giorno Vissani spiegava che…”. Fino a quando uno dei commensali, di nobile casato, proprietario di molte cose, ma non di un buon carattere, lo rimproverò dicendogli: “Massimo, ai miei tempi i cuochi stavano in cucina e basta”.
Sarà un karma. Ma D’Alema inciampa sempre nelle questioni di stile. Più si sente arrivato e più sembra un arrivista. Va a St. Moritz e si fa trovare in compagnia di un palazzinaro, quel Dante Mazzitelli autore del pregevole ecomostro dell’Hotel Fuenti, per di più con scarpe da 29 euro, una sciarpa di lana vergine, un vecchio giaccone. Sembra Verdone quando imita Sordi sulla neve. Così che il multi miliardario Berlusconi, che sembra sempre di più Pozzetto quando imita Boldi, ha buon gioco a redarguirlo sulle spese, anche se lui, in una serata ad Arcore con pupe & docce fredde può spendere quello che D’Alema neanche si sogna in un mese, e per di più in contanti. Sognando un’altra vita D’Alema commette peccatucci in questa. Nessuno gliene chiederebbe conto se nel suo lavoro vero, la politica, ne azzeccasse almeno una.

di Pino Corrias – IFQ

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