Archivio per dicembre, 2010

30 dicembre 2010

L’importante è finire

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30 dicembre 2010

Milano nera

Benvenuti a Milano, capitale europea, città dell’Expo, cuore dell’amministrazione berlusconian-leghista. Provate però a fare un giro in automobile per le sue strade: scoprirete due realtà che stonano terribilmente con l’immagine che la politica di maggioranza vorrebbe dare alla città. Prima tappa: via Giambellino. Percorretela tutta, dalla circonvallazione a piazzale Tirana, verso la periferia. Vedrete cumuli di spazzatura al centro della strada, sacchi neri di “monnezza” (qui si chiama “ruera”) che bloccano perfino le auto parcheggiate sulla corsia centrale, quella riservata ai tram. Scene viste a Napoli e in Campania. Ma qui siamo a Milano: sindaco Letizia Moratti, vicesindaco Riccardo De Corato, caporione leghista l’emergente Matteo Salvini. Sarà l’aumento di rifiuti provocato dalle feste natalizie, sarà la sospensione del ritiro spazzatura nei giorni di Babbo Natale, ma non si può dare la colpa all’augusto vecchio vestito di rosso e con la barba bianca, se alcune strade di Milano sono identiche alle strade di Napoli. L’amministrazione cittadina si è accorta dell’accumulo di “ruera”? Come pensa di smaltire la “monnezza” made in Milan?   Seconda tappa: via Manzoni. Qui siamo in pieno centro. Dall’arco di piazza Cavour si arriva diritti davanti al Teatro alla Scala e a palazzo Marino, sede del sindaco Moratti e della sua giunta. Ma attenzione: se la percorrete in auto, non superate i 20 chilometri all’ora. Altrimenti rischiate di distruggere le gomme. Le strade di Milano sono piene di buche, crepe, voragini. Gli asfalti sono un percorso a ostacoli, gli automobilisti o guidano facendo la gimkana, o rischiano di bloccarsi con le gomme a terra. Ne sa qualcosa il tassista Marco Nicolucci, intervistato ieri dal “Corriere della sera”. “L’altra notte mi è esploso un copertone davanti ad Armani”. Davanti alla sede di una delle griffe più famose della città. “Colpa di un massello del pavè che si è alzato improvvisamente. E bum”. Il cliente ha dovuto scendere dal taxi e cercarsene un altro, il tassista ha dovuto portare l’auto in officina: “270 euro di riparazione e una nottata buttata via”. Le pietre del pavè, dopo le giornate di pioggia di dicembre, sono sconnesse e mobili, pericolose per le auto, addirittura   impossibili per le moto e le biciclette. Il pavè è bello, ma ha bisogno di manutenzione: rinviata in vista del 2015, anno magico dell’Expo. E intanto? Le auto si bloccano. “Io ho speso oltre 400 euro per la riparazione del mio taxi”, si lamenta Giuseppe Lamagna, altro autista intervistato dal “Corriere”. “Ho chiesto il rimborso al Comune. Lo sto aspettando”. Stessi pericoli in corso Ticinese, piazza Ventiquattro Maggio, via Meravigli, via Saffi, corso Magenta, Santa Maria delle Grazie. Ma dove le strade sono asfaltate non va meglio, anzi: le voragini mettono a dura prova gomme e sospensioni. In piazzale Segesta, via Civitali, via Melchiorre Gioia, corso Ventidue Marzo, via Piranesi, perfino in viale Forlanini, via d’accesso alla città per chi arriva a Linate con l’aereo. Benvenuti a Milano, città dell’Expo, vocazione europea. Capitale della moda e del design, della finanza e della televisione. Benvenuti nella città con le strade dissestate e ingombre di spazzatura. Il sindaco, intanto, è in vacanza.

di Gianni Barbacetto – IFQ

30 dicembre 2010

Eritrei nel Sinai: Il loro destino nelle mani dell’Egitto

Nemmeno pagando gli 8 mila euro del riscatto, pretesi dai trafficanti beduini, i profughi eritrei incatenati nel Sinai possono sperare di aver salva la vita. La polizia egiziana avrebbe avuto l’ordine di arrestare le persone liberate, e di portarle alle ambasciate dei paesi dai quali sono fuggiti. Secondo notizie dell’Ansa, è la sorte che avrebbero già subito a Rafah 27 immigrati eritrei, etiopi e sudanesi, considerati dall’Egitto semplicemente degli irregolari: se venissero rispediti nei loro paesi, subirebbero una punizione severa.    Don Mussie Zerai, il prete eritreo che si batte per la salvezza degli ostaggi, non conferma. “Ho parlato per telefono con i ragazzi e mi hanno detto che i prigionieri liberati, che sono una ventina, hanno raggiunto Israele. Forse gli arrestati fanno parte   di altri gruppi”. Ufficialmente l’Egitto nega il rapimento e parla di “campagne mediatiche per provocare l’opinione pubblica”. Ma intanto, martedì, ben 13 organizzazioni non governative egiziane hanno denunciato i fatti chiedendo l’intervento del governo per liberare gli ostaggi e l’esempio è stato seguito ieri dall’Ong israeliana “We refugees”, costituita da legali che si battono per i diritti dei rifugiati. Don Zerai ha lanciato un nuovo appello all’Europa e all’Onu, perché facciano fronte comune. Dopo 8 ostaggi uccisi e 4 a cui sarebbero stati espiantati gli organi, il rischio è che gli ostaggi vengano venduti ad altri trafficanti. E don Zerai si chiede che fine abbiano fatto gli accordi internazionali contro la tratta di esseri umani e il traffico di organi.

di (C. G.) IFQ

30 dicembre 2010

Cinquecento rifugiati nel cuore della capitale

Telecamere, fotografi e taccuini. Articoli sui principali quotidiani, servizi nei tg e sulle televisioni locali. Sull’Ambasciata somala di via dei Villini a Roma, diventata da quasi un decennio un campo profughi in città, l’informazione italiana ha aperto finalmente gli occhi. Frutto dell’impegno dell’Associazione Migrare, la presidente Shukri Said presidia quotidianamente l’ex sede diplomatica, e degli articoli de Il Fatto Quotidiano che un mese fa – era la notte tra l’11 ed il 12 novembre – denunciò l’irruzione illegale della polizia alla ricerca di presunti spacciatori sfociata in un’interrogazione parlamentare che ancora attende risposta dal ministero dell’Interno.

L’EDIFICIO, nel quartiere delle ambasciate della capitale, ospita un numero variabile, da 150 a 500, richiedenti asilo e rifugiati dalla Somalia. Tutti uomini, fra loro alcuni minorenni, vivono in condizioni di degrado estreme. Senza luce, riscaldamento, servizi igienici e con l’acqua prelevata da strutture in amianto, i rifugiati somali sono abbandonati dalle istituzioni e dalla propria ambasciata. Soltanto la società civile in queste ultime settimane natalizie si è mobilitata. Cittadini e associazioni hanno portato sacchi a pelo, cibo e acqua potabile.    Ieri è stata la volta della Nazioni Unite. L’ufficio dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati si è recato in visita nell’ex ambasciata per constatare una situazione di degrado   che si protrae da troppo tempo. “Ho rivisto oggi un articolo che abbiamo scritto per Famiglia cristiana sei anni fa. Non è cambiato niente”, ci ha detto la portavoce dell’Acnur Laura Boldrini. L’obiettivo dell’agenzia dell’Onu è quello di aprire un tavolo con il Comune di Roma e lo Sprar, il Sistema Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati attivato dal Viminale   e gestito dall’Anci. “Dai nostri riscontri ci risulta che la maggior parte dei rifugiati somali non abbia mai usufruito dello Sprar”, ha ribadito Boldrini.    Lo Sprar, nato nel 2002, mette a disposizione circa tremila posti letto in 123 comuni della penisola ed in sette anni ha accolto oltre 26 mila persone. Il problema è che i   richiedenti asilo ed i rifugiati presenti in Italia sono circa 55mila. Il Ministero delle Finanze ha ridotto del 45% gli stanziamenti allo Sprar fra il 2008 ed il 2009 ed ha portato le disponibilità a favore dell’unica rete di assistenza ed integrazione dei rifugiati in Italia a 21 milioni di euro nel 2010. Il costo complessivo annuo, come denunciato il presidente dell’Anci Sergio   Chiamparino, è però di 32 milioni. Chi non rientra nello Sprar, come i somali di via dei Villini, è abbandonato a sé stesso senza alcuna rete di protezione e senza la   possibilità di emigrare all’estero. La Convezione di Dublino, sottoscritta fra i Paesi dell’Unione europea, fissa degli standard minimi di accoglienza ed impedisce ai rifugiati il “turismo del welfare” fra un Paese e l’altro. Solo che all’estero lo Stato provvede a case, conto in banca ed assegno mensile. In Italia no. E pensare che il nostro Paese ha un decimo dei rifugiati rispetto alla Germania ed un quinto se confrontato con il Regno Unito.

OGGI ALLE 11 si è tenuta una conferenza stampa presso l’ex ambasciata somala promossa dall’Associazione Migrare assieme a Fnsi, Articolo 21 ed altre associazioni per richiamare l’attenzione   delle istituzioni sui circa 1.500 rifugiati presenti nella capitale. Due lettere sono state scritte all’Assessorato delle Politiche Sociali del Comune di Roma e alla Protezione Civile per chiedere un loro intervento. Nessuna delle due ha ad oggi ricevuto risposta. “Chiediamo una sistemazione definitiva per tutti i rifugiati. È una questione di civiltà. Non possiamo permettere che queste persone, fuggite da Paesi in conflitto, diventino ostaggio della burocrazia e delle impronte digitali senza ricevere alcuna assistenza”, ha detto Shukri Said, portavoce di Migrare. I rifugiati somali annunceranno uno sciopero della fame per chiedere una soluzione allo loro situazione.

di Emanuele Piano – IFQ

L’interno dell’ambasciata somala

30 dicembre 2010

India: Medici senza Frontiere supplisce nel suo ambulatorio alle carenze della sanità pubblica: farmaci di ultima generazione per ridare speranza ai sieropositivi

Sangeeta è una bella ragazza di 27 anni, sottile e flessuosa ed elegante come solo le donne indiane sanno essere. Vive a Place Mulund, un sobborgo di Mumbai, e una volta al mese si fa un paio d’ore di treno (e altrettante al ritorno) per recarsi all’ambulatorio di Medici senza frontiere nel Khar, quartiere residenziale di questa metropoli di 20 milioni di abitanti.    Sulla porta d’ingresso dell’ambulatorio c’è solo una piccola targa con la sigla Msf. Nessun riferimento a che cosa si cura lì dentro: la sieropositività al virus Hiv è un terribile stigma in India, Aids una parola impronunciabile.    Così nessuno, eccetto i suoi familiari, sa che cosa va a fare Sangeeta nel Khar, tantomeno che è sieropositiva e che solo pochi mesi fa ha rischiato di non farcela: i farmaci di prima linea che il servizio sanitario indiano le passava per tenere sotto controllo il virus le avevano provocato un’anemia gravissima. Impossibile continuare a prenderli. Ma impossibile, senza prenderli, tenere a bada l’infezione. Solo dei farmaci alternativi, e molto costosi, avrebbero potuto garantirle la sopravvivenza e una vita normale. Quei farmaci che Sangeeta riceve ora mensilmente da Medici senza frontiere, e che la tengono in vita.    Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, sono 2,6 milioni le persone contagiate dal virus Hiv in India e 120 mila i nuovi casi stimati ogni anno. Ma per coloro che sviluppano resistenza o reazioni avverse ai farmaci non sono disponibili, a livello di assistenza pubblica, alternative terapeutiche, ossia i farmaci cosiddetti di seconda linea.

LO STATO DISCRIMINA    TRANSESSUALI    E “SEX WORKERS”    Per questo Medici senza frontiere, la più grande organizzazione di assistenza sanitaria che opera nel Terzo mondo (ma non solo), ha avviato dal 2006 a Mumbai un programma di assistenza e distribuzione di antiretrovirali dis econda linea alle persone che, per ragioni mediche o sociali, non possono rivolgersi al Servizio sanitario nazionale. Pazienti come Sangeeta, per i quali gli antiretrovirali di prima linea sono tossici, o pazienti positivi all’Hiv-2 (una forma diversa del virus) che hanno bisogno di un farmaco specifico. O, ancora, persone per le quali i farmaci di prima linea non sono più efficaci. E poi i casipiùgravi, quelli dico-infezione Hiv- Epatite B o Hiv-Mdr-Tb (tubercolosi resistente ai farmaci).  Senza dimenticare i transessuali o coloro che Msf chiama «commercial sex workers», cioè lavoratori del sesso, che vengonodiscriminatienonpresiincaricodalservizio sanitario.    Al momento sono 321 le persone che a Msf-Mumbai insieme alle medicine ricevono regolarmente assistenza medica, ma anche psicologica e spesso materiale. Altre 800, accolte e visitate qui, sono seguite a distanza dopo essere state inviate al servizio pubblico perché possono ancora fronteggiare l’infezione con i farmaci di prima linea forniti dal governo.    I pazienti in cura a Mumbai sono in gran parte   poveri, inviati da associazioni caritatevoli. Ma c’è anche qualche esponente del ceto medio: gente che non si curava o lo faceva di nascosto, per vergogna, pagando profumatamente medici privati che poi, con il progredire dell’infezione, non sono stati più in grado di fronteggiarla. Qui, invece, si curano gratis tutti: poverissimi, poveri e meno poveri, con i farmaci più avanzati disponibili sul mercato. La cura per paziente per un anno con farmaci antiretrovirali di seconda linea è di 35mila rupie (circa 600 euro), il trattamento per la co-infezione Hiv-Mdr-Tb, dieci volte tanto per due anni. Un’enormità per un Paese dove un quarto della popolazione vive sotto la soglia di povertà (1,25 dollari al giorno), una condanna a morte per pazienti come Sangeeta, che non lavora per assistere la madre inferma mentre il fratello mantiene tutti e tre portando a casa, quando va bene, cinquemila rupie al mese, meno di 90 euro.    La storia di Sangeeta è simile a tante altre: sposata nel 2000, a 19 anni, con un uomo alcolizzato che la picchiava, si è separata nel 2004 per scoprire solo quattro anni dopo di essere sieropositiva. Se le chiedi come ha contratto il virus ti risponde: «Non so». Alla domanda se ha avuto altri uomini oltre a suo marito, risponde di no. L’infezione, per lei che pure accetta di parlare con un giornalista e di farsi fotografare, è un mistero, forse una punizione; il sesso un tabù quanto l’Aids.    Di essere sieropositiva, Sangeeta l’ha scoperto solo due anni fa, quando venne ricoverata in ospedale per i postumi di una brutta influenza. “L’ho detto a mio fratello, che si è molto spaventato. Gli ho chiesto di abbandonarmi lì in corsia, di starmi per sempre lontano”. Poi i medici hanno spiegato a lei e al fratello che la sieropositività non è una condanna, che con i farmaci   avrebbe potuto avere una vita normale. Ma dopo qualche mese di cura, un nuovo shock, l’anemia gravissima provocata proprio dalle medicine che avrebbero dovuto salvarla. Sageeta era ridotta a un lumicino: aveva smesso di mangiare, si stava lasciando morire. La svolta arrivò pochi mesi dopo, nel marzo del 2009, quando Sageeta venne indirizzata dal suo ospedale di zona a Msf: da allora è in cura con il trattamento alternativo ed è rinata alla vita. Anche se non completamente: Sageeta è giovane e bella, ma non vuole nemmeno pensare di rifarsi una vita, anche se grazie alle nuove cure potrebbe avere figli sani. I colloqui che ha regolarmente con gli psicologi di Msf la stanno aiutando a superare la paura e, soprattutto, la vergogna per una malattia di cui non è responsabile. E domani, forse, riuscirà a pensare davvero a un futuro migliore, Yuvraj, invece, 35 anni, due occhi nerissimi   dietro la mascherina, un figlio ce l’ha: ha due anni ed è sano come sua moglie. Yuvraj si è scoperto sieropositivo nel 2005 e, come Sageeta, ha dovuto interrompere la terapia con i farmaci passati dal servizio sanitario pubblico perché era allergico: si ricopriva di bolle pruriginose, non riusciva a mangiare, era debolissimo. Il costo del trattamento alternativo, nel suo caso, era di 5.500 rupie al mese: l’assistenza sociale ne pagava 4.000, gli altri 1.500 restavano a suo carico. “Ma io non li avevo perché in quelle condizioni non potevo lavorare. Allora un amico si è offerto di pagarli per me, ma dopo cinque mesi non ce l’ha più fatta nemmeno lui. Pensavo che per me fosse finita”. Per sua fortuna, però, l’Npm (Mumbay network of positive person) l’ha indirizzato all’ambulatorio di Medici senza frontiere. Yuvraj ci è arrivato in condizioni quasi disperate: uno scheletro che a stento si reggeva in piedi. Dopo due mesi di trattamento con i farmaci di seconda linea è letteralmente risorto. Oggi ha ripreso a lavorare come muratore e ha potuto anche trasferirsi con la famiglia in una casa decente.    È un lavoro particolare quello che Msf svlolge a Mumbai: qui non c’è l’emergenza continua di Haiti, dove ogni giorno si combatte una durissima guerra per strappare alla morte una popolazione stremata dal terremoto, dal colera e da una miseria atavica.

IL GOVERNO INDIANO    FORNISCE SOLO    LE CURE ESSENZIALI    Dei 63 paesi in cui Msf è presente con 365 progetti, 8,5 milioni di visite mediche, 53mila interventi chirurgici, 10mila parti e milioni di vaccinazioni, l’India non è certo il più povero né il meno evoluto. Ma l’Aids è una grande piaga: per il numero delle persone infette e per la difficoltà a scovarle e curarle a causa del tabù del sesso. Come ha scritto lo storico William Dalrymple, grande conoscitore dell’India, «la patria del Kamasutra è oggi uno dei posti più rigidi e prudenti del mondo». E, come ha osservato lo scrittore indiano Khushvant Singh, “nove decimi della violenza e dell’infelicità di questo Paese derivano dalla repressione sessuale”.    Il governo sta facendo molto, sia nell’informare la popolazione sul rischio d’infezione sia nel   prestare le cure essenziali con i farmaci di prima linea, e si prevede che entro cinque anni sarà in grado di distribuire anche i trattamenti di seconda linea.    Msf non si sostituisce al servizio pubblico ma lavora al suo fianco: intercetta le persone sieropositive, le visita e valuta il grado dell’infezione, le dirotta agli ospedali pubblici di pertinenza se l’infezione è curabile con i farmaci di prima linea, li prende in carico se invece necessitano di trattamenti più specifici. “Soprattutto, mostriamo al governo che è possibile trattare i pazienti più gravi e lo motiviamo a fare lo stesso”, dice Claudia Geraets, coordinatrice del programma. A Msf-Mumbai lavorano 35 persone fra medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, oltre al personale amministrativo e logistico. C’è anche un team dedicato al lavoro esterno, per raggiungere le persone che non ce la fanno a venire in ambulatorio.    Per alcuni di loro, i più indigenti, Msf provvede anche al cibo, alla pulizia della casa e al controllo e alla cura dei familiari, perché il rischio di contagio da tubercolosi resistente è altissimo:   “Abbiamo avuto casi di parenti negativi all’Hiv ma positivi a questa forma di infezione molto aggressiva” spiega la dottoressa Bhanumati Varghese. “Per questo uno dei prossimi obiettivi è creare un hospice dove ricoverare, per il tempo necessario a controllare l’infezione, i pazienti co-infetti dalla tubercolosi multiresistente”.    Quello dell’Hospice è un progetto importante. E costoso. Msf Mumbai conta che una piccolissima parte degli oltre 500milioni di euro elargiti annualmente dai 3,8 milioni di donatori sparsi nel mondo (una media di 104 euro a donatore) finanzi questo progetto. Ma le emergenze e i programmi nei quali l’organizzazione è impegnata sono sempre di più, e sempre più costosi: solo in India Msf gestisce quattro cliniche nello stato Nord-orientale di Manipur; nello stato di Chhattisgard fornisce assistenza sanitaria alle migliaia di rifugiati nei campi e nelle foreste a causa del conflitto fra i ribelli maoisti e le forze governative; nello Jammu e nel Kashmir, nell’agosto scorso Msf è intervenuta in aiuto alle popolazioni coinvolte dalle disastrose alluvioni che hanno colpito la regione; nel distretto di Vaishali (stato di Bihar), Msf ha curato oltre 2.000 pazienti affetti da kala-azar, una malattia parassitaria mortale. A Darbhanga, glio peratori hanno assistito i bambini da sei mesi a cinque anni che soffrivano di malnutrizione acuta.

OGNI CENTO EURO    L’ONG DESTINA    80 AI PROGETTI    L’elenco potrebbe continuare a lungo, con dati e cifre, per analoghi interventi a favore di popolazioni prive della più elementare copertura sanitaria a causa di guerre, catastrofi naturali, povertà.    Ma un dato su tutti è, forse, il più significativo: su 100 euro donati a Msf, 80 vanno ai progetti e solo 20 alle spese di gestione dell’organizzazione: un rapporto costi/benefici che le grandi Ong si sognano. E che consente di offrire ai pazienti di tutto il mondo i farmaci, l’assistenza e l’umanità che spesso non hanno mai conosciuto: “Quando sono venuta a lavorare qui – ricorda Lorraine Rebello, capo infermiera a Msf Mumbai – non potevo credere ai miei occhi: tutti i pazienti venivano accolti, visitati, curati, sostenuti come mai avevo visto in nessun ospedale dell’India. E chi riceve spesso ridà: come Seema, una donna di 32 anni che perfino noi credevamo spacciata ma che invece ce l’ha fatta e ora aiuta i pazienti più gravi ricoverati nell’hospice dell’organizzazione caritatevole dove lei stessa era stata mandata ad attendere la e dalla quale era poi uscita con le sue gambe”.

Per sostenere Msf:

con carta di credito, numero verde 800.99.66.55 o  www.medicisenzafrontiere.it

bonifico bancario: Iban IT58D0501803200000000115000

Una veduta delle baraccopoli di Mumbai, la metropoli indiana (ex Bombay) dove la ricchezza economica contrasta con la povertà di gran parte della popolazione. (FOTO OLYCOM)
30 dicembre 2010

De Magistris risponde a Di Pietro: “Nessuna spallata, ma facciamo pulizia”

Caro Antonio e cara IdV, sono stati giorni di confronto, anche aspro, all’interno del partito. Questo Natale ha rappresentato un momento di riflessione per tutti sul futuro della nostra comunità politica. Eppure credo, come afferma il detto comune, che “non tutto il male viene per nuocere” e che da questa parentesi difficile possiamo uscirne rafforzati, rispetto al rapporto tra noi dirigenti e rispetto a quello con la base. Può essere, la nostra, una crisi nel senso positivo del termine greco: passaggio di destabilizzazione per una stabilità ancora maggiore. Dunque un’opportunità.

VORREI allora provare a rimuovere le macerie negative della polemica per creare le condizioni adatte a una ricostruzione del dialogo politico, a cui siamo chiamati nel rispetto di militanti ed elettori che ci sostengono con dedizione e che tutti noi amiamo.    Lo faccio con riferimento alla lettera firmata insieme a Sonia Alfano e Giulio Cavalli. Il primo aspetto che vorrei fosse chiaro è il seguente: non ho mai agito con un intento distruttivo verso l’IdV né con l’obiettivo di lanciare un’opa per la leadership   , ma al contrario sono stato mosso dal fine di rafforzare il partito. E’ stato posto, infatti, un problema che mi viene segnalato nelle diverse realtà locali che ho visitato, in segno di attenzione proprio verso i militanti e gli elettori. Un tema che da tempo, peraltro, segnalo al partito negli esecutivi e nei dibattiti, ma anche negli incontri che ho avuto con il presidente. Per questo il termine “pugnalata” (usato spesso in questi giorni per definire la lettera) è ingiusto.    Pugnalata è il fendente inaspettato e vigliacco inferto con dolo: quanto di più distante dal mio operato a cui era ed è estraneo ogni desiderio di nuocere e, in particolare, di farlo in modo nascosto. Porre il problema della questione morale/politica, poi, non significa affermare che il partito nel suo complesso è da gettare   al macero come fosse un coagulo di corruzione e trasformismo. Significa, invece, ricordare che esiste un nervo scoperto per ogni soggettività politica: la selezione della classe dirigente che, inevitabilmente, è esposta al pericolo di ingressi e partecipazioni illegittime o non all’altezza. Per questo si deve vigilare costantemente e arrivare a un meccanismo di selezione che responsabilizzi tutti,   che costringa ciascuno ad assumersi, rispetto alle candidature di ogni livello, la propria dose di responsabilità. Nel successo e nell’insuccesso. Lo si deve proprio ai militanti e ai dirigenti che pretendono onestà e competenza. In occasione dell’esecutivo di gennaio potremmo discutere di questo, arrivando a confrontarci sul modo specifico con il quale garantire tale assunzione collettiva di responsabilità. L’IdV è una comunità politica vitale e sana, l’IdV deve continuare ad esserlo, cercando di contrastare – e ha gli strumenti etici e ideali per farlo – la fisiologica (perché tipica di ogni partito) tendenza ad essere infiltrata da personaggi come Razzi, Scilipoti, Porfidia, De Gregorio e altri. Perché questi casi ci sono stati e non possono essere liquidati come errore occasionale, altrimenti il pericolo è quello di   un loro ripetersi, il che sarebbe inaccettabile perché proprio loro screditano il lavoro che militanti ed elettori portano avanti tutti i giorni.

LA STRATEGIA liquidatoria non è degna dell’IdV, avendo l’IdV fame di trasparenza e onestà, essendo un partito dalle ambizioni elevate anche sul piano della propria correttezza interna e che deve essere “diverso”   dagli altri. Detto questo, vorrei parlare dei sentimenti. E’ stata, la nostra, una lettera di rabbia e amore, dettata da chi crede nel progetto dell’IdV e ha sofferto nel vedere il governo Berlusconi reggere l’urto della sfiducia grazie al sostegno di tre traditori comprati.    Per questi tradimenti abbiamo sofferto tutti, come tutti crediamo nel progetto dell’IdV, allora ti chiedo e vi chiedo: riflettiamo e agiamo sul tema della classe dirigente e della rappresentanza, del tesseramento e dei congressi, della democrazia interna, per definire regole ferme   perché sia garantita sempre la trasparenza. Affrontare tali argomenti, dunque, non vuol dire che il partito sia marcio e quindi da rifondare, significa riconoscere che si deve sempre migliorare.    L’ingresso di personalità “altre” rispetto alla politica tradizionale (Alfano, Cavalli, me e altri), come confermato dal successo elettorale del 2009, può essere stimolo per un cambiamento del partito in senso più moderno. Possibile e necessario un equilibrio con tanta militanza politica di qualità. In questi giorni, ho letto diverse critiche in merito ad un mio presunto atteggiamento da ex cathedra, da ultimo arrivato che impone lezioni di moralità e politica.

MI DISPIACE perché non è così, anzi spesso ho avuto l’impressione di esser percepito, da una parte della dirigenza, come corpo estraneo disgregante.    Non mi sento tale. A questo partito ci tengo e in questo partito voglio stare. Soprattutto, insieme a questo partito   voglio lavorare, per la sua crescita, per quella del centrosinistra e di tutto il Paese, per costruire l’alternativa al berlusconismo. E’ ciò che sto facendo fin dalla campagna elettorale senza sosta: centinaia di iniziative su tutto il territorio nazionale che hanno contribuito a rafforzare l’IdV e che mi hanno portato a un consenso che mi riempie di soddisfazione, tanto quanto mi “pesa” per la responsabilità a cui mi chiama. Saremo sempre più forti se sapremo essere uniti, nelle diversità. Il pluralismo arricchisce, non disgrega.

di Luigi De Magistris -IFQ

Luigi de Magistris e Antonio Di Pietro, Idv, visti da Manolo Fucecchi 

30 dicembre 2010

Turismo, la ricetta della Brambilla: più buche da golf e casinò ai ricchi

Brambilla sì, Brambilla no. Anzi ni. Dopo la vittoria elettorale nell’aprile del 2008, il nome della rossa di Calolziocorte appare e scompare dal totoministri diverse volte. Sottosegretario, ministro della Sanità, infine viceministro. “L’incarico mi soddisfa pienamente”, dichiara alle agenzie il 7 maggio 2008. Il presidente del Consiglio conferma: “Sanità per la Brambilla? Sì”. E invece no, le tocca un posto da sottosegretario con delega al Turismo. Colpa del fuoco incrociato dentro alla maggioranza. Dice di lei Calderoli: “E’ rossa come una Ferrari, ma è una 500 taroccata”. Ce la farà, ma ci vorranno ancora mesi perché Berlusconi faccia di lei un ministro, nel maggio 2009.

DELL’EVENTO darà una spiegazione originale Vittorio Sgarbi: “Berlusconi è un umorista e lo fa apposta a candidare quelli che non c’entrano niente, pensando ‘gli metto lì una figura impossibile e vedrai che gli elettori digeriscono anche questa’”. Il premier invece lo spiega così: “Un ministro molto efficace, un cane da polpaccio che quando ti agguanta non ti molla più fino a quando non ottiene la risposta che cerca da te”. Forse, però, la benedizione che vale di più è quella di Bernabò Bocca, amico di vecchia data, marito di Chiara Geronzi figlia di Cesare, numero   uno di Federalberghi e Confturismo, figlio di Ernesto, fondatore dei Sina Hotel che fatturano circa un miliardo di euro. La strategia del ministro Brambilla è ampia e articolata, eterogenea e rumorosa, ma ha un’attenzione ossessiva per gli alberghi di lusso. Annuncia un disegno di legge per incentivare la costruzione di campi di golf in strutture ricettive collegate, proprio qui in Italia dove 100 mila praticanti su 60 milioni di abitanti possono scegliere – pagando, nei circoli – tra 378 green. Protestano ambientalisti e leghisti. Il senatore Massimo Garavaglia è realista: “Inopportuno. Proprio ora che ci sono tante aziende costrette a mettere in cassa integrazione   operai che mai andranno a giocare a golf”. Ma la rossa presenta il progetto nel Consiglio dei ministri e trova l’approvazione in pochi minuti. Il governo che piange il portafoglio vuoto, scova   chissà dove sgravi fiscali per chi costruisce campi da golf. Attenzione: tassative le 18 buche. Per il resto, che siano piantate ovunque: senza rispetto di aree protette o riserve naturali. C’è scritto nel disegno di legge (art. 4, comma b): “Gli impianti golfisti possono essere realizzati nell’ambito delle aree naturali protette, previo nulla osta dell’ente parco nazionale e dell’ente gestore delle aree marine pro-tette”. Ora l’albergo a 5 stelle sarà circondato da 18 buche così care alla Brambilla. Basta “per trasformare il turismo da Cenerentola a principessa” (ipse dixit a Cernobbio)? No, è ancora poco, la nostra immagina alberghi con golf di pomeriggio e casinò di sera. Gioco d’azzardo soltanto negli   alberghi di lusso perché, secondo il ministro, Spagna, Germania e Francia vincono sui prezzi alti.

IL CASINÒ resta un’idea, ma la Brambilla – più del collega Calderoli – riesce a semplificare le pratiche burocratiche, guarda caso, proprio per i proprietari di alberghi. Il ministro che litiga con le agenzie di viaggio sulle vacanze all’estero, in compenso gira il mondo (per lavoro): Montenegro, Russia, Dubai, Germania. E poi l’Italia, le sette chiese televisive e quelle vere: “Dobbiamo puntare sul turismo religioso”, dice con perfetto cinismo imprenditoriale, ricordando al contempo le radici cristiane e il loro valore più terreno: 3   miliardi di euro/anno. E sembra richiamare ben altre tradizioni quando a Lecco, nel giugno 2009, saluta i Carabinieri in passerella per la loro festa con braccio teso, dita a punta, sguardo fisso in un saluto romano. Ma smentirà: “Non è vero. Mai avuto simpatia per il fascismo”. Spesso però il ministro torna movimentista, infila sotto le scarpe di Berlusconi il predellino bis: i promotori della libertà, nati a febbraio 2010, un movimento nel partito, un megafono su Internet per lanciare messaggi del presidente del Consiglio. E d’estate viene consacrata dal settimanale Chi: il ministro trascorre le vacanze in missione spagnola e francese per studiare il   modello turistico dei vincenti. E ci va con 2 dei suoi 15 cani: “Fanno a rotazione”. Del resto, nel luglio 2009 per amore degli animali Brambilla ha fatto programmare il portale Turisti a 4 zampe, dedicato   a chi viaggia con animali domestici al seguito. E dopo il nuovo logo “Italia” a novembre dello stesso anno parte il programma “Magica Italia”, mentre lo spot omonimo, con la voce del premier, viene presentato a luglio di quest’anno, diventando il cult delle parodie in Rete.

SEMPRE a luglio 2009 parte invece la rinascita, meglio sarebbe dire la resurrezione, del portale  italia.it  . Costato 45milioni di euro e una figuraccia al suo predecessore Rutelli – “biutiful maunteins, biutiful cauntrisaid“ diceva nello spot – tanto che finì per chiuderlo, nelle intenzioni del ministro “non servirà solo a far conoscere l’immagine dell’Italia, ma dovrà anche essere possibile prenotare biglietti, hotel, teatri e quant’altro”. Costo complessivo previsto per arrivare all’opera definitiva: 5 milioni di euro. E qualche protesta: alcuni dei musei inizialmente segnalati sono chiusi da anni, altri sono inagibili, Reggio Calabria diventa capoluogo di regione contro   Catanzaro, capovolgendo la storia patria. Lo strafalcione su Latina, poi, pare essere così grossolano che il presidente dell’associazione provinciale per il Turismo si rifiuta di comunicarlo ai media. La versione definitiva del sito, annunciata per l’autunno del 2009 e rilanciata ad aprile 2010, ancora non si è vista. Il bando per la gestione dei contenuti, del resto, è stato affidato solo un mese fa.

di Fabio Amato e Carlo Tecce – IFQ

Il ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla (FOTO ANSA)

30 dicembre 2010

D’Alema dà la linea: il Pd sceglie Marchionne

La linea politica del Pd va seguita come la cottura di un risotto, cronometro alla mano. Ieri pomeriggio alle 17, al culmine dell’ennesima giornata caotica, con tanti pareri quanti erano gli esponenti Pd a prendere la parola, l’eurodeputata Debora Serracchiani ha consegnato il grido di dolore a Facebook: “Sono stufa di continuare a leggere titoli come ‘Il Pd si divide sulla Fiat’ ”. Alle 19 arriva la dichiarazione di Massimo D’Alema al Tg3. É il presidente del Copasir (comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti), pur privo di ruoli dirigenti nel partito, a chiudere la discussione: il Pd sta con Sergio Marchionne. Lo strappo ha del clamoroso, perché mette brutalmente in fuorigioco la posizione di prudente attesa del segretario Pier Luigi Bersani. Ecco la parole di D’Alema come riferite dall’agenzia Adnkronos: “Spero che i lavoratori votino a favore dell’accordo”, ha detto. “L’accordo che verrà sottoposto al giudizio dei lavoratori credo sia accettabile nella sua parte produttiva. É vero che prevede delle rinunce, dei sacrifici e un particolare impegno da parte dei lavoratori a garantire la produttività, ma prevede anche un forte investimento e forti garanzie per il destino produttivo di Mirafiori”. D’Alema ha anche riservato una replica acida al leader della Fiom Maurizio Landini, che aveva invitato i politici filo-Marchionne ad assumere il punto di vista dell’operaio in catena di montaggio: “Sono polemiche che non hanno molto senso. Neanche Landini lavora alla catena di montaggio”. D’Alema ha poi adombrato quello che potrebbe essere il piccolo decisivo passo indietro con cui il numero uno della Fiat potrebbe, diciamo, risarcire sindacalisti e politici che lo stanno appoggiando in queste ore: “La parte che non è accettabile è la pretesa della Fiat di escludere chi non condivide l’accordo dalla gestione dei rapporti sindacali. Alla Fiat e a Marchionne vorrei dire che escludere chi dissente non è una buona regola, perché una grande fabbrica non si dirige con il comando ma con il consenso. Basterebbe un accordo interconfederale e stabilire che il referendum è vincolante per tutti e uscire da questa situazione, evitando così forzature e rispettando il dissenso”. Non trovano conferma le voci secondo le quali la mossa di D’Alema avrebbe fatto seguito a un contatto diretto con Marchionne. Mentre l’impatto politico dell’intervista al Tg3 è evidente. Alle proteste della base – che da settimane chiedeva al Pd di assumere una posizione chiara su una vicenda decisiva per il futuro della vita economica e del lavoro – ha risposto nel modo più netto e tonante (attraverso la televisione) quello che è ancora considerato l’azionista di riferimento del partito. Le sue parole consegnano il maggior partito dell’opposizione allo schieramento filo-Marchionne e mettono in seria difficoltà il segretario della Cgil, Susanna Camusso, sollecitata ancora in queste ore, per l’ennesima volta (non solo dalla Fiom ma anche da Sergio Cofferati del Pd e dall’Italia dei Valori), allo sciopero generale. Diventa poi complicatissima la vita di Bersani. La sua ultima presa di posizione, risalente a lunedì scorso, è pubblicata sul suo sito Internet: “Credo che non sia possibile che una palla di neve diventi una valanga per tutto il nostro sistema senza che nessuno ne parli: le grandi organizzazioni sociali, il Governo ed il Parlamento”. Titolo: “Il Parlamento dica la sua sulle relazioni sindacali”. Primo commento su Facebook, due minuti dopo la pubblicazione: “Magari se la dicesse anche il Pd la sua, non sarebbe male…”. Ieri il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina ha commentato l’accordo sindaca-le per Mirafiori, firmato da Cisl e Uil ma non dalla Fiom, con un’intervista a La Stampa in cui ha detto due cose opposte nella stessa risposta alla domanda su quale fosse la posizione del Pd: “L’intesa è positiva perché attiva un investimento importante (…). Tuttavia per noi è un accordo sbagliato, che ci preoccupa: la modernità non può essere lavoro senza diritti”. Le acrobazie della segreteria del Pd vanno lette alla luce del complesso quadro politico. Nel momento in cui si tratta di scegliere tra l’alleanza a sinistra (con Nichi Vendola e Antonio Di Pietro) e quella con i centristi, c’è un pezzo importante del partito che ha cavalcato la vicenda Fiat per rimarcare la natura riformista moderata del partito. In questa chiave Bersani ha dovuto leggere le dichiarazioni filo-Marchionne e anti-Fiom degli ex Margherita Enrico Letta, Giuseppe Fioroni e Franco Marini, e del partito dei torinesi (il sindaco Sergio Chiamparino e l’aspirante sindaco Piero Fassino, schierati sulla linea “fossi un’operaio firmerei”). La mossa di D’Alema rompe l’incertezza: i padri nobili del partito hanno fatto la loro scelta, le mediazioni della segretaria non servono più.

di Giorgio Meletti – IFQ

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30 dicembre 2010

Costituzione e codice civile, ecco le violazioni a Mirafiori

L’accordo di Mirafiori va osservato a tre livelli. Il primo è quello della disciplina delle condizioni di lavoro. Una regolazione tutta centrata sulla esigenza della massima utilizzazione degli impianti: le turnazioni mobili, la riduzione delle pause, lo straordinario comandato ecc. C’è una idea della produttività fondata sull’utilizzo intensivo della prestazione di lavoro. Il secondo livello riguarda il dritto di sciopero. Sarebbe necessario che i contraenti chiarissero se la clausola sulla “responsabilità individuale” riguarda l’inadempimento di specifici obblighi previsti dal contratto (quale la prestazione di lavoro straordinario) o lo sciopero tout court. In questo secondo caso la clausola sarebbe illegittima, per violazione dell’art. 40 della Costituzione, dato che lo sciopero è considerato un “diritto individuale ad esercizio collettivo”, un diritto quindi che in alcun modo può   essere monopolizzato da singole organizzazioni.

IL SISTEMA. Il terzo livello riguarda il sistema delle relazioni industriali. Questa pare la parte più claudicante. Infatti l’accordo su Mirafiori si presenta per un verso come un accordo aziendale, modello di una aziendalizzazione dei rapporti contrattuali. “All’americana”, si dice, trascurando il fatto che negli Stati Uniti il sistema è da sempre aziendalistico, fondato sul monopolio del sindacato aziendale che ottiene con referendum il riconoscimento di esclusivo agente negoziale, mentre in Italia e in Europa i sistemi contrattuali prevedono sempre una cornice negoziale di tipo nazionale. Altre volte invece si invoca, altrettanto a sproposito, il modello tedesco dove la contrattazione aziendale non è mai esistita: i contratti collettivi sono regionali ma negoziati sotto la direzione di un unico sindacato nazionale, e i recenti accordi aziendali di tipo adattivo sono negoziati all’interno di   un sistema di relazioni industriali coeso sul piano nazionale e nell’ambito di una disciplina della cogestione introdotta mezzo secolo fa. Per la quale nelle società per azioni i sindacati hanno una rappresentanza paritaria nei consigli di sorveglianza e nelle aziende i lavoratori eleggono consigli aziendali investiti di molteplici compiti, tra cui si segnala quello di autorizzare i licenziamenti individuali. Al tempo stesso l’accordo Mirafiori ipotizza la stipula di un futuro “contratto dell’auto”, da applicarsi a tutte le imprese dell’indotto: questo sarebbe allora un nuovo contratto nazionale di settore. Si tratta evidentemente di due prospettive diverse.

LA RAPPRESENTANZA. Infine la questione più rilevante dal punto di vista sistemico riguarda la rappresentanza sindacale e i diritti sindacali. Secondo l’accordo Mirafiori non esiste più una rappresentanza sindacale unitaria elettiva. I diritti sindacali vengono usufruiti dai sindacati firmatari in termini paritari, a prescindere dalla rappresentatività effettiva. Questo è l’aspetto più inquietante dell’accordo. A Mirafiori non ci saranno più rappresentanze elette dai lavoratori ma cinque r.s.a. (rappresentanze sindacali aziendali) di Fim, Uilm, Fismac, Ugl e associazione dei quadri Fiat, nominate dagli stessi sindacati firmatari dell’accordo, tutte usufruttuarie paritariamente dei diritti sindacali in termini di permessi, agibilità in azienda ecc. La Fiom resterà fuori e diventerà una organizzazione sindacale   extra legem, non riconosciuta e non titolare di alcun diritto sindacale. Tutto questo è legittimo rispetto alla attuale dizione dell’art.19 dello Statuto dei lavoratori, come modificato da un demenziale referendum promosso nel 1994, naturalmente “da sinistra”, con l’idea di allargare il campo di applicazione dei diritti sindacali. L’esito consiste in uno straordinario   paradosso: in base all’art.19 dello Statuto dei lavoratori hanno diritto a costituire proprie rappresentanze i sindacati firmatari di contratti collettivi applicati nei luoghi di lavoro; poiché i contratti collettivi si firmano in due ne consegue che sono le imprese a decidere, ammettendoli alla contrattazione, chi sono i sindacati titolari del diritto a costituire proprie rappresentanze in azienda. Poiché la Fiom non ha sottoscritto il contratto è esclusa dall’esercizio dei diritti sindacali in azienda. C’è di che rievocare la disposizione di cui all’art.17 dello Statuto dei lavoratori, dove si dice che “è fatto divieto ai datori di lavoro di costituire o sostenere, con mezzi finanziari o altrimenti, associazioni sindacali di lavoratori”.

LA COSTITUZIONE. L’esito appena descritto è non solo paradossale ma in sé irrazionale, e al fondo illegittimo, per il contrasto con i principi di fondo sanciti dalla Costituzione all’art. 39, in riferimento sia al primo comma, relativo alla garanzia della libertà e del pluralismo sindacale, sia al secondo comma, che sancisce un meccanismo comunque proporzionale di verifica della rappresentatività sindacale. Perciò l’operazione Mirafiori non funzionerà. Per molti motivi, ma specialmente perché il suo effetto sistemico sarebbe devastante: l’anarchia delle relazioni contrattuali, la riduzione dei rapporti di lavoro a puri rapporti di forza.   Anche perché in quell’accordo c’è una clausola secondo cui i lavoratori verranno trasferiti alla nuova joint venture mediante licenziamenti e riassunzione, escludendo la disciplina dell’art. 2112 del codice civile sul trasferimento d’azienda. Ma chi ha mai detto che quella disciplina, per di più di derivazione comunitaria, sia derogabile a piacimento?

di Luigi Mariucci – IFQ

Ordinario di Diritto del Lavoro  alla Ca’ Foscari e lavoce.info

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30 dicembre 2010

Una Corte à la carte

Dunque l’11 gennaio la Corte costituzionale deve decidere se la legge 51 del 7 aprile 2010 sul “legittimo impedimento” speciale per il premier e i ministri sia o no costituzionale. La Costituzione dice che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. L’art. 420-ter del Codice di procedura penale dice che il giudice, se accerta che l’imputato non può presenziare a un’udienza per “assoluta impossibilità” dovuta a “caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento”, rinvia l’udienza. La legge 51 dice che l’imputato premier o ministro è più uguale degli altri: con un certificato della segreteria di Palazzo Chigi può imporre al giudice di rinviare le udienze fino a 6 mesi (prorogabili due volte, per un massimo di 18), accampando imprecisati impedimenti dovuti alla “politica generale”, a “ogni attività coessenziale” alle funzioni di governo e addirittura all’”attività preparatoria”. Tutto e niente. Tanto il giudice non può verificare se l’impedimento c’è ed è legittimo: deve obbedire a un segretario della Presidenza del Consiglio, in barba alla Costituzione che vuole il giudice “soggetto soltanto alla legge”. Bastano queste poche note, oltre al parere di 999 costituzionalisti su 1000 (uno su mille ce la fa sempre a vendersi), per far comprendere a tutti, anche i più inesperti, che la legge è totalmente e palesemente e inequivocabilmente incostituzionale. Se la Consulta giudica in base al diritto, non c’è storia: accoglie delle tre eccezioni di incostituzionalità del Tribunale   di Milano, rade al suolo la legge e B. torna imputato. Ma, da qualche tempo, la politica s’è infilata anche nel tempio dei giudici delle leggi. Ce l’ha fatto sapere il neopresidente Ugo De Siervo (nomen omen), quando ha incredibilmente spostato l’udienza sul legittimo impedimento dal 14 dicembre all’11 gennaio perché “il clima politico è troppo surriscaldato”. Cioè perché B., con l’avallo di Napolitano e dei presidenti delle Camere, aveva fissato la fiducia al governo proprio nel giorno in cui da tempo la Corte aveva fissato la fatidica udienza: il 14 dicembre. Così, anziché rivendicare la propria impermeabilità al clima politico e protestare contro lo sgarbo di governo e Parlamento, la Corte s’è scansata e se l’è data a gambe per non disturbare il manovratore. Il quale, per gratitudine, ha seguitato a insultarla, a minacciarla, a dipingerla come un covo di comunisti eversori, nel silenzio del Quirinale improvvisamente a corto di moniti. Ora che l’11 gennaio si avvicina, gli house organ di B. mettono in giro la voce che la giudice Saulle, “orientata verso il centrodestra”, sarebbe a letto con l’influenza: impedimento più che legittimo per giustificare l’ennesimo rinvio, magari al 25, o – meglio ancora – a mai. Il giudice Mazzella invece gode ottima salute: anziché starsene schiscio per far dimenticare la cenetta con B. e Alfano alla vigilia della sentenza sul lodo Alfano, scrive addirittura ai colleghi una lettera accorata per invitarli a dichiarare costituzionale la legge incostituzionale, perché – è il messaggio che   piove ogni giorno sulla Consulta – ne va delle “sorti della legislatura e del Paese”. Intanto un giornalista molto introdotto al Quirinale anticipa il presunto orientamento del relatore Cassese (che finora s’è ben guardato dallo svelare ai colleghi il proprio orientamento): “sentenza interpretativa di rigetto”, cioè sì alla legge, ma riscritta in modo da affidare al giudice il potere di valutare di volta in volta gli impedimenti di B. Sarebbe una sentenza politica, oltreché una supersonica sciocchezza, perché questo già è previsto dal 420-ter Cpp e non c’è bisogno di ripeterlo con una nuova legge, che dunque dev’essere cassata e B. tornare imputato come un normale cittadino. Ma ciò che è normale per gli altri diventa maledettamente complicato quando c’è di mezzo B. Comunque vada l’11 gennaio, il fatto stesso che si discuta se una legge incostituzionale debba essere cancellata in toto, o solo in parte, o magari salvata ma reinterpretata, dimostra che ha già vinto lui.

di Marco Travaglio – IFQ

29 dicembre 2010

Tra paternalismo e mercato la generazione nascosta di Cuba

I cambiamenti annunciati a Cuba si realizzeranno in un futuro prossimo: è necessario modernizzare il modello economico con l’obiettivo di decentrare le responsabilità ormai insostenibili dallo Stato. Disegno che attribuisce maggiore indipendenza alle imprese, ai governi locali e all’organizzazione del lavoro. Si sta insistendo sulla necessità che lo Stato abbia meno responsabilità non disponendo di risorse sufficienti a mantenere sussidi, servizi gratuiti e quei benefici che appena un anno fa il governo aveva promesso. Ogni cubano deve sostenere questo modello con adeguata produttività nel lavoro e pagando imposte dirette (inclusa la sicurezza sociale, quindi salute ed educazione).

SI DICE POCO sulle conseguenze che ricadranno sui cittadini anche se si insite nel garantire che nessuno verrà abbandonato quando avrà bisogno degli aiuti statali. Si spiega la necessità dell’eliminare i sussidi ma non si ricordano le imposte invisibili che negli ultimi 15 anni aiutano il bilancio dello Stato, imposte sui prodotti offerti da negozi (statali) il cui compito è raccogliere valuta straniera duplicando, triplicando, a volte moltiplicando per quattro, i prezzi che si pagano per gli stessi prodotti in altri paesi. Prezzi che regolano il nostro mercato a eccezione della squallida e moribonda libreta – tessera di sopravvivenza – e influenzano il mercato nero la cui rete prospera provocando l’insufficienza degli stipendi statali. I lavoratori e le loro famiglie non ce la fanno il che ha provocato, fra gli altri effetti, disinteresse per ciò che devono fare. Si tace sulle conseguenze che le decisioni avranno sulle persone non vicine alla pensione ma con la   gioventù alle spalle: devono reinventarsi la vita adattandola alle nuove regole sociali ed economiche. Lo Stato pretende maggiore produttività per mantenere la politica protezionista o paternalista che impera da decine di anni. Lo Stato lo pretende da cittadini tra i 35 e 55 anni, dal profilo diverso. Posso raccontare   la vocazione che mi compete: studi universitari, quindi, un professionista. Posso raccontare della generazione che ha partecipato alle operazioni militari internazionali tra gli anni ’70 e ’80 senza godere delle ricadute economiche delle quali oggi godono in un modo o nell’altro, i lavoratori internazionalisti (medici, operatori sanitari, maestri al lavoro dal Venezuela alla Bolivia, eccetera, ndr). Quando la generazione precedente aveva 30 anni, piena maturità che si immaginava compensata da un progresso economico personale, questa generazione è stata rag-gelata dal periodo speciale (anni ’90, dopo la partenza dei russi, ndr). Quanti di loro sono nelle condizioni fisiche e psicologiche necessarie a riciclarsi nel nuovo modello? Quanti possono trasformarsi in contadini, costruttori, poliziotti, o imprenditori in proprio, a una certa età e con caratteristiche ormai definite? Al di là della professione di insegnanti, lo Stato cosa può offrire   ? In alcuni racconti ho battezzato questo tipo di cubani “generazione nascosta”: non hanno una dimensione pubblica né la capacità di decidere quale tipo di vita e quale futuro sia possibile in una società finora severamente regolamentata, ruolo dei singoli deciso dalle esigenze e dai problemi dello Stato. Dallo studio alla guerra, dal tagliare la canna da zucchero alle scelte professionali un lungo e variegato eccetera di necessità ed obbedienza. È la generazione che deve adattarsi a un sistema necessariamente competitivo e con lo Stato che esigerà produttività e tasse. È la generazione che dovrà cambiare vita in contraddizione con la cultura e le forza della generazione che le succede e, drammaticamente, con la minaccia di un pensionamento allungato di 5 anni da una recente legge.    L’impegno è difficile. Le possibilità di lavorare per lo Stato sono molte ridotte e l’impegno di lavorare per un’impresa più o meno   autonoma o di capitale misto, affronta niente meno che la competitività. Lavorare in proprio esige capacità e abilità tecniche che gran parte di queste persone non posseggono: andando   avanti saranno la base della competitività indispensabili a sfidare il mercato.    La congiuntura economica che oggi acceca questa generazione sarà la nuova guerra o la nuova fatica più pesante del taglio della canna da zucchero. Il linguaggio e la retorica che accompagnerà il nuovo impegno non potrà essere quello del passato perché diversi sono il fine, i tempi e le aspettative. Si sta avvicinando uno scontro frontale con la realtà, e la sua espressione esigerà nuove risposte, non le vecchie giaculatorie ascoltate per tanti anni.

di Leonardo Padura Fuentes – IFQ

I fratelli Castro (FOTO LAPRESSE) . In alto, Leonardo Padura Fuentes (FOTO OLYCOM) 

29 dicembre 2010

Ma il ministro Sacconi a che cosa serve esattamente?

Stando al numero delle dichiarazioni fatte alle agenzie di stampa, Maurizio Sacconi sembrerebbe uno dei protagonisti della trattativa sulla Fiat. Nelle ultime 24 ore il ministro del Welfare ha un po’ esagerato, finendo per dichiarare due cose opposte: che i sindacati firmatari dell’accordo “non saranno sullo stesso piano di quelli che non hanno firmato” (cioè la Fiom-Cgil) e che Susanna Camusso, leader della Cgil, sarà coinvolta, “la Cgil alla fine sarà della partita”. In realtà il ministro sembra aver rinunciato, per precisa scelta, al ruolo dell’arbitro nella partita sul destino della Fiat, preferendo quello dello sportivo da salotto, che osserva a distanza tifando   per una delle due squadre. “Il primo Marchionne sono io”, il titolo di un’intervista di pochi giorni fa al Foglio basterebbe a chiarire da quale parte sta il ministro che va anche a presentare i   libri di Raffaele Bonanni per rendere evidente che le sue simpatie sono tutte per la Cisl e il suo appiattimento sull’amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne. Quando una ragazza del centro sociale torinese Askatasuna lanciò un fumogeno contro Bonanni e le sedi Cisl vennero imbrattate di uova e vernice, ci fu una “campagna d’odio forse senza precedenti”, secondo Sacconi. Eppure “chiudere la porta del dialogo e del confronto in questa fase non conviene a nessuno”, avvertiva un libro del 2004, “La società attiva”. Autori: Paolo Reboani, Michele Tiraboschi e Maurizio Sacconi.

Le decisioni agli amici

SACCONI osserva, tifando ma senza intervenire concretamente, con un’interpretazione minimalista del suo ruolo. “Che cosa c’entra il governo? Spetta alle parti sociali   e solo ad esse realizzare accordo diversi, anche in deroga a quello sulla concertazione”, teorizza. Tanto che alla vigilia del voto di sfiducia del 14 dicembre, quando la sopravvivenza del governo sembrava a rischio, ha convocato all’improvviso una conferenza stampa per annunciare lo “Statuto dei lavori”. Una riforma che, per ora, ha la stessa consistenza di quella fiscale annunciata da Giulio Tremonti (le parti sociali ne discutono), ma dovrebbe tradursi in una riscrittura della normativa sul mercato del lavoro.Con questo approccio: i sindacati che ci stanno, cioè quelli amici (tipo Cisl e Uil), e la Confindustria decidono quali modifiche apportare, cioè quali vincoli dello Statuto dei lavoratori conservare e   quali abrogare. Gli altri si adeguano,ilministroprendeatto e procede, decidono tutto gli altri.    C’è la disoccupazione giovanile al 25 per cento? Nessuna responsabilità del governo, neanche del ministero del Lavoro. Che non ha sentito il bisogno   di informare i precari che, con il Collegato lavoro diventato legge, hanno ancora meno di un mese per portare davanti al giudice i contratti illegittimi. Tutta colpa, ha assicurato il ministro lunedì scorso, “di cattivi maestri e qualche volta di cattivi genitori” che hanno spinto i ragazzi a maturare “competenze che non sono richieste dal mercato del lavoro”. Il governo, impotente, può soltanto augurarsi che “si rafforzi la capacità delle famiglie di indirizzare i figli verso competenze richieste dal mondo del lavoro”.

Il ministro  pagatore

TUTTO LEGITTIMO. Se non fosse per un dettaglio: il minimalismo di Sacconi cessa quando si tratta di pagare. Nessuna obiezione, per esempio, sul fatto che tutta la rinascita liberista della Fiat a Mirafiori si fondi su un anno di cassa integrazione straordinaria, cioè pagata dal Lingotto con i soldi dell’Inps. Via liberasenzarichiestadicontropartite, con la Fiat che a gennaio potrà decidere di distribuire il dividendo agli azionisti (come ha fatto nel 2010) mentre i suoi dipendenti vengono pagati, di fatto, dal contribuente.    Anche sui dossier più direttamente di sua competenza Sacconi è altrettanto generoso. “Mi avvalgo della facoltà di nonrispondere”,replicaachi gli chiede conto del contratto di solidarietà Telecom firmato da lui in prima persona, al ministero del Lavoro. 29mila lavoratori a orario ridotto, con parte del salario pagato dallo Stato, con la motivazione di evitare mille licenziamenti.Maèstatolostessoamministratore delegato di Telecom Italia Franco Bernabé a spiegare agli analisti che i contratti di solidarietà erano indispensabili per aumentare il dividendo da pagare agli azionisti (cioè, in primis, Intesa Sanpaolo, le Assicurazioni Generali e Mediobanca).

di Stefano Feltri – IFQ

Un recente tavolo di confronto tra Marchionne e Sacconi (FOTO ANSA) 

29 dicembre 2010

‘Ndrangheta in Liguria a rischio il comune di Bordighera. Coinvolti esponenti Pdl

“Nel 2006 il Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Imperia concludeva un’indagine su un concreto interessamento delle famiglie calabresi alle elezioni comunali e ai lavori pubblici di Bordighera” (nel 2007 il centrodestra ha vinto). Non solo. I night club dove si esercitava la prostituzione, gestiti da presunti appartenenti alla criminalità organizzata, erano affiliati a organizzazioni sportive. Tra i loro dirigenti c’era anche il vice-sindaco di Bordighera, Mario Iacobucci (non indagato).    Sono soltanto alcuni dei passaggi delle 16 pagine firmate dai Carabinieri. È il documento che gli investigatori hanno inviato alla Commissione d’accesso perché decida se commissaria-re il Comune di Bordighera per infiltrazioni mafiose (sarebbe il secondo caso al Nord, dopo quello di Bardonecchia, quindici anni fa). La risposta della Commissione è attesa a giorni,   ma a leggere il rapporto restano pochi dubbi. E, secondo indiscrezioni, la Commissione sarebbe orientata per lo scioglimento. L’ultima parola spetterà al ministero dell’Interno di Roberto Maroni.

LA BATTAGLIA sarà dura. Lo Stato ammetterebbe che la ‘Ndrangheta ha messo radici nella terra di Claudio Scajola. Ancora pochi giorni fa, alla cena natalizia del centrodestra, l’ex ministro ha sparato a zero contro “chi dipinge la Riviera come dominio della ‘Ndrangheta”. Accanto a lui proprio Giovanni Bosio, sindaco di Bordighera, applaudiva. Allora il caso Bordighera creerà più di una tensione nella maggioranza. Da una parte il Pdl per il quale lo scioglimento sarebbe uno schiaffo. Dall’altra il ministero dell’Interno che dovrà far capire se davvero la Lega vuole affrontare a muso duro le   infiltrazioni della ‘Ndrangheta al Nord. La Lega a Bordighera vanta esponenti di primo piano come Giulio Viale (assessore della Giunta che si è dimesso dopo l’inchiesta e padre di Sonia Viale, sottosegretario all’Economia).    Nel Ponente ligure ormai gli incendi di locali non si contano. Così le auto bruciate. Non solo: sono state arrestate 4 persone, forse un gruppo di fuoco arrivato dalla Calabria per un attentato contro un consigliere Pd.    Inoltre a maggio il re del cemento Pier Giorgio Parodi (sua figlia ha realizzato con Francesco Caltagirone Bellavista il Porto di Imperia, voluto da Scajola), fu aggredito e la sua macchina crivellata di colpi di lupara. Parodi non fece denuncia. Anzi, ha dichiarato: “Mi spiace per quelle persone che sicuramente pensavano   di fare uno scherzo. È stata una sciocchezza”. Già, ormai a leggere le cronache Imperia sembra la Calabria. E le richieste di pizzo da seimila euro alla settimana passano inosservate.      La relazione dei Carabinieri contiene una novità: l’affiliazione dei locali dove si esercitava la prostituzione ad associazioni sportive che tra i dirigenti contavano membri di primo piano del Pdl e del Comune di Bordighera: “Le indagini della Procura di Sanremo hanno documentato in modo inconfutabile un’attività di meretricio all’interno del Night Arcobaleno… il locale risulta affiliato all’Asi (Alleanza Sportiva Italiana), associazione senza fine di lucro che   si prefigge, secondo lo statuto, lo scopo di contribuire allo sviluppo tra tutti i cittadini della pratica sportiva”. Ma, per gli investigatori, l’Arcobaleno non avrebbe mai svolto attività sportive. Ancora: la sua affiliazione “era subordinata all’accoglimento della domanda da parte della direzione generale dell’A-si”. E qui il passaggio più delicato: “La direzione generale ha accertato la sussistenza dei requisiti del night club Arcobaleno… Non resta che verificare l’identità dei componenti della direzione centrale Asi che hanno deliberato l’affiliazione…”, tra essi c’è anche “Mario Iacobucci, vice-sindaco di Bordighera”.

NON FINISCE QUI. Annotano i Carabinieri: “Nel corso dei controlli presso il night club emergeva la presenza di molte   giovani donne dell’Est e di numerosi pregiudicati calabresi, ritenuti vicini alla ‘Ndrangheta”. Gli investigatori sottolineano: “Nel giugno 2009 i Carabinieri scrivevano al sindaco di Bordighera chiedendogli di comunicare eventuali provvedimenti adottati nei confronti del locale… Al 13 giugno 2010 (un anno dopo, ndr) il sindaco non aveva ancora risposto né adottato provvedimenti di chiusura… a fronte della grave situazione di illegalità l’ufficio Commercio del Comune si affrettava a emettere una semplice diffida al rispetto degli orari per gli alcolici”.      Ma il rapporto dei Carabinieri ritrae una cittadina dove la criminalità organizzata ormai si presenta a viso aperto. Assessori dichiarano di essere minacciati e girano con la pistola. E poi botte e minacce a poliziotti. Al centro dell’inchiesta proprio due night (tra cui l’Arcobaleno) e la disputa per l’apertura di una sala per slot machine.    Partendo dallo sfogo dell’assessore al Turismo di Bordighera, Marco Sferrazza, i pm di Sanremo hanno scritto: “Dopo aver espresso in giunta la sua contrarietà alla sala giochi, Sferrazza aveva ricevuto a casa la visita di Giovanni Pellegrino e Francesco Barilaro (anch’egli pregiudicato e noto a questo ufficio) che, pur senza esplicite minacce, gli avevano chiesto conto di quel suo atteggiamento contrario”.   Sferrazza ammise “di non aver più chiuso occhio… di dormire con la pistola sotto il cuscino”. Ma l’assessore riferì altri episodi. Raccontò che Pellegrino e Barilaro gli avrebbero detto: “Però quando avete avuto bisogno di voti noi vi abbiamo aiutato”. Sferrazza avrebbe sostenuto: “Il sindaco era favorevole all’apertura della sala giochi perché   aveva favori da rendere”.    I Carabinieri alla ricerca di riscontri hanno sentito altri assessori: Ugo Ingenito (Cultura) “conferma le circostanze” riferite da Sferrazza. Rocco Fonti (Ambiente) invece nega tutto. Proprio quel Fonti che Sferrazza avrebbe indicato come uno dei due possibili responsabili della fuga di notizie dopo le riunioni di Giunta. E i magistrati dimostrano di non credere a Fonti, nell’ordinanza parlano di “dichiarazioni palesemente menzognere”, ricordano il racconto di un dirigente del Comune al quale l’assessore Fonti si sarebbe presentato proprio in compagnia di Pellegrino per parlare di slot machine.

LA FAMIGLIA Pellegrino era nota da anni. Nel 2009 i poliziotti chiamati ad arrestare Roberto Pellegrino furono accolti con botte e minacce: “Ti scanno, so dove abiti, ti vengo a prendere quando voglio”. Il fratello Giovanni, tanto per chiarire chi comandava, chiamò lo zio dell’agente e gli disse che “se qualcuno avesse toccato suo fratello Roberto avrebbe sparato al nipote e gli avrebbe staccato la testa”.    “Non devo favori a nessuno. E non è possibile che l’assessore Sferrazza possa avermi chiamato in causa. Comunque la sala giochi non è stata aperta. Noi siamo al fianco della Procura”, ha sempre dichiarato il sindaco Bosio del Pdl (non indagato).      La relazione dei Carabinieri sembra segnare un via precisa alla Commissione e al ministero dell’Interno. Ma a Bordighera più d’uno teme che possa finire come per il Comune di Fondi. Nessuno scioglimento, dimissioni e tutti a casa come se niente fosse. Con la possibilità per sindaco e assessori di ricandidarsi.

di Ferruccio Sansa – IFQ

29 dicembre 2010

Il leader Idv risponde all’attacco di Flores, De Magistris e Alfano

“Per colpa loro sono cornuto e mazziato”

Mentre risponde alle nostre domande sul cellulare, dal telefono fisso sta commissariando l’Idv in Piemonte. “Non si può mai stare tranquilli. Da una parte mi accusano, a me!, di questione morale, e intanto io commissario il nuovo coordinatore piemontese che ha appena imbarcato un tizio che vuole stare con noi ma intanto dichiara che resta fedele al sindaco di San Mauro Torinese del centrodestra. Dopo i Razzi e gli Scilipoti, ci mancava solo questo!”.    Com’è questa storia del Piemonte? C’entra qualcosa col precedente coordinatore che s’è rivolto ai giudici per contestare la regolarità dell’ultimo congresso?    C’entra e non c’entra. Il congresso in Piemonte, l’ha stabilito il giudice in via d’urgenza, era regolare. Andrea Buquicchio, che ha fatto per 10 anni il coordinatore regionale e per 5 il consigliere regionale, ha perso il congresso e voleva farlo invalidare perché un altro l’ha battuto. L’altro, Luigi Cursio, un medico, uno della mitica ‘società civile’, in buona fede per carità, diciamo per inesperienza, era   così contento di avere strappato uno al Pdl che non gli ha chiesto nemmeno di scaricare la giunta Pdl di San Mauro. La società civile è una bella cosa, lo dico a Flores d’Arcais: ma a volte combina certi casini… Flores non ha idea di cosa vuol dire creare dal nulla e poi organizzare un partito, basato tutto sul volontariato.    Per un riciclato che respingete, altre centinaia ne avete imbarcati. Soprattutto mastelliani.    Ma non è che chiunque abbia fatto politica in altri partiti ha la peste addosso. Abbiamo delle regole: niente inquisiti, men che meno condannati. Ai congressi votano gl’iscritti, e mai per delega: bisogna essere presenti fisicamente. Se poi uno ha consensi e prende più voti di un altro, che ci posso fare io? E’ questione morale o è democrazia? Sapesse quanti trombati perdono il posto e si mettono a strillare alla questione morale.      Lei ha fatto intendere che De Magistris vuole il suo, di posto.    Ma quando mai. Mi riferivo alle lamentele che arrivano da tanti trombati sul territorio. Luigi mica l’abbiamo trattato come un corpo estraneo: è parlamentare europeo, presiede un’importante commissione sull’erogazione dei fondi europei, è capo del dipartimento Giustizia dell’Idv. Non ha bisogno di posti, li ha già e mi aspetto che si responsabilizzi di più, che mi aiuti a risolvere i problemi. Come l’altra sera, quando ha presenziato   al vertice in Campania che ha eletto coordinatore una figura specchiata, Lorenzo Diana. Con lui comunque ci sentiamo due o tre volte al giorno, pure in questi giorni, nessun problema di posti.    E qual è il problema allora?    Che lui, la Alfano e Cavalli hanno sbagliato i tempi e le parole. Dire “questione morale” significa che il partito è marcio, il che è falso e offensivo. Mortifica e avvilisce non solo me, ma i nostri 1500 iscritti e i nostri dirigenti che da anni si fanno un mazzo così, spesso senza gratificazioni. Dirlo a freddo, poi, all’indomani della compravendita di Razzi e Scilipoti, è una coltellata. Per carità, mi prendo le mie responsabilità per averli scelti, ma come potevo prevedere che dopo 10 anni di dipietrismo e antiberlusconismo, quei due, dalla sera alla mattina, passavano con Berlusconi?      Beh, a volte bastano i curricula, le facce…    Senta, lo sa qual è la verità? Che, se volevo tenermeli, Razzi, Scilipoti e pure Porfidia me li tenevo. Ma a un prezzo: rinunciare alle nostre regole, cioè proprio alla questione morale tanto sbandierata da De Magistris, Alfano, Cavalli e Flores.    Si spieghi meglio.    All’ultimo esecutivo Idv abbiamo deciso che ci si può candidare solo nella propria regione. Scilipoti sapeva che nel suo territorio, Barcellona Pozzo di Gotto, gli avremmo preferito Sonia Alfano: al confronto con Sonia s’è sentito come il due di coppe quando a briscola comanda bastoni. Oltretutto, nel frattempo, è venuto fuori che è sotto processo. E noi chi è sotto processo non lo candidiamo.      E Razzi?    Idem: non sarebbe stato ricandidato, sia perchè strada facendo è saltato fuori un processo anche su di lui, sia perché comunque a Lucerna non poteva più chiedere voti, né avrebbe potuto ricandidarsi in un’altra zona d’Italia. Quindi si son messi sul mercato prima ancora che Berlusconi facesse l’offerta. Certo, se gli dicevo “tranquilli, vi ricandido lo stesso anche se indagati o imputati”, quelli restavano. E’ per la questione morale che li abbiamo persi. E ora, dopo averli persi, mi si imputa la questione morale?! Cornuto e mazziato.    E Porfidia? Eletto in Campania, indagato per violenza privata con    aggravante mafiosa, passato da    Idv a Noi Sud.    Le rivelo una cosa. Quando l’abbiamo candidato, aveva il certificato penale intonso. Poi viene indagato: lo stesso giorno lo mettiamo fuori dal gruppo   e dal partito. Qualche mese fa viene da me: “Tonino, se resto indagato o mi rinviano a giudizio, tu mi ricandidi?”. Se rispondevo sì, restava. Invece ho risposto: “No, non posso”. Così se n’è andato. E ora Luigi, Sonia e Cavalli mi incolpano di “questione morale” pure per Porfidia. Ma dovrebbero dirmi bravo! Era questione morale se lo tenevo!    Flores, e non solo lui, insiste da anni sulla selezione delle classi dirigenti a livello locale.    Ecco, appunto, grazie. Ma, se scelgo io i candidati come mi impone di fare questa   legge elettorale di merda, non va bene perché sono un dittatore. Se gli organi dirigenti li scelgono i congressi, non va bene lo stesso perché passa qualche riciclato. Si invoca continuamente la “base”, ma che cos’è la base? Io non conosco altra base se non gli iscritti. Poi lo so benissimo che il De Gregorio di turno si crea “più base” e porta più gente a votare per lui ai congressi e alla fine vince, e non è detto che sia il migliore. Ma qual è l’alternativa? Facile mettersi a tavolino, accendere il computer e, anzichè aiutare con critiche costruttive, criticare o lanciare pseudosondaggi natalizi. Facile cercare il capello nell’uovo e mai la trave che si ficca nell’occhio…    Il detto non è proprio quello, ma rende l’idea.      Sono anni che tutti ci passano ai raggi X, poi quando si scopre che siamo sani, nessuno lo scrive. Ricorda il casino che han fatto due anni fa su mio figlio Cristiano indagato a Napoli per lo scandalo Romeo-Mautone? Ho appena scoperto che Cristiano non è mai stato indagato. Nulla di nulla. Ricorda le accuse sull’”associazione familiare” di Di Pietro che succhiava i finanziamenti al partito? Due anni di linciaggio e umiliazioni, poi il giudice ha archiviato: partito e associazione erano la stessa cosa, tutto regolare, anzi chi mi ha denunciato non poteva neppure farlo perché non era parte lesa. Ma non l’ha scritto nessuno (vedi articolo in cima alla pagina, ndr).    “Micromega”, per aiutarla a fare pulizia, ha pubblicato mesi fa una lista di impresentabili dell’Idv.      Bene, chi non era degno di restare l’abbiamo messo alla porta. Altri avevano l’unico peccato di venire da altri partiti. Ma che ragionamento è? Siccome Flores fa politica da trent’anni, allora non ci parlo più? In quella lista c’erano poche decine di persone, su un partito che in dieci anni ne ha candidate decine di migliaia, tra elezioni politiche, europee, regionali, provinciali, comunali.    Da chi ha messo i “valori” nel logo del partito ci si aspetta più rigore che dagli altri.    Se mi dicono dove si vende il Pentotal per il siero della verità, lo compro di corsa. Ma il solo modo per non sbagliare è non far nulla e criticare gli altri. Già abbiamo regole e filtri che non    ha nessun altro partito. Noi    non paracadutiamo i    candidati dalla Sicilia al Trentino: sei calabrese   , lombardo,    abruzzese? Ti candidi a casa tua, così la gente ti conosce e, se sei   un pezzo di merda, prima o poi viene fuori. Certo, su migliaia di candidati, qualcuno sfugge sempre. Ma, quando lo becchiamo, lo cacciamo.    Visti i risultati, si può fare di più.    E infatti lo faremo. Ogni giorno – vedi commissariamento del Piemonte – facciamo pulizie cammin facendo perché l’attenzione non è mai abbastanza. Il 14-15 gennaio ci ritiriamo in convento in Umbria per l’esecutivo nazionale. Lì proporrò una norma anti-riciclati: chi viene da altri partiti deve fare un anno di noviziato prima di prendere i voti, cioè prima di candidarsi alle elezioni o ricoprire incarichi nel partito, così intanto lo studiamo bene. Un anno di dieta vegetariana: niente carne, così non ingrassa… De Magistris e gli altri hanno altre proposte? Benvenuti, quella è la sede.   Se Flores vuole venire a spiegarci il suo sistema, siamo felici. Per me ha sbagliato, ma in buona fede: ora, fatta la frittata, chiudiamo la polemica e passiamo alla pars construens. Staniamo il Pd per fare subito la grande coalizione – meglio con un leader scelto con le primarie – con noi e Sel per battere Berlusconi.    Ma Flores l’accusa di aver taroccato il suo sondaggio.      Ma io a Natale ero tutto preso da messa, presepe e capretto in famiglia. Figuriamoci se pensavo al suo pseudo-sondaggio. Poi è ovvio che in Rete i fans dell’uno e dell’altro organizzano le catene di Sant’Antonio: non c’erano solo gli sms “vota Di Pietro”, ma anche quelli “affossa Di Pietro”. E’ normale. E comunque non avevo bisogno di quello pseudo-sondaggio per sapere che dobbiamo sempre fare di più.    De Magistris invoca una cabina di regia per scegliere meglio i candidati.    Ma c’è già. E’ l’esecutivo nazionale, che riunisce i parlamentari italiani ed europei, i consiglieri e i coordinatori regionali e i responsabili dei dipartimenti tematici. Ne fanno parte non solo Luigi, ma anche la Alfano, responsabile del dipartimento Antimafia, e Cavalli, consigliere regionale con importanti incarichi politici in Lombardia. A proposito: mi dicono che non so scegliere i candidati, ma loro tre chi li ha scelti? Io. E non le dico le resistenze che ho incontrato nella pancia del partito, sempre diffidente   sugli innesti di esterni e indipendenti.    Pentito?    No. Tornando indietro, anche dopo queste critiche che reputo ingiuste, li sceglierei di nuovo tutti e tre. Perché lavorano benissimo. Però chiedo più rispetto per quei poveri stronzi di militanti e dirigenti anonimi che, nel silenzio di stampa e tv, han raccolto un milione e mezzo di firme per i referendum su nucleare, acqua pubblica e legittimo impedimento: è grazie a loro se nemmeno in caso di pronuncia favorevole della Consulta sul legittimo impedimento Berlusconi otterrà l’impunità: a giugno decideranno i cittadini.

di Marco Travaglio – IFQ

29 dicembre 2010

Zucchine e cani: I crucci politici della pasionaria berlusconiana

A Michela Vittoria Brambilla la politica interessa così poco che decide di farla in prima persona. Passati i tempi un po’ snob – “Ho anche votato scheda bianca, rifletto i giovani di oggi”, diceva nel 2004 – il futuro ministro si appassiona a Silvio Berlusconi. Nel frattempo è anche la guida dei giovani di Confcommercio: presidente per quasi cinque anni, dal novembre 2003 fino al marzo del 2008. La sua presidenza di Confcommercio scivola via con due soli episodi degni di nota: una campagna sociale “Finalmente entro anch’io!” per fare aprire le porte dei negozi agli “amici a quattro zampe” e un tormentone sul prezzo delle zucchine. È categorica: “Costano troppo, comprate le carote”.   Tra i suoi vice c’è Luca Moschini, che la seguirà in tutte le iniziative fino al ministero del turismo di cui è consulente, ma che non riuscirà a farsi eleggere. Moschini oggi realizza tutti i siti di Brambilla, da quelli personali alle campagne patrocinate dal dicastero del turismo. Ma per il momento siamo al 2006, novembre: dopo la sconfitta alle politiche, Forza Italia sembra in difficoltà. Brambilla è rimasta fuori dal Parlamento, candidata in Veneto. Ma ha un coniglio nel cilindro. Si chiama Associazione nazionale Circolo della Libertà. È la nascita, per quanto vaga, dell’ala movimentista di Forza   Italia, poi Pdl. “L’azione dell’associazione – si legge nell’atto costitutivo – sarà sempre ispirata ai principi e ai valori di questa grande cultura e volta alla promozione della pace, della libertà, della sicurezza, della dignità della persona umana, dell’economia di mercato…”.

COME NON condividere? Del resto il numero dei Circoli esibiti sembra esaltante: 5mila quelli fondati in un anno. Ne apre uno persino la pornostar Federica Zarri. Linea politica: una proposta di legge per limitare il numero degli amplessi pro-capite nei film porno e salario minimo per gli attori hard. Folklore a parte, l’iniziativa comincia ad infastidire   i notabili del partito. Brambilla replica con un pezzetto da antologia politica: “Qualcuno ha avuto un mestruo doloroso, ora il flusso si è regolarizzato”. A sbottare alla fine sarà Marcello Dell’Utri   : “I suoi 5mila circoli non esistono”. Giuliano Ferrara sul Foglio ospita l’Agenda Brambilla, un breviario quotidiano sulle apparizioni della rossa, così l’oracolo del Cavaliere indica la strada ai soldati indisciplinati di Forza Italia. Il sigillo l’appunta Sandro Bondi con una poesia a “Michela Vittoria”: “Ignara bellezza/Rubata sensualità/Fiore reclinato/Peccato d’amore”. Ma nel partito c’è agitazione. Anche nel mite senatore Gaetano Quagliariello: “L’unica cosa che non è consentito al leader è di trasferire il suo carisma per successione”. E Giulio Tremonti, all’epoca vicepresidente di Fi, è più preciso: “La Brambilla? Credo di avere avuto e di avere dentro Forza Italia un ruolo che mi pone non sopra   o sotto, ma in termini radicalmente diversi: cioè, per essere chiari, non me frega un tubo”. Ma quel rapporto diretto con il Capo la rende immune da qualsiasi critica, e persino smentita. Nell’estate del 2007 annuncia la nascita di un partito delle libertà per riciclare Forza Italia, il solito Paolo Bonaiuti nega, ma la Brambilla depositerà un simbolo a cui si ispirerà il futuro Pdl che somiglia, anzi è un copia del cerchietto azzurro con graffio tricolore dei Circoli della Libertà. Così la Brambilla comincia a presidiare i salotti tv e, nonostante mostri le autoreggenti a Porta a Porta pur non volendo, la rossa colleziona tante brutte figure. Due a Ballarò. In un confronto con Renato Soru, all’epoca governatore della   Sardegna, declama numeri negativi (e finti) sulla disoccupazione e produzione industriale sull’isola. Soru replica carte alla mano e la Brambilla, colpita e sconfitta, cerca di trascinare il governatore su temi a lei più familiari: : “E allora, da animalista, le dico: parliamo del fenomeno del randagismo in Sardegna… Sì, dei cani randagi! Ce ne sono tantissimi”.

IL GIORNO dopo è il Mattina-le, la newsletter interna di Fi, a bocciarla senza appello: “La Brambilla ha abboccato a tutte le esche. Non ha saputo spiegare lo scopo dell’organizzazione che presiede, dando l’impressione che si stia occupando esclusivamente   della sua carriera politica. Nella polemica con Soru è uscita con le ossa rotte”. Un’altra volta, durante la pausa, lascerà lo studio di Ballarò per farsi dettare al telefono i dati sugli ammortizzatori   sociali. Intanto, il primo giugno 2007 comincia le sue pubblicazioni il giornale della Libertà, settimanale dei circoli. Quindici pagine in allegato gratuito obbligatorio con “Il Giornale”. Meno di un anno di vita. Almeno a vedere il sito, infatti, le pubblicazioni si fermano al 16 maggio 2008. Il titolo dell’ultimo numero – sullo sfondo la monnezza di Napoli – è profetico: “Si ricomincia da qui”. Pochi giorni dopo il giornale nasce la televisione della Libertà. Per dar vita al progetto, la Brambilla fonda una nuova società, la Vittoria Media Partners: 70% a lei, l’altro trenta nelle mani di Salvatore Sciascia, oggi deputato, una condanna passata in giudicato a 2 anni e 6 mesi, reo confesso di quattro mazzette da cento milioni di lire per ammorbidire i controlli fiscali sulle società di Berlusconi. È qui che la rossa di Calolziocorte si ricongiunge con il suo scopritore, Giorgio Medail, colui che la portò a Canale5 alla fine degli anni 80. Medail diventa direttore della   tv. Dopo vent’anni di Mediaset arriva in squadra anche Adele Cavalleri. Oggi tutti e tre siedono al ministero del Turismo, insieme a redattori e segretarie di redazione della televisione. Che però non va. Anzi, perde soldi. Nonostante Medail proclami “600-700 mila ascoltatori al giorno”, i debiti si mangiano la struttura. A metà 2008 siamo a -15milioni di euro. Così interviene Forza Italia, che rileva il 100% della Vmp e chiude tutto.

di Fabio Amato e Carlo Tecce – IFQ

Il ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla (FOTO ANSA)

Il “signor Brambilla” e la farsa delle elezioni all’Aci-Milano

Iacopo Bini Smaghi non se l’aspettava. Manager, 50 anni, una lunga esperienza all’Altea (società dell’indotto auto) tutto immaginava, quando ha presentato la sua lista per il Cda Aci di Milano, tranne che sarebbe stato eliminata, favorendo quella di un odontotecnico. Che ha una dote: è il compagno del ministro Brambilla.    Quando inizia questa storia?    Più o meno un anno fa: quando le dimissioni “sospette” di alcuni consiglieri impongono la necessità di nuove elezioni.    Perché usa questo vocabolo?    Vede, l’Aci club di Milano gestisce la Sias. E la Sias ha in mano il Gp di Monza, un affare da 50 milioni di euro. Sa cosa significa? Chi gestisce l’Aci Milano ha in mano quella partita.    Tutto interessante. Ma non ha risposto alla domanda…    Dimissioni “sospette” perché permettono al nuovo ministro di entrare nella partita del nuovo   Cda. Infatti la Brambilla nomina un commissario straordinario, Massimiliano Ermolli.    Questa nomina non va bene?    Cominciamo…. Massimiliano è consigliere di Sinergetica, società di pianificazione aziendale di famiglia, di cui è presidente il padre Bruno che svolge attività di consulenza per l’Aci, con appalti da centinaia di milioni di euro. Un conflitto di interessi in contrasto con lo statuto.    C’è dell’altro?    Eccome. Ermolli indice le elezioni, con annuncio all’ultimo giorno utile. Poi lui, che doveva essere il garante della regolarità della competizione si candida in una lista. Curioso, no?    Altro conflitto di interessi?    Basta il buonsenso per capirlo. Di più. Nella lista Ermolli c’è il dottor Eros Maggioni.    Il signor Brambilla?    Curiosamente Maggioni si è iscritto all’Aci, a Milano, malgrado risieda a Lecco, due giorni prima del termine utile. Curiosamente fa l’odontotecnico.      Voi, la lista concorrente dove vi eravate iscritti?    A Milano, facevamo parte del cosiddetto Aci club. Una tessere che secondo lo statuto equivale a tutti gli effetti alle altre.    Perché mi dice questo?    Perché una commissione, sotto la responsabilità dell’Ermolli commissario, ci contesta il diritto a partecipare alle elezioni contro l’Ermolli candidato.    E poi che succede?    La commissione che fa capo dell’Ermolli commissario non ammette la nostra lista, spianando la strada all’Ermolli candidato.    E voi che fate?    Si arriva alla farsa di elezioni bulgare. C’è solo una lista in campo, quella degli amici e del compagno del ministro. Ovviamente vince. Non ha concorrenti!    Protestate?    Di più: facciamo due esposti alla procura e uno al Tar.    Il ministero dice che quello al Tar è stato bocciato.    Non è vero. Avevamo chiesto l’annullamento della nostra   cancellazione dalla competizione, ma il giudizio è arrivato dopo il voto: il Tar dice, come è ovvio, non possiamo più intervenire su quella controversia.    Quindi partita chiusa?    Per nulla. Bisogna rivotare.    Perché mai?    C’è una norma che impone un Cda di 5 membri. In questo caso sono 9. Se quattro non si dimettono, e ne dubito, l’attuale Cda decade, e si deve rivotare.    Pazzesco…    Ermolli ha favorito una lista in cui lui stesso, e il compagno della ministra che l’ha nominato, erano candidati! Si tratta di un intervento fuori di qualsiasi norma. Ma non è finita….    C’è dell’altro?    A parte il fatto che tra i consiglieri l’unico che ha una qualche esperienza in materia è Geronimo La Russa, figlio del ministro: ha fatto il pilota!!….    A parte questo?    …Tra loro c’è il dottor Bongiardino, presidente della Camera di commercio, che ha sede in   uno dei palazzi di proprietà dell’Aci! Come Presidente della Camera di commercio chiede di comprarlo. Cosa si risponderà come consigliere Aci?    Altro conflitto di interesse?    Plateale. Ma c’è di peggio.    Mi dica…    Il Cda ha designato dei consiglieri nella Sias. Tra cui Fabrizio Turci, direttore Aci di Milano.    Come è possibile?    Non lo so. Va chiesto alla Brambilla come si possa essere sia   controllore che controllato!    C’è dell’altro?    Ciliegina sulla torta. Pier Fausto Giuliani, altro membro del Cda. Sa il suo precedente lavoro?    Quale?    Tesoriere dei Circoli della libertà la ministra l’ha definito uno dei miei “13 uomini d’oro”.    Morale della favola?    Il Cda in cui siede il marito del ministro nomina alla Sias uno dei principali collaboratori del ministro. Mica male.

di Luca Telese – IFQ

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